Tragedia greca e dramma globale

Secondo Iorghios Papandreou la Grecia ha davanti a sé un’era di grandi cambiamenti. Il premier greco ha così definito il piano di austerity annunciato in cambio degli aiuti di Unione Europea e Fmi, durante un incontro con il capo dello Stato Karolos Papoulias.“Questa è un’opportunità per costruire un Paese migliore, per ricominciare daccapo e rendere la […]

Secondo Iorghios Papandreou la Grecia ha davanti a sé un’era di grandi cambiamenti. Il premier greco ha così definito il piano di austerity annunciato in cambio degli aiuti di Unione Europea e Fmi, durante un incontro con il capo dello Stato Karolos Papoulias.“Questa è un’opportunità per costruire un Paese migliore, per ricominciare daccapo e rendere la Grecia più trasparente, umana, produttiva e competitiva”, ha detto. La Grecia, anche se con un paio di mesi di ritardo, ha ottenuto 80 miliardi dai Paesi della zona euro e 30 dall’FMI, il tutto in tre anni. La somma più elevata sarà quella della Germania, con un prestito di 8,4 miliardi, mentre l’Italia stanzierà fino a 5,5 miliardi. In cambio Atene ha dovuto garantire severe misure anti-debito, da attuarsi nel prossimo triennio: tagli alla spesa da 30 miliardi di euro, compresi quelli alla 13esima e alla 14esima dei dipendenti pubblici, la riduzione di straordinari e bonus e l’aumento dell’Iva e delle accise. Lacrime e sangue che non piacciono ai greci scesi in questi giorni in piazza per una serie di dure proteste. Domani, ad esempio, ì sindacato dei dipendenti pubblici, quello del settore privato e quello comunista parteciperanno congiuntamente al terzo sciopero generale contro il piano di austerity. E da oggi è iniziato uno sciopero di 48 ore dei lavoratori del settore pubblico, con ministeri, uffici delle tasse, scuole, ospedali e servizi pubblici chiusi ed una a manifestazione fissata per mezzogiorno all’esterno del Parlamento, organizzata dall’Adedy, il principale sindacato del settore. Ieri, inoltre, Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Board, ha anche dichiarato che “nel mondo ci sono altri Paesi che senza aggiustamenti precauzional  corrono gli stessi rischi della Grecia. In Europa bisogna pensare a rivedere il patto di stabilità includendo in esso i criteri per attuare riforme strutturali”. Ed ha aggiunto: “alcuni dicono che bisogna attuare le riforme gradualmente per evitare di compromettere la fragile ripresa in atto. Io rispondo che la ripresa è troppo fragile per permettere temporeggiamenti”. Oggi, poi, nella conferenza stampa con il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria, Giulio Tremonti ha evitato di rispondere a una domanda sul rischio di contagio della crisi greca alle economie periferiche dell’euro e all’Italia. Sono qui per parlare dell’Ocse non delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità”, si è limitato a dire, evitando anche di rispondere ialla domanda sul coinvolgimento delle banche italiane nel progetto di salvataggio della Grecia. Sono in molti, poi, fra gli economisti, ad affermare che la crisi non è solo di Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda, ma riguardal ’intero sistema economico mondiale.  A fine 2008, la Germania aveva stanziato 480 miliardi di euro per operazioni di salvataggio delle proprie banche. Per salvare la Royal Bank of Scotland, il governo inglese aveva messo sul tavolo circa 50 miliardi di euro. Per Fortis, la finanziaria olandese e belga, ci sono voluti più di 11 miliardi. Solo per evitare la bancarotta del colosso delle assicurazioni AIG, gli Usa avevano messo in campo 180 miliardi di dollari. E per garantire la solvibilità di Citi Group, nel periodo 2008-9 le autorità americane hanno messo a disposizione 300 miliardi di dollari. E, in questa fse di crisi planetaria, l’euro soffre più del dollaro. A fine mattinata l’euro è scambiato in area 1,3130 contro il dollaro, in flessione rispetto alla quota di 1,3175 registrata in avvio delle contrattazioni nei mercati valutari europei. Il deprezzamento della moneta unica contro il dollaro e’ legato al ritorno dei timori degli investitori sulla crisi in Grecia. Secondo il vice-ministro delle Finanze della Germania, Steffen Kampeter, alla Grecia il piano di aiuti da 110 miliardi di euro potrebbe non essere sufficiente per risanare il debito. Per Kampeter il paese ellenico avrebbe bisogno di fondi per 150 miliardi di euro. In un’intervista a Reuters il dirigente dell’agenzia di rating Moody’s, Tom Byrne, ha dichiarato che il piano non puo’ essere una soluzione definitiva per la crisi in Grecia. Secondo Byrne il punto cruciale per superare la crisi sara’ quello di verificare se il paese ellenico sara’ in grado di risanare il debito con le manovre promosse dal Governo di Atene, tenendo uniti i vari gruppi sociali. E non sembra che ad Atene le cose riescano a funzionare. Stamattina e’ cominciato lo sciopero di due giorni dei lavoratori pubblici per protestare contro le severe manovre decise dal Governo per risollevarsi dalla crisi economica. E nonostante le rassicurazioni (anche ieri sera su “porta a Porta”) degli ospiti di Vespa (politici e tecnici), circa la “saldezza” della nostra economia, non mancano motivi di allerta. a crisi economica internazionale rappresenta una importante occasione per l’Italia di portare a termine le riforme necessarie per assicurare soddisfacenti tassi di crescita in futuro e mettere in sicurezza uno dei debiti pubblici più alti del mondo. E’ quanto si legge nel rapporto Ocse di oggi. “La cisi economica, con il suo senso di urgenza, comunque rappresenta pure una opportunità per le riforme che potrebbero aiutare ad assicurare all’Italia un futuro più brillante”, si legge nel rapporto. L’Ocse ricorda che negli ultimi 10 anni il tasso di crescita dell’Italia è rimasto sotto la media europea e che, dopo il 2000, la produttività del lavoro ha cominciato a diminuire rispetto ad altre grandi economie. Da qui la necessità di spingere la crescita, aumentare i salari, migliorare la competitività concentrandosi soprattutto su energia e infrastrutture e liberare risorse per fronteggiare il rapido invecchiamento della popolazione. Ieri il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, riaffermando un principio che senza indugio ha portato avanti con convinzione nell’ambito del G20, da quando è scoppiato il caso subprime, ha affermato che  la strada giusta per uscire dalla crisi è la definizione da parte dei governi di nuove regole globali. Intervenendo alla presentazione a Milano del libro “Capitalismo, mercato e democrazia” di Michele Salvati, Tremonti ha affermato che “l’alternativa portata avanti dai tecnici non ha portato a nulla se non danni, non è riuscita a fare alcuna regola, perchè non è il veicolo giusto”. La strada degli organismi tecnici, che il ministro ha definito “una scorciatoia”, semplicemente non ha funzionato. Ma è sbagliato, e questo Tremonti ci tiene a precisarlo, voler personalizzare questa posizione come se fosse mirata al presidente del Financial Stability Board Mario Draghi. Gli Stati Uniti e l’Europa, secondo Tremonti, stanno andando nella direzione giusta, quella di affidare ai governi la stesura di nuove regole. Lo sta facendo la Casa Bianca e lo farà l’Europa che varerà nuove regole per gli hedge fund, i derivati e le banche. Va dato atto che il ministro dell’Economia ha avuto un merito non da poco, cioè aver evitato che la grande recessione da cui stiamo uscendo si trasformasse in una crisi fiscale. Si è opposto con decisione al solito attacco alla diligenza sulla spesa pubblica, compreso quello di altri ministri, un attacco reso più virulento dalla crisi stessa. Ma cantare vittoria non basta più. Come scrive su ilò Sole 24 Ore Alberto Alesina, con un debito come il nostro e una crescita asfittica, anche piccoli aumenti dei tassi sono molto gravosi e sarà impossibile ridurre le imposte se il peso degli interessi sul debito aumenta. Non basta più proclamare che in Italia tutto va bene, che il nostro sistema di welfare non va cambiato, che la spesa pubblica non si può ridurre, che il mercato del lavoro va bene così com’è, che non è necessario che la partecipazione alla forza lavoro aumenti e si lavori di più e meglio per aumentare la produttività. È servito per dare fiducia nei momenti più bui della crisi, ma ora i mercati non si fidano più ciecamente di qualunque paese dell’area euro, e forse non si fidano più tanto nemmeno della Gran Bretagna. Se la Spagna non adotta e presto delle riforme come quelle greche, rischia di vedersi alzare gli spread e trascinare l’Europa in una crisi ben peggiore che coinvolgerebbe anche l’Italia. Qualche giorno fa abbiamo visto segnali di aumento degli spread sul nostro debito, anche se poi si sono abbassati: un piccolo segnale da non trascurare. È cruciale che l’Italia si avvii in modo graduale nella direzione che l’Fmi ha indicato per la Grecia. Uno dei pochi aspetti positivi di questa crisi greca potrebbe essere proprio quello di svegliare l’opinione pubblica verso i rischi fiscali che i paesi molto indebitati come il nostro corrono.

 Carlo Di Stanislao