Conoscere se stessi per sconfiggere la violenza

Questo è il mio quarto intervento sulla pedofilia e parto da una lettera di C. M. tanto semplice quanto importante. C. M., che è un giovane, si dice terrorizzato all’idea di scontrarsi, una volta padre, nel rischio pedofilia, essendo rischio non cognito, di difficile individualizzazione, quindi non prevedibile pertanto verosimilmente non prevenibile.C. M. ha avuto […]

Questo è il mio quarto intervento sulla pedofilia e parto da una lettera di C. M. tanto semplice quanto importante. C. M., che è un giovane, si dice terrorizzato all’idea di scontrarsi, una volta padre, nel rischio pedofilia, essendo rischio non cognito, di difficile individualizzazione, quindi non prevedibile pertanto verosimilmente non prevenibile.C. M. ha avuto una forte intuizione aldilà dell’intelligenza del problema. Avevo appena detto che cosa ne penso del grido ” a morte il pedofilo assassino!” che già avanzava sull’opposto versante il fronte di liberazione dei pedofili. Immancabile in TV il fiume di parole a dibattito di tante persone di facciata tra le quali ben poche erano quelle provviste di una preparazione in qualche modo pertinente. Al contempo oltre mezzo milione di cittadini italiani risultava (e ancora oggi risulta) essere dedito al turismo sessuale; ciò è a dire altrettanti padri reali o in fieri sfogavano (e ancora oggi sfogano) un certo tipo di pulsioni senza azzardare nel loro paese o nella loro stessa famiglia.

Per chi non ha letto i precedenti interventi estrapolo dall’insieme che, 1°, per me il padre pedofilo non differisce in nulla dai padri che piazzano ad es. mine antiuomo (senza…”salva bambini”) quanto a significato culturale, (essendo cosa più complessa la valutazione quanto a responsabilità), e mi deprime piuttosto che i due comportamenti non suscitino la stessa indignazione; 2° perché la realtà va vista nella sua interezza se non vogliamo cadere nella schizofrenia morale o se preferite nel moralismo facile e ipocrita ; 3° che il non volersi impegnare nello sforzo di conoscere l’origine e lo sviluppo, o l’involuzione o semplicemente l’assenza di evoluzione dei comportamenti umani non aiuta di certo a scongiurarne le negatività.

Dall’abituale dibattito televisivo è emerso soltanto il noto dato che dal punto di vista giuridico il diritto d’esistere del bambino è relativamente recente. Dato di fondamentale importanza sul quale bisognerebbe insistere evidenziando che tale conquista non ha fatto cessare però l’iniquità del suo sfruttamento, della diffusa condizione di un suo stato di schiavitù, quando non della sua ora mirata ora “accidentale ma non troppo” uccisione.

Per calamitato accostamento di idee rifletto spesso sulla corsa all’inseminazione artificiale a preferenza dell’adozione, forse attribuibile anche a un tipo di sentimento che di altruistico ha ben poco, alla esigenza cioè di legittimare un preciso senso di proprietà del figlio.

Nel mondo animale ci sono esempi di maschi che possono giungere a divorare il proprio cucciolo e l’uomo a seconda delle civiltà e dei periodi storici, ha “mimato” giuridicamente questo comportamento codificando il diritto di vita e di morte su tutti i componenti della “famiglia”, figli compresi.

Si scivola dunque nell’evoluzione del Diritto, oltre che nell’etologia comparata, nell’antropologia e nel complicato antefatto biologico che di sicuro ha inciso nel costume e nel comportamento dell’uomo durante l’intero arco della sua storia. E ricordo che di tutto ciò tiene conto e parla e intende parlare il Giornalismo di Pace, meglio dire che su tutto ciò si basa il Giornalismo di Pace per il quale mi batto.

Allora viene da chiedersi se l’idea del diritto alla proprietà del figlio può dilatarsi, e perché, in una specie di diritto di potestà traslatosi nell’adulto nei confronti del bambino in genere, tale da fargli presumere di poterne essere fruitore naturale alla stessa stregua di un vero padre nel suo consueto rapporto totale quindi anche sensoriale con il figlio (nel bene e nel male).

Fatto questo passo, segue subito dopo il quesito: ” Si diventa pedofili di colpo nell’atto in cui si attenta agli orifizi del bambino, o lo si è molto ma molto prima? – E’ una condizione naturale che ha necessità di ferrei argini perché all’uomo la naturalità non è concessa o è uno slittamento innaturale peggiorativo che ancora di più necessita di regole ferree?

Ancora, e con maggiore peso: è espressione corrotta di un graduale degradamento di presupposti biologici e/o di mentalità in incontenibile rotta di collisione con qualsivoglia sensibilità morale, gli uni e le altre mai culturalmente identificati né socialmente regolamentati?

Qualunque sia la risposta soltanto una profonda conoscenza potrà spiegarci che cosa è la pedofilia e permetterci di stabilire i confini da non profanare (mi affiora alla mente del tutto incidentalmente un’intervista TV a Indro Montanelli nella quale gli si rimproverò d’aver comperato a suo tempo, in Africa, una ragazzina di 14 anni.

Si scusò dicendo “che si era conformato al costume locale”. Va però detto che all’epoca Montanelli era giovanissimo e si dà per scontato che certamente non avrà usato violenza di sorta. Ma anche questo rilievo è importante per qualsiasi analisi sul profilo etico che scaturisce dalle disparità dei costumi e delle leggi di cui a volte ci si concede di cogliere le opportunità di comodo.

E’ evidente che tutto quanto sopra proposto vale come semplice input necessitando di uno spazio inconciliabile con quello di un semplice articolo. Per tale motivo ho scelto di affidarmi a tre episodi, che direi materializzano in certo senso i quesiti in questione specie se messi a confronto con le esperienze personali di ciascuno; e così li lascio all’altrui riflessione.
1° Episodio (si svolge in una pizzeria dov’ ero a consumare con un’ amica, e presi a commentare qualche cosa che aveva attirato la mia attenzione).

Man mano descrivevo quanto vedevo e che catturava sempre di più il mio interesse. Guardavo a una bella tavolata di famiglia dall’aria patriarcale. Mi offriva alla vista di profilo l’immagine di un padre a sedere a capotavola e di un figlio dall’apparente età di 7 anni, in piedi, accanto a lui. Con gesto affettuoso il padre prese ad accarezzare il collo del figlio. Dissi compiaciuta all’amica ch’era di spalle, “c’è un padre affettuoso”. Poi la mano scese sulle spalle e sulla schiena del ragazzino, sostandovi a lungo. Aggiunsi, ancora compiaciuta “molto, molto affettuoso”. Poi il gesto scese a palpargli a lungo natiche e cosce con “autorevole insistenza”, e io dissi “forse troppo affettuoso”.

La palpazione si protraeva e non si trattava davvero di un semplice e distratto sfioramento e mi accorsi di non esserne più tanto compiaciuta. Avvertivo anzi via via nell’insistenza del gesto un disagio crescente ma non sapevo se per la cosa in sé o se nei miei stessi confronti.

Insidiosamente mi stavo chiedendo se il sospetto di una certa morbosità fosse da addebitare a quel padre o a me stessa. Non era davvero piacevole.

Soprappensiero aggiunsi “se il figlio fosse di 20 anni, tutto questo non si verificherebbe… il ragazzino invece si lascia fare, è docile e disciplinato… forse quei gesti lo rassicurano, o si adegua, o ne trae piacere, proprio non trapela alcun segno d’insofferenza … forse fa parte dell’iniziazione alle cose del sesso, come è per la masturbazione … o forse fa parte del grande capitolo dell’erotismo … ti dirò: è mia convinzione che l’erotismo non abbia connessioni obbligate alla sessualità, non so i testi accademici con veste scientifica come decodificano questi comportamenti e questa gestualità, oggi…”. Allora quali alcune delle deduzioni possibili?

Senso di proprietà del corpo del figlio, continuità del corpo del padre nel corpo del figlio, prolungamento nel tempo dell’affidamento totale corporale del neonato nelle mani di ambedue i genitori, veicolazione dell’affetto attraverso un contatto che infonde sicurezza, cieca e fiduciosa sottomissione del figlio all’autorità paterna (facile ad allargarsi a quella degli adulti in genere, specie se gerarchicamente influenti e affidabili, insegnanti, precettori, sacerdoti ed altre categorie), supponibile senso di gratificazione nel figlio nel percepire attraverso sensazioni corporali l’immenso piacere di sentirsi considerato amato e protetto, e via di seguito.

Conclusione: padre pedofilo o aspirante pedofilo? Padre ignorante nel senso che ignora ogni codice o limite d’opportunità gestuale?

Oppure né l’uno né l’altro ma piuttosto un uomo normale ma appartenente a un mondo totalmente da ricostruire, devastato dalla spaccatura (di origine assai lontana ma attualmente di comodo) tra corpo e spirito con conseguente prevalere del corpo per la sua idoneità alla mercificazione?

Quel che stavo osservando era un innocente e irrilevante quadretto familiare o un’espressione tra tante di una civiltà potenzialmente disponibile a qualsiasi forma di aberrazione da quando si è rassegnata alla violenza come entità “inovviabile”, a partire dai massimi sistemi, giù a degradare lungo la piramide del potere e della “cultura”, fino alla condanna alla fame e agli eccidi di una parte del mondo e la corsa all’appagamento di un’altra parte di mondo?

E’ quest’ ultima civiltà che sembra aver accantonato la felicità come idea e fine ( ma non abbiamo sufficiente esperienza di quel che succede in altre civiltà, non necessariamente migliori). Parlo della felicità che supera e si estranea da ogni tipo d’appagamento, e che si reifica nel sentire il corpo “al suo accendersi spirituale”. E’ qui che il padre può e deve superare l’eventuale forse ancestrale pedofilo.

E tutto questo senza aver affatto affrontato una valutazione in un certo senso scientifica della cosa, e cioè di quanto sia pertinente e appropriato l’uso del termine pedofilia, se solo quando è in rapporto alla violenza fisica, o anche quando è rapportabile alla violenza morale o perfino a profili più sfumati, forse innocui, o in qualche modo utili perché gratificanti. Tuttavia credo d’aver detto che soltanto decifrando l’antropologia comparata e confrontandola soprattutto con la primatologia, ed avendo capito al massimo possibile i rapporti d’interdipendenza tra gli adulti e l’infanzia, possiamo tracciare regole etiche inderogabili.

Ma quando la gente reagisce alla pedofilia non è chiaro se vuole denunciare soltanto gli efferati eventi delittuosi in cui a volte essa sfocia, o anche ai comportamenti degli adulti che o violano il candore dei giovanissimi o ne sfruttano la condizione di bisogno o la dipendenza economica. La mia impressione è che la radice di questi comportamenti sia comune e purtuttavia da non confondere, e che la pedofilia violenta fino all’omicidio sia un epifenomeno patologico compulsivo quindi difficilmente controllabile, sui quali la cronaca ama diffondersi con troppa morbosa superficialità, così non chiarendo affatto il problema. Ripeto che se non si risale ai significati dei comportamenti umani originari e non li si rapporta all’evoluzione sociale, tra l’altro molto diversificata a seconda dei luoghi, si rischia di slittare nel moralismo sommario, e neppure questo aiuta. Insomma prima è necessario capire, poi possiamo darci regole che però non possono non essere unitarie contro ogni forma di abuso e di violenza, perlomeno allo stadio di presa di coscienza.

E intanto rimane attualmente un dubbio dettato non so se più da timore e osservanza perbenistica o se da chiara scelta di campo: si può ancora fare una carezza a un bambino o non? – Direi di no, oggi è rischioso; il turismo sessuale lo si può praticare impunemente, le mine antibambino si possono piazzare per coerenza bellica, la carezza no, perché ci è sotto gli occhi e non vogliamo turbamenti e coinvolgimenti di sorta.
2° episodio. Libreria Remo Croce – Roma. Seconda presentazione del libro “La statura dell’amore”. Dopo le relazioni introduttive al mio turno ho esordito così: “Prima di parlarvi del libro vorrei chiarire che cosa intendo per erotismo. Sono sicura che se chiedessi a ognuno di voi che cosa vi evoca questa parola vi trovereste in difficoltà. Per spiegarvi che cosa ne penso vi leggerò una poesia che tratta delle sensazioni di una figlia nell’atto di sollevare da terra dov’era caduta, sua madre, una donna novantenne in fase terminale, dopo quattro anni d’indicibili sofferenze. La poesia dal titolo “Il tonfo” consta di due parti:
1) LA TUA DIVISA. “Disfatta nei novant’anni// a terra ti trovai// Piena di stupore// dopo il tonfo// nuda in una guazza// Contravvenisti all’ordine// e negata avevi la tua divisa di moribonda.”


2) TANGO. “Te lo ricordi il tango mamma?// dopo il tonfo// accovacciata alle tue spalle// con sforzo sovrumano// t’issai sulle mie cosce// Stretta al mio petto// con mente disperata// con me ti eressi// DISSI// vedi mamma// stiamo ballando il tango// MA NON DISSI// il turbamento sgomento// d’averti intima al mio petto// IO // che ti avevo desiderata tanto.”


E’ da tutto ciò che suggerisco di muovere i primi passi per dibattere il problema della pedofilia, allo scopo di capire che cosa è o che cosa si pretende che sia, quali le cause che l’ alimentano, da che cosa origina, come contenerla o come altrimenti decodificarla, come impedirne il contagio, come prevenirne le degenerazioni, come, al contrario non comprimerne una sana generosa amorosa equilibrata espressione (visto che i primi “pedofili” nel senso sia buono che cattivo, pare siano proprio e siano sempre stati soprattutto i padri. Per le madri occorre una riflessione a parte).
3° episodio. Convegno sull’ Educazione sessuale nelle scuole, promosso dal Ministero della Cultura e svoltosi nella sua sede di San Michele a Ripa. Siamo all’incirca nel 1993. Le ampie sale dello “Stenditoio” gremite di ragazzi dai 14 ai 17 anni.

Dopo le autorità venne il mio turno. Pronunciai pochissime parole nella speranza che altri le avrebbero sviluppate. Evidenziai che i caratteri che degradano la sessualità sono la violenza, la volgarità e l’offesa. In quegli anni lo stupro occupava assai spesso la cronaca giornalistica, e mi sembrava utile instillare nella mente dei giovani il criterio del profondo rispetto tra i due sessi e che ogni maschio si sentisse prima di tutto “fratello” nel suo modo di pensare e di agire.

Ebbene il mio è stato un “a solo”; sono stata totalmente ignorata, e da quell’evento di grande importanza didattica le centinaia di ragazzi presenti ne sono usciti sapendo assolutamente tutto di idraulica sessuale, tutto su i condom, i pessari o diaframmi e compagnia bella, ma del tragico problema della violenza sessuale, zero.

Che cosa c’entra con la pedofilia? Altro che c’entra, tutto è in ballo allo stesso modo e con lo stesso profilo quando a prevalere è il connotato della violenza sul più debole.

E per sconfiggere la violenza è necessario partire da una profonda conoscenza di noi stessi, conoscenza totale, e non o storica o antropologica o politica o altro ancora. E’ di questa visione della realtà umana che vuole parlare il Giornalismo di Pace che tento di proporre dovunque posso, finché potrò. E’ la strada più difficile da immaginare.

Gloria Capuano
©2010. Riproduzione Riservata

Articolo pubblicato in P&P (1997) rubrica on line del Corriere della Sera diretta da Gianni Riotta e riattualizzato dall’autrice