Processi e colloqui avviati, con transizioni e scenari confusi

L’udienza del processo Mediatrade a carico di Berlusconi e altri 10 imputati è iniziata poco dopo le 10 al tribunale di Milano. L’accusa contro il Presidente del Consiglio è arrivata nell’ambito di uno stralcio del procedimento sui presunti fondi neri, creati attraverso la compravendita dei diritti televisvi e cinematografici. Secondo il pm De Pasquale, Silvio […]

L’udienza del processo Mediatrade a carico di Berlusconi e altri 10 imputati è iniziata poco dopo le 10 al tribunale di Milano. L’accusa contro il Presidente del Consiglio è arrivata nell’ambito di uno stralcio del procedimento sui presunti fondi neri, creati attraverso la compravendita dei diritti televisvi e cinematografici. Secondo il pm De Pasquale, Silvio Berlusconi e gli altri indagati avrebbero “usato i soldi di Pubblitalia per acquistare i diritti televisivi e cinematografici sovrapprezzo” e, inoltre, il premier sarebbe stato socio occulto del finanziere americano di origine egiziana, Frank Faruk Agrama, anche quando ricopriva il ruolo di presidente del Consiglio. All’udienza Berlusconi era assente, perché inpegnato, con Maroni, in una delicata visita al governo tunisino, per tentare di trovare una soluzione utile a mettere un freno a quello che ha definito lo “tsunami umano” proveniente dai paesi del nord Africa. E’ questa la prima di una serie serrata di udienze che attendono il premier. Dopodomani si aprirà il processo in cui il presidente del Consiglio è accusato di concussione, per le pressioni che avrebbe esercitato con una telefonata alla Questura per far ‘rilasciare’ Ruby e di prostituzione minorile, in relazione agli atti sessuali che avrebbe compiuto con la minorenne marocchina in cambio di denaro e regali. La lista di accusa e difesa supera i 200 testi e vi compaiono nomi illustri della politica e dello spettacolo (la difesa ha anche citato George Clooney ed Elisabetta Canalis). La prima udienza servirà probabilmente per stilare un calendario, in un processo che potrebbe essere interdetto a telecamere e fotografi. L’11 aprile, poi, riprenderà il processo sulle presunte irregolarità nella compravendita dei diritti televisivi da parte di Mediaset, dove Berlusconi è imputato per frode fiscale, assieme ad altre persone, tra cui Fedele Confalonieri. Infine il 9 maggio si riprenderà con il controesame di un consulente e altri testi del pm, il processo su cui maggiormente pende la spada di Damocle della prescrizione (che scatta nel febbraio 2012): il caso Mills, dove il premier risponde di corruzione in atti giudiziari, per aver dato (così dice l’accusa) all’avvocato inglese Mills, 600 mila dollari, per testimonianze reticenti nei processi sulle tangenti alla Gdf e All Iberian. Forte di una sentenza della Cassazione a Sezioni unite, in cui, nel febbraio 2010, Mills è stato riconosciuto colpevole di corruzione giudiziaria, condannato a risarcire 250 mila euro allo Stato, anche se prescritto; il gioco sembrava fatto, ma la posizione dell’avvocato inglese era stata stralciata dal corruttore di questa storia, ovvero Silvio Berlusconi, grazie all’introduzione del Lodo Alfano. Una volta che la Consulta aveva bocciato il “Lodo”, il processo a carico del Cavaliere era ripartito, di fronte al collegio presieduto dalla Vitale. Ma, come scrive Emilio Randaccio su La Repubblica, il tempo per ascoltare gli ultimi testimoni (19), sarà praticamente scaduto il 9 maggio e per salvarsi dalla prescrizione mancherebbero infatti solo pochi giorni. Troppo poco, tenuto conto degli impegni del premier, disponibile a presentarsi in tribunale, a Milano, solo un giorno alla settimana per tutti e quattro i processi in cui è attualmente imputato. In effetti, se la nuova norma sulla cosiddetta “prescrizione breve” dovesse passare il vaglio della Camera, al processo mancherebbe quell’ossigeno indispensabile per sopravvivere. Diverse invece le condizioni degli altri tre procedimenti, che sarebbero solo marginalmente segnati dalla’eventuale riforma: i due processi andrebbero dunque avanti, con il termine ultimo fissato per entrambi intorno a metà 2013. Ma c’è già chi ricorda che, anche in caso di condanna, non solo Berlusconi non si dimetterà, ma si farà passare per un martire, con possibile incremento di consensi. Nel finale del Caimano, un Premier condannato incitava la folla a ribellarsi ai giudici, lasciandosi alle spalle disordini che preannunciavano l’inizio di una rivolta. Nella realtà, egli potrebbe essere tentato di fare anche di peggio. Potrebbe pensare di guidare quella rivolta, con atti e comportamenti palesemente eversivi. Ricordiamo come inquietante premessa le dichiarazioni del premier sul libro di Vespa “Donna di cuori” del 2009: “Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo Stato di diritto”. Già, perché nel caso in cui dovesse intervenire qualche sentenza penale di condanna, le dimissioni del Premier potrebbero anche risultare superflue. Più precisamente, nell’ipotesi in cui Berlusconi fosse condannato all’interdizione dai pubblici uffici, egli decadrebbe automaticamente dalla carica (senza bisogno di dimissioni) e, se rimanesse al suo posto, porrebbe in essere un attentato alla Costituzione. Intanto, stamani, il ministro degli esteri Franco Frattini, incontrando alla Farnesina il responsabile per la politica estera del Consiglio Nazionale di Transizione libico, Ali al Isawi, ha dichiarato che alla fine il nostro Paese ha deciso di riconoscere “il Consiglio Nazionale di Transizione libico come unico interlocutore legittimo della Libia per le relazioni bilaterali”; un riconoscimento tardivo, ma reso un po’ più efficace per l’affermazione secondo cui, allo stato delle cose, non si può “escludere”, seppure come “estrema ratio”, la possibilità di armare i ribelli libici. E qualche effetto queste parole paiono averle prodotte, poiché, come riporta La Stampa, il capo del Consiglio nazionale transitorio libico Mustafà Abdul Jalil, ha oggi ringraziato l’Italia “per il suo sostegno alla rivoluzione” in Libia e “per aver contribuito a raggiungere la decisione di realizzare la no-fly zone”. Sempre su La Stampa, lo stesso Abdul Jalil Abdul ha dichiarato che i ribelli chiedono il sostegno dell’Italia “per incoraggiare gli alleati a fornire maggiori aiuti alla popolazione civile”. Sul fronte umanitario, ieri una nave di Medici senza frontiere ha raggiunto la città di Misurata, situata a circa 200 chilometri a est di Tripoli, sotto assedio da settimane da parte delle forze di Gheddafi, caricando a bordo 60 feriti, attesi oggi in Tunisia. Secondo il Guardian, ieri Gheddafi avrebbe discusso con l’ex segretario dell’Onu, Kofi Annan, l’ipotesi di un governo di transizione guidato dal figlio Saif al Islam; ipotesi oggi respinta dai rivoltosi. Le informazioni che vengono dal campo sono sempre confuse, con ribelli che da un lato avanzano e dall’altro Misurata, che si trova a circa 200 chilometri est da Tripoli, ancora assediata dalle forze del colonnello. Un inviato di quest’ultimo, il viceministro degli Esteri Abdelati Obeidi, sembrerebbe attteso oggi ad Ankara, per discutere di un’ipotesi di cessate il fuoco, secondo quanto riferisce l’emittente satellitare al-Jazeera, secondo la quale in seguito si recherà in Turchia anche un rappresentante degli insorti libici. Ankara e’ impegnata in un tentativo di mediazione per risolvere la crisi libica, che sembra ormai assolutamente caotica e del tutto fuori controllo, con la necessità, sempre più stringente, da parte dei “volenterosi”, di dover scendere sul campo. Come sintetizza Rolando Cervone su www.ragionpolitica.it, le incognite sulla campagna libica vanno via via aumentando, anche se, sul piano dei risultati in campo militare, è di nuovo il turno dei ribelli libici, i quali, dopo tre giorni di intensi combattimenti, hanno annunciato la riconquista di Marsa el-Brega, città strategica situata a metà strada tra Bengasi e Sirte, con l’aiuto di raid aerei che, comunque, a volte hanno fatto vittime da “fuoco amico”. In effetti, dicono gli esperti militari, non essendoci un coordinamento tra ribelli e Nato, i raid aerei avvengono secondo supposizioni che non sempre si rivelano favorevoli. Secondo quanto hanno riferito all’Ansa fonti degli insorti, l’attacco della Nato nel tardo pomeriggio del 1 aprile a Marsa el Brega ha colpito quattro veicoli dei ribelli, tra cui un’ambulanza, provocando la morte di 15 persone, tra cui tre infermieri e l’autista del mezzo. Appare ancora evidente, inoltre, la capacità del colonnello di concentrare le sue truppe, le quali hanno sferrato, in queste ore, un durissimo attacco alla città di Misurata. Un portavoce degli insorti ha raccontato che l’esercito del rais si sta portando al centro della città attaccando con carri armati, proiettili e lanciarazzi, negozi e case dei civili. La città di Misurata era stata conquistata dai ribelli, circa un mese fa, ma è stata assediata negli ultimi giorni dall’esercito del leader libico ed è subito capitolata. Mentre in Europa si pensa di armare i ribelli, negli Usa il dibattito è acceso tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono, con il presidente Barack Obama che non esclude questa possibilità. E il responsabile Nato James Stavridis, che ha confermato al Senato americano la presenza di jihadisti nella rivolta libica, a partire da Al Qaida e Hezbollah, arrivati a Bengasi nella prima settimana di marzo, anche se si nega che la dirigenza dei ribelli sia contigua o simpatizzante di gruppi integralisti. Inoltre una fonte vicino ai servizi segreti israeliani, riportato in esclusiva da Debka file, in quanto, affermerebbe che ufficiali dell’esercito ribelle libico avrebbero venduto a Hezbollah e Hamas migliaia di armi (proiettili di mortaio etc.) contenenti armi chimiche, come gas nervino e iprite. Lo stock di proiettili di artiglieria faceva parte dell’armamento bellico di Gheddafi, caduto in mano ai ribelli che li avrebbero venduti in cambio del pagamento di diversi milioni di dollari. I servizi di intelligence Usa e israeliano avrebbero tracciato la consegna delle armi, trasportate dalla Cirenaica verso il Sudan per mezzo di convogli controllati da agenti iraniani e da militanti di Hezbollah e Hamas. E questo crea un clima di sospetto e di ansia crescente fra i “volenterosi”, con alcuni che ormai affermano che l’unica è mandare soldati sul campo. E, dato che di fatto la Francia questa guerra vuole condurla all’attacco, l’ipotesi è probabile, anche se gli USA la considerano del tutto improponibile. Anche se si è riaperto il dialogo fra Italia e Francia, l’atteggiamento di Nicolas Sarkozy, prima dell’inizio del vertice di Parigi dello scorso 18 marzo, che aveva accolto Hillary Clinton e David Cameron scendendo la scalinata dell’Eliseo e andando sorridente loro incontro e obbligando tutti gli altri a salire la gradinata per andarlo ad ossequiare, già aveva fatto capire al mondo intero chi avrebbe comandato l’operazione che da lì a poche ore sarebbe iniziata in Libia. Ed anche se Frattini continua a dire che è a Napoli e per la precisione a Bagnoli, che è ubicato il Comando Congiunto Alleato Sud della NATO, fratello di quello che guarda a Nord e che sta a Brunssum in Olanda, di fatto entrambi sono dipendenti dal Comando strategico operativo di Mons, presso Bruxelles. Questo comando Sud, multinazionale e interforze, qualunque sia il suo nome che negli anni è mutato più di una volta, è sempre stato appannaggio di uno statunitense, considerato che da esso dipende la Sesta Flotta americana e che gli USA non la metterebbero mai sotto comando altrui. Anche oggi questo comando di Bagnoli è affidato ad un ufficiale americano a quattro stelle, nella fattispecie l’ammiraglio Samuel (Sam per gli amici) J. Locklear III. Da lui dipendono tre comandi a tre stelle “di componente”, ovvero composti da una sola forza armata ma sempre multinazionali: uno navale nell’isola di Nisida, uno aereo a Smirne in Turchia e uno terrestre a Madrid, nessuno dei quali ha nulla a che vedere con le operazioni in corso in Libia. Il fatto è che nella questioni libica ci siamo comportati ancor peggio del solito, fra ritardi, mezze parole e tentennamenti. Prima si è aspettato colpevolmente un mese dando tempo a Gheddafi di riprendersi quasi tutta la Libia, poi si è fatto tutto in fretta e furia perché i Francesi anelavano a sparare il primo colpo, realizzando così un poco invidiabile primato: per la prima volta si è andati in guerra senza una catena di comando predefinita. Poi, sentendoci messi da parte, abbiamo preteso che intervenisse la NATO, dimenticando che, in caso di attivazione diretta di questa, sarebbe stata la prima volta che l’organizzazione avrebbe bombardato i mussulmani, dando l’impressi9one di una vera e propria guerra di civiltà. E, per finire, mentre i nostri aerei partivano da Trapani-Birgi, volavano sulla Libia e tornavano a casa dicendo “abbiamo solo dato un’occhiata”, è stata fatta la mossa peggiore, lanciando agli alleati una minaccia gratuita e velleitaria: “se il comando non passa alla NATO l’Italia farà da sola e creerà la propria catenella di comando nazionale per gestire gli assetti propri e le sue sette basi”. Ebbene ora l’Italia è sola, isolata, guardata con sospetto e niente affatto tenuta in considerazione nelle decisioni che si prenderanno sul terreno degli scontri e subito dopo. Una Nazione troppo poco stimabile sul piano del peso internazionale, anche per il pur debolissimo governo tunisino.

Carlo Di Stanislao