Attilio Piscitelli, ucciso da un sogno

La notizia è passata quasi inosservata in questo clima di crisi e tensione politica ed anche noi ce ne occupiamo con colpevole ritardo. Attilio Piscitelli, 42 anni, è stato assassinato durante una rapina a Salvador da Bahia, in Brasile, il 24 novembre scorso, morto nella Ladeira dos Aflitos, un vicolo dove aveva parcheggiato l’auto,vicino al […]

La notizia è passata quasi inosservata in questo clima di crisi e tensione politica ed anche noi ce ne occupiamo con colpevole ritardo.
Attilio Piscitelli, 42 anni, è stato assassinato durante una rapina a Salvador da Bahia, in Brasile, il 24 novembre scorso, morto nella Ladeira dos Aflitos, un vicolo dove aveva parcheggiato l’auto,vicino al Museo di arte moderna, ritrovato cadavere cinque giorni dopo, senza documenti, né portafogli, né cellulare.
Attilio detto Tito viveva in Brasile da quattro anni e curava progetti teatrali per ragazzi, tra la natia Napoli e la Nazione carioca.
E’ morto dissanguato in una viuzza di Salvador di Bahia, località dove lavorava, fra l’altro, come volontario per una ONG che assiste i bambini delle favelas.
Tra le prime ipotesi degli inquirenti sul movente dell’omicidio si era pensato ad un prestito negato, a una vendetta collegata al suo lavoro umanitario, oppure ai beni di cui disponeva.
Ora pare che ad ucciderlo sia stato, con una coltellata, un ambulante di 22 anni, Thiago Souza Santos, arrestato dagli agenti a casa sua, una decina di giorni fa, solo per rubargli i pochi soldi ed il cellulare.
L’amico e collega Giulio Baffi, il 4 dicembre, ha scritto che Tito è stato ucciso senza un perché, come un personaggio dei suoi spettacoli raffinati e complessi, che scompaiono s come enigma dell’esistenza.
Aveva messo in scena opere non semplici, come La forza dell’abitudine di Thomas Bernhard, Parassiti di Marius von Mayenburg, Hitler di Mishima, poiché amava le sfide.
La sua opera più bella, alcuni anni fa, al Mercadante di Napoli, “Todos nós – Tutti noi”, realizzata mettendo insieme una cinquantina di ragazzini napoletani e brasiliani, convinto di poter dimostrare che c’era una “somiglianza” tra questi e quelli e quindi forse una possibilità di costruire un ponte tra culture e gente, quella di Salvador de Bahia e quella dei Quartieri Spagnoli. Sogno di una fratellanza tradita o non compresa e da cui non è riuscito a difendersi.
Il Brasile è un paese dai forti contrasti, non solo nei colori del mare del cielo e della frutta ma anche nelle persone.
E’ ancora tra i paesi con la peggior redistribuzione del reddito; l’emarginazione sociale è aumentata e lo Stato continua a essere olimpicamente assente. Nel vuoto dello Stato si è insediata in compenso la criminalità organizzata, che ha conquistato territori, imposto le proprie “leggi”, costruito il controllo sociale. Le famiglie povere ricevono dalle organizzazioni criminali alimenti, medicinali e denaro per cure, degenze o interventi chirurgici. I bambini, invece, armi per affrontare a polizia. Avviati allo spaccio, finiscono poi quasi sempre per diventare tossicodipendenti, spendendo per la droga tutto il denaro guadagnato con la vendita al dettaglio: un indistruttibile e perverso circolo vizioso.
Com’è noto, il Sud-America ha una ben conosciuta tradizione di violenza nei rapporti sociali e politici, malavita e microcriminalità diffuse. Il Brasile, a sua volta soffre di tutte queste piaghe.
Grandi ritardi nello sviluppo economico, marcate disuguaglianze nella distribuzione del reddito, incremento vertiginoso delle grandi aree urbane e diffusione capillare delle droghe hanno creato condizioni esplosive in grandi città come Rio de Janeiro e San Paolo.
Profondamente diversa è la situazione a Bahia, dove, secondo gli esperti, i pericoli sono molto minori, per ragioni diverse: il carattere allegro e rilassato dei baiani, l’assenza della criminalità legata al traffico e allo spaccio di droghe pesanti (tra quelle leggere la Marijuana – la Maconha la fa da regina), l’azione preventiva e repressiva della polizia. Ma, come si vede, per Attilio le cose sono andate diversamente.
D’altra parte va ricordato che il Brasile è uno tra i paesi del mondo con il più alto tasso di criminalità minorile, con reati più spesso commessi legati all’uso ed allo spaccio di sostanze stupefacenti.
Secondo dati ufficiali, vi sono circa 10 mila ragazzi tra i 12 e i 18 anni reclusi in carceri minorili brasiliani, con il 18% che ha commesso omicidi.
L’81% degli internati viveva con la famiglia quando ha commesso il reato per il quale è in carcere. Questo fa cadere il grande “mito” che sono i “meninos de rua” i delinquenti, mentre dalle ricerche emerge che la qualità dei vincoli familiari è un elemento importantissimo.
Infine, delle 190 carceri minorili, 135 sono state considerate inadeguate per mancanza di spazi, mancanza di igiene, mancanza d’acqua e luce. Molte delle strutture erano ex-carceri per adulti dismesse, utilizzate per i ragazzi senza nemmeno ristrutturarle. In molte carceri i ragazzi sono obbligati a dormire per terra, su pavimenti bagnati dalle infiltrazioni con un livello di sporcizia considerato “subumano” dagli stessi ispettori di governo.

Carlo Di Stanislao

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *