Cento anni fa astronomo aprutino Vincenzo Cerulli scopriva il pianetino Interamnia

“Il Telescopio di Cooke ha seguitato a prestarmi i migliori servigi”(Vincenzo Cerulli). Cento anni fa, nella notte del 2 ottobre 1910, l’astronomo aprutino Vincenzo Cerulli dalle potenti ottiche del telescopio rifrattore equatoriale di Cooke, scopre un nuovo pianetino che battezza Interamnia, dal nome latino della Città di Teramo. Sempre nel 1910 riesce a ritrovare una […]

“Il Telescopio di Cooke ha seguitato a prestarmi i migliori servigi”(Vincenzo Cerulli). Cento anni fa, nella notte del 2 ottobre 1910, l’astronomo aprutino Vincenzo Cerulli dalle potenti ottiche del telescopio rifrattore equatoriale di Cooke, scopre un nuovo pianetino che battezza Interamnia, dal nome latino della Città di Teramo. Sempre nel 1910 riesce a ritrovare una cometa che era stata osservata la prima volta nel 1843 e poi persa. Nel catalogo dei “Minor Planets”, Interamnia (350×304 km) è il numero 704 (http://en.wikipedia.org/wiki/704_Interamnia). Cerulli, il celebre fondatore dell’Osservatorio Astronomico di Teramo su Collis Uraniae (AD 1891), si dedica con passione all’astronomia di posizione, osservando asteroidi, comete e stelle doppie, di cui calcola le orbite con metodi matematici personalmente sviluppati, seguendo così la gloriosa tradizione italiana aperta con il religioso Giuseppe Piazzi autore della scoperta del primo pianetino Cerere (che nel 2015 sarà l’obiettivo della sonda spaziale Dawn della Nasa:http://dawn.jpl.nasa.gov/, subito dopo la visita al pianetino Vesta nel 2011).
A Collurania seguono altre importanti osservazioni che alimentano la grande mole di lavori, molti rigorosamente pubblicati nei cataloghi internazionali (inediti o in forma epistolare), i più importanti registrati direttamente sul poderoso piedistallo del telescopio Cooke e custoditi nella preziosa Biblioteca dell’Osservatorio “Vincenzo Cerulli”, autentico scrigno di conoscenza, comunicazione, informazione e divulgazione dell’Astronomia. La straordinaria avventura scientifica della Specola di Collurania e dei suoi ricercatori dove condurrà? Unica in Italia a non aver mai visto sorgere in 120 anni di storia dalla sua fondazione, una Cattedra e una Facoltà di Astrofisica che nell’Accademia aprutina ne ancorasse, radicasse e celebrasse i valori, le potenzialità e l’amore per il nostro territorio, la Specola aprutina merita il giusto riconoscimento istituzionale accademico fondato essenzialmente sul rispetto delle volontà di Vincenzo Cerulli, incise a caratteri cubitali nel suo testamento intellettuale. Una libera avventura scientifica iniziata nel 1891 grazie al suo genio “per dimostrare tutto il suo attaccamento alla scienza ed alla pubblica istruzione, la gran leva del progresso e del vivere civile, e per mettere in attuazione uno dei desiderati della scienza che le Specole…, impegnate direttamente in ricerche scientifiche vengano edificate non nelle grandi città ma in luoghi lontani da centri molto popolati e che godano quindi di una perfetta trasparenza atmosferica”.

Vincenzo Cerulli nasce a Teramo il 26 aprile 1859. Si laurea in fisica all’Università di Roma nel 1881. Dopo la ricca e produttiva parentesi tedesca (quattro anni negli Osservatori di Bonn e Berlino) e capitolina nell’Osservatorio del Collegio Romano, acquista una collina a cinque chilometri da Teramo creandovi, per amore della libera scienza, un Osservatorio dotato degli strumenti più moderni. Cerulli è presidente della Società Astronomica Italiana, vicepresidente dell’Unione Astronomica Internazionale, professore onorario di Astronomia a Roma e membro delle più prestigiose accademie d’Europa.

Durante l’opposizione del pianeta Marte del 1896-97, Cerulli ha modo di saggiare le ottiche del suo nuovo telescopio rifrattore Cooke sul pianeta rosso, spianando la strada alla più illuminata intuizione dell’epoca, destinata a passare alla storia come l’Ipotesi ottica delle macchie di Marte. Una teoria, basata su prove scientifiche osservative e sperimentali, che si rivelò nefasta per i fantomatici “canali marziani” ipotizzati da illustri astronomi come Schiaparelli dell’Osservatorio di Brera (Milano) e l’americano Lowell. I quali avevano previsto la presenza di analoghe strutture naturali (secondo alcuni “artificiali”) anche sulle superfici di Venere e Mercurio! Ma il fisico ed umanista aprutino, fondatore di uno dei migliori Istituti di ricerca astronomica d’Italia, il primo centro ad essere dotato della potenza del nuovo telescopio rifrattore inglese Cooke, comprende la sostanziale infondatezza delle strutture vagheggiate dai suoi illustri colleghi. L’Ipotesi ottica delle macchie di Marte, formulata da Vincenzo Cerulli, ottiene la prima clamorosa conferma definitiva dalle osservazioni della grande Opposizione del 1924. Ma la sua teoria (Cerulli muore a Merate il 30 maggio 1927) non incontra né le fortune della fantascienza marziana più paludata né il consenso né il riconoscimento della scienza ufficiale! L’Ipotesi ottica delle macchie di Marte fu rivalutata settant’anni più tardi quando la sonda “Mariner 4” passò vicino al pianeta rosso, inviando sulla Terra le prime immagini. Apparve subito evidente che il Cerulli era nel giusto. Non solo. Poi si è scoperto che i “canali” di Marte, in effetti, possono esistere sotto certe condizioni meteo, come naturali effetti al suolo di piccoli e grandi tornado che nel loro tragitto vorticoso spazzano via polveri, sassi e depositi di ghiaccio secco. Le foto della Nasa trasmesse a Terra dalle nostre sonde automatiche che assediano da decenni l’orbita e la superficie del pianeta rosso, lo confermano ampiamente, smentendo categoricamente l’ufologia strillata (da non confondere con l’esobiologia scientifica) che continua ancora oggi a fantasticare e proclamare l’esistenza di ruderi e rovine di antiche civiltà marziane!

La cultura accademica italiana del tempo non ripagò Cerulli della sua scoperta. Una spessa cortina di silenzio cadde ben presto su tutta l’opera dell’astronomo aprutino come possiamo facilmente dimostrare leggendo i soli nomi di Schiaparelli, di Lowell e di pochi altri negli studi, nelle ricerche e nei libri dedicati al pianeta Marte, il quarto pianeta in ordine di distanza dal Sole e il settimo per grandezza. Fino a 13 anni fa, il panorama italiano e internazionale era davvero desolante. In Italia l’ultimo e pressoché unico saggio dedicato al pianeta rosso risale al 1939 ed al non dimenticato “Il pianeta Marte” (Hoepli Editore, oggi introvabile) di Mentore Maggini, divulgatore e astronomo di grande valore che operò su Collurania come Direttore di ruolo dell’Osservatorio Astronomico di Teramo dal 1926 al 1941. Giustizia è fatta, in lingua inglese, grazie a libri come The Planet Mars:A History of Observation and Discoverydi William Sheehan (The University of Arizona Press, 1997, Capitolo 8: www.uapress.arizona.edu/onlinebks/mars/chap08.htm; e successive edizioni) dove troviamo finalmente il nome di Vincenzo Cerulli e dei suoi studi sul pianeta rosso. Insieme ai libri di Schiaparelli, Maggini et al., crediamo che diventerà il classico dei primi esploratori di Marte in formato touch screen flessibile-tascabile.

Sono passati più di cento anni ed il pensiero del Cerulli è vivo più che mai tra gli astronomi professionisti e gli amanti delle meraviglie del cielo stellato. Leggiamo tra gli scritti dell’astronomo aprutino (1896):“tutto l’enigma di Marte nasce dalle strisce sottili e rettilinee, che Schiaparelli paragonò a fili di ragno tesi sopra la superficie del pianeta. Ma è nostra opinione che l’apparenza meravigliosa di queste linee abbia la sua origine non nella realtà delle cose, bensì nell’impotenza in cui si trova il telescopio attuale di rappresentarci fedelmente codesta realtà”. Ed ancora:“bisogna conchiudere che queste linee l’occhio se le forma da sè, volta per volta, utilizzando a questo scopo gli elementi oscuri che trova lungo certe direzioni”. Come lo stesso Cerulli ricorda nei suoi manoscritti, lo studio di Marte con il migliore telescopio del tempo era equivalente allo studio della Luna ad occhio nudo o col binocolo da teatro. Ma qui “parleremo di canali della Luna, come già aveva cominciato a parlarne 250 anni fa l’astronomo napoletano F. Fontana”, alle prese con le illusorie macchie oscure provocate dal suo scadente telescopio.

Di tutt’altra pasta era il Cooke. Cerulli osserva anche l’altro interessante fenomeno delle “temporanee geminazioni” che si producono sulle superfici planetarie con l’aumento delle macchie visibili. Dunque “i canali sono linee di maggior ombra, che stanno a indicare l’andamento di strisce maggiori…le quali sono anche esse lontane dal rappresentare unità fisiche, come i mari…”. Suoi sono gli originali metodi di elaborazione di osservazioni fotografiche su lastra, utilizzati da altri osservatori, e i metodi di calcolo delle perturbazioni sia sulle orbite planetarie sia su quelle stellari dei sistemi doppi che permisero a Cerulli di affrontare il calcolo dell’effetto gravitazionale galattico con un diretto coinvolgimento nell’astronomia fisica e nella cosmologia. Il Nostro effettua anche osservazioni di Venere, stimando un periodo di rotazione lento che confermava il valore trovato da Schiaparelli, e dota la Specola di un notevole corredo di strumenti ed accessori, tra cui il telescopio zenitale di 75mm, il micrometro filare di Grubb e uno spettroscopio solare, oggi custoditi nel Museo dell’Osservatorio.

Nel ricordare il fisico Cerulli e la sua opera, non si può tralasciare il Cerulli umanista e profeta:“Trasportiamoci ora col pensiero a quell’avvenire felice dell’Astronomia, in cui lo studio di Marte potrà essere fatto per via fotografica, su lastre così sensibili da ritenere immagini previamente ingrandite un migliaio di volte. Che diventeranno allora i planisferi di Marte? Noi non lo sappiamo, ma possiamo prevedere che le nostre linee non vi figureranno. L’apparizione completa delle macchie, che, mal viste nel telescopio attuale, danno luogo al fenomeno dei canali, segnerà la scomparsa dei canali medesimi. L’aerografo avvenire, studiando Marte macchia per macchia, stenterà forse perfino a ritrovare quelle allineazioni che, percepite come linee regolari ed uniformi, han tanto ferita la fantasia del nostro secolo”(“Le Opere di Vincenzo Cerulli”, Trebi Editore 1959). Ed è stata proprio questa fantasia “ferita” dalla sospensione della ragione, ad alimentare un genere letterario come la fantascienza che, prima nella letteratura e poi nel cinema, nei videogiochi e su Internet, alimenta l’interesse dei giovanissimi per la scienza, l’astronomia, l’astrofisica e lo spazio cosmico, contribuendo non poco a finanziare, grazie alle grandi agenzie pubbliche e private di questo mondo, la costruzione di quei potenti telescopi terrestri e spaziali profetizzati dal Cerulli che oggi osano l’assai improbabile “impossibile”: la scoperta di altri mondi come la Terra negli altri sistemi solari (http://planetquest.jpl.nasa.gov/).

Così, dopo più di un secolo, si è avverato quanto previsto dall’illustre astronomo aprutino: la tecnologia dei telescopi spaziali orbitali oggi consente di ottenere immagini della superficie di Marte con dettagli di pochi chilometri, con puntamenti immediati in qualsiasi ora del giorno durante le grandi Opposizioni. Per non parlare delle sonde in orbita marziana. L’Osservatorio di Collurania dispone di un nuovo telescopio riflettore di 72 cm di diametro e di 16 metri di lunghezza focale equivalente: il T.N.T.- Teramo Normale Telescope, per l’osservazione delle stelle variabili e per lo studio delle Supernovae, senza contare tutte le collaborazioni scientifiche e tecnologiche internazionali in corso, destinate non solo ad onorare le volontà del Cerulli ma a rivoluzionare l’Accademia aprutina delle scienze astronomiche.

Le visite all’Osservatorio dell’Istituto Nazionale di Astrofisica di Collurania, contano oltre 2000 presenze ogni anno, segno del risveglio crescente della passione per le stelle. Certamente da rivalutare e finanziare opportunamente sarebbero gli studi di Planetologia, avvalendosi di scienziati e ricercatori professionisti. I Corpi Minori del Sistema Solare sono sempre stati cari a tutti i Direttori della Specola che si sono succeduti negli ultimi 100 anni. E’ una linea di ricerca, tra l’altro, molto importante e facilmente attuabile alla luce delle politiche spaziali in corso presso tutte le più importanti agenzie intergovernative e scientifiche del mondo (a cominciare dalle Nazioni Unite) per il controllo preventivo h/24 delle orbite di asteroidi, meteoriti e comete potenzialmente in grado di devastare la Terra e la nostra civiltà. Anche qui il ruolo di Collurania può essere decisivo. E i giovani hanno bisogno di stimoli intellettuali per crescere nella loro vocazione astrofisica. Sì perché la Città di Teramo, caso unico in Italia tra le 12 Specole nazionali, non ha mai avuto una Cattedra e una Facoltà di Astronomia, figlia dell’Accademia e della sua Università. In verità è giusto che la Specola di Teramo possa contare totalmente e direttamente sulla sua Università territoriale di riferimento. Parallelamente, in un contesto di forte competitività scientifica come quello odierno, il futuro dell’Osservatorio Inaf di Teramo e dei suoi ricercatori è decisamente legato all’Accademia nazionale e internazionale, ossia alla produzione scientifica di eccellenza, alla ricerca scientifica e tecnologica pubblica di assoluta qualità. In collaborazione con il Laboratorio Nazionale del Gran Sasso dell’Infn e l’Osservatorio Astronomico di Campo Imperatore. Serve, quindi, un decisivo cambio di rotta nella politica scientifica universitaria aprutina verso la Specola di Collurania, i suoi scienziati e ricercatori, in collaborazione con tutti gli attori istituzionali, per poter realizzare questo progetto. La via è già tracciata da 120 anni. Caso unico in Italia tra gli Osservatori astronomici pubblici, la Specola aprutina è nata non per mecenatismo politico, ma per amore della libera scienza di un privato cittadino.

L’Osservatorio di Teramo, fondato a sue spese da Vincenzo Cerulli nel 1891 (inaugurato ufficialmente nel 1892) e da lui donato allo Stato nel 1917, con il suo telescopio che era uno dei massimi strumenti nazionali, aveva goduto una stagione di florida attività scientifica grazie allo stesso Cerulli, astronomo di prestigio internazionale, e di Luigi Zappa (1923) che ne fu il primo direttore come ente statale e progettò d’installare un telescopio riflettore di un metro di diametro, da sistemarsi nella collina a sud del comprensorio dell’Osservatorio. “Un progetto veramente ambizioso che avrebbe fatto di Collurania uno dei maggiori centri astronomici italiani”(R. Burchi). Le imprese degli eredi di Cerulli sono moltissime, tutte di assoluta qualità. Chi ricorda gli studi di Mentore Maggini e l’uso dell’effetto fotoelettrico scoperto dal grande Albert Einstein? La fotometria astrofisica nasce a Collurania ma pochi ne sono consapevoli. L’astronomo Piero Tempesti dalla Specola di Teramo svelò i misteri della stella Nova Cygni 1975.

Facciamo un salto nel tempo. Lunedì 23 ottobre 2006 il Sindaco di Teramo Giovanni Chiodi conferì all’astronomo Piero Tempesti, la cittadinanza onoraria nel corso di una solenne cerimonia a Palazzo di Città, con la solenne partecipazione di astrofisici italiani del calibro del professor Amedeo Tornambè, già direttore dell’Osservatorio Astronomico di Collurania. Specola, ideata, progettata e fatta realizzare nel 1890, su commissione del professor Vincenzo Cerulli, dall’illustre prof. De Bernardinis (Sindaco di Teramo), grande matematico aprutino. Il futuro dell’Osservatorio era quindi già legato all’Accademia, sia alla scienza pubblica sia alla ricerca privata. Non alla politica. Le chiavi della Città di Teramo furono donate all’illustre astronomo Piero Tempesti che negli anni ’60 e ’70 del XX Secolo con dedizione ed entusiasmo ha diretto le sorti (salvandolo) dell’Osservatorio reintroducendo il metodo della fotometria fotoelettrica e lo studio degli asteroidi. Tempesti, decano dell’Astronomia italiana, in una delle sue grandi interviste rilasciate a chi vi scrive, il sottoscritto Nicola Facciolini, ricorda molto bene la sua più importante scoperta scientifica effettuata a Collurania: la prima osservazione al mondo della duplicità di un sistema stellare durante la fase di massimo dell’esplosione della Nova Cygni 1975, avvenuta 5.800 anni fa.

Tempesti, nato a Firenze nel 1917, apprese i rudimenti dell’Astronomia frequentando dal 1936 l’Osservatorio di Arcetri, quando ancora era studente liceale, a due passi dal “Gioiello”, la modesta villa dove Galileo Galilei visse da confinato del Sant’Uffizio l’ultima e più triste parte della sua vita. Dopo la laurea in Fisica a Bologna nel 1947, Tempesti è stato assistente del prof. Horn D’Arturo, poi astronomo presso gli Osservatori di Catania e di Teramo, quindi professore associato di Spettroscopia all’Università di Roma “La Sapienza”. Si è interessato di ricerche fotometriche di stelle doppie ad eclisse, di novae e supernovae. Ha altresì svolto un’intensa attività divulgativa con libri e articoli su riviste scientifiche internazionali, amatoriali e su quotidiani, spaziando dalle comete alla fotometria extragalattica. Direttore dell’Enciclopedia in sei volumi Astronomia, Alla scoperta del cielo (Curcio, 1985), Tempesti ha scritto vari libri tra i quali: I segreti delle comete (1984, ediz. Curcio), Le stelle doppie (1989, pubblicato a cura del Gruppo Astrofili G.B. Lacchini, un volumetto tecnico sulle aberrazioni ottiche dei telescopi, edito dal Dipartimento di Astrofisica dell’Università di Padova), le Grandezze radiometriche e fotometriche (2004, a cura dell’UAI), Le aberrazioni ottiche (2005, ediz. Libreria Progetto). E’ autore del bel volume Pulsar (Biroma, 1997) e “Il calendario e l’orologio”(Gremese Editore, 2007), duecento pagine dedicate alla misura del tempo. Oltre ad innumerevoli articoli pubblicati su riviste scientifiche e didattiche, ha partecipato alla stesura di numerose opere.

Cinquantaquattro anni fa in Italia c’erano 11 Osservatori astronomici: 9 direttamente statali e due universitari. Fra gli statali c’era la Specola di Teramo che aveva un suo proprio direttore nominato per concorso nazionale. La legge di riforma del 1956 attribuì la direzione di ciascun Osservatorio statale al titolare della Cattedra di Astronomia della locale Università, come già era ovviamente per le due specole universitarie. “Per Collurania – ricorda Piero Tempesti – non essendoci né a Teramo né in Abruzzo una cattedra di Astronomia, la direzione fu affidata al cattedratico dell’Università di Napoli. Poiché Napoli era sede di un Osservatorio, quel professore si trovò ad esser direttore di due Istituti: quello di Napoli e quello di Teramo. Due enti distinti: ciascuno col proprio bilancio finanziario, il proprio Consiglio di Amministrazione, il proprio organico di personale. Il professore di Napoli, Massimo Cimino, pensò bene di delegare ad altri la direzione di Collurania. E si rivolse a me”.

Tempesti arriva a Collurania alla fine del 1958 (vi rimarrà fino al 1982) subito dopo la soppressione della figura del Direttore residente e il trasferimento della direzione a Napoli nella persona del cattedratico di Astronomia. Fatto che avrebbe privato l’Osservatorio di Teramo della guida di un responsabile direttamente coinvolto sul territorio nelle sorti dell’Istituto che ne difendesse il nome e lo sviluppo in anni in cui l’astronomia italiana si trasformava in Centri di scienza sempre più competitivi tra loro nella ricerca di quei finanziamenti e di quel personale, indispensabili per un moderno e competitivo sviluppo della scienza di Urania. Grazie alla dedizione e all’entusiasmo di Tempesti, Collurania evitò il tracollo totale e conobbe una nuova florida stagione scientifica.

Tempesti aveva cominciato ad occuparsi di astronomia frequentando l’Osservatorio di Arcetri a Firenze quando era ancora un maturando liceale. Si sono compiuti giusto 74 anni nel luglio scorso da quando varcò per la prima volta la soglia dell’Osservatorio di Arcetri. Settanta estati in una professione intrapresa non come sbocco lavorativo dopo il titolo di studio, ma quale realizzazione di una vocazione. “Quando mi fu fatta la proposta di farmi carico delle sorti di Collurania mi trovavo all’Osservatorio Astronomico di Catania dove ero stato assegnato dal Ministero della Pubblica Istruzione. Ma si sapeva che aspiravo a cambiar sede”.

Nel 1958 il vecchio telescopio rifrattore Cooke del Cerulli era inutilizzabile. “Per iniziare a Teramo la nuova fotometria fotoelettrica, una tecnica di ricerca astronomica moderna all’inizio degli Anni ’60, occorrevano nuovi strumenti: così potenziato il Cooke era pronto per osservazioni di tipo moderno”. Ma la fotometria non era nuova a Collurania.

Già nel 1930 il direttore Mentore Maggini aveva inaugurato questa nuova tecnica sull’esempio delle esperienze fatte da P. Guthnik in Germania. Maggini era stato nominato direttore nel 1926. Oltre alle ben note osservazioni di Marte, all’inizio degli anni Trenta aveva intrapreso le prime esperienze in Italia di fotometria fotoelettrica astronomica. “Non le prime in assoluto – ricorda Tempesti – in quanto Maggini importò tali tecniche dalla Germania, ma le prime in Italia: il rendimento, qui come in Germania, era scarso; lavoravano da pionieri, sperimentavano una tecnica nuova che però vent’anni più tardi, con dispositivi di nuova generazione, avrebbe dominato in campo astronomico e permesso enormi progressi nella conoscenza dell’universo”.

Le più grandi scoperte nascono dal totalmente inatteso, ossia dal pensare e realizzare in modo nuovo cose già note. “Maggini, anche lui toscano, e ne fa fede il doppio filare di cipressi che rende splendida Collurania, veniva ogni anno a Firenze a trovare la famiglia di origine. Un giorno – ero matricola all’Università – fui informato dal Direttore dell’Osservatorio di Arcetri che Maggini, che io conoscevo più che altro per il suo ben noto libro divulgativo su Marte, era a Firenze, e mi dette l’indirizzo ed una lettera di presentazione: con sorpresa vidi che alloggiava nella stessa mia strada, addirittura  era mio dirimpettaio!  Quando mi presentai, mi accorsi che era quel signore di mezz’età che avevo già visto altre volte senza sapere chi fosse. Mi accolse con fredda gentilezza, quale si addice ad un professore di livello universitario che riceve in casa sua uno sconosciuto studentello sia pure presentatosi con le credenziali di un illustre collega. E mi accennò alle esperienze di fotometria fotoelettrica che svolgeva a Teramo”.

Chi avrebbe mai detto che vent’anni più tardi, con lo stesso telescopio, Tempesti avrebbe ripreso con tecniche ben più avanzate la fotometria fotoelettrica inaugurata da Maggini? Così Tempesti ebbe il suo primo indiretto incontro con Teramo. Complice una cellula fotoelettrica semplice e un fotocatodo di rubidio che, al passaggio della luce stellare, generavano una debole corrente misurata direttamente mediante la carica indotta in un sensibilissimo elettrometro. “Ma la corrente era così debole che si riusciva a fotometrare, con attenti accorgimenti, soltanto stelle splendenti ben visibili ad occhio nudo”.

Il fotometro di Maggini (Museo di Collurania) era una scatola cilindrica attaccata all’estremità dell’oculare del telescopio Cooke con all’interno le ottiche per il puntamento stellare e l’elettrometro. “Questo delicatissimo strumento era in sospensione cardanica affinché, qualunque fosse la posizione del telescopio, potesse mantenere un assetto verticale”. Con la fotometria si misura l’intensità luminosa delle stelle e le loro variazioni periodiche e/o irregolari di luce nel tempo.

Lo studio delle stelle variabili, una tradizione a Collurania, porta alla conoscenza di molti problemi astrofisici. Tempesti inaugurò a Teramo questa nuova tecnica grazie al fotomoltiplicatore con registratore su carta che consente di fotometrare stelle molto deboli, sempre sfruttando l’effetto fotoelettrico. La cui interpretazione in fotoni quantici di luce nel 1905 era valsa al grande Albert Einstein il Premio Nobel per la Fisica del 1921.

Con la scomparsa prematura di Maggini nel 1941 inizia per Collurania un periodo di crisi. “La ricerca fu pressoché abbandonata – ricorda Tempesti – non per inadeguatezza del nuovo direttore Giovanni Peisino incaricato della direzione dal Ministero, ma per la situazione generale del Paese”. Era in corso la guerra e nell’immediato dopoguerra i finanziamenti ministeriali erano così scarsi che ben poco si poteva fare oltre l’ordinaria manutenzione.

“In quegli anni solo gli osservatori che avevano alle spalle una struttura universitaria poterono svolgere attività scientifica di rilievo. Giovanni Peisino era un astronomo competente ed attivo, ma il telescopio di Teramo non era adatto per il campo di sua specializzazione e dotarsi di strumenti competitivi in tale campo avrebbe richiesto finanziamenti molto al di là del pensabile. A lui però va il merito di aver ben curato l’Osservatorio mantenendo efficienti strumenti e biblioteca con la misera dote finanziaria  a sua disposizione (per fortuna che alla manutenzione degli edifici provvedeva il Genio Civile!). Quando mi fu offerto di prendere in mano Collurania, Peisino era in procinto di andare in pensione”.

Il progetto che era davanti a Tempesti era allettante per il suo spirito: riportare Collurania, dopo un ventennio di stasi, ad un’attività scientifica non certo competitiva con gli altri ben più grandi e ricchi Osservatori italiani, ma ad un onorevole livello. “Ciò era possibile, malgrado che il telescopio di Cerulli fosse ormai alquanto superato, perché io ero specializzato nel campo della fotometria. In tale campo il vecchio e glorioso telescopio avrebbe potuto essere benissimo usato applicandovi  un’opportuna strumentazione ausiliaria; un fotometro fotoelettrico, utilizzando dispositivi ben più efficienti di quelli sperimentati dal Maggini e che si poteva realizzare con una spesa modesta: si trattava di riprendere il programma del Maggini ma con tecnologie nuove”.

Prof. Tempesti, ma questo non poteva farlo anche il Peisino? “No, non poteva. Quando queste nuove tecniche, in un campo non suo, sono arrivate in Italia, per lui ormai sessantenne non era facile impadronirsene. D’altra parte negli ultimi ventiquattro anni anch’io ho cominciato a trovarmi in situazione analoga di fronte all’esplodere delle tecniche informatiche (cd-rom, e-mail, digitalizzazione delle immagini e via dicendo) dove io mi muovo a tentoni, quando addirittura non rinuncio, mentre i giovani ci sguazzano dentro. Ed alla mia età dicendo giovani intendo anche i cinquantenni”.

Tempesti visitò per la prima volta l’Osservatorio di Teramo nell’aprile del 1957. “Quando mi trovai sul bel colle di Urania, ridare vigore a quell’Istituto mi apparve una scommessa quanto mai invitante. Però mi domandai quale prezzo era forse da pagare. Io da buon toscano cittadino mi sarei male adattato a vivere in una città che non avesse memoria storica e non ne conservasse testimonianza. Feci un giro per la città, pensoso, guardandomi attorno. Vidi i ruderi romani, ma fu soprattutto quando mi trovai davanti al Duomo, davanti a questo insigne monumento – non un rudere, ma testimonianza ancora viva del passato medioevale – che mi resi conto che avrei potuto benissimo vivere in tale ambiente”.

Tempesti prese servizio a Collurania nel gennaio 1958. Vincere la scommessa si presentava non facile.  Il personale dell’Osservatorio era, oltre all’astronomo, costituito da un tecnico meccanico e da un custode: tre in tutto! Per avere un’idea, consideriamo che in quegli anni in Osservatori come quello di Arcetri, a Firenze, o quello di Padova, lavoravano una trentina di persone. “Quanto a risorse finanziarie si disponeva di un contributo annuo ministeriale di 600 mila lire più un contributo di 200.000 lire da parte della Provincia; 800.000 lire annue era allora la retribuzione di un professore di liceo.  Per realizzare il fotometro fotoelettrico ottenni un contributo di 1.600.000 lire dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, il CNR”. Realizzato il fotometro ebbe inizio un’intensa attività di osservazione  su sistemi stellari doppi, su stelle novae e supernovae.

Il nome di Collurania ricominciò ad apparire frequentemente nelle Riviste astronomiche professionali. “Fra l’altro, nel 1969 feci osservazioni fotoelettriche dell’asteroide Interamnia scoperto 60 anni prima dal Cerulli trovando che gira su se stesso in circa 8 ore. Ricerca che feci come omaggio alla città”. Nel frattempo il contributo ministeriale nei primi anni ’60 era stato sensibilmente accresciuto.

Tempesti disponeva a Collurania della potenza del telescopio Cooke, ancora oggi magnifico strumento astronomico.

“Rispetto ai miei colleghi di Catania e Trieste, mi trovavo in condizioni vantaggiose: ho studiato diverse stelle variabili e novae, in particolare stelle doppie ad eclisse, cioè sistemi stellari dove coppie di astri orbitano l’uno attorno all’altro e il cui piano orbitale giace sulla nostra linea visuale, in modo che ad ogni giro si eclissano l’un l’altro!”. Ad occhio nudo vediamo solo una stella, all’oculare del telescopio vediamo solo una diminuzione di luce e in questo caso le misure sono poco precise. Ma con il fotometro moderno otteniamo dati più affidabili. “Ho così studiato la stella AZ Cassiopeiae, una doppia con un periodo di 9 anni e ne ho osservato il minimo del ’66 e del ’75, seguendola pazientemente notte dopo notte, grazie al valido aiuto del mio collaboratore, il tecnico Agostino Di Paolantonio, le cui misurazioni sono risultate molto più precise di quelle fornite da altri Osservatori: Agostino con le coordinate celesti della stella era in grado di puntare il telescopio, trovare l’oggetto ed iniziare la fotometria”.

Negli anni ‘60 Tempesti stringe uno stretto rapporto tra Collurania, l’Università di Roma e il Centro di calcolo di Frascati dove opera con instancabile dedizione il matematico Rodolfo Patriarca, grande amico e collaboratore di Tempesti insieme all’astronomo teramano Renato De Santis. “Nel 1964 ottenni un incarico di insegnamento all’Università di Roma La Sapienza. Trattandosi di un corso classificato “semestrale”, il carico didattico era di 25 lezioni annue: potevo quindi sostenerlo senza eccessive assenze da Collurania. Una particolare situazione favorevole nell’ambito dell’Astrofisica universitaria romana, mi consentì di addivenire ad un accordo con quell’Università, per cui Collurania si sarebbe servita del centro di calcolo elettronico universitario e in cambio avrebbe ospitato studenti  per esercitazioni e per svolgimento di tesi di laurea. A tal fine furono adattati ad uso di foresteria i preesistenti locali”.

Si direbbe che in quell’accordo ci fu un dare ed un avere. “In realtà fu per Collurania tutto un avere, perché la presenza di studenti qualificati è linfa vitale per un istituto scientifico. I primi studenti furono ospitati nel 1965. Oggi in alcuni dei più prestigiosi Istituti astronomici mondiali – quali i centri che gestiscono i satelliti artificiali astronomici e le sonde inviate ad esplorare il sistema planetario –  si trovano con funzioni direttive diversi ricercatori che hanno avuto il battesimo del cielo a Collurania”. Molti laureandi giungono a Teramo per preparare le loro tesi sulle osservazioni fotometriche di stelle variabili. Piero Tempesti riuscirà a far laureare più di 15 giovani promesse, poi tutti astronomi di successo. Durante la sua direzione, cordiale e attivo è il rapporto con i numerosi astrofili che frequentano l’Osservatorio di Teramo. Tempesti inizia anche le osservazioni fotometriche degli asteroidi, tra cui Interamnia, scoperto dal Cerulli il 2 ottobre 1910, e il pianetino Vittoria, sviluppando nuovamente questo tradizionale filone d’oro della ricerca che nel ’68 da Collurania condurrà alla prima pubblicazione scientifica sull’argomento.

Il telescopio rifrattore, protagonista di un’astronomia d’altri tempi, torna così alla ribalta in campo astrometrico grazie a Tempesti: quanto a precisione all’epoca non aveva rivali! “Gioverà menzionare un esempio tratto da un’esperienza personale. Nel 1960 mentre a Collurania era in fase di realizzazione il fotometro fotoelettrico da applicare al rifrattore Cooke (39.4 cm. di diametro e 591 cm. di focale), arrivò il telegramma dell’Unione Astronomica Internazionale: annunciava la scoperta di una supernova nella galassia NGC 4496 dell’ammasso della Vergine. L’unico strumento disponibile per l’osservazione fotometrica di questa esplosione stellare era un vecchio rifrattore fotografico di 16 cm. di apertura: uno strumento che oggi sarebbe snobbato da molti astrofili e che anche allora poteva essere valutato quasi ridicolo per un professionista. D’altra parte l’alternativa, a me non congeniale, era di rinunciare all’osservazione: perciò fotografai questa stellina con pose convenientemente lunghe di un’ora, seguendola per vari mesi finché, superata la 15a magnitudine, divenne invisibile per uno strumento che con quell’apertura osava sfidare le distanze intergalattiche”.

La supernova che ricevette poi il nome di SN1960F fu seguita fotometricamente da altri tre Osservatori in varie parti del mondo all’insaputa l’uno dell’altro. A distanza di 50 anni tutte queste osservazioni sono diventate la base indispensabile per sfruttare subito un risultato ottenuto dal Telescopio Spaziale Hubble in orbita da 20 anni attorno alla Terra: ossia, la determinazione di un parametro cosmologico qual è la Costante di Hubble.

“Il Cooke sinceramente non lo metterei in museo: disponibilità del personale permettendo, potrebbe essere ancora utile, certamente non più come ai miei tempi. Come non metterei ancora in museo lo strumento fotografico con obiettivo Zeiss acquistato nel 1963. Per quanto riguarda il vecchio sismografo Agamennone della collezione privata del Cerulli, io l’ho lasciato in Osservatorio nel 1982 ed era perfettamente funzionante!”.

Ma c’è un’altra storia curiosa che Tempesti desidera rivelare. “Nei primi anni ’70 ci arrivò da L’Aquila un nuovo sismografo che volevo subito mettere in funzione e così furono preparate le basi. Curiosamente occorreva una particolare carta sismografica che veniva fornita solo dagli USA. Allora chiesi all’Istituto americano incaricato della distribuzione, di spedirci al più presto il materiale che però veniva inviato gratuitamente. Ma la nostra dogana pretendeva la fattura: bene, non siamo riusciti a sdoganare la carta! Scrissi all’Istituto USA nella speranza di ottenere una fattura pro forma. Ma nulla. Dopo la loro risposta un po’ bruttina, rinunciammo alla carta ed al sismografo, ringraziando la burocrazia dell’epoca!”. Molto importanti sono per Collurania gli studi pionieristici di Tempesti sulla stella Nova Cygni 1975.

Il giovane astrofilo giapponese Kentaro Osada, nella calda serata del 29 agosto 1975 era tutto preso dall’esame della volta celeste quando si rese conto con stupore che nella costellazione del Cigno una nuova stella si era accesa fra le altre, brillando con splendore pari alla 3a magnitudine, 5° a nord di Deneb, la stella supergigante bianco-azzurra di prima grandezza del Cigno. Osada iniziò a sorvegliare l’intrusa durante le successive sei ore, al termine delle quali la luce dell’astro risultava intensificata di circa il doppio! Giunta l’alba, telegrafò la notizia della scoperta all’Ufficio Internazionale dei Telegrammi Astronomici: era una stella Nova. In quelle medesime ore, calata la notte sull’Europa, gli astronomi informati della comunicazione cominciarono le osservazioni. In Italia, a Teramo, c’era Piero Tempesti.

“Quando arrivò il telegramma della scoperta dagli USA, puntai subito il Cooke per osservare la Nova che raggiunse la massima luminosità (1.7 magn.) la sera del 30 agosto (tempo di Greenwich). Poi la stella prese a declinare con rapidità e nei 5 giorni successivi lo splendore finì per scendere oltre il limite di visibilità per l’occhio nudo. L’ho seguita con il Cooke per ore e ore, misurando ogni notte l’intensità luminosa per vedere sul diagramma come diminuiva, per stabilire l’andamento del fenomeno che si produce in un sistema binario le cui componenti sono una stella nana bianca e una stella gigante rossa. La gigante si trova in una fase della vita in cui la sua atmosfera straordinariamente espansa deborda nel dominio d’azione gravitazionale della nana bianca e perciò cede in continuazione materia gassosa alla stellina compatta, la quale l’accumula su un disco equatoriale in rapida rotazione. Dal disco, poi, il gas si trasferisce sulla superficie della nana bianca ove si addensa, riscaldandosi sempre più finché non si determinano le condizioni per l’accensione di una reazione di fusione termonucleare che in breve tempo brucia quasi tutto quanto la stella ha risucchiato nel corso di decine o centinaia di migliaia di anni”.

Dalla Terra, allora, noi vediamo una nuova stella, nova per l’appunto, accendersi in cielo! “Ma non tutto il gas brucia perché una buona parte viene violentemente sospinto verso l’esterno a formare una nebulosità tondeggiante che con il tempo si diluisce e si disperde nello spazio interstellare. La nana bianca è così densa che il suo nucleo non risente minimamente del cataclisma: la stella si limita a liberarsi del suo soprappeso per poi tornare normale”. Le energie in gioco sono notevoli: la Nova Cygni 1975 ha irradiato, in poche ore, qualcosa come 10 alla 39ma potenza in joules, equivalenti a 10 alla 32ma potenza in chilowattora! Probabilmente tutte le forme di vita in un raggio di qualche centinaio di anni-luce si sono sicuramente estinte al passaggio dell’onda di energia della nova, migliaia di anni fa.

“Al Cooke ho eseguito alcune misure per poi elaborare la media: dopo un quarto d’ora, ho ripetuto le misure per migliorarla ulteriormente e mi sono accorto che la stella era discesa molto in luminosità. Fatto un po’ strano, visto che in così poco tempo in una nova non si vede alcun cambiamento: una normale discesa dura mesi, variazioni si notano solo da una notte all’altra e la stella torna allo splendore primitivo in capo ad anni. Dopo le misure di controllo su stelle vicine per accertarmi che non vi fossero fenomeni di assorbimento atmosferico, ho pensato: forse si è frapposta una nubecola tra la nova e la Terra! Dopo ogni misura notavo una continua caduta di luce che a quel ritmo avrebbe segnato la fine del fenomeno con la scomparsa della nova. Sicuramente, ho pensato, deve essere una variazione periodica: dopo il minimo, la luce tornerà a salire. Infatti, osservando il tracciato fotometrico su carta, ecco che la luce ricomincia a salire e dopo 3 ore e 23 minuti a ridiscendere! Non era una discesa uniforme, ma una variazione periodica sovrapposta alla lenta diminuzione che dura mesi”.

All’alba del 10 settembre Tempesti aveva registrato più di 10 metri di carta fotometrica. “Dopo le ultime misure col decimetro, mi precipitai all’Ufficio postale di Teramo, alle 7.30 del mattino, per fare il telegramma internazionale che annunciava alla comunità scientifica la scoperta di una variazione periodica nella Nova Cygni 1975. Un fenomeno mai osservato prima, legato al fatto che le stelle novae sono sempre doppie: la periodicità osservata rifletteva quella del moto orbitale del lontano sistema stellare. Ho pensato: qui mi possono aver superato nel tempo solo i russi, con i loro potenti telescopi asiatici che scrutano il cielo stellato prima di noi. Nulla di nulla: i russi dormivano! E gli americani dal canto loro si sono limitati a confermare la mia scoperta solo alcune ore più tardi”.

Per una questione di longitudine e di dedizione scientifica galileiana, Tempesti scoprì per la prima volta delle fluttuazioni periodiche di luminosità nella stella Nova Cygni 1975, un fenomeno fisico, poi studiato su altre novae, che nessun altro astronomo all’epoca avrebbe mai sospettato, cercato e trovato. La notorietà di Collurania e di Teramo era alle stelle! “Quasi tutte le novae hanno questo comportamento, in alcune si osserva meglio in altre meno. Nessun astronomo sospettava, prima della mia scoperta, che già nella fase di massimo dell’esplosione termonucleare della nova, quando la materia gassosa in espansione circonda entrambe le stelle e le nasconde, si potesse rilevare la duplicità della variazione luminosa. Se non mi fosse venuta in mente l’idea di eseguire una seconda serie di misure di controllo, non avrei scoperto nulla! Prima di allora, tali variazioni erano state osservate soltanto in novae nella fase di stasi al minimo, quando l’involucro gassoso opaco in espansione si era ormai rarefatto da divenire trasparente”. Nell’esplosione la luminosità della Nova Cygni 1975 si era accresciuta di 40 milioni di volte rispetto allo splendore d’origine, divenendo luminosa quanto un milione di volte quello che in ogni istante viene irradiato dal nostro vecchio tranquillo luminare, il Sole!

“L’ampiezza di questa nova è stata veramente eccezionale: prima dell’esplosione era una stella invisibile più debole della 21a magnitudine, un mese dopo il parossismo si era ridotta ad una sorgente di 8a e continuava a indebolirsi, tanto che nel dicembre 1976 era alla 13a magnitudine. Dopo la Nova 1942, questo è stato sicuramente il secondo evento più considerevole del XX° Secolo: la nube mortale in espansione fu percepita con la raffinatissima tecnica a speckles, già 45 giorni dopo il massimo, ma non fu possibile determinarne le dimensioni apparenti. Quattro anni dopo l’esplosione, gli astronomi tedeschi Becker e Durbeck sono riusciti a fotografare la nube con il telescopio riflettore di 123 cm. dell’Osservatorio di Calar Alto in Spagna ed a misurarne le dimensioni. Mediante l’effetto Doppler hanno potuto stabilire la velocità di espansione (1.600 Km/sec.) del residuo gassoso che si sta (dal nostro punto di vista, 5.800 anni dopo) allontanando concentricamente intorno all’ex nova”.

Nel 1986 l’Osservatorio di Collurania riottenne la piena autonomia, con un proprio direttore di ruolo. Pochi anni dopo il trasferimento a Roma di Tempesti, fresco di nomina a professore associato di Spettroscopia. Anni in cui la Specola fu guidata direttamente dal professore di Napoli Mario Rigutti che ristruttura l’Osservatorio di Teramo.

“E in mano ad uomini di valore come Vittorio Castellani, Amedeo TornambéOscar Straniero che fra l’altro l’hanno dotato di un più potente e moderno telescopio, si è saldamente inserito nell’ambiente scientifico internazionale. Una promozione di Collurania molto al di là di quanto ero arrivato ad ottenere io. In altre parole, io ho solo iniziato l’opera di rinascita. È merito loro averla pienamente realizzata”.

È con grande rimpianto che Tempesti ricorda Vittorio Castellani, il primo della nuova serie di Direttori e che ci ha lasciati alcuni anni fa. “A lui vada il nostro pensiero riconoscente per l’impulso dato a Collurania: uomo di grande valore scientifico e di grande umanità, valorizzava i talenti che lo circondavano, fu il primo ad inserire il personale scientifico e tecnico dell’Osservatorio in programmi internazionali di ricerca ad elevato livello. Se posso ritenere di aver vinto la scommessa è perché ho avuto la fortuna di valermi di due preziosi impareggiabili collaboratori.  Il tecnico Agostino di Paolantonio ed il calcolatore Rodolfo Patriarca.  Nel 1960 stava per andare in pensione il tecnico Pasquale Ciceroni che prestava servizio nell’officina meccanica di Collurania fin dai tempi del Cerulli. Un collaboratore valido e devoto”.

Il problema della sostituzione si presentò difficile. “Dopo oltre un anno di ricerche a pieno campo nessuno dei numerosi candidati che si erano presentati era apparso all’altezza del compito. Un bel giorno – ricordo che fu immediatamente dopo l’eclisse di Sole del 1961 – si presentò spontaneamente il ventottenne Di Paolantonio che era stato capo officina della Bassetti. Mi resi conto subito che poteva essere l’uomo adatto e dopo un breve periodo di prova fu assunto. Ed è lui che ha costruito la parte meccanica del fotometro da applicare al telescopio, opera quanto mai delicata.  Si mostrò capacissimo, di grande competenza ed abilità, ma andando assai al di là della sua specifica mansione, acquisì le nozioni astronomiche di base arrivando ad usare autonomamente il telescopio. In mia assenza, era in grado di decodificare i telegrammi cifrati che da Washington annunciavano una scoperta nel cielo, di reperire sulle carte astronomiche la posizione dell’oggetto celeste, puntare mediante le coordinate il telescopio, scegliere nel cielo i necessari riferimenti fotometrici e intraprendere le adeguate osservazioni. E sempre con un’abnegazione entusiastica, instancabile, sempre disposto ad approntare gli strumenti, ad osservare il cielo”. Un paio di volte i due astronomi di Collurania si trovano a passare la notte di capodanno nella cupola aperta verso il cielo. “In tempi più recenti diverse sono le pubblicazioni scientifiche in cui il suo nome appare fra gli autori: è stato indubbiamente il miglior tecnico meccanico di tutti gli Osservatori italiani. Negli anni Novanta è stato chiamato a far parte di due spedizioni scientifiche nell’Antartide”.

Rodolfo Patriarca prese servizio nel 1966, dapprima con una borsa di addestramento del CNR più volte rinnovata, poi, quando fu accresciuto l’organico del personale, come tecnico calcolatore di ruolo. “Personalità del tutto diversa ma pari a Di Paolantonio per abnegazione ed entusiasmo, Patriarca aveva il compito precipuo di svolgere presso il centro di calcolo dell’Università di Roma, a Frascati, dove si recava spessissimo, i calcoli che approntava a Collurania. E svolgeva anche con competenza ed estrema diligenza le mansioni di bibliotecario. Purtroppo un malaugurato incidente stradale ci privò nel 1982 della sua collaborazione e della sua presenza”. Nel ventennale della scomparsa di Rodolfo Patriarca (2002), il prof. Tempesti concesse una sua preziosa intervista al sottoscritto Nicola Facciolini, immortalando sul periodico locale Piazza Grande una memoria che desideriamo consegnare ai giovani. “Il 2 febbraio scorso si sono compiuti vent’anni dalla tragica scomparsa di Rodolfo Patriarca. Aveva 38 anni e l’ingenuo candore di un ragazzo. Lo avevo conosciuto per caso, nel 1966, quando a porta Romana mi chiese un passaggio in direzione della Specola. Da poche parole di conversazione intuii che aveva attitudini che ne avrebbero fatto l’ottimo tecnico calcolatore di cui l’Osservatorio di Collurania aveva bisogno. Preso servizio nell’estate di quell’anno con una borsa di addestramento del CNR, divenne in breve un validissimo e prezioso collaboratore.  Ben presto ottenne dal Ministero della Pubblica Istruzione l’incarico del servizio e pochi anni dopo, vinto il concorso, entrò a far parte del personale di ruolo.  Le sue mansioni istituzionali erano il coordinamento e l’esecuzione della gran mole di calcoli necessaria per sfruttare i dati di osservazione raccolti in gran copia, notte per notte, con il telescopio. Ma la sua efficienza era tale che insieme assolveva con competenza e entusiasmo la mansione di bibliotecario. Non un semplice seppur efficiente esecutore; ma uno scrupoloso, assiduo, entusiasta collaboratore. Senza mai guardare orologio e calendario, faceva sue le esigenze del servizio; instancabile, si alternava fra il suo ufficio a Collurania ed il Centro di calcolo dell’Università di Roma, a Frascati. Era una colonna portante dell’Istituto. Timido ed insieme intraprendente, ingenuo e insieme sagace, sempre indaffarato e sempre disponibile, portava nella compagine dell’Osservatorio il calore della sua fresca umanità. Il maledetto incidente stradale del 2 febbraio 1982 che gli troncò la vita, lo strappò all’amore della giovane moglie ed al futuro amore della figlia nascitura. E causò una grave perdita per l’Osservatorio. Ma ancor più grave fu la ferita nel cuore di tutti noi che per anni avevamo lavorato con lui. Un rimpianto che i due decenni trascorsi non hanno attutito e che ho sentito il bisogno di esprimere pubblicamente nel ricordo del suo sorridente entusiasmo”.

Tempesti ricorda che Di Paolantonio e Patriarca sono state due colonne portanti per l’osservatorio. “Senza di loro il mio progetto sarebbe fallito: fui alquanto incosciente ad affrontare quella scommessa. Quali garanzie avevo di potermi valere di collaboratori all’altezza di Di Paolantonio e di Patriarca? Non solo nessuna garanzia, molto peggio: scarsa probabilità. D’altra parte nell’assunzione del personale ho sempre seguito un rigoroso criterio di idoneità alla mansione. Non ho mai dato ascolto a sollecitazioni né tantomeno a valutazioni di colore politico. Dirò che da dirigenti locali del Partito Comunista mi fu garbatamente rimproverato per non avere mai fatto assunzioni proposte da quella parte. Cari amici – fu in sintesi la risposta – dovevate presentarmi persone idonee!”.

La massima oculatezza nelle assunzioni era imposta anche dall’estrema scarsità del personale. “La situazione cominciò a migliorare nel 1966 quando fu possibile disporre di un tecnico calcolatore retribuito con borse di addestramento del CNR (Patriarca).  Ma solo nel 1970 si ebbe un forte allargamento dell’organico ministeriale che salì a 9 unità fra cui finalmente un addetto all’amministrazione che fino allora era rimasta a mio carico, nonché un secondo posto di astronomo che io affidai al dott. Roberto Burchi ex studente romano che aveva svolto la sua tesi a Collurania”. Con tale apporto la produzione scientifica si incrementò sensibilmente.

“Durante la mia epoca Burchi lavorò con il vecchio strumento del Cerulli pubblicando numerosi risultati; in seguito, fino ad anni recentissimi, ha lavorato con il nuovo più potente telescopio installato dai miei successori. Lavoro che è sfociato in numerose pubblicazioni apparse nelle più quotate riviste astronomiche internazionali. Inoltre nello stesso anno 1970 Collurania fu dichiarata sede di un’unità di ricerca del CNR e ciò apportò finanziamenti ed utilizzazione di ulteriore personale, sia pure con contratti a tempo determinato. Fra i collaboratori scientifici durante la mia epoca ricorderò il prof. Gino Fulgenzi, teramano, anche lui tragicamente scomparso alcuni anni fa lasciando un forte rimpianto. Laureatosi a L’Aquila con una tesi svolta a Collurania, fu collaboratore a contratto, ma in precedenza, per alcuni anni, seguendo la sua inclinazione per le scienze astronomiche, era stato  collaboratore volontario a titolo gratuito, quando ancora non c’era prospettiva di contratti, ed ha compiuto numerose osservazioni col telescopio fotografico. Ricorderò ancora il dott. Renato De Santis, pure teramano, che ci ha prematuramente lasciati pochi anni or sono. Laureato in economia e commercio, ma dotato di un’acuta mente matematica, collaborò – attraverso borse di addestramento e contratti del CNR – compiendo osservazioni al telescopio e studi teorici. Laureatosi in Astronomia a Bologna non poté entrare nel personale di ruolo per il superamento dei limiti di età. Sarebbe stato un apporto prezioso, data la sua attitudine alle deduzioni teoriche, ma comunque continuò fino all’ultimo con le sue collaborazioni a tempo determinato, collaborazioni sfociate in numerose pubblicazioni su riviste internazionali: con lui rimpiango uno studioso di alto livello ed un caro amico”.

Se Di Paolantonio e Patriarca sono stati due pietre angolari della Specola aprutina, altrettanto preziosa è stata l’opera degli altri collaboratori. “Il mio ringraziamento va a tutto il personale, sia stabile sia temporaneo a contratto, che durante la mia gestione ha prestato la sua opera con capacità e diligenza sopportando e assecondando le mie esigenze che so essere state sempre severe. E inoltre è qui gradito dovere ricordare un amico dell’Osservatorio di Collurania: il rag. Enrico Adriano che negli anni in cui ancora mancava il segretario-amministratore fornì volontariamente e disinteressatamente una prestazione indispensabile. Io tenevo alla buona un brogliaccio delle entrate e delle uscite: poi alla fine dell’anno fornivo ad Adriano i dati tolti dal brogliaccio e lui approntava secondo le forme previste dalla legge il complicato bilancio da presentare al Consiglio di Amministrazione e poi alla Corte dei Conti. Anche Adriano è scomparso, ed a lui va l’espressione della mia gratitudine. E non posso non menzionare il valido sostegno alle mie iniziative dato dal Consiglio di Amministrazione, costantemente costituito oltre che da Tempesti, dall’avv. Riccardo Cerulli, pronipote del fondatore dell’Osservatorio, e dal dott. Luigi Anepeta, direttore della  Ragioneria Provinciale, oggi entrambi scomparsi. Due uomini egregi, che ricordo con molta gratitudine. L’avvocato Cerulli è stato inoltre uno strenuo sostenitore, fino al successo finale, di tutte le iniziative volte a ridare a Collurania un proprio direttore di ruolo, conformemente alla volontà del fondatore. A lui, uomo di vedute moderne ma con la nobiltà caratteriale del gentiluomo ottocentesco, vada il nostro grande apprezzamento e il profondo rimpianto”.

Tempesti è sempre stato un Teramano perché si è sempre sentito a casa con la sua famiglia: una lezione di civiltà e di empatia per tutti. “Il mio inserimento nella città è stato completo, non mi sono mai sentito forestiero, ho partecipato alla vita cittadina sia come consigliere comunale quale indipendente nel gruppo comunista, sia come esponente del Centro culturale Gramsci, creatura di Pasquale Limoncelli. Istituito nel 1961, il Centro Gramsci, grazie all’infaticabile zelo di Limoncelli, svolse intensa attività chiamando a Teramo numerosi esponenti della cultura nazionale nel campo dell’arte, della storia, dello spettacolo, della scienza, raggiungendo in pochi anni notevole prestigio e notorietà anche fuori dall’ambito regionale. Militante della Sinistra in una città a maggioranza bianca, ho sempre avuto ottimi rapporti con gli esponenti del governo cittadino. Sono stato consigliere con due sindaci: Carino Gambacorta (anche lui purtroppo ci ha lasciati) e Ferdinando  Di Paola. Di entrambi conservo un ottimo ricordo. Gli scontri politici, anche vivaci, non hanno mai sconfinato nell’ambito personale se non per esprimere reciproca stima. E posso dire che non sono mai stato ostacolato né nella mia veste di direttore dell’Osservatorio né in quella di privato cittadino. Anzi ovunque, in tutti gli ambienti della città mi sono sempre sentito accolto con cordiale e talvolta affettuoso rispetto. Ho amato molto Collurania e la città di Teramo. E mi sono sentito corrisposto dalla cordiale stima dei cittadini. L’avermi conferito la cittadinanza è un onore che ho accettato di buon grado, anche se non so quanto meritato, proprio come manifestazione di questo sentimento reciproco. A 94 anni di età mi guardo addietro e rivedo il mondo che mi circondava nella mia adolescenza e nella mia gioventù fiorentina. Accanto a questi ricordi, incancellabili e struggenti, ci sono quelli, pure incancellabili, della mia vita teramana.  I ricordi della vostra e mia città, i ricordi della mia e vostra Collurania”.

Piero Tempesti, al quale sono vicini idealmente tutti gli appassionati della scienza del cielo, insegna che della misura del tempo sappiamo pochissimo se non che passa inesorabile per tutti. Come espresso dal giornalista scientifico Piero Bianucci “se possiamo affidarci alla fisica subnucleare per coltivare la pia illusione della sua reversibilità nell’infinitamente piccolo, sappiamo altresì che la scala macroscopica (la nostra) è purtroppo tenacemente presidiata dalla seconda legge della termodinamica (capelli bianchi, rughe, zampe di gallina)”. Dei 94 anni di Piero Tempesti, settantacinque sono stati una convivenza stretta e fruttuosa con l’Astronomia e il popolo aprutino.

Oggi l’inquinamento luminoso (luci sparate verso il cielo stellato) e le polveri delle nostre città minano alle fondamenta la stessa sopravvivenza degli Osservatori astronomici vicini ai centri abitati. Si cerca con la Legge di tutelarli, ma la Legge (anche in Abruzzo) va fatta rispettare. Si dirà: oggi l’astrofisica è una “partita” tra eccellenze e intelligenze che si gioca in orbita, su Internet, grazie ai telescopi spaziali ed ai centri di calcolo. Non è così. Le Specole possono ancora fare molto sia per l’educazione dei giovani sia per la ricerca di eccellenza. Astronomi ed astrofisici, dal canto loro, che possono fare se non applicare speciali filtri ai loro telescopi a terra?

Nicola Facciolini