Fidel se ne va (ed arriva l’imprenditoria)

Dopo 52 anni di potere, Fidel Castro ha detto ufficialmente addio al Partito Comunista Cubano (Pcc), chiedendo di non fare parte del nuovo Comitato centrale. Dal 2008, di fatto, il leader maximo era spettatore nella vita politica del Paese, insieme alla Corea del Nord ultimo baluardo dell’economia socialista. In un articolo pubblicato oggi, Fidel afferma […]

Dopo 52 anni di potere, Fidel Castro ha detto ufficialmente addio al Partito Comunista Cubano (Pcc), chiedendo di non fare parte del nuovo Comitato centrale. Dal 2008, di fatto, il leader maximo era spettatore nella vita politica del Paese, insieme alla Corea del Nord ultimo baluardo dell’economia socialista. In un articolo pubblicato oggi, Fidel afferma di aver detto al fratello Raul che “la cosa più importante era che io non ci fossi” nella lista dei membri del comitato centrale, eletti nel VI Congresso del Pcc e che oggi saranno resi pubblici. “Credo di aver ricevuto ormai abbastanza onori. Non avevo mai pensato di vivere cosi a lungo”, ha aggiunto. Il congresso ha anche eletto il nuovo comitato centrale del partito, di cui Raul Castro, 79 anni, potrebbe essere nominato primo segretario al posto del fratello. Ciò che è certo è che oltre alla società statale socialista, che “resterà la forma principale nell’economia nazionale”, Cuba riconoscerà “investimenti stranieri, cooperative, piccoli contadini, usufruttuari, e i lavoratori autonomi”. Le riforme prevedono inoltre il taglio di lavoratori statali, l’eliminazione graduale del libretto di razionamento e l’ampliamento dell’iniziativa privata. Finora 130 mila contadini hanno ricevuto appezzamenti di terra e sono state concesse 171 mila licenze per l’apertura di piccole imprese. Entro il 2015 il governo prevede che 1,8 milioni di cubani saranno impegnati nel settore privato. Fidel Castro, 84 anni, è stato il primo segretario del comitato centrale dopo la nascita del partito, nel 1965. Presidente del paese dal 1959 sino a quando si è ammalato, Fidel ora dice di essere stato  “quasi costretto a diventare primo ministro nei primi mesi del 1959” e di non essersi “mai preoccupato su quanto tempo sarei rimasto” al potere. Nato a Mayarí il 13 agosto 1926 e figlio di un immigrato spagnolo divenuto proprietario terriero, Castro è diventato uno dei simboli della rivoluzione comunista ma anche, agli occhi dei suoi detrattori, un dittatore che non concede libertà di espressione. Fin dall’epoca degli studi universitari si dedicò alla contestazione violenta, partecipando a scontri fra “gruppi di azione” di segno opposto,  che non di rado degeneravano in sparatorie. Laureatosi in Legge nel 1950, dopo il colpo di stato di Fulgencio Batista del 1952, si arruolò  in un movimento intenzionato a dare l’assalto alla caserma Moncada a Santiago de Cuba. In breve ne diventò il capo e poi, il 26 luglio 1953, organizzò il piano di attacco al presidio militare, che fallì. causa dello scarso coordinamento fra i vari gruppi che componevano il commando, causando il suo imprigionamento.  Dei suoi compagni, alcuni caddero combattendo ma la maggior parte fu giustiziata dopo essere stata fatta prigioniera e solo l’intervento di personaggi di spicco, fra cui l’arcivescovo di Santiago, che impedì che nei giorni successivi il massacro continuasse. Al processo, si difese autonomamente, in particolare attraverso un allegato in cui denunciava i mali che affliggevano la società cubana. La sua arringa fu un vero e proprio attacco al potere, che lo trasformò da imputato ad accusatore. Questo documento è poi diventato famoso con il titolo “La storia mi assolverà”, anche per il fatto che all’interno vi è in pratica delineato il suo programma politico, lo stesso che avrebbe poi sviluppato (se non superato), nei quarant’anni che lo videro protagonista prima della Rivoluzione poi dell’esercizio del potere. Imprigionato fino al maggio 1955, Castro beneficiò del provvedimento che Batista adottò,  anche per problemi di immagine presso il governo di Washington, ed ottenne, come altri rivoltosi, l’amnistia ai rivoltosi, molti dei quali lo accompagnarono nel suo esilio in Messico. Il 9 luglio di quello stesso anno anno Fidel incontra di Ernesto Guevara, creando le premesse di un solido sodalizio. Il 2 dicembre 1956, tornò a Cuba con una forza di 82 uomini, deciso a rovesciare la dittatura, cosa che avvenne dopo una sequenza interminabile di lotte intestine. L’ Esercito Ribelle prese il potere nel 1959 e le decisioni iniziali, prese dal nuovo governo di Fidel, furono inizialmente di componente etica: chiusura delle case da gioco e di tolleranza, lotta senza quartiere al traffico di droga, liberalizzazione degli accessi agli alberghi, spiagge, locali sino ad allora riservati a circoli esclusivi. Tutto questo affascinò la maggioranza della popolazione e il nuovo governo ebbe grande consenso. Nel marzo del 1959 fu imposta una diminuzione dei canoni d’affitto del 30-50% accompagnata da una riduzione del prezzo di medicinali, libri scolastici, tariffe elettriche, telefoniche e dei trasporti urbani. Dopo aver ridotto gli affitti, si varò una riforma che mirava a trasformare gli inquilini in veri e propri proprietari attraverso il pagamento degli alloggi con rate mensili proporzionali al reddito.  Ma le proteste interne iniziarono dopo l’emanazione, nel maggio 1959, della prima riforma agraria, che fissava per le tenute agricole un limite massimo di 402 ettari. La superficie coltivabile veniva assegnata a cooperative oppure distribuita a proprietà individuali di un minimo di 27 ettari. Il governo, per impedire il minifondo, proibiva la vendita delle vendite delle terre ricevute e il loro frazionamento. I problemi di salute iniziano nel 2006 e si fanno pressanti due anni dopo, sicchè, il 19 febbraio del 2008, egli annuncia il suo ritiro dalle cariche presidenziali lasciando tutti i poteri al fratello Raul Castro Ruz. Er ora, anche l’uscita dal Partito, una sua creatura, manovrata e levigata per oltre 50 anni. E, come aveva già detto Raul Castro, con la sua uscita, Cuba chiude un’era e sancisce l’apertura, seppur timida e sempre nell’alveo del “socialismo”, al mercato. I mille delegati arrivati all’Avana hanno approvato un’ondata di circa 300 provvedimenti nel settore dell’economia, incluso il taglio di un milione di posti di lavoro e la decentralizzazione della gestione del settore agricolo. Il socialismo non viene rinnegato, ma e’ destinato a cambiare volto. Al suo interno, ha stabilito l’assise, saranno “riconosciute e promosse” le modalità di “investimenti esteri, le cooperative, la piccola imprenditoria agricola e il lavoro privato”. Tra le riforme al varo del governo, come detto, anche la riduzione dei dipendenti pubblici, con altre misure che puntano all’obiettivo di arrivare a quota 1,8 milioni di persone da impegnare nel settore privato.  Ci si attende anche una minore stretta sulla libera circolazione delle idee. Si ricorda che solo nel 2007, cioè appena quattro anni fa, il ministro per le Comunicazioni, Ramiro Valdés, dichiarò che internet “è un mezzo diabolico” e che il controllo di “quest’arma selvaggia” è indispensabile. Dunque gli arresti si sono intensificati con il ritmo di uno al giorno. Cuba è tra gli ultimi posti al mondo per l’utilizzo della comunicazione in rete. Solo il 2 percento della popolazione possiede un computer ed è in grado di interagire. Solo l’Uganda e lo Sri Lanka sono a questo livello. Per usare una connessione è necessario recarsi nei punti pubblici, dove il controllo è sistematico. Le pene, in caso di violazione della legge sull’informazione, si aggirano sui 20 anni di reclusione per la pubblicazione di articoli su testate web straniere e 5 anni per essersi connessi illegalmente. La censura è totale. I casi più eclatanti di scrittori e giornalisti attualmente perseguitati sono 38. Tra essi ricordiamo: Pedro Arguelles Moran (20 anni di reclusione), Victor Rolando Carmona (26 anni), Adolfo Fernandez Sainz (15 anni), Pablo Pacheco Avila (20 anni). Ma le perquisizioni, la chiusura di riviste dissidenti, gli arresti giornalieri e le violenze psicologiche sono ancora migliaia.

Carlo Di Stanislao

 

 

 

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