Torna la paura BSE

I primi sintomi della patologia sono comparsi nel settembre 2008, ma la diagnosi è stata fatta nell’ottobre del 2009 dall’Istituto Besta (Irccs) di Milano, dove la signora era stata mandata per un approfondimento diagnostico. La successiva gestione del caso è stata di tipo domiciliare, a esclusione di una parentesi di ricovero durato 10 giorni nel […]

I primi sintomi della patologia sono comparsi nel settembre 2008, ma la diagnosi è stata fatta nell’ottobre del 2009 dall’Istituto Besta (Irccs) di Milano, dove la signora era stata mandata per un approfondimento diagnostico. La successiva gestione del caso è stata di tipo domiciliare, a esclusione di una parentesi di ricovero durato 10 giorni nel febbraio 2010, presso il reparto di Medicina della’Ospedale di Livorno. Solo la scorsa settimana, le condizioni generali della signora hanno indotto a ricercare un livello di assistenza più complesso che ha portato la donna a essere ricoverata, venerdì 16 luglio, nell’Hospice di livornese, reparto che permette la presenza costante dei familiari, dove è ancora assistita. Le condizioni della paziente sono stabili e le funzioni vitali della paziente sono tutte garantite. Per la gestione della paziente sono adottate le normali precauzioni indicate dall’Istituto superiore di sanità. Si tratterebbe del secondo caso italiano di “mucca pazza”; il primo, nel 2003, con vittima una studentessa siciliana di 27 anni, la cui diagnosi si decretò dopo l’autopsia. l ministero della Salute assicura, assieme a quello del Lavoro e dell’Agricoltura che le attuali “misure normative e di gestione vigenti in Italia, siano idonee a garantire la sicurezza degli allevamenti”. Il divieto di utilizzo delle farine di carne per l’alimentazione dei bovini è in vigore dal dicembre 2000 e la donna toscana dovrebbe aver contratto l’infezione precedentemente. Parere condiviso dalla Coldiretti che sottolinea come l’infezione da mucca pazza (morbo Bse) sia “scomparsa da anni dagli allevamenti italiani per le misure adottate per far fronte all’emergenza come il monitoraggio degli animali macellati sopra i 30 mesi, il divieto dell’uso delle farine animali nell’alimentazione del bestiame e l’eliminazione degli organi a rischio Bse dalla catena alimentare. Ma soprattutto con l’introduzione, a partire dal 2002, di un sistema obbligatorio di etichettatura”. Quest’ultimo consente con un codice di identificazione, di conoscere l’origine della carne acquistata con riferimento agli Stati di nascita, di ingrasso, macellazione e sezionamento. L’encefalopatia spongiforme bovina (BSE, ovvero Bovine Spongiform Encephalopathy) è una malattia neurologica cronica, degenerativa e irreversibile che colpisce i bovini causata da un prione, una proteina patogena conosciuta anche come “agente infettivo non convenzionale”. Il morbo è diventato noto all’opinione pubblica come morbo della mucca pazza (in inglese MCD, mad cow disease). La BSE fa parte di un gruppo di malattie denominate encefalopatie spongiformi trasmissibili (TSE) che colpiscono diverse specie animali, compreso l’uomo. Il primo caso di Bse è stato identificato nel Regno Unito nel 1986. La causa dell’insorgenza della malattia fu imputata all’uso delle farine animali come supplemento proteico nell’alimentazione dei bovini. Stanley Prusiner, premio Nobel per la medicina per la sua ricerca sui prioni, è uno dei firmatari dello studio che rivela come esistano legami tra il morbo della mucca pazza e una nuova variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob (vCJD o nvCJD) che colpisce l’uomo. Nel 1996 il Regno Unito ha ammesso che la carne infetta da BSE ha probabilmente causato la morte per CJD di 10 giovani. Tuttavia si deve registrare la scorrettezza di molti giornali che attribuiscono a mucca pazza casi di morti chiaramente legati al morbo di Creutzfeldt-Jakob. Nell’ Ottobre 2005, il Comitato veterinario della l’UE pose fine al bando che, da marzo 2001, vietava il consumo della bistecca con l’osso. La “fiorentina” tornò sul tavolo degli Italiani e, speriamo, vi resti anche ora.

Carlo Di Stanislao