Pensionamenti, asse ereditario e politicismo

Bossi tiene duro e dice che, sulle pensioni, il governo “stavolta rischia”. “Noi abbiamo un sistema pensionistico più a posto di quello francese e tedesco… La pensione a 67 anni non possiamo farla, la gente si ammazza”, ha detto entrando alla Camera il leader del Carroccio.  Contemporaneamente Berlusconi è a colloquio con i ministri leghisti […]

Bossi tiene duro e dice che, sulle pensioni, il governo “stavolta rischia”. “Noi abbiamo un sistema pensionistico più a posto di quello francese e tedesco… La pensione a 67 anni non possiamo farla, la gente si ammazza”, ha detto entrando alla Camera il leader del Carroccio.  Contemporaneamente Berlusconi è a colloquio con i ministri leghisti Roberto Maroni e Roberto Calderoli, presenti anche  il segretario del Pdl Angelino Alfano e i capigruppo di Camera e Senato Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri. Altero Matteoli, che ha parlato a margine dell’inaugurazione della nuova sala crisi dell’Enac, dice che anche se sarebbe meglio non tagliare le pensioni, “bisogna trovare qualche altra soluzione,  che non è facile”. Sempre oggi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,  in una nota nella quale giudica anche “inopportune e sgradevoli” le espressioni di scarsa fiducia sugli impegni assunti dall’Italia, specie se tali espressioni sono espresse nel corso di vertici internazionali, con evidente riferimento ai sorrisi di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel sugli impegni dell’Italia al vertice Ue di Bruxelles domenica scorsa, dice anche che l’Italia deve compiere tutti gli sforzi e prendere, come annunciato, le decisioni per ridurre i rischi di gestione del proprio debito e per rilanciare la sua economia. Il capo dello Stato sollecita quindi il cambio di passo che finora Silvio Berlusconi non è riuscito ad assicurare,  stretto com’è tra il pressing di Bruxelles e i veti di Umberto Bossi, rinnovati anche oggi, perché essere parte del consesso europeo impone onori e oneri che l’Italia deve assicurare. Per l’Italia, conclude il presidente della Repubblica, la strada non può che essere una sola. “È il momento di definire – in materia di sviluppo e di riforme strutturali – le nuove decisioni di grande importanza,  annunciate ieri nella dichiarazione ufficiale”,  con cui Silvio Berlusconi ha risposto a Bruxelles. “Nessuno in Ue può darci lezioni”, aveva detto ieri il Cavaliere e per Napolitano è arrivato il tempo di passare dalle parole ai fatti. Da l’Unità ci si dice che Berlusconi vuole “provarci fino in fondo” prima di gettare la spugna e che queste e sono le ore della verità per il governo. Ma, il fatto è, che da sinistra (e non solo), il “De profundis” a Berlusconi è stato inutilmente cantato troppe volte. C’è anche chi sostiene che l’ultima trovata del Cavaliere, se sarà proprio messo alle strette, è quella di un suo passo indietro, con una governo tecnico da lui stesso promosso, con un esecutivo istituzionale,  con Schifani o con Gianni Letta, premier. In consiglio dei ministri Letta ha rivolto un estremo appello alla Lega: “Berlusconi può andare a Bruxelles solo se ci saranno le condizioni per un’intesa, non può diventare il capro espiatorio di divisioni nel governo”. Un tentativo disperato ed estremo perché si trovi la solita quadra, attraverso, magari, un decreto sullo sviluppo e un ddl d’iniziativa parlamentare sulle pensioni., che non impegnerebbe Bossi,  ma consentirebbe di spiegare a Bruxelles che si lavora sulla previdenza. Basterà tutto questo? A complicare lo sceneria il fatto che l’Ue ha sgamato che nell’ultima manovra presentata dall’Italia, prima ancora del decreto sviluppo ancora al palo, ben 30 miliardi sono solo virtuali e, in casa, le dichiarazioni di Bossi che si è detto allergico ad ogni tipo di governo tecnico. Tutto, ancora una volta, è rimandato a data da destinarsi, con il rischio che mercoledì Berlusconi non abbia nulla in mano da presentare al’Unione già scontenta.  “Mi auguro che ci siano le condizioni per cui io possa lasciare ad altri la responsabilità della candidatura alla presidenza del Consiglio, magari restando nel partito come padre Fondatore. In ogni caso, farò quel che il mio partito e la coalizione mi chiederanno di fare”, ha affermato Berlusconi nel libro di Bruno Vespa ”Questo amore”. Ma, allo stato dei fatti e nonostante le acrobazie di Letta, non sembra davvero esistere un piano B. ED è proprio questo che preoccupa il Quirinale che ha ormai capito che il governo è nel caos. E mentre con la nuova norma (già ribattezzata anti-Veronica), spuntata a sorpresa a pagina 203 del decreto sviluppo, che gli offre forse l’ultima possibilità di poter incidere direttamente e sistemare la questione de l’eredità di famiglia, non spunta nulla al’orizzonte per superare il “nieth” di Bossi e le pressioni dell’Unione europea. Circolano voci sul fatto che il decreto sviluppo, divenuto una sorta di “araba fenice”, sia soprattutto improntato sui condoni: undici norme diverse più una dodicesima, che consente ai contribuenti infedeli di cumulare anche più ‘definizioni’ fiscali tra loro. Tra queste spunta il concordato di massa, una sanatoria ad hoc per le liti pendenti, per i ruoli (per importi iscritti a ruolo e affidati ad agenti di riscossione niente interessi di mora e sconti fino al 75%). Per quanto riguarda il canone Rai l’ipotesi è quella di un versamento di 50 euro per ogni anno arretrato. Nella bozza ci sarebbe anche un inedito “condono federale” per tasse regionali e comunali. Il ministero dello Sviluppo economico si è affrettato a smentire: ”Nelle anticipazioni stampa vi sono norme non contenute nel provvedimento di sviluppo su cui sta lavorando il ministero dello Sviluppo economico. Nessuna norma invece sui conti in Svizzera, che invece ha stretto gia’ intese con altri Paesi, come la Germania. Ma, naturalmente, dal governo piovono smentite. Tuttavia, ciò che soprattutto sorprende me (ed anche i redattori di “Blitz quotidiano), è come, anche nel momento più drammatico della crisi e del confronto con le istituzioni europee per porre rimedio ad un problema personale, Berlusconi abbia trovato modo e tempo per infilare di soppiatto tra le pieghe di un decreto sviluppo quanto mai penato, un cavillo che gli garantisca più autonomia nel dividere la Fininvest. Per sapere come si farà si legga articolo: “Spunta la norma anti-Veronica: il padre decide sulla legittima dei figli”, su: http://www.blitzquotidiano.it/home.php?page=print. Comunque, come ha ricostruito Libero un anno fa, i figli di Berlusconi sono diventati più ricchi di papà nel 2010. In quell’anno, infatti, la somma dei loro risparmi è riuscita a superare il tesoretto personale del premier, bel 62 milioni in più.  La notizia è emersa dopo che il ragioniere Giuseppe Spinelli ebbe depositati  i bilanci delle holding che detengono il capitale della Fininvest, con papà Silvio ne possiede quattro (Holding italiana prima, seconda, terza ed ottava), che però detengono il 61,2% del capitale della Fininvest e i cinque figli si dividono il resto: Marina con la Holding quarta, Piersilvio con la holding quinta, e i tre figli di secondo letto (Eleonora, Barbara e Luigi) la Holding quattordicesima. Visto che per tutti le entrate in origine venivano solo dai ricchi dividendi Fininvest, in teoria Silvio dovrebbe essere il doppio più ricco dei figli. Ma in quella famiglia è accaduto il contrario di quel che avviene quando giovani rampolli nascono già nuotando nell’oro: i figli risparmiano e mettono da parte ogni anno. Evidentemente Silvio no. Anzi, come scrive sempre Libero, Berlusconi spende e spande ed è un papà che erode progressivamente il capitale di famiglia. Ma, allora, Berlusconi è davvero un così abile amministratore? Danneggiato dall’immagine internazionale, a dir poco logora e da molti problemi interni (Lega, Confindustria, ecc.), sfiduciato dagli italiani e  dai suoi stessi elettori, (come molti fatti recenti dimostrano), pure, se uscisse di scena, i guai non sarebbero risolti, anzi. In primo luogo, come scrive Ilvo Diamanti sul Corriere,  si sfalderebbe la maggioranza, con cortigiani pronti a confluire in altro loco,  ma, soprattutto, si capirebbe che non esiste unità di intenti e vedute nella opposizione, né alcun chiaro programma o indirizzo di governo. Tre giorni fa, Angela Merkel, nel suo colloquio con Napolitano, ha chiesto, fra l’altro, chiarimenti sulle prospettive dell’Italia in caso di caduta del governo Berlusconi. Se andasse al governo, quali provvedimenti prenderebbe l’attuale opposizione? Ma la domanda è rimasta priva di risposta. Come commenta Angelo piane bianco sempre sul Corriere, il politicismo è, in Italia,  una malattia tanto delle forze di governo che di quelle di opposizione. Se la Lega è difficile da “tenere” a destra, a sinistra Bersani decide una alleanza con Vendola e Di Pietro,  i cui contenuti (quali politiche farebbe una tale variopinta compagnia?) possiamo certamente immaginare, conoscendo i protagonisti, ma che non vengono comunque esplicitati. E Massimo D’Alema, nella sua intervista al Corriere (Dario Di Vico, 16 ottobre), invita Casini a una alleanza di cui farebbe parte anche Vendola,  dimenticandosi però di spiegare su che cosa Vendola e Casini, una volta messi insieme in un governo, potrebbero convergere o concordare? Anche Vendola, che pure il termine in senso negativo, è spesso vittima (o artefice) di detto politicismo. Egli propone una sinistra “allargata” al centro, un cantiere dell’alternativa fatto di competenze, esperienze di vita, ricchezza di cultura dove farsi domande giuste e darsi risposte giuste, ma senza  mettere in discussione le finalità della strategia politica: welfare, diritti civili, politiche ambientali. E, ancora, senza far capire con chiarezza quale tipo di politica questo soggetto allargato intraprenderà sul tema lavoro, sulla precarizzazione generalizzata, sui diritti civili ed altro ancora. Molti politologi oggi riflettono sul fatto che il  bipolarismo avrebbe dovuto migliorare le cose, ma, invece, con il moltiplicarsi di sigle dentro ad ipotetici schieramenti, si è assistito in questi anni al trionfo del politicismo. Il bipolarismo è spietato con chi, una volta al governo, non mantiene le promesse e alle elezioni successive gli elettori lo cacceranno a pedate. Ed è per questo che, di fatto, tutti i politici, di destra e di sinistro lo odiano. E, tornando al nostro drammatico presente, è interessante notare come il principale partito di opposizione, il Pd, si stia dilaniando fra posizioni incompatibili: accettare o respingere le condizioni poste dalla Bce all’Italia in materia di privatizzazioni, liberalizzazione del mercato del lavoro, eccetera. E, alla fine, si applicherà anche in questo caso il politicismo, con un eventuale nuovo premier che si collocherà “al centro”,  pronto a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, con un equilibrismo sempre più difficile da praticare ed estremamente difficile da spiegare alla Merkel e soprattutto ai mercati.

Carlo Di Stanislao

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