Mala tempora currunt

Oriente ed Occidente attraversati da crisi. Sommosse popolari soffocate nel sangue in Thailandia, terrorismo attivo e guerra di là da concludersi in Afganistan e Pakistan, Iraq ancora in pieno confusione, Coree sull’orlo di un conflitto, crisi diplomatica fra Israele e Turchia, instabilità politica in Giappone e mondo occidentale in piena recessione. Nel suo messaggio di auguri […]

Oriente ed Occidente attraversati da crisi. Sommosse popolari soffocate nel sangue in Thailandia, terrorismo attivo e guerra di là da concludersi in Afganistan e Pakistan, Iraq ancora in pieno confusione, Coree sull’orlo di un conflitto, crisi diplomatica fra Israele e Turchia, instabilità politica in Giappone e mondo occidentale in piena recessione. Nel suo messaggio di auguri agli italiani per il 2 giugno,  il Capo dello Stato dice che “serve un grande sforzo, fatto anche di sacrifici, per risollevare le sorti dell’economia”. Il fatto è che noi italiani, come ha scritto Giovanni Sartori, amiamo solo i sacrifici degli altri e protestiamo per i nostri. Pertanto i magistrati protestano e i parlamentari fanno ostruzione, gli statali si dicono quelli “sempre colpiti” e nessuno pensa al vero problema, legato al fatto che  questi sacrifici non cambiano di un millimetro la situazione, relativamente ai veri nodi: prospettive di sviluppo, di investimento e, soprattutto, di occupazione. E’ vero,  la crisi economica sta attraversando l’intero occidente e, solo restando in Europa, stanno molto peggio Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda, con Germania in forte recessione, Francia che ci segue a ruota ed Inghilterra a fronteggiare la peggior situazione degli ultimi trenta anni. Ma da noi c’è, io credo, un problema in più. Come ha detto Mario Draghi allo scorso Forex di Napoli, l’Italia sta uscendo dalla crisi con un tasso di crescita basso, ai minimi europei e, per tale motivo, sono incerti per il nostro Paese, sia la garanzia per il futuro dei giovani, che per la dignità degli anziani. Un ritardo strutturale che rischia, a breve, di farsi incolmabile e di farci uscire da ogni prospettiva di competitività, con in più tagli sui settori (ricerca, sviluppo e welfare), che garantirebbero una vita meno grama alle fasce più deboli e meno garantite: giovani ed anziani, appunto. A ciò si aggiunga un governo con le “pile scariche”, come ha scritto giorni fa il Corriere, che mostra in modo sempre più palese la difficoltà sia di varare regole nello stesso tempo efficienti e condivise, sia di far trovare il consenso necessario per i provvedimenti di politica economica. Maria Rosaria Ferrarese, docente di Filosofia del diritto, in un libro in cui si analizza, in maniera certo un po’ ambiziosa, la possibilità, in certi casi la necessità, di superare il concetto di diritto come “struttura”, come coerente articolazione di norme in senso unitario, guardando invece ad esso prevalentemente come “funzione”, ossia come capacità di assicurare determinate prestazioni;  qualche idea la sviluppa. Si tratterebbe, in definitiva, di passare da una strutturazione fatta  di regole in eccesso, dove tutto quello che non è permesso è vietato, a una governance il più possibile condivisa,  in cui le regole sono accettate perché non sono dei limiti, ma aiutano la libertà e l’iniziativa dei singoli e delle componenti della società. In questo modo, scrive Gianfranco Fabi su Il Sole 24 Ore, la sovrastruttura giuridica delle regole, eccessive e quindi disattese, tornerebbe ad avere consensi: condizione della legittimazione di ogni potere che voglia essere realmente democratico. Thomas Hobbes a metà del Seicento, da detto che il compito essenziale del sovrano è quello di fare le leggi e di comandarne l’osservanza. Ed è proprio con il passaggio dalla visione assolutista e quella progressivamente democratica che la sovranità, come annunciato dalla nostra Costituzione, viene consegnata totalmente “al popolo”, attraverso le diverse forme di rappresentanza. Ma oggi, a ben vedere, con le modificazioni ad hoc della politica, il popolo non sceglie nulla e, soprattutto, non sceglie su programmi, investimenti, riduzioni e spese. Siamo abitanti di una casa in cui dobbiamo pagare tutte le utenze, senza poter entrare nel merito di chi quelle utenze le effettuate e le sceglie. Ad esempio, se si pensa che l’evasione stimata in Italia raggiunge i 120 miliardi (con 34, 2 punti di Pil, per la sola Iva), il governo dovrebbe proporsi di fare molto di più che auspicare, in finanziaria, un recupero di soli 8 miliardi. Sul Sole 24 Ore di oggi, Angelo Provasoli e Guido Tabelloni, ricordano che, pur disponendo di strumenti adeguati, l’amministrazione non ha mai proceduto a un’inventariazione sistematica e diretta dei patrimoni, specie al di sopra di una soglia significativa. Né ha mai chiesto ai contribuenti una rappresentazione periodica dei rispettivi patrimoni, pur senza tassarli. Poiché la variazione dei patrimoni corrisponde al reddito meno la spesa per consumi, la consistenza patrimoniale è un’informazione essenziale per contrastare l’evasione. Ma di un’iniziativa del genere non v’è traccia nella manovra. Di un cambio radicale (cioè strutturale), pertanto, non vi è traccia nella “manovra” varata da Tremonti, anche se, come ha tutti è palese, il monitoraggio dei patrimoni ben si combinerebbe con gli indicatori di spesa utilizzabili per contrastare l’evasione di importi relativamente modesti, come ad esempio nel commercio al dettaglio, nell’artigianato e nelle professioni autonome minori, in cui è verosimile che il reddito evaso non si trasformi in nuovo significativo patrimonio, ma venga prevalentemente destinato a maggiori consumi. Nelle “Considerazioni finali” lette il 31 maggio scorso all’Assemblea ordinaria dei Partecipanti,  il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, ha fra l’altro ricordato che, “se l’Iva fosse stata pagata il nostro rapporto tra il debito e il Pil sarebbe tra i più bassi dell’Unione Europea”. Le conseguenze della crisi per l’Italia sono drammatiche: nel biennio 2008-2009 il Pil è sceso di 6 punti e mezzo, quasi la metà di tutta la crescita che si era avuta nei dieci anni precedenti. Il reddito reale delle famiglie si è ridotto del 3,4 per cento, i loro consumi del 2,5 per cento. Le esportazioni sono cadute del 22 per cento, ma solo ora Berlusconi, molto timidamente, parla di momento difficile. Tagliare la spesa è indispensabile, ma l’Italia deve tornare crescere e ciò si può fare coniugando la disciplina di bilancio con il ritorno ad investire sull’innovazione; cosa che il governo e ben lungi anche solo da contemplare. Draghi, come Napolitano, dicono che solo riscoprendo valori unitari, l’Italia potrà vincere questa ardua sfida, che è la più ampia e difficile sul piano delle riforme strutturali e non delle riduzioni “lacrime e sangue” dell’ultimo momento.  Il Governatore di Bankitalia ha fatto l’esempio di un’altra sfida vinta nel passato dal nostro Paese, che entrò nel consesso europeo con il 75 per cento di analfabeti, contro il 30 per cento del Regno Unito e il 10 per cento della Svezia, ma riuscì a recupare il gap. Solo che allora sulla alfabettizazione e la crescita culturale si investiva, non si facevano tagli. Siamo riusciti a creare il “miracolo economico” del secondo dopoguerra condividendo e credendo nell’operato di politici e amministratori, ma credo che ora il panorama, i volti e le stature morali delle guide del Paese, siano a dir poco cambiate e, certamente, non in meglio. Si pensi solo, oltre tutto, a certe affermazioni recenti di leghisti (cioè esponenti di un partito di governo) che dicono no all’inno di Mameli e esprimono dubbi sulla necessità di festeggiare la Repubblica. Alla parata del 2 giugno non erano presenti ne leader ne tantomeno ministri della Lega; l’On. Maroni si trovava a Varese dove l’inno d’Italia non è stato suonato ed è stato sostituito dalle intonazioni di una band giovanile che ha intonato cover delle canzoni di Gino Paoli ed Andrea Bocelli. Ma perché meravigliarsi se, nello stesso statuto costitutivo, la Lega afferma di volerla di fatto demolire l’Unità di questo Paese? Potrà anche stizzirsi Napolitano e la Moratti ribadire che “il 2 giugno è la festa di tutti gli italiani”; di fatto il Carroccio non sente né questo giorno ne tanto meno la nostra, come un’unica Nazione. Il clima che si respira in area di governo risulta chiaro dalle parole del presidente del Consiglio regionale lombardo, il leghista Davide Boni: “Chi vuole festeggiare fa benissimo. Io la festa non la sento”. Speriamo, almeno, che lui e quelli che ci governano, sentano la necessità di operare per cambiare davvero e per tutti, questi bui, difficilissimi tempi. Alcuni di noi ne dubitano, sentitamente.

Carlo Di Stanislao