La storia di un pioniere

Gaetano Messineo è stato riconosciuto tra i docenti più esperti del suo campo[1], grande archeologo e uomo libero. Intellettuale dotato di straordinaria intelligenza, venuto da Petralia Soprana, in Sicilia, per insegnare ai romani quale sia il ruolo di un competente funzionario pubblico al servizio dello Stato. In tale veste, brillanti furono i risultati conseguiti sul […]

Gaetano Messineo è stato riconosciuto tra i docenti più esperti del suo campo[1], grande archeologo e uomo libero.
Intellettuale dotato di straordinaria intelligenza, venuto da Petralia Soprana, in Sicilia, per insegnare ai romani quale sia il ruolo di un competente funzionario pubblico al servizio dello Stato.

In tale veste, brillanti furono i risultati conseguiti sul campo: insieme a Carmelo Calci, coautore di numerosi studi sull’archeologia del suburbio romano[2], Messineo, nel 1984, intraprese campagne di scavo presso la cosiddetta Villa di Livia a Prima Porta[3], rilevante sito archeologico al IX miglio dell’antica via Flaminia, corrispondente alla residenza extraurbana della seconda moglie dell’imperatore Augusto[4].

Acquistò, al prezzo di un appartamento, un bene archeologico di estrema importanza per lo Stato italiano: l’Arco di Malborghetto[5] e fece dell’antico casale inglobante le grandiose strutture dell’arco quadrifronte – eretto a cavallo della succitata Consolare, per celebrare la vittoria di Costantino su Massenzio –, un museo esemplare ed un polo culturale, con un giardino pubblico aperto a tutti, contribuendo così a diffondere ai più l’amore per l’archeologia e la storia[6].

Fu anche un urbanista e indicò ai suoi colleghi ed allievi la strada della tutela archeologica innestata in una visione più ampia dello sviluppo cittadino[7], ponendo attenzione agli antichi tracciati delle vie Appia[8], Nomentana[9], Tiberina[10], e soprattutto Flaminia[11].


[1] Prova ne sia, tra l’altro, l’attribuzione al Nostro del “Premio Vincenzo Ribera” 2010-2011 dell’Università degli Studi dell’Aquila, «per aver particolarmente meritato nel campo della ricerca scientifica con scoperte, risultati, studi e progetti di riconosciuto valore nazionale e internazionale».

[2] Del fecondo sodalizio tra i due studiosi può dare un’idea la bibliografia riportata in calce al volume Roma archeologica: le scoperte più recenti della città antica e della sua area suburbana, a cura di C. Calci, Roma 2005, in particolare p. 753 ss.

[3] Così sono riassunti i presupposti di questi scavi dallo stesso M.: «La villa di Livia, celebre per i prodigi legati alla gloria dei Cesari, oggetto di animate e dotte controversie circa la sua esatta ubicazione e di un fortunato scavo nel 1863, sembrava pervenuta ai giorni nostri come un relitto privo affatto di suggestione: i due ruderi di maggior rilievo, le stanze sotterranee … nell’assenza di una planimetria generale rimanevano slegati e pressoché incomprensibili … La convinzione che le strutture esplorate negli anni 1863-64 si conservassero ancora in parte e la certezza che non fosse mai stato sistematicamente raccolto e riesaminato tutto il materiale documentario relativo alla Villa ed alle sue immediate adiacenze hanno indotto da un lato a riprender lo scavo di un complesso già ampiamente scavato, dall’altro a ripercorrere una ricerca che avrebbe dovuto considerarsi totalmente esaurita. I risultati … sono stati talmente sorprendenti da lasciar sperare che la prosecuzione dei lavori possa ancora portare ad una adeguata conoscenza di una delle più celebri residenze imperiali del mondo romano»: v. C. Calci e G. Messineo, La Villa di Livia a Prima Porta (Lavori e studi di archeologia pubblicati dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, 2), Roma 1984, p. 5.

[4] Impossibile sintetizzare in una nota i numerosissimi interventi di G. Messineo (sovente vergati assieme ad alcuni dei suoi più validi collaboratori presso la Soprintendenza Archeologica di Roma) sull’augusta dimora di Livia Drusilla: per dovere d’informazione si citano comunque il volumetto (di taglio divulgativo) La Villa di Livia a Prima Porta, Roma (Itinerari dei musei, gallerie, scavi e monumenti d’Italia, n.s. 69), Roma 2004, ed il più corposo tomo monografico intitolato: Ad Gallinas Albas. Villa di Livia (Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma. Supplementi, 8), a cura di G. Messineo, Roma 2001. Ad ogni buon conto, tutta la principale letteratura sull’importante complesso edilizio di cui si discute, compresi molti dei contributi di M. et alii sopra citati, trovasi ora riassunta da M.P. Partisani, Le galline e gli allori dell’«Ulisse in gonnella». Note sulla Villa di Livia ad Gallinas albas, ne La riscoperta della via Flaminia più vicina a Roma: storie, luoghi, personaggi. Atti dell’Incontro di Studio, Roma 22 giugno 2009 (Fors Clavigera, 1), a cura di F. Vistoli, Roma 2010, pp. 113-153.

[5] Cfr. C. Calci e G. Messineo, Malborghetto (Lavori e studi di archeologia pubblicati dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, 15), a cura di G. Messineo, Roma 1989, p. 5: «Il complesso di Malborghetto è stato acquisito al Demanio dello Stato nel 1982; le indagini archeologiche sono state condotte dagli autori di questo volume nel più ampio contesto delle ricerche sulla via Flaminia; i lavori di restauro, diretti dall’architetto Francesco Scoppola, sono stati eseguiti dall’impresa Di Piero tra il 1984 e il 1988».

[6] Cfr. G. Messineo, Malborghetto. Il monumento e l’Antiquarium, Formello 1998.

[7] Tra i più rilevanti scritti sull’argomento si ricordano: G. Messineo, Dall’indagine archeologica dei sistemi antichi di penetrazione e percorribilità nel suburbio, alle proposte di recupero e tutela. Gli assi viari organizzati: Cartografia archeologica del suburbio, settore Nord, in Roma, archeologia e progetto, Catalogo della Mostra, a cura di M. Mattei e M. Wappner, Roma 1983, pp. 18-20; F. Scoppola e G. Messineo, Via Flaminia Antica. Dalle indagini archeologiche sul territorio al programma di recupero del sistema antico, in Roma, archeologia e progetto, Catalogo della Mostra, a cura di M. Mattei e M. Wappner, Roma 1983, p. 22; G. Messineo e F. Scoppola, Recupero della via Flaminia. Indagini, restauri e programma urbanistico, in Forma. La città antica e il suo avvenire, a cura di A. Capodiferro, M.L. Conforto, C. Pavolini e M. Piranomonte, Roma 1985, pp. 190-191.

[8] A. Carbonara e G. Messineo, Via Appia. III. Da Cisterna a Minturno, Roma 1998.

[9] A. Carbonara e G. Messineo, Via Nomentana, Roma 1996.

[10] A. Carbonara e G. Messineo, Via Tiberina, Roma 1994.

[11] Molteplici sono i contributi di studio dedicati da M. a questa importantissima arteria stradale, specie nel tratto più vicino alla Capitale, spesso in collaborazione con altri studiosi; tra i più rimarchevoli si segnalano: C. Calci e G. Messineo, La Via Flaminia antica dal Campidoglio al Soratte, Roma 1991; G. Messineo et alii, La Via Flaminia: da Porta del Popolo a Malborghetto, Roma 1991; G. Messineo e A. Carbonara, Via Flaminia, Roma 1993; G. Messineo et alii, s.v. “Flaminia via”, in Lexicon Topographicum Urbis Romae. Suburbium, II, a cura di V. Fiocchi Nicolai, M.G. Granino Cecere e Z. Mari, Roma 2004, pp. 252-259.

Si devono, inoltre, alla sua attività di “Ispettore” della Soprintendenza archeologica di Roma, le sistemazioni di alcuni grandi mausolei (e tombe monumentali) posti sulle principali arterie stradali che dalla periferia dell’Urbe si dirigevano – in antico – verso il Nord della Penisola[1].

Nel 1977, Messineo, che all’epoca lavorava per la Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo, diresse scavi nella necropoli di Campovalano, afferente al territorio comunale di Campli (TE), rimettendovi in luce 30 sepolture pretuzie di età orientalizzante ed arcaica[2]; nello stesso anno partecipò, assieme ad altri famosi studiosi, al convegno dedicato al centenario del prosciugamento del Fucino, con un intervento che intendeva fare il punto sulla storia degli studi relativi all’area marsicana[3].

Negli anni Ottanta del secolo scorso effettuò, sempre per la stessa Soprintendenza, una campagna di scavo nella necropoli di Arciprete (dal toponimo antico Archipetra), nel comune di Ortucchio (AQ), dove furono rinvenute sei tombe (di cui due a camera con volta a botte e quattro a fossa con copertura a lastroni), inquadrabili cronologicamente tra la seconda metà del I sec. a.C. e la prima metà del I sec. d.C.[4]. Nei pressi dello stesso sepolcreto, ricadente nell’antico territorio dei Marsi, lungo l’asse stradale che dalle mura conduceva alla via costeggiante il bacino lacustre fucense, individuò i resti di un mausoleo a podio (o a torre), caratterizzato da un nucleo di opera cementizia a base quadrata[5].

Francesca Ranieri


[1] Anche in questo campo, significativo è stato l’apporto scientifico di M., valutabile anche solo dalle pagine degli scritti segnalati nella nota precedente. Non possono, tuttavia, ignorarsi in questa sede gli interventi di recupero, tutela, valorizzazione e studio posti in essere da M. a carico della tomba ipogea cosiddetta dei Nasoni, scoperta nel 1674 e scavata nei banchi di tufo sul lato sinistro della via Flaminia all’altezza del V miglio antico: v. G. Messineo, La tomba dei Nasonii (Studia archaeologica, 104), Roma 2000.

[2] Cfr. V. d’Ercole, Storia degli studi, ne La Necropoli di Campovalano. Tombe orientalizzanti e arcaiche, I (BAR International Series, 1177), a cura di C. Chiaramonte Trerè e V. d’Ercole, Oxford 2003, p. 1.

[3] G. Messineo, Un’opera titanica: l’Emissario di Claudio, in Fucino cento anni: 1877-1977. Atti degli incontri e dei convegni svoltisi per il Centenario del prosciugamento del Fucino e per il Venticinquennale della Riforma Agraria, L’Aquila 1979, pp. 139-167. Il saggio si configura come una specifica rassegna della storiografia latina sul Fucino.

[4] Cfr. M.R. Copersino e V. d’Ercole, La necropoli di Fossa nel quadro dei costumi funerari di età ellenistica in Abruzzo, ne La necropoli di Fossa. IV. L’età ellenistico-romana (Documenti dell’Abruzzo Antico, 4), a cura di V. d’Ercole e M.R. Copersino, Pescara 2003, p. 343. Una relazione preliminare degli scavi condotti nel 1978 da M., con la collaborazione di Giuseppe Grossi, nella necropoli in loc. Arciprete, è compresa nel volume di A.M. Radmilli, U. Irti, G. Grossi e M. Mastroddi, Storia di Ortucchio. I. Dalle origini alla fine del Medioevo (Università degli Studi dell’Aquila, Centro di ricerche letterarie abruzzesi «V. De Bartholomaeis». Studi e Testi, 16), Roma 1985, p. 134 ss.

[5] G. Grossi e G. Messineo, La necropoli di Arciprete, ne Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichità. Atti del Convegno di archeologia, Avezzano 10-11 novembre 1989, a cura di U. Irti, G. Grossi e V. Pagani, Roma 1991, pp. 368-386.