Se la politica seguisse il metodo della scienza

Sarà per la sequenza pressoché ininterrotta delle scadenze elettorali, ma ormai da mesi nella nostra città assistiamo a iniziative promosse dall’amministrazione comunale allo scopo dichiarato di favorire la partecipazione dei cittadini. Consultazioni su programmi, piani comunali, question time, ecc. sono certamente in sé iniziative lodevoli, ma la loro reale finalità è ancora tutta da dimostrare. […]

Sarà per la sequenza pressoché ininterrotta delle scadenze elettorali, ma ormai da mesi nella nostra città assistiamo a iniziative promosse dall’amministrazione comunale allo scopo dichiarato di favorire la partecipazione dei cittadini. Consultazioni su programmi, piani comunali, question time, ecc. sono certamente in sé iniziative lodevoli, ma la loro reale finalità è ancora tutta da dimostrare. Una cosa, infatti, è voler persuadere sulla giustezza delle proprie scelte, altra cosa volersi aprire sinceramente al confronto.
Pertanto, sebbene simili nella loro forma, queste due finalità sono diametralmente opposte nella sostanza, dal momento che dietro una parvenza di partecipazione si può mascherare anche l’atteggiamento demagogico di chi presume di poter potenziare le proprie scelte mediante la sola ricerca del consenso.
Chi ci amministra, quindi, farebbe meglio forse ad ispirarsi al metodo della scienza che, come Popper ci ha insegnato, procede per tentativi ed errori. Più in particolare, come gli scienziati tentano di fornire soluzioni ai nostri problemi formulando teorie che verranno successivamente eliminate qualora risultino erronee, così coloro che presiedono le istituzioni dovrebbero accettare apertamente di essere criticati dal momento che in democrazia non dovrebbe esistere, né trovare posto, nessun punto di vista privilegiato con cui interpretare (e governare) la realtà.
In ultima analisi, siamo convinti che la presunzione di infallibilità è incompatibile con l’idea stessa di democrazia perché chi è convinto di possedere la verità o valori esclusivi, chi crede di aver scoperto in via definitiva ciò che è bene e ciò che è male per una comunità, scambierà la sua personale concezione come l’unica e la migliore in assoluto, e magari penserà che, se gli altri non la riconoscono come tale, è solo per mancanza di consapevolezza o addirittura per ignoranza.
Inoltre, siamo persuasi che non basti il consenso popolare per fare di una società una società autenticamente democratica. A rendere democratica una società è piuttosto il consenso sul possibile dissenso, anche di uno solo. In altre parole, una società in cui non vi è dissenso, cioè in cui l’operato di chi governa non può essere controllato e messo sistematicamente alla prova dall’attività critica dei cittadini, non può essere considerata democratica.
Di conseguenza, chi amministra la ‘cosa pubblica’ dovrebbe essere disponibile – così come lo scienziato – non solo ad accettare le critiche, ma addirittura a stimolarle e a promuoverle nel suo stesso interesse.
Basandosi sull’idea di perfettibilità, la democrazia si caratterizza come il luogo privilegiato del confronto razionale tra individui che, consapevoli dei propri e degli altrui limiti, utilizzano l’arma della critica per tentare di risolvere i loro problemi al fine di costruire un percorso di crescita che sia il più partecipato e solidale possibile.
E quanto più ampi saranno gli spazi in cui esercitare il dialogo e la partecipazione diretta dei cittadini, tanto più la società aperta rafforzerà se stessa dal momento che promuoverà la crescita di persone autonome ed eticamente responsabili.
In termini più generali, ma soprattutto nello specifico contesto aquilano, una delle sfide che oggi abbiamo davanti consiste proprio in questo: considerare la competizione e il confronto tra idee la base essenziale per una proficua collaborazione tra individui che guardano al bene comune. Un confronto, si noti, che sarà tanto più efficace se coloro che presiedono le istituzioni predisporranno mezzi e luoghi idonei al confronto (“casa della città”, urban center o quant’altro) e saranno disposti a considerare la propria fallibilità non come un segno di debolezza ma come un’occasione virtuosa capace di ridurre al minimo la possibilità dell’errore. Questo sembra del tutto ragionevole. Speriamo quindi che, d’ora in avanti, non saremo considerati solo come elettori ma saremo riconosciuti come cittadini-sovrani in grado di condividere le scelte che riguardano la nostra vita collettiva.

Alessio Santelli – Policentrica-onlus (Dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi dell’Aquila)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.