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Si può insegnare la tolleranza?

Una  chiara, comprensibile  ed attuale  definizione della parola tolleranza  (da non confondere con il significato che aveva nella frase casa di tolleranza, oggi indicato da altre espressioni)  ci viene da Lady Michelle Obama, che nel corso di un incontro a Tucson Ar.,  ha detto: “La tolleranza è l’abitudine di vedere il meglio, invece del peggio, […]

4 Aprile 2011
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Una  chiara, comprensibile  ed attuale  definizione della parola tolleranza  (da non confondere con il significato che aveva nella frase casa di tolleranza, oggi indicato da altre espressioni)  ci viene da Lady Michelle Obama, che nel corso di un incontro a Tucson Ar.,  ha detto: “La tolleranza è l’abitudine di vedere il meglio, invece del peggio, nelle persone che ci circondano.” Proprio il contrario di un noto proverbio, largamente diffuso che dice, “Pensala male che ci indovini” , proverbio che spinge a vedere l’altro da sé, l’estraneo, il diverso, il lontano, lo sconosciuto come il male, cioè il proibito, il cattivo,  ciò che è potenzialmente dannoso per sé, per i figli e per la società.
 Nel sito www.america.gov si trovano tanti materiali e suggerimenti per l’insegnamento alla tolleranza ai bambini, perché l’accettazione del diverso si può insegnare, per superare le barriere mentali create da età, razza, cultura, genere, religione e classe.
Il video incluso nel sito mostra una classe di bambini di scuola elementare che riceve due donne arrivate dall’Eritrea negli USA in tempi recenti e che cantano per loro una canzone, in un coro accompagnato da una  chitarra. Un cantante popolare, infatti, pensa che la tolleranza si possa insegnare con la musica, ed ha creato un programma per diffondere quello che gli anziani, portatori di saggezza e capaci di decisioni moderate,  possono insegnare ai  giovani sul rispetto delle differenze. Il ritornello della canzone è simile ad uno slogan: If you work hard, you will be rewarded later on, later on. Se lavori sodo, poi avrai una ricompensa. E’ una promessa di felicità in questo mondo a cui tutti credono, e che si realizza evidentemente piuttosto spesso,  a parte il rischio di licenziamenti, e nonostante ripresa economica e conseguente crescita di posti di lavoro siano ritenute modeste. Tutto questo negli USA è  parte di una idea  ormai consolidata, visto che gli USA hanno una cultura/mosaico fatta di pezzi diversi, a patchwork culture, una mistura con trascorsi etnici, religiosi e culturali diversi. La crescente diversità della popolazione  contribuisce alla formazione della identità americana generale, quella rispettosa dei principi sanciti dalla Dichiarazione dei Diritti e dalla Costituzione, che si interpretano, ma non si cambiano.
In Italia il fenomeno dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente di lavoratori o di gente che fugge da guerre e disastri di varia origine è piuttosto recente, peraltro da un paio di decenni a questa parte essi hanno compensato i vuoti causati da denatalità e massiccia fuga di cervelli. Il fenomeno è chiaramente in aumento, e comporta tensioni e difficoltà di convivenza fra italiani legatissimi a tradizioni ed uso di dialetti e nuovi arrivati.
 Ad integrazione di questa affermazione cito una recente comunicazione del ministero del lavoro, diretto da Maurizio Sacconi: “Nei prossimi dieci anni servono due milioni di immigrati. L’Italia si reggerà solo sui lavoratori stranieri”. I calcoli del ministero del lavoro penso siano fondati ed attendibili. Dunque accogliere in maniera civile questi lavoratori, non utili,  necessari,  è  un dovere ed una forte necessità legata alla sopravvivenza della nostra economia. Oggi nessuno può fermare in mezzo al mare Mediterraneo un flusso migratorio tanto vasto, che ha ragioni tanto forti sia nei paesi di provenienza che nel nostro. E’ una battaglia perduta.
 Che l’Italia diventi dunque un paese di accoglienza, si sviluppi la cultura della tolleranza nelle scuole, a partire dalle elementari, con canzoni, incontri, letture, visite a fabbriche e luoghi di lavoro.   Quelli che dicono “Fuori dalle palle”si mettano pure l’animo in pace. Fra cinquant’anni l’Italia sarà multietnica, multiculturale, multi religiosa, di loro non si ricorderà più nessuno, chissà che fine farà il tanto discusso sole delle Alpi. 
 

                                                                                                                                  Emanuela Medoro

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