Seconda visione (da non perdere)

Presi da altri spettacoli in un clima già natalizio, ci siamo dimenticati di segnalare, usciti fra fine novembre e metà dicembre, una serie di film di buona fattura, ora da inseguire nelle seconde visione e nelle superstiti monosale con buona programmazione. In primo luogo “Ancora in gioco”, dove Clint Eastwood interpreta magistralmente (diretto da un […]

Presi da altri spettacoli in un clima già natalizio, ci siamo dimenticati di segnalare, usciti fra fine novembre e metà dicembre, una serie di film di buona fattura, ora da inseguire nelle seconde visione e nelle superstiti monosale con buona programmazione.
In primo luogo “Ancora in gioco”, dove Clint Eastwood interpreta magistralmente (diretto da un esordiente di talento, Robert Lorenz), Gus Lobel, famoso talent scout di baseball la cui età, però, rischia di comprometterne le capacità. L’occasione per smentire chi non crede più in lui è offerta da un viaggio in Nord Carolina per la selezione di un giovane campione. Ad accompagnarlo sarà sua figlia Mickey, un brillante avvocato che, nonostante non abbia con il padre un buon rapporto, decide di aiutarlo e salvare la sua carriera.
Un film diverso, così come diverso è il ruolo di Clint, in una performance che cerca di riflettere sull’attuale fase della sua carriera, evitando la rassegnazione e l’auto-relegazione tra le icone del passato, con, rispettato, l’assunto di “Gran Torino” (non recitare più), perché, come aveva detto, con quel capolavoro aveva dato definitivamente l’addio al personaggio del giustiziere, ed aveva dato un senso alla sua presenza sullo schermo.
Poi, ancora da fuori dei nostri confini, “E se vivessimo tutti insieme”, splendido film francese (in un anno in cui la Francia è andata fortissima), che racconta di Jean, Annie,Claude, Jeanne e Albert, che raggiunta la terza età, decidono di rimettersi in gioco e sperimentare la convivenza.
Il film mi rievoca le atmosfere di un grande libro di Manlio Cancogni, “Allegri gioventù”, premio Strega negli anni settanta, idilliaco ed ispirato nel racconto di una vecchiaia che fa di tutto per poter continuare ad essere vita e non mera esistenza.
Dagli USA due film: “Lawless” (di Koch Media), ambientato durante il proibizionismo, che racconta le vicende dei fratelli Bondurant, che iniziano a distillare clandestinamente alcolici prima di imbattersi nelle attenzioni di un rappresentante della legge corrotto, con cui inizieranno una guerra all’ultimo sangue per difendere le loro terre, e le loro donne; e “Le 5 leggende” (Universal), dove cinque eroi, ognuno con dei superpoteri, si uniscono per combattere uno spirito maligno e così proteggere le fantasie e le convinzioni dei bambini.
Ancora, un nutrito gruppo di film italiani, non capolavori, ma certamente prodotti ben fatti.
In primo luogo “Ci vediamo a casa” distribuito da Microcinema, film corale incentrato sul tema della casa, con protagoniste tre giovani coppie con problemi attuali e diversi. Nel Ambra Angioni, Myriam Catania, Giulio Forges Davanzati, Nicolas Vaporidis, Primo Reggiani e, ancora, Antonello Fassari e Giuliana De Sio.
Il film è stato diretta da Maurizio Ponzi (che torna dietro la macchina da presa dopo una lunga assenza: otto anni di silenzio dopo “a luce spenta”), con colonna sonora composta da Andrea Felli e title track scritta e interpretata dalla cantautrice Dolcenera, con un brano presentato anche al Festival di Sanremo 2012 e classificatosi al sesto posto. Prodotto dalla Dalex Film con Rai Cinema, il film è uscito ad un anno dalla sua realizzazione, perché, come ha detto lo stesso Ponzi, il Italia è più facile fare un film che distribuirlo.

Prodotto da “Istituto Luce Cinecittà”, “Itaker”, con Toni Trupia che dirige Michele Placido, Monica Birladeanu e Francesco Scianna, in un racconto ambientato nel lontano 1962,  viaggio dall’Italia alla Germania di Pietro, un bambino di 9 anni orfano di madre, partito per ritrovare il padre emigrato, di cui da tempo non si hanno notizie. Con lui, un sedicente amico del padre, Benito, un giovane uomo dai trascorsi dubbi in cerca di un riscatto personale.
Anna Foglietta e Giulio Berruti sono invece gli interpreti del drammatico “L’amore è imperfetto” (01 Distribution), dove la giovane Elena, dopo una grande delusione d’amore, incontra per caso due persone da cui si lascia sedurre: Ettore, un uomo maturo e affascinante e Adriana, una diciottenne travolgente e senza freni inibitori. Diretto dalla giovane Francesca Musi, crea una trama sospesa fra eros e fragilità, con momenti di grande interesse e lo sviluppo di temi che raramente, da noi, trovano una declinazione femminile. ll viaggio di Elena nel suo io e l’intera vicenda narrata nella pellicola può essere riassunta come un percorso interiore, l’attenzione che ognuno deve avere per imparare a capirsi, unica conditio sine qua non per affrontare l’esistenza, i sentimenti, i rapporti con gli altri.
Interessante anche le vicende della sedicenne “Melina”, che col suo nome da il titolo al film della Mediaplex Italia, che sogna di diventare scrittrice di successo, che si incrocia con il giovane cinefilo Giuseppe ed il piccolo Ciccio, che si allena nella speranza di poter un giorno partecipare alle Olimpiadi. Sogni e aspirazioni raccontate con garbo da Demetrio Casile, con i bravi Giovanna Cacciola, Antonio Faa, Giada Desideri e Alessio Di Clemente.
Infine: “Una famiglia perfetta”, di Paolo Genovese, con Sergio Castellito nei pannidi un cinquantenne ricco e solitario, che arriva ad ingaggiare una compagnia di attori per far loro interpretare la famiglia che non ha mai avuto.
Paolo Genovese si pone come intelligente e scanzonata alternativa ai soliti film nostrani, prendendo spunto dal lungometraggio spagnolo “Familia” di Fernando Leon de Aranoa datato 1996, che è stato però rielaborato completamente.
La vicenda si svolge nelle campagne vicino Todi, dove Leone (Sergio Castellitto) è un uomo solo, molto ricco e altrettanto misterioso che si appresta a festeggiare il Natale nel suo casolare assieme a tutta la famiglia. Peccato che in realtà sia un committente che ha assoldato una compagnia di attori un po’ scalcinata perché impersoni i suoi ipotetici congiunti in una sorta di spettacolo privato riservato solo a lui. Ha assegnato a ciascuno un ruolo e consegnato il copione delle ventiquattro ore che trascorreranno insieme, minacciando di non pagare se qualcuno finisce fuori parte.
L’allegria si sposa ad un lieve retrogusto malinconico in questa bella pellicola corale ritmata e quasi del tutto priva di sbavature che diverte e suggerisce soffuse riflessioni sull’ineluttabilità delle scelte fatte nella vita. Il capocomico Fortunato (Marco Giallini), sua moglie Carmen (Claudia Gerini), l’anziana Rosa (Ilaria Occhini) e i giovani Sole (Carolina Crescentini), Luna (Eugenia Costantini) e Pietro (Eugenio Franceschini), sono i componenti della sgangherata compagnia teatrale scelta dallo stravagante Leone, un Sergio Castellitto in splendida forma che dà corpo ad un personaggio istrionico, eccentrico e dai repentini sbalzi d’umore e che, con assoluta naturalezza, dissemina di tranelli la scena in modo che il copione venga disatteso in corso d’opera e i presenti si trovino costretti ad improvvisare.
E’ lui il solo spettatore, il primo attore, il gran sacerdote di quella che è una sorta di rappresentazione impeccabile della mistica familiare e, nello stesso tempo, il fustigatore sotterraneo, l’anomalia pronta a voler dimostrare che la famiglia perfetta non esiste e, qualora esistesse, non potrebbe comunque funzionare. Marco Giallini è perfetto sia da spalla che da mattatore; sono tutti davvero bravi ma la Gerini, in particolare, stupisce positivamente. I piani del racconto si sovrappongono confondendosi gradualmente; la realtà e la farsa si avviluppano tra imprevisti calcolati o inattesi come l’arrivo di Alicia (Francesca Neri), affrontando col sorriso temi importanti come la solitudine, la felicità, l’autenticità.
Nonostante la sua professata leggerezza, in questa pellicola sono ravvisabili tracce sparse di Pirandello, Dickens e Monicelli che la rendono davvero superiore alla media.

Carlo Di Stanislao

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