Statistiche, ambiguità ed obbiettivi

Le elezioni si avvicinano e, come era prevedibile, il linguaggio peggiora. Non solo quello di Berlusconi che definisce Monti un leaderino che ha stabilito un patto con Bersani presentandosi sotto mentite spoglie di indipendenza ma, di fatto, come protesi della sinistra; e non solo di Monti che ha definito il Cavaliere un “pifferaio magico” che […]

Le elezioni si avvicinano e, come era prevedibile, il linguaggio peggiora. Non solo quello di Berlusconi che definisce Monti un leaderino che ha stabilito un patto con Bersani presentandosi sotto mentite spoglie di indipendenza ma, di fatto, come protesi della sinistra; e non solo di Monti che ha definito il Cavaliere un “pifferaio magico” che rischia di portare l’Italia verso la definitiva rovina, ma anche dei candidati degli schieramenti minori che, comunque, potrebbero fare la differenza.
Ingroia e La Russa a Otto e Mezzo danno del bugiardo a Monti e ricordano che il governo tecnico ha salvato le banche e la finanza, ma inguaiato ulteriormente gli italiani ed i giornali cominciano a far circolare l’idea che chi non è riuscito a concludere accordi, chi è ancora in cerca di matrimoni politici e chi è abbastanza forte da creare un polo autonomo oltrepassando da solo le soglie di sbarramento previste dalla legge elettorale, potrebbero fare la differenza a poco più di un mese dalle elezioni.
Fare per Fermare il Declino di Oscar Giannino, Amnistia Giustizia Libertà della coppia Bonino-Pannella, ma soprattutto il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e l’estrema sinistra di Ingroia, sono nell’occhio dei sondaggi che ci dicono che Giannino è sceso dal 2,1 all’1%, i Radicali si confermano all’1,4%, Grillo declina dal 15% di una settimana e si attesta al 13,4%, mentre la lista Rivoluzione Civile dell’ex magistrato palermitano sostenuto da Di Pietro passa dal 3,3 al 4,2%.
Si tratta a ben vedere di un bel bottino del 20%, che potrebbe davvero fare la differenza in Senato e nelle regioni in bilico, con una destra che oggi è data complessivamente al 28,4%, con un 1,3% in più rispetto ai numeri rilevati intorno al 3 gennaio, una sinistra al 37,9% in leggero calo ed un centro stabile al 14, grazie a Monti, perché senza il professore, quello che veniva definito Terzo Polo sarebbe al 5,2%, con 4,1% (-0,3%) per l’Udc e l’1,1% (-0,5%) per il Fli.
Ospite di Ombibus, sempre su La7, Berlusconi sciorina sondaggi a lui favorevoli, utilizzando i rilevamenti delle società di statistica a lui vicine e c’è l’ha con tutti, soprattutto con i giudici di Milano e Mario Monti , soprattutto perché sa che l’ex rettore della Bocconi non solo non è un “leaderino di centro”, ma la sua figura sarà fondamentale per la governabilità del Paese perché la coalizione di centro oscilla dall’11 al 15% dei consensi al Senato. Ovvero dove si gioca la vittoria delle elezioni. E se a Palazzo Madama Monti prendesse davvero il 15%, allora sarebbe in grado di ritornare a essere arbitro – questa volta squisitamente politico – di chi si troverà ad avere la maggioranza alla Camera. Secondo Euromedia (la società di statistica vicina al Cavaliere), del resto, l’area Monti al Senato raccoglierebbe dal 12 al 15% delle preferenze, proiezione vista al ribasso da Ipsos di Nando Pagnoncelli, per cui la coalizione di centro varrebbe l’11-12% dei voti. Che sia l’11 o il 15%, tuttavia, un fattore appare certo: Monti sarà determinante. E i suoi avversari lo sanno. Bersani insiste con le prove tecniche di dialogo, il Cavaliere no: non può più farlo, così come non possono farlo, fra i minori, Grillo e Ingroia, quest’ultimo corteggiato sempre più strettamente dal Pd.
In questo balletto di strategie e di cifre, ciò che è certo è che Monti non è, neanche in politica, un “peso piuma”, nonostante l’avversione di molti politici e l’atteggiamento ambiguo di molti giornalisti.
A tal proposito scriveva sul Foglio Marco Valerio Lo Prete, a dicembre, mentre Monti maturava la sua scelta di proporsi alla testa di uno schieramento politico, dal quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli sono arrivati non pochi avvertimenti. Si sono schierati infatti, con la loro dose di ostentato scetticismo, tutti i principali editorialisti politici del quotidiano: Ernesto Galli della Loggia (“Un sentiero assai stretto”, 19 dicembre); Angelo Panebianco (“Le due strade di un leader”, 22 dicembre); Antonio Polito (“La solitudine dei numeri primi”, 23 dicembre) e Massimo Franco (“La chiarezza che non c’è”, 24 dicembre). Per non parlare delle stilettate sui temi economici: i due professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, dopo aver passato al setaccio l’Agenda Monti, hanno stabilito che il tasso di statalismo del programma montiano era eccessivo.
Improvvisamente incontentabile è diventato anche il Fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Quest’ultimo, un anno fa, definiva Napolitano “un genio” per aver scelto Monti come senatore a vita, e poi aggiungeva, in un’intervista a La7: “Questa nomina rompe i giochi, così Monti diventa padre della patria e non un tecnico. E’ senatore a vita e Napolitano lo nomina al posto che fu suo prima dell’elezione al Quirinale”. Da qualche settimana, invece, Scalfari prima ha messo in guardia dal rischio che Monti si mettesse alla testa di una nuova Democrazia cristiana, poi l’ha chiamato con lo stesso appellativo con cui tentava in passato di sfregiare Bettino Craxi (“Ghino di Tacco”), infine in un editoriale domenicale si è rivolto direttamente al premier con questi toni: “Anche tu, caro Mario, sei cambiato. Mi piaci molto per quello che hai fatto e che eri, mi preoccupi per quello che sei ora e riesci perfino a spaventarmi per quello che potresti fare se, non vincendo il piatto, lo vorrai comunque tutto per te”. Dietro il cambiamento d’opinione di Scalfari, secondo gli addetti ai lavori, ci sarebbe anche un certo raffreddamento dei rapporti tra Monti e Napolitano, e soprattutto l’impressione che Monti possa scippare la vittoria al Pd di Bersani e comunque essere scarsamente “eterodirigibile” dal giornale di Largo Fochetti.
Ambiguità anche in area cattolica e sindacale. Il segretario confederale del sindacato italiano più riformista, Raffaele Bonanni, è stato in prima fila nel movimento “Verso la Terza repubblica” che ha sponsorizzato la candidatura dell’ex tecnico. Alla fine però Bonanni non si è candidato, e l’ex segretario aggiunto della Cisl, Giorgio Santini, dopo qualche indecisione ha optato per un seggio in Parlamento con il Pd. La Cgil di Susanna Camusso, invece, ha quantomeno il merito di essere stata chiara sin dall’inizio: con Monti mai, senza se e senza ma, viste le politiche di eccessivo rigore fiscale e filo-liberismo che il governo tecnico avrebbe messo in campo.
Divisi, e questa forse è la sorpresa maggiore, anche gli industriali. D’altronde nell’entourage montiano non ci si stupisce dello scarso entusiasmo di Confindustria riservato alla “salita in politica” del premier tecnico. Era già tutto scritto sin dal maggio 2012, dicono, quando Mario Monti non presenziò all’assemblea generale di Confindustria che sancì il definitivo passaggio di consegne tra l’ex presidente Emma Marcegaglia e il neo presidente Giorgio Squinzi. Lo stesso Monti che invece a dicembre ha di fatto lanciato la sua candidatura politica al fianco di Sergio Marchionne, celebrando il redivivo stabilimento di Melfi, cioè un’Italia “forte di cuore” e che soprattutto dal 2011 non paga più le quote associative a Viale dell’Astronomia. In mezzo a questi due eventi, c’erano state le parole indelicate di Squinzi per la riforma più travagliata del governo Monti, quella del lavoro, definita una “boiata”, e poco altro.
Nel settembre scorso, Emma Marcegaglia partecipò a una convention dell’Udc di Pier Ferdinando Casini per dire all’“amico Pier” che “se voi andate avanti con questa idea io vi sosterrò, sarò con voi”. Ora che Pier è andato avanti con la Lista Monti, pare proprio che Emma non lo stia seguendo. L’unico dei “suoi” a fare il grande salto in politica, è stato Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria anche ai tempi di Marcegaglia, che però è andato non con Monti, ma con il Pd.
Univoco, invece e costante il siostegno di Marchionne a Monti, che, fra l’altro, di fatto ha lanciato la sua candidatura, a fine dicembre, proprio dal redivivo stabilimento Fiat di Melfi e nelle sue liste ha inserito (eliminando i transfughi del Pd che pure avevano sottoscritto la sua “Agenda”) Ernesto Auci, già direttore del Sole 24 Ore e poi manager di fiducia dell’ad del Lingotto e Alberto Bombassei, patron di Brembo e in passato presidente di Federmeccanica, oltre che sfidante di Squinzi a inizio 2012 per la guida della Confindustria.
Questo ha fatto dire a qualcuno (si pensi ad Ingroia e al Sel), che Monti ha composto un “partito dei padroni”, ma a ben vedere i padroni sono tutt’altro che uniti ed alcuni si trovano oggi in area Pd.
Ricordiamo che nella sua conferenza stampa pre-natalizia, Mario Monti, mosse critiche alla sola Cgil, che aveva osato sfidare e contestare le sue politiche recessive in termini economici e illiberali in termini di diritti sociali e politici; plaudendo implicitamente a Cisl e Uil, sostenitrici di fatto di queste stesse politiche che vogliono un sindacato complice e non conflittuale.
E parve a molti, già allora, che già allora Mario Monti – il narciso Mario Monti, anche in questo nel solco della continuità con il berlusconismo, con le dovute differenze di forma ma non di sostanza – si era già chiuso nella proprio solipsismo e nella propria surrealtà neoliberista, che agognava una complicità dei sindacati che poi significa subire/accettare ciò che l’impresa decide in quanto soggetto unico e quasi-assoluto di sovranità nel luogo di lavoro (cancellando cento anni di lotte sindacali, anche della stessa Cisl per la democrazia nei luoghi di lavoro), l’impresa come sovrano quasi-assoluto che disconosce, misconosce, nega a suo piacere ogni logica di democrazia, di dialogo, di cittadinanza attiva nei luoghi di lavoro, come di fatto è accaduto nel Gruppo Fiat contro la Fiom, invertendo quanto affermava nel 1942 un liberale vero, William Beveridge, uno dei padri dello stato sociale europeo, ovvero che il mercato del lavoro dovrebbe essere sempre favorevole al venditore, cioè al lavoratore, anziché al compratore (l’impresa); aggiungendo che se “l’esperienza o la logica dimostrassero che l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione fosse necessaria per assicurare la piena occupazione, questa abolizione dovrebbe essere intrapresa”, perché il vero obbiettivo politico ed economico di un paese civile sono la piena occupazione e la coesione sociale.

Carlo Di Stanislao

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