Donald Trump è di nuovo al centro delle polemiche interne al suo schieramento dopo aver attaccato alcuni dei suoi ex alleati, accusandoli di essere «pazzi e guastafeste» e «persone stupide» in cerca di «pubblicità gratuita ed economica». Tra i bersagli delle sue critiche figurano Marjorie Taylor Greene, Tucker Carlson, Alex Jones, Megyn Kelly e l’opinionista conservatrice Candace Owens, che ha risposto con una stoccata personale: «Potrebbe essere arrivato il momento di mettere il nonno in una casa di riposo».
Marjorie Taylor Greene, ex deputata e figura di spicco del movimento Maga, ha replicato duramente: «Il presidente è impazzito. Ho combattuto a fianco di Carlson, Owens e Jones per contribuire all’elezione di Trump e ora si lancia in un delirio sconclusionato attaccandoci tutti in un colpo solo». L’esponente repubblicana ha inoltre definito «rattristante» la trasformazione del tycoon rispetto al passato.
Alex Jones, conduttore radiofonico noto per le sue posizioni sovraniste, ha accusato l’ex presidente di essersi fatto «tirare per il naso da Netanyahu» e di aver condotto gli Stati Uniti in «un disastro totale» con la guerra in Iran. «La guerra in Iran è un disastro totale, un colpo durissimo per l’America», ha affermato Jones, sottolineando il suo dissenso sulle scelte belliche di Trump.
Il durissimo botta e risposta si inserisce in un contesto di crescenti frizioni interne al Partito repubblicano, alimentate dalle critiche di Greene sul conflitto mediorientale. In un post su X, l’ex deputata aveva denunciato le presunte «menzogne in ambito nucleare» reiterate «da decenni» e invitato i membri dell’amministrazione che si dichiarano cristiani a «inginocchiarsi, implorare il perdono di Dio» e frenare la «follia di Trump». Greene aveva poi aggiunto: «Sapete chi possiede armi nucleari? Israele […] Sono più che capaci di difendersi da soli, senza che gli Stati Uniti debbano combattere le loro guerre, uccidere persone innocenti e bambini».
Con lo sguardo rivolto alle elezioni di midterm di novembre, il Partito repubblicano sembra avvertire la pressione di un’opinione pubblica sempre più critica nei confronti della gestione del conflitto in Iran. Da tradizione, il partito del presidente in carica perde seggi in queste consultazioni, ma – secondo alcuni osservatori – quest’anno il timore è di subire una sconfitta più consistente e lasciare la maggioranza in entrambe le Camere.
Negli ultimi mesi, i risultati di alcune elezioni locali hanno segnato segnali di preoccupazione per il Grand Old Party. In Georgia, il candidato democratico Shawn Harris ha ridotto drasticamente il margine di 37 punti con cui Trump aveva vinto nel 2024, pur perdendo la suppletiva per il seggio alla Camera di Greene. In Wisconsin, il democratico alla Corte suprema statale ha espugnato roccaforti repubblicane, consolidando la sensazione di un elettorato meno omogeneo rispetto al passato.
Tra i dirigenti repubblicani cresce la consapevolezza che la guerra in Iran e il caro vita abbiano eroso il consenso intorno al tycoon e al suo movimento base. Un consulente conservatore, intervistato da Politico, ha commentato: «La tregua è troppo poco, ed è troppo tardi per salvarlo». Nel tentativo di arginare la flessione, la Casa Bianca ha annunciato due tappe elettorali in Arizona e Nevada, dove il presidente cercherà di mettere in luce i benefici delle sue politiche economiche: «Sentirete il presidente parlare di come abbiano giovato al popolo americano», ha dichiarato la portavoce Karoline Leavitt.