Slow Food e associazioni, preoccupazione per la gestione della Peste Suina Africana

Slow Food e 14 associazioni contestano l’Ordinanza 4/2026 sulla Peste Suina Africana, giudicata ingiusta per gli allevamenti estensivi e priva di basi dati

 

Grave preoccupazione per la gestione dell’emergenza sanitaria da Peste Suina Africana (PSA) espressa da un’ampia coalizione di associazioni e da Slow Food Italia. Il nodo centrale del dissenso riguarda le nuove ordinanze commissariali, giudicate sproporzionate e non supportate da evidenze scientifiche adeguate, con impatti negativi diretti sugli allevamenti estensivi, biologici e di piccola scala. La mobilitazione si è intensificata dopo l’incontro svoltosi nei giorni scorsi tra i rappresentanti delle quindici organizzazioni e il Commissario straordinario alla peste suina africana, Giovanni Filippini.

Alla riunione erano presenti dirigenti dei ministeri competenti, funzionari degli Istituti zooprofilattici e assessorati regionali, ma non sono emersi riscontri tecnici chiari sui rilievi sottoposti all’autorità governativa. Tra i partecipanti figurano FederBio, Legambiente, AssoBio, AIAB e le sue sezioni regionali, Veterinari Senza Frontiere Italia, ARI, RARE, ONAS, UCI e il Consorzio di Tutela della Cinta Senese DOP. Durante l’audizione, il commissario ha illustrato la strategia nazionale, sottolineando la necessità di tutelare l’area di produzione industriale di salumi per il suo valore economico.

Le associazioni, tuttavia, hanno contestato l’Ordinanza commissariale 4/2026, ritenendo che essa penalizzi ingiustamente le aziende estensive attribuendo loro un rischio di diffusione del virus superiore a quello degli allevamenti industriali con animali stabulati. Secondo i dati dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), l’80% dei focolai in suini domestici in Italia ha interessato allevamenti con oltre cento capi e in regime di stabulazione. Nel Nord Ovest, su 44 focolai censiti, solo due riguardano allevamenti semibradi e altrettanti quelli sotto i 50 capi.

Le organizzazioni ritengono che l’attuale approccio, basato su strumenti pensati per le aziende intensive, non giustifichi misure drastiche che rischiano di causare marginalizzazione e abbandono nelle aree interne, con conseguenze irreversibili per il patrimonio di razze suine autoctone come la Cinta Senese, il Nero di Parma e la Mora Romagnola. È stata inoltre manifestata seria preoccupazione per la fretta con cui vengono imposti abbattimenti preventivi in allevamenti privi di focolai, ma gestiti da allevatori già coinvolti in casi positivi, come accaduto recentemente in Toscana con i riproduttori di Cinta Senese. Le associazioni chiedono l’adozione di misure alternative quali isolamento, sorveglianza rafforzata o quarantena, nonché piani preventivi per la salvaguardia delle razze a rischio.

Un altro punto critico riguarda le norme sulla pastorizia nelle zone di restrizione, che si estendono dall’Appennino Cuneese e Savonese al Parmense, alla Lunigiana, alla Garfagnana e fino alle porte di Firenze. I pastori sono tenuti a tosare gli ovini e disinfettare mezzi e animali con prodotti non registrati per uso zootecnico, ma idonei solo ad automezzi e superfici. In attesa della convocazione della task force dedicata all’allevamento estensivo, le associazioni trasmetteranno un documento con proposte di modifica dell’Ordinanza n.4/2026 e un aggiornamento delle checklist per la valutazione del rischio, già inviate oltre un anno fa senza riscontro.