I monumenti funerari a torre in Abruzzo

Le fonti si focalizzano soltanto a enucleare le fasi che portarono al massimo splendore dei due centri disdegnando cosa invece nel frattempo accadeva sul colle dell’Aquila. Ciò nonostante il lato meridionale della cinta muraria cittadina, nei pressi della rinomata Fontana delle 99 Cannelle, s’innalza su un tratto di muro in grandi blocchi poligonali, parzialmente recuperati […]

Le fonti si focalizzano soltanto a enucleare le fasi che portarono al massimo splendore dei due centri disdegnando cosa invece nel frattempo accadeva sul colle dell’Aquila. Ciò nonostante il lato meridionale della cinta muraria cittadina, nei pressi della rinomata Fontana delle 99 Cannelle, s’innalza su un tratto di muro in grandi blocchi poligonali, parzialmente recuperati e riutilizzati, eppure ancora in situ: questo porta a ipotizzare l’esistenza di un impianto antico, di sostruzione o di fortificazione, in parallelo all’area in cui convogliono le abbondanti acque sorgive.
È curioso il fatto che dall’Ottocento l’impianto sopra menzionato fosse associato alla Via Claudia Nova, realizzata nel 47 d.C. per volere dell’Imperatore Claudio, trait d’union fra Amiternum e il punto di confluenza delle acque del Tirino nel fiume Aterno presso Bussi.1
A sostegno dell’ipotesi sopra enucleata vi sono due ulteriori postulazioni: l’attestazione extra-moenia, sul declivio settentrionale, di due sepolcri di epoca romana, sicuramente innalzati sul tracciato viario che sarebbe da identificare con la Claudia Nova, la quale avrebbe perciò costeggiato il colle della città da entrambi i versanti.
In questa sede l’attenzione si focalizzerà soltanto sul primo dei due sepolcri perché attinente alla tipologia costruttiva oggetto dell’analisi archeologica dell’elevato o del sopravvissuto a destinazione funeraria condotta per la stesura del presente elaborato. Si tratta del conosciutissimo Torrione: sebbene da esso abbia preso nome un quartiere fuori della città, in età moderna ha assunto la funzione di spartitraffico e le amministrazioni cittadine non si sono poste alcun problema nel destinarlo a piano di fondo dell’adiacente struttura che fino al 6 aprile scorso ospitava una delle filiali della Carispaq.
La denominazione non è per niente sconosciuta agli studiosi della disciplina in quanto generalmente tendono a classificare come Torrione i sepolcri romani su cui vi sono state impostate durante il Medioevo torri di avvistamento o di difesa, ma nel caso del monumento romano dell’Aquila sarebbe potuto altresì essere trasformato in un pilone dell’acquedotto per la parte alta della città, che giungeva dalla Località di Sant’Anza.
L’acquedotto fu realizzato per volontà del Capitano Regio Guelfo da Lucca su un’ideazione progettuale del francescano Fra Giovanni del Convento di S. Giuliano, con l’intento di condurre le acque all’interno della città.
L’area e l’acqua erano di proprietà degli aquilani di Sant’Anza, che ne usufruivano per irrigare la sezione inferiore dei loro appezzamenti, le quali dai versanti montani scorrevano lambendo le mura cittadine 2.
La città si trasferì per l’occasione sui colli che da S. Giuliano portano al Torrione circoscrivendo, con la contrapposta altura della città, la valle e un tempo nota come Valle di Collebrincioni.
Su questi colli fu scavato e intonacato un canale di misurata pendenza a cinque doppi tornanti in pietra lavorata.
Il Torrione fu innalzato, o probabilmente restaurato nel 1564, in coincidenza di un attento controllo del canale, e fu rinominato piramide per l’abbotto al fine di evitare il rigonfiamento delle acque.
A seguito di una revisione dei cammini delle acque da S. Giuliano nel 1863 il Torrione divenne superfluo e, quindi, si provvide alla sua demolizione: fu privato delle pietre che lo rivestivano e ne aumentavano il valore estrinseco e soltanto in quel momento parte della popolazione intervenne a difesa di questo impianto antico che sopravvisse, ma nella forma attuale.
Spesso l’uomo arreca danni a beni preziosi senza rendersene conto e i posteri vengono così privati di una parte importante della storia dell’umanità, così com’è accaduto per il Torrione nella notte del 6 aprile scorso quando la parte medievale dello stesso monumento è venuta giù sotto gli occhi increduli e smarriti degli aquilani, mentre la sezione di epoca romana è rimasta intatta a dimostrazione dell’abilità e inerzia di costruttori romani che rispettando a pieno le regole dettate da Vitruvio nel De Architettura ci hanno lasciato opere indistruttibili da cui ripartire per ricostruire una città da un patrimonio storico-archeologico e artistico senza paragoni.
Da un’analisi diretta del manufatto antico, sia per la tipologia sia per la struttura muraria prescelta, è da accantonare l’ipotesi di un impiego di componenti architettoniche affini alle opere innalzate nel periodo prossimo alla fondazione della città, così come pure per quelle degli anni a essa successivi.
La parte inferiore del corpo di fabbrica alto 16 m corrisponde al nucleo di una tomba monumentale “a torre”del II secolo d.C.3 formato da un parallelepipedo pieno in opera cementizia, ovvero costituito da scaglie di pietrame congiunte a calce e sabbia.
Presenta un rivestimento esterno con blocchi squadrati inseriti nel nucleo murario alternativamente di testa e di taglio. Si sono conservati per lo più quelli inseriti di testa perché penetrano incisivamente nel corpo di fabbrica; per l’altro tipo di blocchi è possibile talvolta riscontrare solo l’impronta sulla malta.
Se c’era un monumento “a torre” di epoca romana in quest’area prima della fondazione storica sancita dal Diploma di Federico II nel 1248, ciò significa che il territorio aquilano aveva intessuto relazioni con popoli diversi ancor prima della nascita della città.
Sepolcri simili, la cui tipologia è stata ampliamente riscontrata nella Sabina e nel Lazio a cominciare dal I secolo a. C., si attestano in Abruzzo a Peltuinum, ad Alba Fucens, a San Benedetto dei Marsi, Corfinium, a Ortona e a Pietrabbondante per il Molise.
Francesca Ranieri