Caos e rabbia in Tunisia

In Tunisia esplode la rabbia dei cittadini contro il governo di Jebal e il partito Ennahda, accusati di essere la testa di ponte dell’integralismo islamico, dopo l’uccisione, avvenuta ieri, di Chokri Belaid, avvocato di 49 anni, leader dell’opposizione e aperto critico del partito di maggioranza. I dimostranti hanno invaso Avenue Bourghiba, nel centro della capitale […]

In Tunisia esplode la rabbia dei cittadini contro il governo di Jebal e il partito Ennahda, accusati di essere la testa di ponte dell’integralismo islamico, dopo l’uccisione, avvenuta ieri, di Chokri Belaid, avvocato di 49 anni, leader dell’opposizione e aperto critico del partito di maggioranza.

I dimostranti hanno invaso Avenue Bourghiba, nel centro della capitale e un poliziotto è morto mentre cercava di fermare il saccheggio di alcuni negozi nel quartiere di Bab el-Jazira.

Una folla straripante si è riversata per le strade di Sidi Bouzid, dove nel dicembre del 2010 l’ambulante disoccupato Mohamed Bouazizi si diede fuoco, dando inizio alle proteste del mondo arabo.

Per stasera sono state convocate manifestazioni nelle città di Tunisi e di Sousse (capoluogo del governatorato omonimo e terza città del paese per popolazione), attraverso appelli fatti circolare da attivisti per i diritti umani nei vari social network.

A due anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini, la Tunisia è ancora nel caos più assoluto, tanto che il premier Hamadi Jebali, ha deciso di sciogliere il governo e di nominarne uno di tecnici, in attesa di nuove elezioni, con scelta che ha incassato l’ok di Ettakatol, che, insieme ad Ennahda e Congresso per la Repubblica, faceva parte della maggioranza.

Belaid è stato ucciso appena uscito di casa, mentre si stava per recare al lavoro, freddato da due colpi, uno alla testa e l’altro al collo e non appena avvertito, il presidente della Tunisia l Moncef Marzouki, che si trovava a Strasburgo in visita ufficiale, ha deciso di tornare immediatamente in patria.

Commentando la vicende su Panorama, Franco Rizzi, segretario generale di Unimed, l’unione della Università del Mediterraneo, e fondatore di MedarabNews , oltre che autore di Mediterraneo in rivolta , ha detto che, a parole, i nuovi leader tunisini, dal primo ministro al presidente, hanno fatto dichiarazioni democratiche per quanto riguarda le riforme economiche e i diritti civili e umani. Ma le loro parole sono state finora disattese dai fatti. I musulmani parlano di democrazia, ma non hanno interiorizzato la democrazia e, quindi, alle parole non fanno seguire pratiche politiche democratiche.

Quello che sta accadendo in Tunisia lo vediamo anche in Egitto. Gli islamici non sono preparati a governare, non sanno farlo. Al Cairo (e non solo) appena arrivati al potere hanno occupato tutte le cariche possibili e tutte le istituzioni e questo ha scatenato la rabbia della piazza. Non si può governare in questo modo, con il 40% della popolazione contro. La rivoluzione scoppiata due anni fa, la cosiddetta Primavera araba, è stata un terremoto che ha lasciato uno sciame di assestamento, perché il processo di democratizzazione di Paesi come la Tunisia e l’Egitto non è un cammino di breve periodo, bensì un percorso lungo.

La rivoluzione non è ancora terminata ed esiste tuttora una profonda mobilitazione della società civile che non ha ancora smesso di battersi per i diritti umani e civili, mentre, a fronte di tutto questo, i musulmani stanno dimostrando di non essere in grado di governare in modo democratico.

Chokri Belaid aveva criticato la dirigenza di Ennhada perché questa si era opposta all’arresto di miliziani islamisti ritenuti responsabili di un omicidio, nei giorni scorsi, di un militante della opposizione.

La speranza che anche nei paesi a maggioranza islamica possano davvero nascere democrazie autentiche nelle quali religione, libertà, rispetto dei diritti civili, possano convivere, sembrano svanire dopo l’uccisione di Belaid ed i giovani che due inverni or sono manifestavano in piazza per rivendicare il loro diritto ad un futuro simile a quello dei loro coetanei occidentali, sono costretti alla semiclandestinità da governi nei quali l’islamismo intollerante s’è sostituito al satrapismo corrotto e clientelare dei predecessori cacciati a furor di popolo.

E questo, è onesto ammetterlo, sulla base di un inequivocabile mandato popolare manifestatosi attraverso elezioni democratiche. Il punto è questo: giunti legittimamente al potere sull’onda del verdetto delle urne, gli integralisti islamici hanno immediatamente tentato di “blindare” questa loro posizione mettendo in atto un’attività legislativa tendente ad alterare a loro favore il bilanciamento dei poteri che è alla base di ogni democrazia autentica. Evidente l’obiettivo: creare tutte le condizioni (legislative e giurisdizionali) per rendere difficile, se non impossibile, che dalle urne potesse un giorno uscire un responso a loro sfavorevole, o che potesse dispiegarsi un’opposizione autentica, libera, efficace.

La spiegazione della svolta drammatica impressa dall’assassinio dei leader laico Belaid forse si spiega proprio con questo timore: recentissimi sondaggi (meno di una settimana fa) avevano segnato per la prima volta il sorpasso, nelle intenzioni di voto dei tunisini, dell’opposizione laica di “Nidaa Tounes”, il partito di Belaid, nei confronti del movimento islamico Ennahda, sino ad allora saldamente in testa.

Un vantaggio striminzito, lo 0,1 per cento, ma significativo perché segnava simbolicamente il consolidamento di un trend che, in tre mesi, aveva portato il partito di Belaid a guadagnare quasi cinque punti percentuali, a fronte di una flessione marcata dei consensi attribuiti a Ennahda.

Oggi sappiamo che la “Primavera araba” non fu spontanea ma indotta dall’estero per rovesciare due alleati per decenni ritenuti fondamentali.

Una storia incredibile – che la dice lunga sulle tecniche usate per governare il mondo e sulla dabbenaggine dei media – e ancora in corso.

Scrive su Il Giornale un vero esperto di quell’area del mondo che è Marcello Foa, che due leader laici e moderati, il tunisino Ben Ali e l’egiziano Mubarak, sono stati sostituiti da regimi religiosi oltranzisti legati ai Fratelli Musulmani.

Gli stessi che governano, tramite Hamas, l’Autorità Palestinese e la cui filosofia è graditissima ai regimi, anch’essi sunniti e integralisti, di Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Dopo Tunisia ed Egitto è caduta la Libia,  ora preda di bande oltranziste. E non è difficile prevedere la fine di Assad in Siria, per mano, ovviamente, dall’ala siriana dei Fratelli Musulmani.

E, a ben vedere, tutto questo con la benedizione degli USA, con il baratto tacito che l’Occidente non si intrometta nelle vicende interne (ad esempio sui diritti umani e sulla Sharia) e in cambio si ottenga il rispetto degli accordi strategici che interessano agli Stati Uniti.

I dittatori sono stati spodestati, in Marocco un giovane re illuminato ha indetto libere elezioni, ma solo il tempo potrà dirci se i popoli nordafricani hanno migliorato davvero la qualità della propria vita.

Per ora, come sottolinea Lucio Scialo, l’emigrazione dei nordafricani verso le nostre coste è aumentata vertiginosamente e a vincere le elezioni sono stati ovunque i partiti a vocazione islamica.

Il recente intervento francese il Mali, probabilmente programmato da tempo, fa anche capire che la Francia non ha mai lasciato l’Africa e che Parigi percepisce le sue ex colonie come stati satelliti e quindi non può permettersi neppure uno sia spazzato via da un regime di matrice integralista islamica.

E mentre con Algeria e Marocco, le due principali ex colonie, il rapporto è più controverso per motivi storici e perché sono Paesi che hanno una loro autonomia economica e culturale, altre nazioni dipendono in tutto e per tutto dalla Francia. Fra queste, oltre al Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad, Repubblica centrafricana, Gabon, Camerun, Congo Brazzaville, c’è proprio la Tunisia.

Francois Burgat, all’inizio del suo libro recentemente tradotto in italiano, II fondamentalismo islamico (Algeria, Tunisia, Marocco, Libia), ci dice che “comprendere la spinta islamica significa senza dubbio essere capaci, in primis, di calcolare i possibili effetti, non potendo evitarle, delle trappole insite in tutti i tipi del percorso orientalista. Il relativo inventario, da Edward Saìd a Bernard Lewis e da Hasan Hanafi a Fu’âd Zakariyâ, si è considerevolmente arricchito nel corso dell’ultimo decennio, anche se le sue imprevedibili varietà continuano a dar filo da torcere. Comprendere l’islamismo implicherebbe soprattutto, nell’intreccio dei discorsi e delle rappresentazioni, essere capaci, in mancanza di una soddisfacente dissociazione tra ‘io e l‘altro, di rimanere consapevoli dei limiti di un tentativo di oggettivazione.

tutti dobbiamo essere consapevoli, anzitutto, di una “costante” della storia dell’Islàm: la sua lunga e travagliata storia (quattordici secoli e tanti califfati, sultanati, emirati e repubbliche!) testimonia che, tra i musulmani, ci furono sempre dei gruppi di contestazione politica, spesso violenta, che hanno addirittura frantumato l’unità primordiale dell’Islàm dei “califfi ben guidati” (furono quattro, ma tre furono uccisi!): Khârigiti, Shî’iti, Qarmatî, Fâtimidi, Drusi, ecc., si sono opposti ai poteri “centrali” a nome di un Islàm intransigente. Se le maggioranze sunnite sono sempre riuscite a trovare le soluzioni di compromesso, con grande realismo umano e religioso, tra gli imperativi dell’ideale islamico e la complessità delle realtà Economiche, culturali e politiche, ci sono state sempre delle minoranze esigenti e contestatrici a nome di un Islàm rigido che sarebbe più fedele al Corano, alla sunna e alla legge o Sharî’a. E proprio in questa tradizione di rivendicazione che si collocano le varie espressioni odierne dell’integralismo islamico.
Quando la stampa o la televisione, in Occidente, trattano dell’ integralismo islamico, si parla ben presto dei Fratelli Musulmani in Egitto, della Rivoluzione di Khumaynî nell’Iran, del suo fidato alleato libanese, il Hizb Allâh, del Fronte Islamico di Salvezza in Algeria e del Hamas palestinese, ed a questi partiti o correnti vengono paragonati gruppi simili in Siria, in Giordania, in Libia, in Sudan, in Tunisia e in Marocco, ma tutti hanno una storia specifica e la loro importanza relativa dipende direttamente dal contesto nazionale dove sono cresciuti, senza che si possa parlare di una “internazionale organizzata dell’ integralismo islamico”, nonostante le pretese dei recenti Congressi di Turabi a Khartoum su iniziativa del governo sudanese. Però, stampa e televisione non parlano mai dell’integralismo wahhâbita dell’Arabia Saudita o delle sue forme più o meno vicine degli Stati del Golfo, integralismo che propone e impone il suo modello di rigorismo
islamico (le donne non possono guidare le macchine ed ogni anno centinaia di condanne alla pena capitale sono attuate!) sia ai pellegrini che soggiornano alla Mecca ogni anno sia a tutti i musulmani che collaborano con la Lega del mondo islamico che ha sede alla Mecca ed è controllata dal governo saudita.
Nel Marocco, società molto tradizionalista, dove il Re Hassan è “emiro dei credenti” e garante dell’Islàm nazionale, un integralismo pacifico ma critico si è espresso tramite l’impertinente lettera di ‘Abd as-Salâm Yâsîn al sovrano “dimentico degli obblighi dell’ Islàm”, ed investe socialmente e politicamente una società che rimane pluralista.

L’Algeria, sfortunatamente, a causa del duplice trauma della lunga presenza francese e dell’autoritarismo socialista di Bumediene, ha visto dopo il 1988 la vittoria delle opposizioni il cui portavoce era e rimane tuttora quel Fronte Islamico di Salvezza, messo fuori legge nel 1992 e diviso ormai in tanti gruppi, quasi tutti impegnati nella lotta armata contro lo Stato, in mano ai militari volentieri “eradicatori”: nonostante la vittoria del presidente Zeroual alle elezioni del novembre scorso, la società civile algerina rimane nell’aspettativa, pur soffrendo ogni giorno di una guerra civile che ha fatto, finora, più di 50.000 vittime. Il Movimento della Tendenza Islamica di Rashîd Ghannûshi, in Tunisia, diventato il partito della Nahda, ha praticato la contestazione, ha conosciuto la repressione, ha accettato l’ipotesi legalista ed ha perso il verdetto delle urne, ma alcuni gruppi radicali criticano le “false speranze” del regime e sognano un jihâd islamico.

Come ricorda Paolo Branca nel suo libro io La strategia della moschea (l’Islàm radicale tra miti e realtà), “i movimenti islamici radicali non costituiscono un blocco monolitico e compatto, ma presentano caratteristiche diverse e articolazioni sulle quali la storia e gli orientamenti dei singoli Paesi hanno un peso determinante e intrattengono con le istituzioni rapporti di natura variabile”.

E sebbene vi siano molti dotti e intellettuali di fede islamica che hanno una visione dello stato e dei diritti molto aperta e laica, vi sono anche un gran numero (per ora vincente) di integralisti che intendono rendere gloria a Dio costringendo tutti a rispettare la sua volontà, e cioè la sua legge positiva divina, dimenticando che sovente le sue disposizioni giuridiche sono semplicemente il frutto di elaborazioni scolastiche, del tutto umane.

A settembre scorso, dopo la diffusione del film su Maometto, “L’innocenza dei musulmani”, le forze di sicurezza di Tunisi furono costrette a fare irruzione nella moschea al Fath di Tunisi, sotto assedio da ore per prendere lo sceicco salafita Abou Iyadh, che si era scagliato contro il ministro degli Interni, Ali Laarayedh, chiedendogli di dimettersi, “come sarebbe accaduto in qualsiasi altro Paese civile”, per quanto accaduto all’ambasciata americana, oggetto di attacco da parte di decine di manifestanti e con disordini che avevano costretto centinaia di statunitensi ad abbandonare la capitale. Un anno fa, il 21 febbraio 2012, a Jendouba, Sud Ovest di Tunisi, fu necessario l’intervento di oltre 100 agenti per interrompere le violenze di un gruppo di barbus (cioè di militanti salafiti) che, armati di coltelli e molotov, rivendicano il diritto delle loro donne a indossare il niqab; chiedevano scuole separate in base al sesso; invocavano la Shari’a e accusavano Ennahda di non sostenere abbastanza la riforma dello Stato in senso confessionale, auspicando l’avvento di un califfato islamico che dal Nord Africa all’Asia centrale riportasse la grande nazione araba ai dettami del Corano.

Il 26 luglio, all’indomani della festa della Repubblica della Tunisia, il giornalista liberale Salem Ben Ammar, amico e collega del più noto Jalel Brick, pubblicò sul giornale on-line TunisieNews una lettera tanto veemente quanto coraggiosa contro i salafiti, che insieme ai Fratelli musulmani sono gli integralisti islamici che tengono in scacco il Paese e scrisse, fra l’altro: “che più che una festa della Repubblica, quello del 25 luglio è stato un funerale della Repubblica, in quanto sacrilegio in terra di Allah.

Il problema attuale della Primavera Araba di chiama salafismo, in gran parte e antioccodentale e sostenuto dall’Arabia Saudita, con la vittoria di Ennahda (al-Nahda) nella laica Tunisiam che ha anticipato di alcuni mesi il trionfo della Fratellanza al Cairo e con essa il massiccio ritorno all’islam nella vita quotidiana nei due Paesi.

In un articolo pubblicato su Limes (volume 1/12, “Protocollo Iran“), Bernard Selwan el Khoury, vicedirettore dell’Osservatorio Geopolitico Medio Orientale (Ogmo) e responsabile di Cosmo (Center for Oriental Strategic Monitoring), descrive i salafiti così: “Il salafita è un musulmano sunnita, praticante, ortodosso, che vive come vivevano i suoi antenati nei primi secoli dell’islam. Ciò si ripercuote anche sul suo modo di pensare, parlare e vestire. Il salafita è riconoscibile per la sua lunga tunica bianca che indossa, il tradizionale abito arabo, e la barba incolta. “Salafita” non è sinonimo di “jihadista”. Tutti i jihadisti sono salafiti, ma non tutti i salafiti diventano jihadisti. In un’ipotetica scala della radicalizzazione, che parte dalla tappa del “ritorno all’islam” e culmina con il jihadismo, la fase del salafismo è la penultima, prima dell’azione armata. Volendo azzardare un paragone con il contesto politico italiano degli anni di piombo, i salafiti sono gli intellettuali e i mujahiddin (jihadisti) i terroristi. Un jihadista è un salafita passato all’azione. Tutti i casi documentati, senza eccezione, di mujahiddin lo attestano. E’ per questo che spesso i salafiti vengono considerati una minaccia. Di fatto lo possono diventare, ma finché il salafita non sconfina nel proselitismo jihadista non è perseguibile. Salafita è tutto ciò che va in senso contrario alla modernità. Politicamente, il salafita non riconosce il sistema democratico occidentale. L’unica forma di potere ammessa è quella applicata nelle prime società islamiche, vale a dire la Shura, il consiglio dei saggi. La legge non può essere decisa dall’uomo, ma soltanto da Dio. Da qui la scelta di sostituire la shari’a, la legge islamica, alla costituzione”.

Auspicando un ritorno alle origini, un salafita non vede di buon occhio le dottrine islamiche più assertive di una lettura non strettamente letterale del Corano; in particolare la dottrina sufi e, in Tunisia, già pochi mesi dopo la Rivolta dei Gelsomini, si sono distinti per aver attaccato un corteo a sostegno della causa palestinese e per aver imposto il divieto alle donne di mettersi in bikini , scoraggiando, inoltre, i flussi turistici verso il Paese, già ai minimi storici.

In conclusione, il male non è l’islam, ma l’uso strumentale che certi musulmani fanno della sensibilità dei propri correligionari, visto come è facile  manipolare la suscettibilità delle fasce medio-basse della popolazione e poi brandirle come un’arma contro il mondo occidentale o contro ogni tipo di opposizione.

Dopo l’inizio della Primavera Araba, gli integralisti salafiti hanno bruciato e saccheggiato più di 40 mausolei sufi in Tunisia in soli 8 mesi, senza contare quelli distrutti nel centro di Tripoli, in Libia, e a Timbuctu, in Mali.

Alla base di tanta violenza c’è una costante contro i musulmani sufi che rappresenta il cuore della dimensione interiore e contemplativa dell’islam autentico e quindi r per i salafiti, che vogliono diventare il cuore puritano dell’islam, il nemico peggiore.

Il sufismo ha rappresentato in questi ultimi secoli in Egitto, Libia, Algeria, Tunisia e Marocco un punto di riferimento costante di educazione, di esempio virtuoso, di solidarietà e di sostegno all’integrazione armoniosa tra spiritualità e responsabilità civile. L’ha sempre fatto, anche sotto i regimi. La Primavera araba è nata da problemi sociali, non religiosi, i giovani volevano lavoro e pane ma poi la loro rivolta è stata strumentalizzata da un’ideologia puritana.

Ma adesso, i musulmani sufi, come anche i cristiani, non sono più rispettati, con fanatici che continuamente pretendono di attaccare sia il cuore autentico della spiritualità islamica sia qualsiasi pluralismo religioso.

Fanno eccezione Paesi come il Marocco e Turchia , con, nel primo, un re che sta arginando i tentativi di intransigenza estremista e nel secondo una diffusa convinzione laica nella pratica governativa.

Carlo Di Stanislao

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