La Shoah della Infanzia e il Dovere della Memoria

“Perché la violenza nelle nostre vite fu terribile, ma l’indifferenza fu peggio”(Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz). “L’Onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nel perdono e nella misericordia”(San Tommaso D’Aquino). Yerushalaim shel Zahav (www.youtube.com/watch?v=7uzzXFKn2PE). Il Giorno della Memoria della Shoah non basta più. Le manifestazioni in Europa, in Italia e nel mondo richiedono ormai un anno […]

“Perché la violenza nelle nostre vite fu terribile, ma l’indifferenza fu peggio”(Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz). “L’Onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nel perdono e nella misericordia”(San Tommaso D’Aquino). Yerushalaim shel Zahav (www.youtube.com/watch?v=7uzzXFKn2PE). Il Giorno della Memoria della Shoah non basta più. Le manifestazioni in Europa, in Italia e nel mondo richiedono ormai un anno intero. È un buon segno. Perché la Memoria della Shoah, come la Lista di Oscar Schindler, è Vita. La Shoah e l’antisemitismo omicida, sono una storia che non passa mai. Più di otto milioni e mezzo di persone attendono Giustizia e Santificazione. Tre milioni di Nomi mancano ancora all’appello dello Yad Vashem a Gerusalemme, il monumentale Memoriale della Shoah. Nel ventesimo anniversario della magistrale pellicola cinematografica “Schindler’s List” di Steven Spielberg e nel settantesimo anniversario della liquidazione del Ghetto di Cracovia il 13-14 Marzo 1943. Israel Meir Lau, già rabbino capo di Israele e sopravvissuto a Buchenwald all’età di otto anni, spiega quanto sia stato importante, per i superstiti come lui, riuscire a ricominciare a piangere per riconoscersi uomini. Lo ha fatto a Roma, nei giorni scorsi, raccontando un episodio toccante della sua vita: ha sottolineato quanto questo ritorno al pianto sia stato necessario per avere la possibilità di ridere ed essere felici. La Memoria dell’orrore, portatrice naturale di lacrime, ha senso solo se apre al suo superamento positivo. L’Europa l’ha finalmente capito celebrando per la prima volta anche al Parlamento Europeo il Giorno della Memoria. L’iniziativa, realizzata su impulso dello European Jewish Congress, si è svolta alla presenza, tra gli altri, di Martin Schulz e Jose Manuel Barroso, rispettivamente Presidente del Parlamento e Presidente della Commissione europei: intervenendo nel prestigioso consesso il leader del Congresso ebraico Moshe Kantor ha speso parole di ammonimento contro il nuovo fluire di venti d’odio nelle società occidentali. “L’Europa – ha affermato Kantor – deve svegliarsi immediatamente e contrastare con tutte le sue forze i fenomeni del razzismo e dell’antisemitismo”. Evidenziate nel suo intervento alcune realtà particolarmente angoscianti: l’aumento esponenziale di attacchi antisemiti in Francia e in altri Paesi dell’Unione, e l’irruzione sulla scena politica di Alba Dorata in Grecia e del partito di estrema destra Jobbik in Ungheria. Tra le varie testimonianze quella di Samuel Pisar, sopravvissuto ad Auschwitz, avvocato e autore di fama internazionale, che ha ricordato, nella commozione generale, la sua esperienza di deportato. Toccante è stata in conclusione di cerimonia la recitazione di un “kaddish” da parte di due sopravvissuti, Bat Sheva Dagan e Jehuda Widawski. Presente in aula anche Claudia De Benedetti, membro dell’esecutivo Ejc per il quadriennio 2012-2016 e consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. “La buona memoria. Gli studenti protagonisti”, con questa iniziativa Gariwo, la foresta dei Giusti ha scelto di celebrare il Giorno della Memoria. Quattro quadri teatrali in scena all’Auditorium San Fedele di Milano, ciascuno dedicato al ricordo di una figura esemplare, il norvegese Fridtjof Nansen, ideatore dell’omonimo passaporto che negli Anni Venti e Trenta permise a 450mila apolidi di immigrare in un Paese diverso da quello di origine, il bulgaro Dimitar Peshev, che si oppose alla deportazione degli Ebrei nel suo paese, il presidente ceco Vaclav Havel e il giornalista libanese Samir Kassir. Così Gariwo, in collaborazione con l’Associazione culturale Ser Tea Zeit, ha invitato gli studenti a riflettere sulla storia lontana e recente. Saranno questi quattro uomini coloro ai quali verrà dedicata la giornata del prossimo 6 Marzo 2013 che il Parlamento europeo ha deciso di intitolare al Ricordo dei Giusti, di coloro che in tutto il mondo hanno messo a repentaglio la propria vita per salvare quella degli altri. Ad animare il dibattito sono stati Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera, Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, Pietro Kuciukian, console onorario d’Armenia, e Francesco Di Maggio, regista e direttore artistico di Ser Tea Zeit. Il Giorno della Memoria 2013 è stato dedicato alle Resistenze. Milano fu senza dubbio protagonista della Guerra di Liberazione condotta dai partigiani e dai patrioti. Come ogni anno, il capoluogo lombardo ricorda questi fondamentali anni della sua storia, quando alla violenza ed alla prevaricazione di fascisti e nazisti al governo della città, si affiancarono storie di coraggio di oppositori politici, militari, patrioti e partigiani. Tanti di loro, scoperti, passarono per l’ex Albergo Regina di Milano, sede del comando SS e quartier generale della Gestapo dal 1943 al 1945, dove furono imprigionati e sottoposti a torture ed efferati interrogatori. Per onorarli si sono ritrovati, in un incontro coordinato dallo storico Marco Cavallarin, Daniela Benelli, assessore del Comune di Milano, Roberto Cenati, presidente provinciale dell’Associazione nazionale partigiani, Gianfranco Maris, presidente dell’Associazione nazionale ex deportati, Gino Morrone della Federazione italiana associazione partigiani, Graziano Gorla della Segreteria Camera del Lavoro e il presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi. A seguire un convegno sul valore della testimonianza a Palazzo IRENA SENDLER Angelo dei Bambini EbreiReale, con la partecipazione di Maris, Goti Bauer, sopravvissuta ad Auschwitz, e Giovanna Massariello, vicepresidente della Fondazione Memoria della Deportazione. Una corona d’alloro e sei lumi posti sul memoriale della Shoah in campo di Ghetto Nuovo in ricordo di altrettanti milioni di ebrei deportati e sterminati nei campi di concentramento. Una cerimonia, consolidatasi negli anni, che vede la Regione Veneto in prima fila per celebrare adeguatamente il Giorno della Memoria. Presenti all’evento gli esponenti della Regione Veneto e della Comunità ebraica di Venezia e tra questi il presidente, Amos Luzzatto e il rabbino capo di Venezia, Ghili Benyamin, che ha recitato un salmo in ricordo dei caduti e il kaddish. Durante la cerimonia il presidente Amos Luzzatto ha sottolineato come si debbano prendere degli impegni precisi affinché le persone capiscano cosa sia il negazionismo, un fenomeno che si diffonde sempre più in Italia. “Si è ricominciato a dire che la Shoah è un falso. Negare questo è come negare la sofferenza di coloro che oggi non ci sono più e di coloro che hanno avuto la fortuna di sopravvivere alla persecuzione. Non possiamo polemizzare o attuare ritorsioni contro coloro che vogliono negare questa tragica realtà, dobbiamo solo mantenere vivo questo ricordo e deve essere una fonte di ispirazione nel nostro vivere di oggi, un vissuto che ci spinga a rapportarsi in maniera diversa tra esseri umani, dando un diverso valore alla vita. Noi Ebrei non siamo qui come ospiti, siamo qua con la nostra storia, con la nostra cultura e la capacità di parlare e di esprimerci secondo le nostre tradizioni, che sono una parte integrante e irrinunciabile della realtà sociale italiana e di questa regione”. Un sentimento istituzionale e culturale assai poco diffuso in Abruzzo. Nel corso dell’incontro il governatore Zaia ha portato il suo saluto alla Comunità ricordando che il negazionismo è una realtà a cui dobbiamo opporci e citando i recenti fatti di Napoli, perpetrati da ragazzi giovani che hanno sposato le posizioni negazioniste e che considerano gli Ebrei come dei nemici. “In tempi di crisi simili a questi, nascevano correnti di pensiero che si sono poi tradotte nei campi di concentramento. Non possiamo affrontare la crisi negando la storia”. Il presidente Zaia ha ricordato l’appuntamento per il 2016, momento in cui si celebreranno i 500 anni del Ghetto ebraico di Venezia, confermando l’impegno e la collaborazione dell’amministrazione regionale e ricordando il motto, sempre valido che chi tocca un Ebreo è come toccasse ognuno di noi. Molti articoli, come prevedibile, sono dedicati dai giornali al tema della Memoria della Shoah. Purtroppo, anche alla sua profanazione, come avvenuto a Roma con i nuovi episodi di violenza verbale sui muri del museo della liberazione di via Tasso. Fiamma Nirenstein, di ritorno da una missione in Ungheria, racconta i nuovi venti d’odio e di antisemitismo che spirano nel paese magiaro. Prende il via l’esperienza del Memoriale della Shoah di Milano ed è di grande interesse, sulle pagine dell’Osservatore Romano, l’intervento di Anna Foa. “Perché non diventi un guscio vuoto”, scrive la professoressa ammonendo contro i rischi della fossilizzazione della Memoria e della sua separazione dalla necessità di approfondire gli aspetti storici della Shoah. Densissimo il palinsesto radiofonico e televisivo. Tra i vari appuntamenti, su Sky Sport, un approfondimento su Arpad Weisz, allenatore che fece grande Inter e Bologna e che trovò la morte ad Auschwitz. Maria Elena Vincenzi denuncia gli ultimi sviluppi sulla cosiddetta “lobby Roma” attraverso le rivelazioni di un pentito, Edoardo d’Incà Levis, che avrebbe iniziato a denunciare un malcostume di cui è stato artefice. Le reazioni a più voci dei leader ebraici italiani sui vari temi legati al Giorno della Memoria ed ai suoi avvenimenti, possono essere riassunte dalla dichiarazione del presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. “Il Giorno della Memoria celebra il ricordo della tragedia della Shoah. In questa data simbolica che coincide con l’apertura dei cancelli di Auschwitz – rivela Pacifici – Roma, l’Italia e l’Europa intera riflettono anche e soprattutto sulle cause che hanno portato al più spietato e scientifico sterminio della Storia dell’Uomo, affinché i nostri figli non vivano mai più un orrore simile. Le leggi razziste non possono essere descritte come uno scivolone nella Storia del Novecento, non è permessa la decontestualizzazione. Le leggi razziste sono parte della politica e della storia di tutto il fascismo in Italia. Le leggi razziste sono il frutto di un progetto politico che annientò le libertà fondamentali dell’Uomo. Il fascismo soppresse il pluralismo, perseguendo la concezione totalitaria del potere. Non è un caso se i padri fondatori della nostra Repubblica Italiana decisero di imporre con la Costituzione il divieto di ispirarsi al fascismo. Come il fascismo aggredì le autonomie individuali e sociali, così i Costituenti le hanno ripristinate, stabilendo un perimetro invalicabile di libertà individuali. In questa fase concitata che vive la politica italiana la Comunità Ebraica di Roma non entrerà nel merito dei programmi e delle alleanze, ma resterà vigile affinché i principi costituzionali siano rispettati e affinché la Memoria non sia attentata”. Sconcerto è stato espresso dal consigliere della Comunità ebraica di Milano Daniele Nahum:“Le parole di Silvio Berlusconi al Binario 21, sono molto gravi perché un ex-presidente del Consiglio ed esponente di uno dei maggiori partiti italiani non può avere un giudizio parziale sul fascismo e non si può esimere nel condannarlo nell’interezza della sua disfatta ideologica: non dimentichiamoci che, oltre le leggi razziali, il regime di Mussolini ha cancellato la libertà di pensiero e di espressione, è stato autore di stragi in Etiopia e creò quel tessuto discriminativo – che ancora oggi stiamo combattendo – contro Rom e tutte le altre minoranze a lui invise. Berlusconi emettendo un giudizio storico parziale dimentica quello che accadde in Italia, che non ebbe solo una “connivenza inconsapevole”, ma specifiche responsabilità nell’Olocausto, perché le centinaia di migliaia di Ebrei deportati dall’Italia furono richiesti a Mussolini dal governo di Hitler, che aderì incondizionatamente. Emettere un giudizio parziale nel Giorno della Memoria e durante l’inaugurazione del Binario 21 è un’offesa e una grave mancanza di rispetto e non basta essere presenti alle cerimonie per dirsi amici di un popolo”. Nel corso della cerimonia per il Giorno della Memoria, il vicepresidente della Comunità ebraica di Torino ha dichiarato che “la giornata del 27gennaio è diventata la giornata che, per una legge della Repubblica, è dedicata alla memoria della Shoah. Tantissime sono, ogni anno, le manifestazioni, tant’è che quest’anno abbiamo iniziato a metà Gennaio e si concluderà verso metà Febbraio: il dovere della memoria è radicato nel pensiero ebraico, ed a questo scopo ricordo soltanto le due festività ebraiche di Pesach (pasqua) e di Purim, nelle quali si ricorda l’uscita dalla schiavitù d’Egitto e lo scampato pericolo, durante l’esilio nell’antica Persia, quando anche allora un uomo, Aman, aveva progettato di annientare il popolo ebraico. È importante, tuttavia, non pensare che le manifestazioni, forse anche troppo numerose, possano servire da sole, come se bastasse adempiere ad un dovere della Memoria per magari ripulirsi la coscienza; è al contrario necessario, soprattutto coi giovani, ma non solo coi giovani, analizzare le cause che hanno portato agli orrori della Shoah; Auschwitz è il risultato finale di una serie di atti iniziati tanti anni prima, nell’indifferenza di troppi, quando non vi era anche complicità e che hanno visto anche il nostro Paese come tanti altri in Europa (e quindi non solo la Germania nazista) preparare poco per volta quello che è stato uno dei momenti più tragici della storia umana. Solo se si fa quest’attenta analisi, si eviterà che simili crimini possano ripetersi”. Insomma, lo spirito del 27 Gennaio va rispettato per tutto l’anno, e non solo nella giornata ufficiale della memoria, perché non serva solo per ripulirsi la coscienza. In un lungo intervento pubblicato sul quotidiano “online” Huffington Post, il consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Vittorio Pavoncello ha dichiarato che “la Shoah è una di quelle parole che hanno sfigurato l’Umanità, e la sfigurano tuttora. Perchè se il fascismo, il nazismo e, più tardi, il comunismo se ne sono andati, l’antisemitismo no, lui è rimasto. Perché in una specie di alleanza oggettiva con partiti che, come lo Jobbik in Ungheria, non temono più oggi di dichiararsi pubblicamente nemici di minoranze e della democrazia, l’altromondialismo, una certa sinistra, numerose Ong e il fondamentalismo islamico, hanno riattivato il morbo dell’antisemitismo. Un morbo in piena mutazione per attaccare il più grande sistema immunitario mai concepito per lottare contro l’antisemitismo. Un morbo dal quale anche in Italia non siamo immune”. Lo provano l’ennesimo oltraggio alle vittime della Shoah e l’antisemitismo sui muri di Roma e Torino. A poche ora dalla celebrazione della Giornata della Memoria Ad 2013, su alcuni muri della capitale sono apparse scritte antisemite a firma “Militia”. Con spray nero sulle mura di via Tasso, dove sorge il Museo della Liberazione, nei medesimi locali occupati dai nazisti, è stato scritto:“27 gennaio: Shoah, solo menzogne e infamità”’. Come noto, l’antisemitismo coincide con l’antisionismo ed infatti un altro sloga riporta:“’Israele boia. 27 gennaio: non ho memoria. Israele non esiste, morte ai sionisti”. A Torino, una svastica, di vernice nera, è stata realizzata su una lapide dedicata a quattro partigiani. Accanto, con la stessa vernice, alcuni insulti. L’oltraggio risalirebbe al Giorno della Memoria. Sul caso indaga la Digos. La lapide è quella tra via Ala di Stura e via Reiss Romoli, nel parco Rubbertex. Ricorda i nomi dei partigiani uccisi nelle stragi del Maggio 1944 e dell’Aprile 1945. Strana coincidenza ideologico-politico-elettorale con le infelici dichiarazioni rilasciate a Milano a margine dell’inaugurazione del Memoriale Binario 21 da Silvio Berlusconi nel corso di un’intervista trasmessa dalla Rai. “Appaiono non solo superficiali e inopportune, ma, là dove lasciano intendere che l’Italia abbia deciso di perseguitare e sterminare i propri Ebrei per compiacere un alleato potente: affermazioni destituite di senso morale e di fondamento storico – afferma il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, al termine della cerimonia milanese, che ha visto un’altissima partecipazione di pubblico e di personalità del mondo politico, religioso, culturale e della società civile – le persecuzioni e le leggi razziste antiebraiche italiane, come è ben noto, hanno avuto origine ben prima della guerra e furono attuate in tutta autonomia sotto la piena responsabilità dal regime fascista, in seguito alleato e complice volenteroso e consapevole della Germania nazista fino a condurre l’Italia alla catastrofe. Furono azioni coerenti nel quadro di un progetto complessivo di oppressione e distruzione di ogni libertà e di ogni dignità umana. Tali sconcertanti dichiarazioni secondo le quali nel corso della Shoah da parte italiana ‘ci fu una connivenza non completamente consapevole’ e ‘responsabilità assolutamente diverse’ rispetto a quelle tedesche, sono da respingere e dimostrano quanto ancora l’Italia fatichi, al di là delle manifestazioni retoriche, a fare seriamente i conti con la propria storia e con le proprie responsabilità”. Nel corso della mattinata l’esponente politico aveva rilasciato alla Rai un’intervista televisiva, apparendo in video a fianco del presidente della Comunità ebraica milanese. Cosa possiamo dire oggi ai nostri giovani oggi delle responsabilità italiane durante il fascismo e durante la guerra? Secondo Berlusconi “è difficile adesso mettersi nei panni di chi decise allora. Certamente il governo di allora, per il timore che la potenza tedesca si concretizzasse in una vittoria generale, preferì essere alleato alla Germania di Hitler piuttosto che contrapporvisi. E dentro questa alleanza ci fu l’imposizione della lotta e dello sterminio contro gli Ebrei. Quindi il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene”. La Merkel ha detto:“Noi siamo responsabili di questa immane tragedia per sempre”. In fondo anche l’Italia dovrebbe dire questo. Secondo Berlusconi “beh, noi non abbiamo la stessa responsabilità. Ci sono responsabilità assolutamente diverse. Da parte nostra ci fu una connivenza non completamente consapevole”. Il Premier Mario Monti, nel corso della sua visita al Memoriale della Shoah di Milano, ha invece dichiarato che “anche quella dell’Italia è una responsabilità perpetua, un aspetto sul quale dobbiamo riandare con la memoria e dobbiamo essere molto attenti a evitare che piccoli focolai che ogni tanto si manifestano possano di nuovo nell’indifferenza dare luogo a un ritorno di cose che l’Umanità non deve mai più permettersi”. L’occasione è stata un’intervista realizzata per conto della Fondazione Binario 21 dal regista e Consigliere comunale Ruggero Gabbai nel corso della cerimonia di inaugurazione. La storica Anna Foa, nel suo editoriale che abitualmente appare il Lunedì mattina sul notiziario quotidiano “l’Unione informa”, afferma come sia “triste che un ex Presidente del Consiglio del nostro Paese abbia approfittato della cerimonia di inaugurazione del Memoriale Binario 21 a Milano e della ricorrenza della Giornata della Memoria per esternazioni, come ben ha detto il presidente Gattegna, destituite di senso morale e di fondamento storico”. Secondo Ruggero Gabbai “questo documentario non voleva avere nessun tipo di connotazione politica, ma soltanto riportare il pensiero dei grandi rappresentanti del Paese sul tema della Memoria, in un luogo che della Memoria vuole essere custode, al di là delle contrapposizioni politiche ed elettorali. Penso che ciò che ha dichiarato Berlusconi, forse impreparato sull’argomento, rappresenti una visione antitetica rispetto a quella di tutti coloro che hanno a cuore i valori dell’antifascimo, ed è importante notare la differenza con quanto allo stesso interrogativo ha risposto Monti”. In serata anche il presidente della Comunità di Milano, Walker Meghnagi, che appariva in video al fianco di Silvio Berlusconi nel corso dell’intervista, si è associato alla posizione espressa dal presidente Ucei condannando le espressioni pronunciate dal leader del PdL. Che significato ha per Milano e per l’Italia intera un luogo di questo tipo, il recupero di un luogo così? “Ha un significato terribile e importantissimo perché – spiega Mario Monti – ci richiama quotidianamente e richiamerà quotidianamente ai milanesi la memoria di fatti che non possono essere dimenticati, non possono cadere nell’indifferenza. È un’esperienza davvero sconvolgente visitare questo luogo che è stato realizzato in modo da ridare, per quanto possibile, l’emozione di chi qui iniziava un viaggio di cui non conosceva la destinazione, e a queste cose, in questo momento in cui è facile che tutto si dimentichi presi come si è dalle preoccupazioni della vita moderna e dell’avvenire è fondamentale soprattutto per i giovani che non hanno memoria neanche indiretta di questi terribili avvenimenti, tornare, anche perché il rischio della discriminazione e dell’antisemitismo noi sappiamo è purtroppo ben presente ancora e va combattuto”. Il Cancelliere Angela Merkel ha dichiarato in questi giorni che “la colpa della Germania è una colpa perpetua”. Lei cosa pensa della responsabilità pesante dell’Italia fascista? “Anche quella è perpetua – sottolinea Mario Monti – anche quello è un aspetto sul quale dobbiamo riandare con la memoria e dobbiamo essere molto attenti a evitare che piccoli focolai che ogni tanto si manifestano possano di nuovo nell’indifferenza dare luogo a un ritorno di cose che l’Umanità non deve mai più permettersi”. Tutti coloro, anche tra i comunisti, che emettono un giudizio storico parziale, dimenticano quello che accadde in Italia, che non ebbe solo una “connivenza inconsapevole”, ma specifiche responsabilità dirette nell’Olocausto, perché le centinaia di migliaia di Ebrei deportati dall’Italia (tra cui moltissimi bambini) furono richiesti a Mussolini dal governo di Hitler, che aderì incondizionatamente. Gli autori delle scritte negazioniste a Roma e altrove, devono essere severamente puniti. Cartelloni con scritte negazioniste della Shoah, sono ormai all’ordine del giorno in Italia, in Europa e nel mondo. In Piazzale della Radio, di fronte allo store di Oviesse, le scritte recitavano:“Sei milioni numero truccato, antisemitismo non è reato”. I cartelloni sono stati subito rimossi, ma resta l’indignazione. Ancora oggi dobbiamo assistere ad atti razzisti e antisemiti che non possono essere tollerati né a Roma né su Internet né altrove. Il fenomeno dell’antisemitismo, nonostante il lavoro e la collaborazione tra le Istituzioni e la società civile, è un tumore ancora presente nella nostra società. Occorre protestare contro tutti gli antisemitismi che in Europa provano a riemergere. Non basta spegnere le luci del Colosseo per denunciare gli atti razzisti in Ungheria commessi dal partito neo-nazista Jobbik. Occorre denunciare quello che in queste ore si sta verificando in Europa. Occorre istituire in Italia il reato penale per chi nega la Shoah. L’Olocausto è una pagina che pesa e peserà sempre sulle nostre spalle di uomini e donne di un’Europa non ancora al sicuro da rigurgiti, da ricerche di presunti “diversi”, soggetti deboli su cui scaricare le difficoltà economiche, di razzismo e in particolare di antisemitismo-antisionismo, che funziona come un vero e proprio termometro del funzionamento della democrazia e dei rapporti civili. Gli Stati Uniti d’Europa saranno fondati sulla Memoria della Shoah. “Il dovere della memoria”, è il titolo in prima pagina dell’Osservatore Romano, per un articolo di spalla firmato dalla teologa e suora carmelitana Cristiana Dobner. Al Giorno della Memoria il giornale vaticano dedica nelle pagine interne un articolo di Anna Foa intitolato:«Perché non diventi un guscio vuoto» e uno di Gaetano Vallini sulla persecuzione dei bimbi ebrei italiani da parte dei nazifascisti. La teologa Dobner sottolinea in particolare che “oggi la Chiesa cattolica e il popolo ebraico sperimentano un avvicinamento e una comprensione impensabili qualche decennio fa. E non si tratta di una moda: è una consapevolezza che poggia sulle esistenze cancellate nel cuore del Novecento, ma che si lascia portare, in una memoria che lega la lunga catena delle generazioni, da una speranza che attraversa i secoli”. Anna Foa rileva il fatto che “la Giornata della memoria istituita in Italia nel 2000 per commemorare le vittime della Shoah è divenuta un fenomeno di vasta portata, che coinvolge capillarmente e in modalità diverse scuole di ogni ordine e grado, istituzioni, media”, ma che “in questo enorme sviluppo delle iniziative, sembra assente il riferimento alla portata internazionale della giornata ed essa appare quasi esclusivamente, nella percezione comune, come il risultato della legge varata dal Parlamento italiano. In tutti i Paesi – afferma la Foa, una delle firme dell’Osservatore Romano – forte è il rischio della fossilizzazione della memoria, della sua separazione dalla necessità di approfondire gli aspetti storici della Shoah, della sua trasformazione in un simbolo vago e riempito solo di buone intenzioni. Ma l’alternativa, che nessuno certo vuole, è quella dell’oblio, sia pur graduale, e tutti preferiscono cercare di riempire di contenuti non banali il quadro esistente piuttosto che rimetterlo in discussione, soprattutto in presenza in molta parte d’Europa di attacchi antisemiti e negazionisti alla Shoah e alla sua memoria che denigrano la giornata e mirano alla sua soppressione”. Gaetano Vallini ricostruisce la vicenda dei bimbi Ebrei all’Hotel Meina, sul Lago Maggiore, teatro della prima strage di Ebrei in Italia. Sul tema Einaudi ha appena pubblicato il libro “La Shoah dei bambini. La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia 1938-1945”(pp. 345) dello storico Bruno Maida. “I bambini crescono e diventano schifosi ebrei” – rispose un ufficiale tedesco a chi gli chiedeva con quale animo teneva prigionieri dei bambini all’Hotel Meina. Una frase che racconta tutta la disumana ferocia dell’agire dei nazisti che non risparmiava neppure i più piccoli. Anzi, su di essi era persino più scientifico. L’annientamento delle giovani generazioni veniva infatti visto non solo come la garanzia di un futuro “judenfrei”, libero da Ebrei, ma rinviava anche alla consapevolezza che la guerra condotta contro l’infanzia non era “un sottoprodotto del conflitto bellico o del genocidio ma la ragione stessa della Shoah”. È da questa considerazione che lo storico Bruno Maida prende le mosse per raccontare cosa comportò essere bimbi e ragazzi Ebrei sotto il nazifascismo. Il libro ripercorre tutte le tappe del progetto di annientamento partendo da quello che fu il punto di non ritorno, l’adozione delle leggi razziali, che costituirono la prima ferita nell’identità, il primo passo verso la catastrofe, come ricorda l’Osservatore Romano nelle parole di Piera Sonnino:“Dal 1938 in poi, per cinque anni, noi vivemmo in un tempo senza futuro, un oscuro presente sul quale gravava, confuso e indistinto, l’incubo che ci ghermì dopo l’8 settembre”. Un incubo che significò, come spiega Maida, “abbandonare la propria casa e il mondo conosciuto, nascondersi e nascondere il proprio nome, perdere la vita o le persone amate, assistere alla cancellazione progressiva di tutto ciò che si conosceva come luoghi, oggetti, abitudini”. L’autore si muove per gradi, con continui riferimenti a ciò che accadeva anche nel resto dell’Europa occupata. Ma soprattutto cerca di ricostruire, attraverso le testimonianze, i traumi e gli adattamenti che i bambini dovettero affrontare, tenendo conto delle varie fasce di età, ovvero quanti nacquero in quegli anni e quelli che invece ci arrivarono un po’ più grandicelli, adolescenti. Anche se, quasi inevitabilmente, la prima considerazione riguarda gli adulti, padri e madri, i quali si accorsero di colpo “di non essere più in grado di fornire le sicurezze necessarie; non erano eroi pronti a salvare i propri figli”. I bambini vissero dunque una “brusca caduta di fiducia nel mondo, che si espandeva dalla famiglia a tutte le persone”. E di conseguenza anche alle cose. Così persino “la casa, che rappresentava un luogo di protezione, diventava – spiega Maida – improvvisamente una gabbia, mentre gli spazi pubblici veicolavano messaggi di esclusione o di paura. Andare al parco o ai giardinetti costituiva una fonte di ansia, soprattutto attraverso gli occhi dei genitori, che non trasmettevano più la sicurezza di un luogo libero e permeato dal piacere dell’incontro ma il timore del rifiuto, dell’insulto, di una protezione impossibile, di una sofferenza non condivisibile e assurda”. La stessa scuola statale, che aveva significato un passaggio fondamentale nel riconoscimento dell’integrazione, costituisce ora uno dei punti di partenza dell’isolamento. Anche se alcune discriminazioni si verificarono prima, lo storico Maida insiste sull’importanza di partire dalle leggi razziali, perché ciò ricorda in primo luogo che “ad essere perseguitati furono prima i diritti e poi le vite delle persone”, ma anche che “la violenza di quella persecuzione toccò tutti, indipendentemente dall’esperienza del lager”. Guardare tutto ciò attraverso gli occhi dei bambini vuol dire osservare quei fatti da una prospettiva peculiare, indispensabile per comprendere l’essenza di quanto accadde. Guardare con gli occhi dei bambini significa cogliere alcuni aspetti tipici dell’età. A partire dal gioco. In ogni luogo e condizione i bambini ebrei continuarono a giocare. Lo fecero dopo aver perso i loro compagni “ariani” a scuola, quando dovettero abbandonare le proprie case, mentre erano in fuga o isolati in nascondigli improbabili. Lo fecero persino nelle baracche di Auschwitz. “Nascosti nelle campagne – scrive Maida – i bambini inventavano scontri e battaglie interpretando il ruolo dei fascisti e dei partigiani; a Ravensbrück, invece, giocavano alla selezione. La morte, in quel modo, poteva entrare nel loro mondo, perché malgrado tutte le forme di protezione che gli adulti avevano potuto mettere in atto fu spesso una parte inevitabile dell’esperienza vissuta in quei mesi…Mettere in scena la morte in tutti i suoi aspetti, specie nei lager, divenne quindi una forma di razionalizzazione e di difesa tipica dell’infanzia, per adattare la propria condizione psichica all’ambiente”. La capacità dei bambini di rispondere ai cambiamenti traumatici e improvvisi fu direttamente proporzionale a una serie di fattori che interagirono e che i bambini elaborarono in modi diversi. Vissero una loro particolare “resilienza”, che non fu tanto la capacità di resistere alle deformazioni del loro mondo, quanto piuttosto la capacità di ripristinare le condizioni della propria umanità, individuando e coltivando uno spazio interiore in cui rifugiarsi. Ma se alcuni sopravvissero, pur perdendo l’innocenza e la spensieratezza tipiche dell’infanzia, fu anche grazie all’aiuto gratuito e coraggioso di altre persone, talora per iniziativa privata, talaltra attraverso reti di soccorso. “Quelle reti – rileva Maida – non solo salvarono dei bambini ma permisero loro, nella maggior parte dei casi, di non sgretolarsi e di adattarsi al trauma e alle circostanze, ai luoghi sconosciuti e ai tempi tanto diversi da quelli della vita precedente. Non fu così per tutti, ma l’impressione è che la maggior parte dei bambini che visse nascosta in Italia ebbe condizioni più positive rispetto ad altri Paesi occupati”. Non fu così per tutti perché, sottolinea ancora lo storico, almeno novecento di essi vennero deportati e il novanta per cento fu ucciso nelle camere a gas. “Dietro a ognuno c’è una storia diversa, che racconta di altri italiani che furono complici convinti o indifferenti dell’occupante tedesco, spettatori passivi dell’arresto e della deportazione: 264 bambini furono arrestati da italiani e altri 23 insieme ai tedeschi. Questi ultimi furono responsabili diretti della cattura di 503”. Di molti di questi piccoli, ai quali fu cancellato il passato e rubato il futuro, conosciamo poco o nulla, di come siano davvero scomparsi, non solo attraverso i camini dei forni crematori, ma anche dalla memoria, in un destino che non è stato diverso da quello dei loro genitori e di altri familiari. Con questo libro lo storico Maida vuole dare un nome e un volto a ciascuno di loro, raccontando soprattutto storie. Storie di bambini spaventati, con la valigia in mano da secoli nel Mediterraneo, in Europa, in Italia, anche in Abruzzo:“Le valigie sono rimaste, nella memoria infantile, un segno fisico di quella condizione di sospensione nella quale gli ebrei si trovarono” – scrive Maida – ogni volta che sono riuscito a ricostruire perlomeno un’informazione relativa a uno di quei bambini, queste pagine hanno assunto un significato differente”. Chi è sopravvissuto non ha dimenticato. Gli adulti non hanno dimenticato. “Non posso vedere i bambini che vanno in fila in qualche posto – racconta una donna – perché io vedo bambini che vanno al crematorio”. E i bambini di allora non hanno dimenticato. Sia pure con fatica, come i coetanei di altre nazioni, hanno cominciato a raccontare il loro stupore ingenuo dinanzi a un mondo che non potevano comprendere e che non erano pronti ad affrontare. “Probabilmente la prima bambina deportata dall’Italia che ha testimoniato fu Arianna Szoreny, nel 1946, all’età di 49 anni – scrive lo storico – rispondendo a quel bisogno di raccontare che diventa imperativo morale e dovere di ricordare”. Spinto da un profondo desiderio di comprensione, utilizzando sia il registro storiografico che quello narrativo, Maida consegna all’Umanità un libro importante che con rigore, ma anche con delicatezza e partecipazione, ripercorre un capitolo oscuro della storia non solo italiana. Pagine che si fa fatica a leggere. E che pure devono essere lette. Da tutti. C’è chi di bambini Ebrei ne ha salvati a migliaia. Irena Sendler fu l’Angelo del Ghetto di Varsavia per aver salvato dall’Olocausto 2.500 bambini Ebrei. Morì il 13 Maggio 2008 a Varsavia all’età di 98 anni. Irena era un’assistente sociale polacca che organizzò e diresse un gruppo di più di venti persone per salvare dalla morte migliaia di persone della capitale polacca sotto l’occupazione nazista. Poté realizzare quest’opera grazie all’aiuto di religiose cattoliche polacche. La Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg, un’organizzazione educativa non governativa internazionale, fondata dall’argentino Baruj Tenembaum, che ha analizzato e documentato numerosi casi di “salvatori” dell’Olocausto, ha definito in alcune dichiarazioni la Sendler “come una delle più eroiche donne cattoliche che si spesero per salvare la vita agli Ebrei”. La Fondazione, con sedi a Gerusalemme, New York e Buenos Aires, ricorda che quest’opera portò Irena a subire la tortura in un carcere nazista e una condanna a morte che per fortuna non venne eseguita. Irena Sendler era nata in Polonia nel 1910. Quando la Germania invase il Paese nel 1939, era infermiera presso il Dipartimento del Benessere Sociale di Varsavia, che gestiva le mense comunitarie della città. Lì lavorò instancabilmente per alleviare le sofferenze di migliaia di persone, sia ebree sia cristiane cattoliche. Grazie a lei, le mense non solo fornivano cibo a orfani, anziani e poveri, ma Forni crematori Auschwitzconsegnavano anche vestiario, medicine e denaro. Per evitare le ispezioni, registrava le persone sotto nomi cattolici fittizi o le iscriveva come pazienti con malattie molto contagiose come il tifo o la tubercolosi. Nel 1942, con la designazione di una zona chiusa dove alloggiare gli ebrei, il Ghetto di Varsavia, le famiglie potevano solo attendere una morte sicura. Irena si unì al Consiglio per l’Aiuto degli Ebrei, organizzato dalla resistenza polacca. Riuscì a ottenere un passi del Dipartimento del Controllo Epidemiologico di Varsavia per poter entrare legalmente nel Ghetto. Persuadere i genitori a separarsi dai loro figli era un compito terribile per una giovane madre come Irena. Si poteva solo garantire che sarebbero morti se fossero rimasti lì. “Nella mia mente, posso ancora vederli piangere quando lasciavano i genitori” – raccontò la pia donna. Non era nemmeno facile trovare famiglie che volessero accogliere bambini Ebrei. Iniziò a portare via i bambini in un’ambulanza come vittime del tifo. In seguito dovette utilizzare cesti per la spazzatura, casse di utensili, imballi per le merci, sacchi di patate. Il riscatto di un bambino Ebreo richiedeva l’aiuto di almeno dieci persone. I bambini erano prima trasportati a unità di servizio umanitario e poi in un luogo sicuro. Quindi si cercava loro un alloggio in case, orfanotrofi e conventi. “Ho mandato la maggior parte dei bambini in strutture religiose – testimoniò la donna – sapevo di poter contare sulle religiose”. Irena conservava l’unico registro delle vere identità dei bambini in fiaschi sotterrati sotto un albero di mele nel giardino di un vicino, di fronte alle baracche dei nazisti. In totale, i fiaschi contenevano i nomi di 2.500 bambini. Il 20 Ottobre 1943 la donna venne arrestata dalla Gestapo. Era l’unica a sapere i nomi e gli indirizzi delle famiglie che alloggiavano i bambini Ebrei e sopportò le pesanti torture pur di non tradirli. Le spezzarono i piedi e le gambe, ma nessuno riuscì a spezzare la sua volontà. Irena trascorse tre mesi nella prigione di Pawiak, dove venne condannata a morte. Mentre attendeva l’esecuzione, un soldato tedesco la portò via per un interrogatorio ulteriore; uscendo, le gridò in polacco:“Corra!”. Il giorno successivo trovò il suo nome nella lista dei Polacchi uccisi. Irena continuò a lavorare sotto falsa identità. Al termine della guerra, dissotterrò i fiaschi e utilizzò le annotazioni per trovare i 2.500 bambini che aveva affidato ad altre famiglie. Li riunì ai loro parenti sparsi per tutta l’Europa, ma la maggior parte aveva perso la famiglia nei campi di concentramento nazisti. I bambini la conoscevano solo con il nome di Jolanta, ma anni dopo, quando la sua foto uscì su un giornale, dopo che era stata premiata per le sue azioni umanitarie durante la guerra, venne riconosciuta da molte delle persone che aveva salvato. Dopo la guerra Irena Sendler lavorò per il benessere sociale, aiutando a creare case per anziani, orfanotrofi e un servizio di emergenza per bambini. Anna Foa in un bellissimo articolo ragiona sulla “ipertrofia della memoria” in relazione al moltiplicarsi degli eventi per il Giorno della Memoria, prima e dopo il 27 Gennaio di ogni anno, in cui si rende onore alle vittime del nazifascismo e della Shoah. Foa parlava di “necessità di un ripensamento o meglio di un approfondimento, non certo sulla necessità o meno di ricordare, ma sul senso da dare a questa memoria…”. Una risposta adeguata offerta anche dal film di Rose Bosh, “Vento di Primavera” che racconta la deportazione degli Ebrei del quartiere parigino di Montmatre, avvenuta nell’estate 1942. La pellicola ha avuto un successo incredibile in Francia. Tre milioni sono stati gli ingressi, cifre a cui ambiscono oltralpe solo commedie particolarmente riuscite. “I fatti raccontati in questo film sono realmente accaduti, anche i più efferati e inverosimili” recita l’incipit della storia. La verità è che “Vento di primavera” con un’abile mossa mostra la Shoah dei bambini con gli occhi degli innocenti che l’hanno vissuta. E che nessun pugno di voti fascisti potrà mai cancellare! La regista non eccede in nulla, perché i fatti sono già crudi. Non c’è necessità di ricorrere all’esagerazione né indugiare nella ferocia. La Bosh semplicemente sceglie la strada dei sentimenti dei bambini che, agendo d’istinto, non sanno spiegarsi il perché di tanta insensatezza. E con loro nemmeno il pubblico che si immedesima perfettamente nello stupore infantile. Prima di venire rastrellati nei poveri condomini in cui vivono, due dei protagonisti, il decenne Jo Weismann (Hugo Leverdez) scherza con l’amico fraterno Simon Zygler (Oliver Cyvier) sul mito dell’aspetto ebraico, naso adunco e viso pallido, dimostrando entrambi di negare con il proprio aspetto le assurde teorie fisiognomiche hitleriane e medievali che imperversavano in Europa da duemila anni. Quando vengono ammassati in 10mila nel velodromo d’inverno, senza acqua, senza latrine funzionanti e con pochissimo cibo, la reazione dei bambini Ebrei è quella di correre e giocare nello scivolo di legno dove corrono le biciclette, facendo imbestialire le guardie con scherzi continui. Lì operano il medico ebreo David Sheinbaum (Jean Reno) e la crocerossina cristiana Anette, la Mélanie Laurent di “Bastardi senza Gloria” di Tarantino. Anette è l’esempio che non tutti i francesi erano conniventi con il programma antisemita di sterminio nazista, molti avevano reagito aiutandoli, molti agivano sotto costrizione, pochissimi erano contenti. La fine dei bambini Ebrei non tutti la conoscono dai libri di storia studiati finora sui banchi di scuola. Ma forse per pudore, anche qui in Italia, i nostri ministri dell’istruzione, registi e professori non erano entrati nei loro sentimenti, non si eravamo forse neppure immaginati cosa volle dire per quei piccoli essere separati dai propri genitori per salire ingenuamente sui vagoni piombati diretti alle camere a gas. Sotto il nazifascismo poco si sapeva, oggi si sa tutto, ma è tutto lontano. Per rendere più vicina quella incredibile Olocausto dell’Infanzia Europea basterebbe ricordare che genocidi si sono compiuti e si compiono anche al giorno d’oggi e più vicino a casa nostra di quanto crediamo. Basta leggere alcuni libri di storia recente. Ad esempio “Le guerre Jugoslave. 1991-1999”(Einaudi 2006) di Jose Pirjavec, la cui prima edizione aveva in copertina uno dei tanti prigionieri dei campi di concentramento, vittime di una pulizia etnica, avvenuta pochi anni fa, oltre l’Adriatico. E Belgrado dista da Trieste tre ore di macchina. Daniele Scaglione ha pubblicato “Ruanda. Istruzioni per un genocidio”. Honoré Gatera è il capo delle guide del Kigali Memorial Center ed è uno dei sopravvissuti al massacro tra gli Hutu e Tutsi, avvenuto in Ruanda nel Luglio 1994, al tempo dell’impatto della famosa cometa su Giove, dove in poco più di tre mesi fu “industrialmente” trucidato oltre un milione e mezzo di persone. Gatera gira il mondo per testimoniare ciò che ha visto. L’orrore cambia colore e scenografia ma, come un alieno feroce, non forme di esercizio. Perché la Shoah non si ripeta più, forse sarebbe utile raccontare ai bambini cristiani e mussulmani anche quello che è successo a persone che hanno l’età dei loro cugini più grandi. Perché, come sostiene Anna Foa, capita di domandarsi, assistendo al moltiplicarsi delle iniziative in occasione del 27 Gennaio, che cosa avrebbe detto Primo Levi di fronte a quest’ipertrofia della memoria. Lui che fin dai primi anni tanto ne aveva orientato i percorsi. Perché nel suo ultimo libro, “I sommersi e i salvati”, egli ci appare consapevole della necessità di un ripensamento, o meglio di un approfondimento, non certo sulla necessità o meno di ricordare, ma sul senso da dare a questa memoria. Un punto su cui sempre più negli ultimi anni ci si interroga, Ebrei e non Ebrei: cosa ricordare e perché? Dov’era l’Uomo? E quale uso pubblico fare di questa memoria: quello di una ricostruzione sempre più attenta degli eventi, quello di una riparazione del crimine e di disvelamento di ciò che i perpetratori avevano voluto deliberatamente occultare, quello di un monito perché tali eventi non si ripetano mai più? Intanto, la rete porta ovunque i deliri negazionisti che solo pochi anni fa ci sembravano residui del passato degni del carcere, rendendo gli stessi strumenti della nostra memoria, l’insegnamento e il rito civico dell’anniversario, come desueti e inefficaci. E mentre ogni anno le iniziative sembrano moltiplicarsi all’infinito, questa Memoria sembra crescere su sé stessa, staccata ormai completamente da qualsiasi rapporto con una Storia che non sia la sua storia particolare, senza aver chiaro il rapporto tra un ruolo simbolico, che fa della Shoah il modello di ogni sterminio e fine di ogni trauma collettivo, e uno puramente celebrativo. Una funzione conoscitiva o una funzione etica? O ambedue, ma in che modo intrecciate? Questa è la domanda a cui si trovano di fronte i giovani, quella a cui, di fronte alle nuove sfide che ci vengono dal mutamento del mondo intorno a noi, non possiamo non tentare almeno di rispondere, nella consapevolezza della gravità della posta in gioco. Perché di un punto almeno siamo sicuri, ci ricorda Anna Foa, che la memoria della Shoah non è fenomeno irrilevante o marginale, ma un fondamento della nostra Storia, della nostra Cultura e della nostra Etica civile. E intanto continuiamo a celebrare i nostri riti, non disconoscendone il senso e il valore, tormentati tuttavia sempre dal dubbio che una memoria di tal fatta non finisca per diventare un ricordo fine soltanto a sé stesso, se non addirittura un modo per non ricordare. Tra gli oltre otto milioni di vittime dei campi di sterminio e di concentramento nazisti, morirono anche circa 3.000 cattolici, tra cui Edith Stein e Massimiliano Maria Kolbe. “Edith Stein e Massimiliano Maria Kolbe hanno concluso con il martirio la loro vicenda terrena nel lager di Auschwitz – ricorda il Papa Benedetto XVI nell’Udienza generale del 13 Agosto 2008 – apparentemente le loro esistenze potrebbero essere ritenute una sconfitta, ma proprio nel loro martirio risplende il fulgore dell’Amore che vince le tenebre dell’egoismo e dell’odio”. Mai più l’orrore dell’Olocausto, si superi ogni forma di odio e razzismo. All’Angelus, in Piazza San Pietro, il pensiero di Sua Santità Benedetto XVI va al ricordo delle vittime dell’Olocausto. “La memoria di questa immane tragedia – afferma il Papa – rappresenti un monito affinché non si ripetano gli orrori del passato e si superi ogni forma di odio e di razzismo, e si promuovano il rispetto e la dignità della persona umana”. I sopravvissuti alla Shoah per anni hanno taciuto sull’orrore vissuto nei campi di sterminio (da non confondere con i campi di concentramento) come Auschwitz, perché quel ricordo era insopportabile. È la storia di Alberto Sed, 84 anni, Ebreo romano che, incoraggiato da un giornalista, ha deciso di raccontare nel libro “Sono stato un numero”, il dolore della perdita della madre e delle sorelle barbaramente uccise dai nazisti, e le torture patite. Tutte le sue energie nel trasmettere ai ragazzi nelle scuole la Memoria di quanto da lui vissuto, sono state cristallizzate per sempre da Paolo Ondarza che lo ha incontrato per raccogliere la sua straordinaria testimonianza (). “Per tanti anni sono stato in un silenzio assoluto e non ho parlato con nessuno: non ho parlato con mia figlia, non ho parlato con mia moglie. Tutto quello che avevo passato l’ho tenuto per me”. Sollecitato dall’invito di un giornalista, direttore della rivista “Il Carabiniere”, ha deciso di raccontare l’orrore che ha vissuto in un libro, a partire dal suo ingresso nel campo della morte di Birkenau, insieme a sua madre e alle sue sorelle. “Quando sono arrivato lì mi hanno diviso da mia sorella, mi hanno tagliato i capelli, mi hanno spogliato di tutto e mi hanno dato un numero al braccio: 5491”. Si rese conto realmente di dov’era finito “la mattina, quando sono andato a lavorare, non capivo. Dicevo: “Ci hanno portato in Germania per lavorare?”. Sentendo, però, due francesi che parlavano, ho chiesto loro: “Che si fa qui?” E loro: “Sei venuto ieri? Sei venuto da solo?” Ed io: “No, sono venuto con mia madre e mia sorella”; “Sono in grado di lavorare?”. “Lavorare? Bisogna vedere di che lavoro si tratta…Mia madre è una brava cuoca e mia sorella è specializzata nel ricamo”, e loro: “Sì, abbiamo capito, ma vedi quel fuoco lì? Sai cos’è?” “Certo, che lo so – rispondo io – sono i camini che riscaldano le baracche, perché fa freddo”. “Hai indovinato, ma sai con cosa le hanno riscaldate? Con tua madre e tua sorella. Qui devi pensare solo a te stesso, perché anche volendo amare gli altri non lo potrai fare, non te lo permetteranno, se lo farai ti riempiranno di botte e ammazzeranno prima te e poi loro. Adesso ti diciamo cosa succede qui dentro. Vedi quelli con le fasce sul braccio? Sono i capi. Qualunque cosa ti dicano, fallo senza reclamare, perché se dici ‘no’ ti riempiranno di botte e, non potendo più lavorare, andrai a finire subito nei forni crematori. Hai visto i cani? Soprattutto la domenica li vedrai più spesso, perché scommettono su chi è più veloce ad uccidere le persone. In cinque minuti ti fanno a pezzi. Non passare vicino ai reticolati dell’alta tensione, perché i nazisti lanciano i cani contro di te, per vedere chi è più veloce nello spingerti contro i reticolati e farti morire. Inoltre non guardare mai i nazisti in faccia, perché pensano che tu li voglia sfidare. Devi evitare di prendere le botte, perché come prendi le botte sei finito”. Chi veniva pestato era messo nelle condizioni di non poter più lavorare. “Certo, non ci riusciva più. Te ne davano tante e tutti i giorni era così. Quella era la selezione quotidiana. Viene il tedesco che guarda chi è in grado di lavorare e chi può andare ai forni crematori. Ti dà una spinta: se barcolli e vai per terra, vai a finire nei forni crematori. Nel campo Alberto Sed ha poi saputo della tragica fine di sua madre e sua sorella, nei forni crematori; ha anche saputo di un’altra sorella sbranata dai cani sotto gli occhi divertiti dei nazisti e di un’altra ancora, sopravvissuta ai crudeli esperimenti dei nazisti. Nel lager sopportò tanto dolore tra faticosi lavori e mansioni terribili come alloggiare i bambini che arrivavano al campo sui carretti che li avrebbero condotti nei forni crematori. “Quando mi hanno mandato ai trasporti, ero addetto a selezionare le persone. Dovevo togliere i bambini dalle braccia delle loro madri: tutti i bambini che non sapevano camminare, e portarli sul carrettino. Tutti insieme finivano poi nei forni crematori dove venivano uccisi. Ad un mio compagno di prigionia addetto alla stessa mansione che si trovava in fila davanti a me, un nazista con una pistola in mano ha chiesto di tirare in aria un bambino. Lui inizialmente si è rifiutato, poi il soldato gli ha intimato: “Hai capito quello che ti ho detto? Ti ho detto di tirarlo in aria; se non lo vuoi fare tu, lo farà il compagno dietro di te”. Lui ha preso il bambino, l’ha lanciato per aria, e i soldati hanno fatto il tiro a segno con la pistola contro quell’innocente. Mi è rimasto talmente impresso che quando è nata mia figlia e mia moglie mi diceva:“vieni prendila in braccio”, io inventavo sempre qualche scusa per non prenderla, perché ero ossessionato da quel ricordo”. Il sadismo dei nazisti costringeva gli Ebrei a partecipare alla morte di vittime innocenti. “Un tedesco a una madre che aveva un bambino in braccio che piangeva ha detto:“Fate stare zitto questo ragazzino: mi dà fastidio!”. La donna non sapeva nemmeno cosa le stesse dicendo. Chissà di che nazionalità era: ungherese, polacca…? Non so. Il bambino le fu ucciso in braccio con un cazzotto in viso”. Alberto Sed era di costituzione robusta, questo l’ha salvata. Per avere più cibo – e stiamo parlando di qualche buccia di patate o di mele, ma la fame era insopportabile – Alberto accettò anche di fare il pugile negli incontri domenicali tra i prigionieri del lager, che servivano ad intrattenere gli aguzzini e i gerarchi. “Scommettevano denaro. Venivano gli addetti ai trasporti, che erano robusti, erano grossi di costituzione e scommettevano soldi su chi potesse vincere negli incontri di pugilato. Eravamo obbligati ad intrattenerli e non potevamo mettere bocca su niente. Ho visto un prete finito nel campo per aver fatto scappare dei partigiani. Un giorno, non so come, si mise la veste per celebrare la Messa. I tedeschi se ne accorsero e gli dissero:“Vuoi dire la Messa? Vieni con noi a dire la Messa!”. Avevano una specie di piscina e ce lo buttarono dentro, dopo averlo riempito di calci. Lui cercava di aggrapparsi al bordo della vasca, disperato, per salvarsi. Loro lo rispingevano dentro: lo abbiamo visto morire, con la disperazione in volto. Non lo dimenticherò mai quel viso: sa quando sono riuscito ad entrare in una piscina? Dopo 20-25 anni, per giocare con una mia nipotina. Per tanti anni, però, non appena pensavo alla sola idea di piscina, ero terrorizzato”. È difficile tornare a vivere, dopo essere passati per questo inferno. “Io ho avuto una grande soddisfazione dal mio libro e dall’incontro con i ragazzi nelle scuole. Per me era inimmaginabile che, trascorsi tanti anni fuori da Auschwitz, tutti questi ragazzi mi facessero vivere una “rivincita” su Auschwitz. Questa per me è una bellissima rivincita sul male. Sono quattro o cinque anni che sono affascinato, innamorato di tutti questi ragazzi, per le lettere che mi scrivono. I ragazzi recepiscono. Ho capito che attraverso il mio racconto di grande sofferenza per loro la vita è cambiata. Molti di loro, abituati a litigare per un telefonino – perché ne vorrebbero uno da cento invece che uno da cinquanta euro – si sono resi conto del valore della vita e che non è possibile litigare per delle sciocchezze”. Questi orrori potrebbero ripetersi in futuro. Un monumento sulle rive del Danubio, a Budapest, con una fila di scarpe di uomini, Dovere della Memoria della Shoahdonne e bambini, ricorda gli Ebrei che furono gettati nel fiume simbolo dell’Europa, dalle milizie naziste ungheresi. Oggi si ricordano quei martiri insieme ai più di 600mila Ebrei ungheresi sterminati durante la Shoah mentre siede in Parlamento una forza del 17 per cento che inneggia a Hitler! E chiede le liste degli Ebrei che siedono nelle istituzioni ungheresi ritenendoli “un pericolo per la sicurezza nazionale”. In Europa. In Ungheria. Nell’Anno Domini 2013. Una vera citazione hitleriana, degna del Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra e del carcere. Il nome del loro partito? È Jobbik. La nostra On. Fiamma Nirenstein ha appena guidato in Ungheria con il britannico John Mann e l’israeliano Yossi Peled, un gruppo di parlamentari europei e israeliani organizzati dall’ICJP, dall’ICCA (l’organizzazione parlamentare contro l’antisemitismo) e dall’Israel Jewish Congress per chiedere conto alle autorità ungheresi che governano le istituzioni di quel Paese di che cosa si pensa e di che cosa si fa oggi del pericolo in cui sono costretti i 200mila Ebrei e gli Zingari che vivono in Ungheria. La situazione è esplosiva. È la peggiore d’Europa per il numero di antisemiti e antizingari che professano il loro credo politico con l’appoggio di giornali e intellettuali e l’eco delle istituzioni in cui sono presenti, per le dichiarazioni sulla “industria dell’Olocausto”, sul progetto ebraico di dominare il mondo, sulla criminalità sionista che tenta di distruggere l’Ungheria e lo spirito magiaro. È un bombardamento continuo, mentre si sono formate milizie che marciano per le strade, i leader di Jobbik si dichiarano nazisti senza problemi, si bruciano le bandiere di Israele, è pericoloso indossare simboli ebraici fuori del ghetto di Budapest. Si sente rispondere con sincerità dai ministri e i membri dei partiti e delle opposizioni ungheresi che c’è uno sforzo enorme per affrontare il problema. Si ascoltano descrizioni molto interessanti di un lavoro culturale intensivo e di molti interventi legislativi. Si è anche ricordato che tutta Europa è affetta dalla crescita dell’antisemitismo e dall’odio per gli Zingari, da aggressioni verbali e fisiche, di cui la maggiore l’uccisione dei tre bambini Ebrei e del loro maestro a Tolosa, in Francia. Ma quello che si vede in Ungheria è un rigurgito di puro nazismo europeo, privo di influenza musulmana, una malattia genetica tutta Europea che rischia dimensioni di massa presso le popolazioni europee. Le risposte ricevute dai parlamentari italiani, britannici e israeliani sono state accorate, ma hanno convinto che nessuno ha la formula per la guarigione. Non ci resta che continuare a combattere, la Memoria non basta. La morte di Leon Leyson (83 anni), il più giovane dei 1100 Ebrei salvati da Oscar Schindler, ci ricorda che i sopravvissuti stanno scomparendo. Fare Memoria di questo grande male sulla Terra è un dovere civile e umano. Memoria e Cultura devono diventare un binomio inscindibile in Italia, in Europa e nel Mondo. Memoria e cultura, Memoria e Storia, Memoria e Ricerca. Così la Memoria della Shoah diventa Vita perché opposta alla cultura della morte.

Nicola Facciolini