Ferragosto in quiete? Basta non vedere la TV e non leggere i giornali

In verità non basta, perché l’occhio cade sul titolo della pagina in un bar o nell’albergo che ci ospita e apprendiamo che cospicua parte del menù che ci passa la mensa giornalistica sulla politica verte sul fratello della compagna di Fini, da molti ritenuta già da tempo la musa ispiratrice del Presidente della Camera, che […]

In verità non basta, perché l’occhio cade sul titolo della pagina in un bar o nell’albergo che ci ospita e apprendiamo che cospicua parte del menù che ci passa la mensa giornalistica sulla politica verte sul fratello della compagna di Fini, da molti ritenuta già da tempo la musa ispiratrice del Presidente della Camera, che a tratti è sembrato – sempre a detta di questi molti – più allineato oramai a sinistra che a destra. Questo protagonismo è gonfiato secondo gli usi e costumi della stampa e del livello di maturazione civile della nostra classe politica, incuranti del non trascurabile dato che le eventuali illegalità di cui si fa addebito al suddetto fratello non riguardano e dunque non danneggerebbero assolutamente…il bilancio economico del Paese. Ho trascurato d’indagare – essendo mentalmente in ferie – in quale misura questo fatto pesi o possa ragionevolmente pesare sul momento critico politico che stiamo attraversando, perché la cosa mi annoia indicibilmente. Spiego che essendo io abituata a calibrare ogni fatto secondo il contesto mondiale, ne cerco una sua qualche connessione con un globalismo che non ignori la propria da tanti auspicata componente attiva, cioè evolutiva, Per questo pur tralasciando il caso Fini e “cognato”(che un noto parlamentare direbbe”che ci azzecca Fini e compagni con il globalismo?”) essendo nella mia ottica ovviamente del tutto irrilevante, anche da esso tuttavia evidenzio un suo significato e connessione con il globalismo quanto a squallido sciupio di preziosi spazi informativi. Ed è da questa ottica che segue la riflessione. E mi domando se non sia questa la ragione per la quale quasi sempre – e dico “quasi” per eccesso di prudenza – il globalismo permanga, contro ogni nostro desiderio, inerte o impotente proprio dinnanzi a fatti di tragica e annosa rilevanza, a volte anche accettati come ineluttabili corollari della condizione umana. E ciò, nonostante le tante iniziative ininterrotte finalizzate a sanarli senza riuscire di fatto neppure a lenirne la sofferenza e questo anche al costo di cifre da capogiro mobilitate all’uopo. È superfluo specificare di quali fatti parlo, la lista è lunghissima, forse interminabile, a cominciare dal problema della fame nel mondo, a quello diverso della povertà ma altrettanto grave, a quello dello sfruttamento dei bambini, a quello della violenza nelle sue molteplici e più esecrabili forme, o dell’ingiustizia sanitaria che si evidenzia dalla diversa durata media della vita a seconda delle aree geopolitiche, a quelli dovuti alle calamità naturali, e lungo una serie di altrettanto gravi problemi fino a quello che per me è il più importante perché è l’unico che potrebbe indicare una rotta innovativa, a quello cioè dell’assenza di un linguaggio finalizzato ad una ben diversa umanizzata comunicazione. È così che mentre infatti nel nostro piccolo i comunicatori si prodigano con voluttà su eventuali illeciti che graverebbero intorno all’appartamentino in Montecarlo, troppe sono le minoranze che gemono a rischio d’estinzione, dai nomadi del Tibet ai Cristiani in molte parti del pianeta, per non parlare delle infinite guerre etniche abbandonate dall’Informazione. L’obbiezione facile quanto ovvia è che sono problemi diversi, politica estera e politica interna. Risposta: sarebbe ora che il menù giornalistico valutasse le priorità secondo un criterio di Etica della Comunicazione e iniziasse a far passare nella comune mentalità l’abitudine di una equa considerazione delle problematiche interne al Paese e di quelle esterne, anche per tamponare, se possibile, la deleteria irruenza con la quale la multimedialità ha nullificate le distanze tra i diversi popoli e provocato l’esodo di massa degli indigenti nei Paesi erroneamente considerati felici perché ricchi o tali ritenuti. Purtroppo l’Informazione è ancora schiava di vecchi schemi e in verità tutt’altro che libera. A noi arrivano le informazioni programmate a tavolino secondo precise linee di interessi quanto mai complessi (e nonostante il lavoro certosino in genere più aderente alla realtà delle grandi agenzie specializzate). Poi i riempitivi quotidiani che mi pare superfluo enumerare. Molto spazio è dedicato giustamente ai terrorismi dettati dalle varie matrici politiche, economiche e religiose, senza però che si sia tentato di analizzarne la causa fondamentale, quella del vuoto di consapevolezze dovuto appunto alla diversità dei linguaggi senza nulla che lli renda reciprocamente comprensibili e paragonabili. Linguaggi, non lingue che già di per sé comportano un non lieve problema. Chiarisco che parlando di linguaggi intendo significati, dunque diversità dei significati che sono alla base del nostro agire. E allora così almanaccando che cosa posso provare nel cogliere di sfuggita una TV che esibisce in un insistito primo piano un D’Alema mentre dice e ripete: “Berlusconi deve andarsene a casa!” e di rinforzo la manina che traccia la direzione. (Qui l’informazione è stata specchio fedele della nostra politica, ma avrebbe potuto allo stesso modo rappresentare altri mentre implorano o urlano: “è necessario abolire la clausola internazionale della non ingerenza quando trattasi di rispetto dei diritti umani”?). Questo non avviene e il grande potere della comunicazione risulta inutilizzato oltre a mantenere nella palude consuetudinaria la comune mentalità. Illuminata dall’ originale invito d’alemiano e da questa sua predizione mi sento… rassicurata. Senza ironia, io sarei per una alternanza, ma tra un Governo che fosse stato messo in grado di lavorare e concludere quel che a qualunque altro governo sarebbe stato possibile fare e concludere, con un altro che lo ringiovanisse in idee e chiarezze sulla loro effettiva realizzabilità. Non bastano le accuse di leggi e leggine ad personam per riuscire a sostituirsi al potere di chi ha fatto ricorso ad esse per poter governare, anche Giulio Cesare si comportò cosi, impedito ad agire dagli ambiziosi ed interessati consoli, tanto che per tale ragione sebbene a malincuore perfino l’ultra legalitario Cicerone – capito che Cesare si adoperava per il trionfo di Roma – evitò di stroncarlo per le sue numerose illegalità (anche la Storia ha fatto la stessa scelta e ha celebrato Cesare per quel che aveva realizzato e non condannato per le sue illegalità). Tornando ad oggi, ho l’impressione invece che si vogliano gettare al vento senza scrupoli quasi tre anni di governo impedendogli di giungere a una conclusione. Responsabilità degli anti-B. o delle legittime scelte di Casini e di Fini? Qualunque prossimo governo cosa mai potrà se non assai poco, altro non essendo l’Italia che un piccolissimo tassello sulla scacchiera mondiale? Ho omesso di parlare del significato per me evidente da trarre dall’insieme della attuale crisi politica e cioè che la democrazia è ancora da nascere e che il Parlamento non dovrebbe più essere composto da schieramenti forzatamente omogenei essendo la politica non più un’arte ma un mastodontico caso di coscienza, quindi affidato al più geloso individualismo.

Gloria Capuano

Foto: Manuel Romano

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