“La Nato ci sta abbandonando” dicono al fronte i combattenti libici

Ashdabia – Non avanzano. Per adesso stanno lì, ad aspettare che la NATO li tiri fuori dalla polvere del deserto e l’artiglieria del colonnello, che per ora ha la meglio. I ribelli libici sono fermi a metà strada tra Ashdabia e Brega. Non hanno armi e uomini abbastanza addestrati e disciplinati per avanzare. La strada […]

Ashdabia – Non avanzano. Per adesso stanno lì, ad aspettare che la NATO li tiri fuori dalla polvere del deserto e l’artiglieria del colonnello, che per ora ha la meglio. I ribelli libici sono fermi a metà strada tra Ashdabia e Brega. Non hanno armi e uomini abbastanza addestrati e disciplinati per avanzare.

La strada nel deserto che da Bengasi corre verso Sud è deserta. L’unico traffico è quello dei pick-up con le mitragliatrici pesanti e qualche curioso che viene subito rispedito indietro. Ma più si scende e più i segni della guerra si fanno evidenti. La città di Ashdabia è la prima che si incontra sul percorso verso il fronte. E’ deserta. Negozi con le serrande abbassate, case chiuse. Qualche sudanese carica la merce del proprio negozio sui camion e parte alla volta del confine con l’Egitto. A cinque chilometri di distanza, verso Ovest, c’è la porta occidentale. Quella che da il benvenuto a chi entra e l’arrivederci a chi esce. I ribelli hanno allestito un posto di blocco sotto i grandi archi azzurri. I carro armati inceneriti dalla battaglia delle settimane scorse sono utilizzati come letti per dormire la notte.

Il fronte, dalla porta occidentale di Ashdabia, è invisibile. Alcune auto con famiglie a bordo, cariche di valige e coperte, passano e se ne vanno verso Bengasi. Nel cielo, senza che si vedano, si sente il rumore degli aerei NATO. “Perché non bombardano?” – domanda un ragazzo con un kalashnikov al collo. Un camion pieno di munizioni arriva velocemente alzando una fitta nuvola di polvere. I ribelli lo lasciano passare senza controlli. Dietro, a seguire, le jeep strombazzanti cariche di giovanotti libici armati.

Ci sono altri 40 chilometri da percorrere prima di arrivare in prima linea. Dalla parte opposta della collina c’è Brega. Un’altra città fantasma, dove la popolazione è praticamente inesistente da quasi un mese. Ma anche una città strategica. E’ li uno dei terminal petroliferi del Paese e controllarla significa avere risorse da spendere contro il nemico. Nessuno sa come sia composto l’esercito di Gheddafi. Ma tutti sanno che anche gli uomini del colonnello hanno cambiato tattica di combattimento da quando è entrata in vigore la No Fly Zone. Niente carri e mezzi militari. Solo pick-up, meglio attrezzati di quelli dei ribelli, che ancora montano cannoni con il simbolo dell’Unione Sovietica, che lanciano i loro mortai e si ritirano velocemente per diventare il bersaglio degli aerei NATO. I colpi dei ribelli sono sparati un po a caso. Anche perchè nessuno sa dove si trovano mercenari del rais e militari fedeli alla linea.

Ad ogni esplosione si alzano nuvole di fumo nero. I ribelli rispondono con razzi ed Rpg. Il fronte va avanti e indietro. Quando i colpi dell’esercito lealista arrivano troppo vicini inizia la ritirata. La tecnica è sempre la stessa. Auto e pick-up partono di corsa e percorrono 2-3 chilometri. Il tempo che la situazione si calma e le truppe si ricompongono. Poi, via di nuovo per riprendere il terreno perduto. Ma più avanti è difficile muoversi. “Siamo qui da due giorni – racconta uno dei combattenti – a non riusciamo ad avanzare perchè dall’altra parte sparano con precisione. La NATO ci sta abbandonando. Se non ci aiuterà sarà dura”.

“Durante i primi giorni di raid aerei – spiega alla stampa un combattente, siamo riusciti ad arrivare fino a Brega. Ma adesso, senza la copertura aerea, non possiamo avanzare”. Alle 19 nel deserto tra Ashdabia e Brega cala il buio. Le esplosioni smettono di scuotere l’aria e i ribelli che passeranno la notte al fronte preparano le postazioni per la notte. Domani, ancora una volta, tenteranno di spostarsi avanti verso Brega. Sperando che l’esercito di Gheddafi non si spinga verso di loro prima.

Andrea Bernardi
(Inviato di Unimondo in Libia)

 

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