Voce di popolo

Premetto che certamente il popolo ne sa più di me se penso (ma non solo) alle generazioni più recenti. Tuttavia poiché il cosiddetto popolo, meglio dire i cittadini, non hanno davvero molto  tempo per scrivere, io che per vocazione scrivo, dico la mia sul marasma politico nel quale annaspiamo, supponendo nella migliore delle ipotesi di […]

Premetto che certamente il popolo ne sa più di me se penso (ma non solo) alle generazioni più recenti. Tuttavia poiché il cosiddetto popolo, meglio dire i cittadini, non hanno davvero molto  tempo per scrivere, io che per vocazione scrivo, dico la mia sul marasma politico nel quale annaspiamo, supponendo nella migliore delle ipotesi di dare voce a chi non scrive.

Comincio con il rimandare chi vuole leggermi alla nona fino alla sedicesima lezione del Giornalismo di Pace riguardanti i rapporti tra Giornalismo di Pace e Economia  pubblicate nel sito www.ildialogo.org tra il 2002 e il 2005. La singolarità sta nel fatto che una lezione, che tale sarebbe dovuta essere, cioè una sola lezione, si è dilatata in otto lezioni come se il Giornalismo di Pace si fosse come bloccato vuoi  in quanto Giornalismo vuoi in quanto Pace, come a volermi dire che le due cose sono o sarebbero inconciliabili. O al contrario, che il blocco sia dipeso dall’aver io dovuto soccombere all’idea che la Pace dipenda soprattutto dall’Economia e che il comune giornalismo, pur non dichiarandosi in merito, sembra considerarlo normale.

Ma per me che sono una giornalista di Pace, normale non è.

Andiamo per gradi, quelle “lezioni” altro non sono che una disperato tentativo di capire e, piuttosto, una richiesta di spiegazioni. Ebbene, giunte alla voce “Giornalismo di Pace ed economia” esse si sono moltiplicate fino a dilatarsi da una a otto, appunto perché cercavo, e cercavo perché non accettavo quella supremazia e quella dipendenza.. Che mi apparivano altresì strane in quanto non di economia vera e propria si parlava ma di finanza. Anzi si parlava delle misteriose connessioni tra economia e finanza.

A distanza di anni, cioè dal 2002 ad oggi 2011, i fatti mi hanno dato ragione, e cioè che la realtà preminente dell’umanità di questa epoca non era, e non è l’economia sic et simpliciter, ma i suoi rapporti con la finanza. E già dicevo a me stessa con grande imbarazzo che l’economia mi pareva una povera servitorella presa a pretesto (oggi neppure a pretesto, viene ignorata) dalla finanza.

Feci molta fatica a scriverli gli articoli perché era giocoforza leggere molti libri sull’argomento.

Quel che capivo ma che non osavo dirmi d’aver capito era proprio che la finanza aveva schiacciato l’economia fino al punto di ostentare di poterne fare a meno. La finanza, ora lo dicono più o meno tutti, produce profitti al di sopra dell’economia reale. E’ insomma autonoma, indipendente da tutto e tutti. Mentre l’economia reale è – lo dico agli inesperti come me – la fabbrica, gli operai e gli impiegati che in essa operano, è, in una parola che oggi è d’uso comune, l’impresa.

Da tempo si è elevato un coro quasi unanime di condanna di questa diaspora tra economia e finanza, fatta salva forse la compagine governativa che ha avuto la gran brutta ventura di essere alla vetta delle responsabilità proprio in questo periodo.

Quel che a dir poco mi sconcerta è l’intreccio di tutta l’ingarbugliata matassa delle tante e diverse postazioni mentali della società e ancora di più le certezze di non pochi censori del sistema capitalistico, secondo loro, ideale brodo di cultura del malefico strapotere finanziario e della corruzione in genere. Cosa del resto anche verosimile ma fors’anche inevitabile o ancora forse insostituibile.

Ma proviamo a enumerarne qualcuna di queste postazioni e di queste certezze tenendo come comune rapporto differenziale la Finanza e la oramai subordinata Economia.

–          Le ideologie delle sinistre.

Premetto che ho finito per non riconoscerle più; intendo dire che non individuo le loro idee per non dire la loro ideologia. Oltre la colpevolizzazione delle idee liberiste, ritenute responsabili di questo abnorme vizio della società dell’uomo, non sono riuscita a identificare i rimedi, non idealistici ma realistici che le sinistre offrono, dopo la tragica sventura del Comunismo staliniano (ma qual è il comunismo non sconfessato?).

–          Le religioni.

Purtroppo le conosco poco anche se ho tentato di farmi delle opinioni almeno sul Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam. Cioè sulle religioni dette del Libro, in quanto avrebbero (spero di non sbagliare) l’identica origine in Mosè e nel Vecchio testamento, e mai si è staccata da me la meraviglia che proprio da questa unità originaria sia scaturito tanto odio.

Pur sapendo d’indulgere nel semplicismo mi pare che il Cristianesimo oggi si limiti agli appelli contro il profitto e a favore dei valori dello spirito. L’Ebraismo non solo israeliano è probabilmente costretto a non impoverirsi per una questione di sopravvivenza di autodifesa. L’Islam è più facile da decifrare perché non trattasi di una semplice religione, ma di una Religione-Stato dove per l’appunto la teocrazia, in più luoghi ma non in tutti, si rivela una vera e propria dittatura, dittatura religiosa densa di buoni valori ma dittatura. Ebbene non so se il costume, cioè la gente tutta, nell’Islam, governanti e governati, vi si comportano  veramente secondo i dettami del Corano a proposito del profitto o è anche lì d’obbligo distinguere il popolo dai governanti, o se solo alcuni corrotti tra questi.

Comunque sia non mi pare che tra i Musulmani  sia emerso un progetto di recupero dell’economia a disfavore della finanza o, addirittura, un progetto che miri a cancellare questa superfetazione del profitto. C’è da chiedersi, se dietro, altro non ci sia che la qualità dell’uomo e chiedersi quindi se anche nell’Islam esista la corruzione che sappiamo nei Paesi non islamici. Tutto questo equivale a chiedersi se esistano o non, grandi finanzieri islamici drasticamente osservanti dei dettami del Corano, ciò che sarebbe una contraddizione in termini essendo Corano e Finanza incompatibili, o così a me sembra.

La mia opinione sulla quale vorrei poi riflettere è che lo svolgersi della società umana parta da un dinamismo mentale del tutto casuale, che poi segue per intrinseco automatismo.

La stessa scienza, le stesse ideologie – siano politiche o d’altra natura – tessono mentalmente sistemi a tela di ragno dai quali è difficile poi uscire. O meglio non conviene uscire per via degli enormi investimenti in ricerca e in risorse, insomma per tutte le sovrastrutture culturali. Vedasi la scelta nucleare, che poteva essere evitata ma solo dal suo inizio, ma non lo fu per volontà e opportunità politica e sollecitata come urgenza bellica, l’unica in grado di sopravanzare il “progresso” tecnologico nazista.

Gli scienziati con assai poche eccezioni – per loro natura mentalmente curiosi di ogni tipo di ricerca –  portarono a segno in tempo utile quella funesta ricerca, funesta anche se non mancano coloro che affermano essere stato il male minore  a confronto di una guerra che sarebbe durata molto più a lungo con dovizia dei micidiali bombardamenti tradizionali.

Non so gli attuali “indignati” che cosa avrebbero detto o pensato all’epoca. Forse esattamente quel che pensano e dicono oggi. E cioè che l’essere umano è tenuto in assoluto non cale di fronte alla ragione politica. E non so se avrebbero aggiunto – e non so se l’hanno aggiunto  oggi stesso –  che la ragione politica deriva da quella economica perché solo la supremazia economica garantisce la sopravvivenza politica.

Ma in quale modo i misteriosi burattinai della grande finanza potrebbero essere indotti a tirare i fili delle sorti umane secondo regole che non facciano precipitare nel totale fallimento aree fin qui consolidate secondo canoni che almeno aspirano alla giustizia e alla fratellanza? In quale modo un sistema economico che ha partorito questa abnorme superfetazione finanziaria può disinnescarsi dalla logica del profitto visto che nessuna altra logica che non sia purtroppo vanamente onirica  o meglio spirituale è emersa a sostituirla?

Se ora non si sente altro dire che manca il lavoro per tutti o che è scomparso il lavoro sicuro o persiste solo il lavoro sottopagato leggi sfruttamento, ma che non si sente parimenti dire di quali lavori trattasi, cioè di lavori a  favore dell’uomo  e non a scapito dell’uomo, che altro è se non caccia a un profitto che si differenzia solo dai grandi profitti per la sua eventuale – meglio dire generalizzata – esiguità?

(continua)

Gloria Capuano

Giornalista di Pace