Papa Francesco I è il nuovo Romano Pontefice

Viva Francesco I, uomo semplice a immagine del Cristo e del poverello di Assisi. “Annuntio vobis gaudium magnum; Habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum Dominum, Dominum Marium, Sanctæ Romanæ Ecclesiæ Cardinalem Bergoglium, Qui sibi nomen imposti Franciscum”. Sono le solenni parole pronunciate dal cardinale protodiacono Jean-Louis Tauran, il giorno 13 Marzo 2013 alle ore 20:09, dalla […]

Viva Francesco I, uomo semplice a immagine del Cristo e del poverello di Assisi. “Annuntio vobis gaudium magnum; Habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum Dominum, Dominum Marium, Sanctæ Romanæ Ecclesiæ Cardinalem Bergoglium, Qui sibi nomen imposti Franciscum”. Sono le solenni parole pronunciate dal cardinale protodiacono Jean-Louis Tauran, il giorno 13 Marzo 2013 alle ore 20:09, dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro in Roma. Il 266.mo Vicario di Cristo è Jorge Mario Bergoglio, 77 anni, gesuita, argentino: è il nuovo pastore della Chiesa Universale a immagine di Cristo Buon Pastore. Eletto al quinto scrutinio. Una felice sorpresa dello Spirito Santo! Alle ore 19:06 la fumata bianca dal comignolo della Cappella Sistina dove più volte si erano appollaiati diversi gabbiani quasi in attesa del grande annunzio. “Mi hanno preso alla fine del mondo…” – sono le prime parole del nuovo Papa Bergoglio, umile e devoto di Maria Santissima, eletto al quinto scrutinio: i Cardinali hanno raggiunto la maggioranza dei due terzi necessari per l’elezione. Le campane di San Pietro hanno suonato a festa nel tripudio degli oltre 100mila fedeli radunati in Piazza e dei miliardi attraverso i nuovi dispositivi elettronici. La Sacra Scrittura è chiarissima. “Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle»”(Giovanni 21, 15-17). È il primo papa sudamericano della storia. Un Pater, un’Ave e un Gloria aprono il suo pontificato. Il nuovo Romano Pontefice Jorge Mario Bergoglio si è inchinato al popolo, chiedendo le preghiere dei fedeli per la Santa Chiesa e il suo alto magistero. La sua diocesi di elezione a Buenos Aires è quella che Papa Bergoglio ama chiamare l’«Esposa» retta per quasi 15 anni. Amiamo già il Papa italo-argentino, la sua vocazione tra i poveri dei “barrios” di Buenos Aires visitati chissà quante volte e raggiunti a bordo di un autobus o in metropolitana, prima di proseguire lungo il lungo cammino tracciato dal suo altissimo predecessore Benedetto XVI. Famoso per la sua austerità e per la sua reticenza a concedere interviste proprio nei giorni che hanno preceduto il conclave, Papa Bergoglio, come aveva evidenziato il quotidiano di Bueonos Aires “Clarin”, aveva sottolineato del suo predecessore “il coraggio di spazzare la sporcizia dentro la Chiesa”. E proprio su questo fronte il nuovo Pontefice oltre a portare la ventata di novità del primo latino-americano sul Soglio di Pietro metterà al centro le stesse preoccupazioni e la medesima tensione pastorale che hanno animato e contraddistinto lo stile di Joseph Ratzinger. Figlio di emigranti piemontesi, quattro fratelli, Bergoglio è nato a Buenos Aires il 17 Dicembre del 1936. Il padre Mario era un funzionario delle ferrovie, la madre, Regina Sivori, una casalinga con sangue piemontese e genovese. Jorge viene descritto come un ragazzo semplice e schivo, studia da perito chimico, ha un lavoro e una fidanzata. A 22 anni la svolta religiosa: l’11 Marzo del 1956 entra nel noviziato dei Gesuiti a Villa Devoto, si laurea in filosofia al Collegio Massimo San José de San Miguel e pochi giorni prima del suo trentatreesimo compleanno, nel 1969, viene ordinato sacerdote. Nel 1973 viene eletto provinciale della Compagnia di Gesù, un incarico che eserciterà per sei anni. Si tratta di un periodo molto turbolento per l’Argentina che sprofonda nel vortice della repressione e della violenza. Ed anche per la Chiesa, tentata dall’opzione rivoluzionaria della teologia della liberazione tanto invisa al beato Giovanni Paolo II, sono anni di grandi convulsioni e di drammatiche spaccature. Il giovane provinciale dei Gesuiti si mostra aperto al dialogo ma fermo nelle sue decisioni. “Se non ci fosse stato Bergoglio a capo della congregazione, le difficoltà sarebbero state molto più grandi” – ha dichiarato, alcuni anni fa al quotidiano “La Nacion” l’ex ministro per il culto Angel Miguel Centeno. Nel 1979 padre Bergoglio partecipa al vertice della Celam (Consiglio episcopale latino-americano) a Puebla ed è fra coloro che si oppongono decisamente alla teologia della liberazione, sostenendo la necessità che il continente latino-americano faccia i conti con la propria tradizione culturale e religiosa. È la caratteristica fondamentale di Bergoglio: grande attenzione ai poveri ed agli emarginati insieme con una rigorosa ortodossia dottrinale. A quei tempi non era facile sostenere una simile posizione in America Latina. L’ex provinciale gesuita si ritira nello studio. Viene nominato rettore del Collegio Massimo e delle facoltà di filosofia e teologia. Poi va in Germania a completare il proprio dottorato. Tornato in Argentina sente forte il richiamo per l’attività pastorale che eserciterà in una parrocchia di Cordoba. Nel 1992 il cardinale Antonio Quarracino, primate d’Argentina, lo vuole al suo fianco come vescovo ausiliare e poi coadiutore. E dopo la sua morte, avvenuta nel 1998, Bergoglio diventa arcivescovo di Buenos Aires. Nel 2001 viene creato cardinale da Giovanni Paolo II. Per sei anni (due mandati) ha guidato la conferenza episcopale argentina (2005-2011). Solo il 22 Febbraio 2013, Benedetto XVI aveva nominato il cardinale argentino membro della Pontificia Commissione per l’America Latina. Bergoglio fin dall’inizio del suo ministero episcopale ha scelto uno stile di vita semplice ed austero, quasi monacale. Abita in un piccolo appartamento, va in giro con la tonaca nera come un semplice prete e usa sempre autobus e metrò. È abituato ad alzarsi alle 4 e 30 di mattina, e dopo la messa e le preghiere si dedica a rispondere personalmente alle lettere dei suoi fedeli. Di lui dicono che «parla poco ma sa ascoltare molto». Autore di vari libri che trattano soprattutto di pastorale sociale, ha una grande capacità d’improvvisare discorsi ed omelie, cogliendo d’istinto gli umori di chi gli sta intorno. Uomo di grande cultura è un appassionato lettore di Borges e Dostojevski, Dante e Manzoni ama la musica classica ed il tango. Senza dimenticare la sua passione per la poesia di Holderin e le note di Beethoven. Tra i suoi film preferiti lo ha confessato lui stesso, alcuni anni fa c’è “Il Pranzo di Babette”. Amatissimo nel suo Paese in un libro-intervista autobiografico, divenuto un bestseller uscito nel 2010, “Il Gesuita”, scritto da Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, il futuro Pontefice aveva spiegato le sfide che attendevano la Chiesa moderna:“L’opzione fondamentale è scendere per le strade e cercare la gente: questa è la nostra missione. Il rischio che corriamo oggi è quella di una Chiesa autoreferenziale: simile al caso di molte persone che diventano persone paranoiche e autistiche, capaci di parlare solo a loro stesse”. E, da buon sudamericano, stravede per il calcio tifando per la squadra del San Lorenzo di Almagro da cui ha avuto in regalo una maglietta con gli autografi dei giocatori. Aperto al contatto con le persone, in tutti questi anni il Cardinale Jorge Bergoglio ha conquistato la stima e l’affetto dei suoi, soprattutto dei suoi più poveri che se lo ritrovano particolarmente vicino quando, a partire dal 2001, l’Argentina precipita nella catastrofe economica. Ha saputo ridare credibilità e prestigio sociale alla Chiesa, mantenendo una distanza critica nei confronti del potere politico di qualsiasi colore. Qualche anno fa in Vaticano pensarono di affidargli un importante dicastero. Ma lui si schermì:“Per carità, se mi chiudete in Curia io muoio”. Eletto ora 265.mo successore di San Pietro porterà tra le mura dei Sacri Palazzi romani il suo stile di umile predicatore capace, come aveva già annunciato solo nei giorni scorsi durante le congregazioni generali del pre-Conclave, di guardare a una Chiesa che si fa prossima alle persone là dove esse vivono portando ovunque “l’annuncio gioioso dell’amore e della misericordia di Dio”. Come aveva preconizzato una frase di Papa Benedetto XVI sulla Chiesa degli ultimi tempi, nel Calendario di Frate Indovino, nel mese di Marzo 2013. C’è bisogno di un Papa semplice ma autorevole. Sono stati 115 i Padri Cardinali che, entrati in Conclave per la prima volta alle ore 16:30 di Martedì 12 Marzo 2013, hanno eletto il 265.mo successore di San Pietro, vivente il Papa Emerito Benedetto XVI che l’11 Febbraio 2013 aveva annunciato e motivato la propria “rinuncia”. Non hanno partecipato al Conclave il Cardinale Arcivescovo di Giacarta (Indonesia) Julius Riyadi Darmaatmadja, che ha rinunciato per ragioni di salute ed il Cardinale Keith Michael O’Brien, ex Arcivescovo di Edinburgh (Regno Unito), per ragioni personali. Le cariche ricoperte dai Cardinali della Curia romana erano decadute alle ore 20 del 28 Febbraio 2013, a partire dall’inizio della Sede Vacante (Segretario di Stato e i Capi di tutti i Dicasteri). Considerando la provenienza, i Cardinali Elettori europei erano 60, divisi come segue: Italia: 28; Germania: 6; Spagna: 5. Polonia: 4. Francia: 4. Austria: 1. Belgio: 1. Svizzera: 1. Portogallo: 2. Paesi Bassi: 1. Irlanda: 1. Repubblica Ceca: 1. Bosnia ed Erzegovina: 1. Ungheria: 1. Lituania: 1. Croazia:1. Slovenia: 1. Gli Elettori del Nordamerica erano 14: Stati Uniti: 11; Canada: 3. I Cardinali del Sudamerica erano 19: Brasile: 5. Messico: 3. Argentina: 2. Colombia: 1. Cile: 1. Venezuela: 1. Repubblica Dominicana: 1. Cuba: 1. Honduras: 1.Perú: 1. Bolivia: 1. Equador: 1. L’Africa contava 11 Elettori: Nigeria: 2. Tanzania: 1. Sudafrica: 1. Ghana: 1. Sudan: 1. Kenya: 1. Senegal: 1. Egitto: 1. Guinea: 1. Repubblica Democratica del Congo: 1. Dieci erano i Cardinali dell’Asia. India: 4. Filippine: 1, Vietnam: 1. Indonesia: 1. Libano: 1. Cina: 1. Sri Lanka: 1. Un solo Cardinale dell’Oceania, dall’Australia. Ecco i nomi dei Cardinali Elettori e la missione in cui sono attualmente impegnati, seguendo l’ordine di appartenenza. Dell’Ordine dei Vescovi: Giovanni Battista RE, Prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi; Tarcisio BERTONE, Segretario di Stato. I Cardinali Patriarchi di Rito Orientale: Antonios NAGUIB, Patriarca emerito di Alessandria dei Copti (Egitto); Béchara Boutros RAÏ, Patriarca di Antiochia dei Maroniti (Líbano). Dell’Ordine dei Presbiteri: Godfried DANNEELS, Arcivescovo emerito di Malines-Bruxelles (Belgio); Joachim MEISNER, Arcivescovo di Colonia (Germania); Nicolas de Jesús LÓPEZ RODRÍGUEZ, Arcivescovo di Santo Domingo (Repubblica Dominicana); Roger Michael MAHONY, Arcivescovo emerito di Los Angeles (Stati Uniti d’America); Jaime Lucas ORTEGA Y ALAMINO, Arcivescovo emerito di San Cristóbal de La Habana (Cuba); Jean-Claude TURCOTTE, Arcivescovo emerito di Montréal (Canadá); Vinko PULJIĆ, Arcivescovo emerito di Sarajevo (Bosnia ed Erzegovina); Juan SANDOVAL ÍÑIGUEZ, Arcivescovo emerito di Guadalajara (Messico); Antonio María ROUCO VARELA, Arcivescovo di Madrid (Spagna); Dionigi TETTAMANZI, Arcivescovo emerito di Milano (Italia); Polycarp PENGO,Arcivescovo di Daar-es-Salaam (Tanzania); Christoph SCHÖNBORN, Arcivescovo di Vienna (Austria); Norberto RIVERA CARRERA, Arcivescovo emerito di Città del Messico (Messico); Francis Eugene GEORGE, Arcivescovo di Chicago (Stati Uniti d’America); Zenon GROCHOLEWSKI, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica; Crescenzio SEPE, Arcivescovo di Napoli (Italia); Walter KASPER, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso; Ivan DIAS, Prefetto emérito della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli; Geraldo Majella AGNELO, Arcivescovo emerito de San Salvador de Bahía (Brasile); Audrys Juozas BAČKIS, Arcivescovo di Vilnius (Lituania); Francisco Javier ERRÁZURRIZ OSSA, Arcivescovo emerito di Santiago de Chile (Cile); Julio TERRAZAS SANDOVAL, Arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia); Wilfrid Fox NAPIER, Arcivescovo di Durban (Sudafrica); Óscar Andrés RODRÍGUEZ MARADIAGA Arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras); Juan Luis CIPRIANI Thorne, Arcivescovo di Lima (Perú); Cláudio HUMMES, Prefetto emerito della Congregazione per il Clero; Jorge Mario BERGOGLIO, Arcivescovo emerito di Buenos Aires (Argentina); José da Cruz POLICARPO, Patriarca di Lisboa (Portugal); Severino POLETTO, Arcivescovo emerito di Torino (Italia); Karl LEHMANN, Vescovo di Mainz (Germania); Angelo SCOLA, Arcivescovo emerito di Milano (Italia); Anthony Olubunmi OKOGIE, Arcivescovo emerito di Lagos (Nigeria); Gabriel ZUBEIR Wako, Arcivescovo emerito di Khartoum (Sudán); Carlos AMIGO VALLEJO, Arcivescovo emerito di Siviglia (España); Justin Francis RIGALI, Arcivescovo emerito di Philadelphia (Stati Uniti d’America); Ennio ANTONELLI, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Famiglia; Peter Kodwo Appiah TURKSON, Presidente del Pontificio Consiglio della Gusticia e della Pace; Telesphore Placidus TOPPO, Arcivescovo emerito di Ranchi (India); George PELL, Arcivescovo emerito di Sydney (Australia); Josip BOZANIĆ, Arcivescovo emerito di Zagabria (Croazia); Jean-Baptiste PHAM MINH MÂN, Arcivescovo emerito di Ho chi Minh City (Vietnam); Philippe BARBARIN, Arcivescovo emerito di Lyon (Francia); Péter ERDŐ, Arcivescovo emerito di Esztergom-Budapest (Ugheria); Marc OUELLET, Prefetto della Congregazione per i Vescovi; Agostino VALLINI, Vicario di Sua Santità per la diocesi di Roma (Italia); Jorge Liberato UROSA SAVINO, Arcivescovo emerito di Caracas (Venezuela); Jean-Pierre RICARD, Arcivescovo emerito di Burdeos (Francia); Antonio CAÑIZARES LLOVERA, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; Sean Patrick O’MALLEY, Arcivescovo emerito di Boston (Stati Uniti d’America); Stanisław DZIWISZ, Arcivescovo emerito di Cracovia (Polonia); Carlo CAFFARRA, Arcivescovo emerito di Bologna (Italia); Seán Baptist BRADY, Arcivescovo emerito di Armagh (Irlanda); Lluís MARTÍNEZ SISTACH, Arcivescovo emerito di Barcellona (Spagna); André VINGT-TROIS, Arcivescovo emerito di Parigi (Francia); Angelo BAGNASCO, Arcivescovo emerito di Genova (Italia); Théodore-Adrien SARR , Arcivescovo emerito di Dakar (Senegal); Oswald GRACIAS, Arcivescovo emerito di Bombay (India); Francisco ROBLES ORTEGA, Arcivescovo emerito di Guadalajara (México); Daniel N. Di NARDO, Arcivescovo emerito di Galveston-Houston (Stati Uniti d’America); Odilo Pedro SCHERER, Arcivescovo emerito di San Pablo (Brasile); John NJUE, Arcivescovo emerito di Nairobi (Kenya); Raúl Eduardo VELA CHIRIBOGA, Arcivescovo emerito di Quito (Ecuador); Laurent MONSENGWO PASINYA, Arcivescovo emerito di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo); Paolo ROMEO, Arcivescovo emerito di Palermo (Italia); Donald William WUERL, Arcivescovo emerito di Washington (Stati Uniti d’America); Raymundo DAMASCENO ASSIS, Arcivescovo emerito di Aparecida (Brasile); Kazimierz NYCZ , Arcivescovo emerito di Varsavia (Polonia); Albert Malcolm Ranjith PATABENDIGE DON, Arcivescovo emerito di Colombo (Sri Lanka); Reinhard MARX, Arcivescovo emerito di Münich und Freising (Germania); George ALENCHERRY, Arcivescovo emerito di Ernakulam-Angamaly (India); Thomas Christopher COLLINS, Arcivescovo emerito di Toronto (Canadá); Dominik DUKA, Arcivescovo emerito di Praga (Repubblica Ceca); Willem Jacobus EIJK, Arcivescovo emerito di Utrecht (Paesi Bassi); Giuseppe BETORI, Arcivescovo emerito di Firenze (Italia); Timothy Michael DOLAN, Arcivescovo emerito di New York (Stati Uniti d’America); Rainer Maria WOELKI, Arcivescovo emerito di Berlino (Germania); John TONG HON, Vescovo di Hong-Kong (China); Baselios Cleemis THOTTUNKAL, Arcivescovo emerito Maggiore di Trivandrum di Siro-Malankaresi (India); John Olorunfemi ONAIYEKAN, Arcivescovo emerito di Abuja (Nigeria); Rubén SALAZAR GÓMEZ, Arcivescovo emerito di Bogotá (Colombia); Luis Antonio TAGLE, Arcivescovo emerito di Manila (Filippine). Dell’Ordine dei Diaconi: Jean-Louis TAURAN, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso; Attilio NICORA, Presidente dell’Autorità di Informazione Finanziaria (Stato della Città del Vaticano); William Joseph LEVADA, Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede; Franc RODÉ, Prefetto emerito degli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apstolica; Leonardo SANDRI, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali; Giovanni LAJOLO, Presidente emerito del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; Paul Josef CORDES, Presidente emerito del Pontificio Consiglio Cor Unum; Angelo COMASTRI, Arciprete della Basílica di San Pietro; Stanisław RYŁKO, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici; Raffaele FARINA, Bibliotecario emerito della Biblioteca Apostolica Vaticana; Angelo AMATO, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi; Robert SARAH, Presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum; Francesco MONTERISI, Arcipreste emerito della Basilica di San Paolo fuori le Mura; Raymond Leo BURKE, Prefetto del Tribunale Supremo della Signatura Apostolica; Kurt KOCH, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; Paolo SARDI , Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta; Mauro PIACENZA, Prefetto della Congregazione per il Clero; Velasio DE PAOLIS, Presidente emerito della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede; Gianfranco RAVASI, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura; Fernando FILONI, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli; Manuel MONTEIRO de CASTRO, Penitenziere Maggiore di Santa Romana Chiesa; Santos ABRIL y CASTELLÓ, Arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore; Antonio Maria VEGLIÒ, Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti; Giuseppe BERTELLO, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; Francesco COCCOPALMERIO, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi; João BRAZ de AVIZ, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; Edwin Frederick O’BRIEN, Gran Maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme; Domenico CALCAGNO, Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; Giuseppe VERSALDI, Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede e James Michael HARVEY, Arciprete della Basilica di San Paolo fuori le Mura. Gli occhi del mondo erano ancora una volta puntati sul comignolo della Cappella Sistina in attesa delle fumate. La giornata per i 115 Cardinali Elettori è iniziata presto nella Domus Sanctae Marthae: dopo il trasferimento alle 7:45 al Palazzo Apostolico, la celebrazione della Messa nella Cappella Paolina dalle 8:15 alle 9:15. Alle 9:30 sono entrati nella Cappella Sistina e dopo la recita dell’Ora Media hanno proceduto alle votazioni della mattina. Per i fedeli riuniti in Piazza San Pietro e per quanti hanno seguito l’evento in tutto il mondo, grazie a Internet, è stato il momento di capire se la fumata fosse bianca, in caso di elezione del Papa, o nera per un nulla di fatto come la sera del 12 Marzo. La fumata, nuovamente nera, si è potuta vedere alle 11:40 della mattina del 13 Marzo 2013, circa venti minuti prima del previsto. Le fumate si ottengono bruciando le schede al termine delle votazioni, ma non di ogni singola votazione (a meno che non risulti eletto il Papa) bensì delle due votazioni del mattino e del pomeriggio. Se l’elezione avviene nella seconda votazione del mattino o del pomeriggio, gli orari normali sono indicativamente intorno alle ore 12 oppure alle ore 19. Invece, se l’elezione avviene nel primo scrutinio del mattino o del pomeriggio, la fumata, che in questo caso è bianca, è tra le ore 10:30-11:00 e nel pomeriggio tra le ore 17:30-18:00. Secondo il programma stabilito, i cardinali lasciano la Cappella Sistina intorno all’ora di pranzo alle 12:30, per poi ritornarvi alle 16:00. Al termine della giornata i Vespri e poi il rientro a Santa Marta. Nell’era di Internet, tutto il mondo con il naso all’insù a guardare un comignolo, pure “elettronico”! È l’immagine che, prima dell’elezione del Papa, domina su tutti i media internazionali che osservano, senza perdere un istante, quel piccolo oggetto sul tetto della Sistina. Un semplice comignolo diventa il simbolo delle speranze dei fedeli di tutto il mondo, mentre l’attesa per la fumata bianca si moltiplica ed amplifica anche grazie ai social network. “È assolutamente curioso – rivela padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica – e in molti l’hanno notato anche in Rete, che l’ambiente digitale, quindi Internet, ci permette di vedere un comignolo da qualunque posto della Terra anche grazie al nostro cellulare. È un modo per essere presenti a quell’evento e in una modalità che mai avevamo vissuto precedentemente. Prima c’era chiaramente il televisore, ma questo richiedeva anche una certa stabilità, il fatto di sintonizzarsi direttamente. Oggi, invece, siamo addirittura avvisati se qualcosa avviene”. Magari con una “App”! “Questo conferma il fatto che la Rete dà forma a desideri antichi, cioè replica forme di condivisione che l’Uomo ha sempre vissuto. Marshall McLuhan nel 1973, quindi già molto tempo fa, parlando del Magistero della Chiesa nell’era elettronica, ravvisava che le condizioni che accompagnano il suo esercizio nel XX Secolo hanno un’analogia molto forte con il primo decennio della Chiesa. L’immediatezza della relazione tra cristiani, che si viveva allora, oggi in qualche modo è vissuta in un mondo in cui le informazioni si muovono alla velocità della luce. La popolazione del mondo, quindi, e tutti i cristiani del mondo ora coesistono in uno spazio estremamente piccolo e in un tempo istantaneo”. Guardare quel comignolo, magari su un iPad e simili, è quasi una metafora, una sintesi di innovazione e tradizione, che poi è sempre stata nel Dna della Chiesa. “La vera innovazione ha radici antiche e si fonda sulla tradizione. La tradizione non è da confondere con la conservazione. La tradizione indica i bisogni, i desideri che l’Uomo ha sempre avuto. Quindi, in questo caso, c’è una tensione di attesa, di desiderio, che è carica anche di grandi speranze. In fondo il Papa è una figura che vale per l’umanità intera, ma che va anche al di là del tempo, perché nel momento in cui viene eletto un Pontefice si immaginano già le sfide che dovrà affrontare non solo nel presente, ma anche nel prossimo futuro”. La dimensione dell’attesa è universalmente straordinaria. Non soltanto a Roma. “È come se questo piccolo comignolo tradizionale fosse in realtà non davanti ai nostri occhi, ma ai nostri cuori, perché quel fumo di fatto esprime, se vogliamo anche in maniera potentemente simbolica, proprio per la sua capacità di andare in alto e per il suo desiderio di una fumata bianca, ciò che l’Uomo desidera. Quindi è interessante valutare la tensione simbolica che questo piccolo comignolo assume”. E questo un po’ risponde anche a chi magari vorrebbe l’avviso dell’elezione del Papa attraverso un “sms” o magari con una dimensione televisiva o digitale e basta. “Il fatto di replicare questo gesto, quindi di avere anche un avviso tramite dei mezzi elettronici, in realtà attinge, deve attingere, non può che attingere a quell’elemento fisico, che è il fumo che esce da quel comignolo. Senza questo si perderebbe la dimensione di valore, la dimensione simbolica stessa. Direi, quindi, che l’ambiente digitale o l’ambiente mediatico, in generale, replica, porta quell’evento nelle case, però quell’evento deve esserci, quell’evento fisico deve esserci”. Habemus Papam: dietro la celebre formula che annuncia al mondo intero l’identità del nuovo Successore di San Pietro, tanta storia ed emozioni. “Vi annuncio una grande gioia: abbiamo il Papa”. Cosi avviene l’annuncio dell’elezione del Vicario di Cristo da almeno sei secoli:“Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam!”. Le fonti vaticane ci invitano ad ascoltare, tratta dagli archivi radiofonici, la voce del cardinale Caccia Dominioni che, affacciato dalla Loggia centrale esterna della Basilica vaticana, pronuncia per primo il 2 Marzo 1939 il nome del nuovo Papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, scelto dal Conclave più breve nell’età moderna, solo tre votazioni in due giorni. L’uso di questa formula che richiama nel Vangelo di Luca l’annuncio dell’Angelo ai pastori della nascita del Messia, si fa risalire all’elezione nel 1417 di Martino V, della famiglia Colonna, durante il Concilio di Costanza, dopo che a reclamare la successione di Pietro erano stati in precedenza addirittura tre Papi, due deposti dal Concilio stesso ed un terzo dimissionario. Da qui l’Habemus Papam, come a voler dire, secondo alcune interpretazioni, “finalmente abbiamo un Papa solo”. Un passaggio di grande emozione per tutti i cardinali protodiaconi cui spetta il compito di presentare al mondo l’identità del Pontefice, come ricordiamo tutti spettò al cardinale Medina Estévez annunciare, il 19 Aprile 2005, Benedetto XVI. Nel 2013, in questo Conclave, è stato il porporato francese Jean-Louis Tauran a rivelarci il 265.mo Successore di Pietro, come cardinale protodiacono, dopo l’annuncio “Habemus Papam”, con le successive parole in latino “qui sibi nomen imposuit…”. E questo è avvenuto dopo che il neo eletto ha accettato la nomina e scelto il nome pontificale. Solo allora vi è stata la fumata bianca, mentre il nuovo Papa indossava i paramenti papali nella Sacrestia della Cappella Sistina, nota come “stanza delle lacrime”, riferite alla commozione e responsabilità di salire sul soglio di Pietro. Dopo la preghiera del nuovo Vicario di Cristo e l’ossequio dei porporati, il Conclave è stato concluso sulle note del “Te deum”. Infine l’annuncio dalla Loggia delle Benedizioni di San Pietro e la prima apparizione pubblica del nuovo Papa. Nella bimillenaria storia della Chiesa, alcuni nomi sono indissolubilmente legati a quello di Pietro. Sono quelli dei suoi successori, scelti dai Pontefici dopo l’elezione. Nell’elezione del Romano Pontefice, alcuni istanti sono frammenti di storia condivisi nella Cappella Sistina solo dai porporati del Collegio cardinalizio, prima di essere conosciuti anche dalla folla radunata in piazza San Pietro e in tutto il mondo. Sono quelli che delineano il confine temporale tra la Sede vacante e l’inizio del nuovo Pontificato. Sono gli istanti in cui, dopo una votazione valida, il decano del collegio cardinalizio chiede all’eletto se accetta l’elezione come Sommo Pontefice. In caso di risposta affermativa, rivolge, sempre in latino, una seconda domanda al nuovo Papa:“Quo nomine vis vocari?”(Come vuoi essere chiamato?). Il nuovo Pontefice, in base ad una tradizione ormai consolidata, rivela il proprio nome scegliendone uno diverso da quello anagrafico. È una scelta, questa, che ricalca quella del primo Papa, San Pietro, il cui nome di battesimo era Simone. Una consuetudine, quella di cambiare il nome, che è diventata prassi a partire dall’anno Mille per ricordare che l’elezione al soglio di Pietro è come una seconda nascita. Il nuovo nome suggella il passaggio da una vita, illuminata dalla risposta alla chiamata di Dio, a un ministero, quello petrino, che rinnova questa vocazione nella successione apostolica. Il nome più utilizzato è Giovanni, scelto per la prima volta nel 523 da San Giovanni primo, Papa e martire. L’ultimo Pontefice a scegliere questo nome è stato nel 1958 Papa Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni XXIII. Nel 1978, il nuovo Papa Albino Luciani, introduce una novità assoluta: quella del doppio nome, Giovanni Paolo, in onore dei due Pontefici che lo hanno preceduto, Giovanni XXIII e Paolo VI. Una scelta ripetuta anche dal suo successore, il Grande Papa Karol Wojtyla. Tra i nomi più utilizzati, anche Gregorio (l’ultimo Papa a scegliere questo nome è stato Gregorio XVI nel 1831) e Benedetto. Nella prima udienza generale, il 27 aprile 2005, Benedetto XVI ha spiegato di aver scelto questo nome per riallacciarsi idealmente al Pontefice Benedetto XV, “che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale” e alla straordinaria figura del grande “Patriarca del monachesimo occidentale, San Benedetto da Norcia, compatrono d’Europa”. Altri nomi che compaiono ripetutamente nella bimillenaria storia del Papato sono: Clemente, Innocenzo, Leone e Pio. Nell’elenco dei nomi dei Pontefici mancano, tra gli altri, quelli di Giuseppe, Francesco, Giacomo, Andrea e Luca. Nessun Pontefice ha scelto di chiamarsi Pietro come il primo Papa. Che forma hanno le schede per eleggere il Papa? Come si fa il conteggio dei voti? Come votano i cardinali malati? A tutte queste domande e a molte altre, rispondono la Costituzione Apostolica del Beato Giovanni Paolo II “Universi Dominici Gregis” (UDG), sulla vacanza della Sede Apostolica e l’elezione del Romano Pontefice (1996) e il Motu Proprio “Normas Nonnullas” di Benedetto XVI pubblicato il 22 Febbraio 2013, fonti chiaramente proclamate dal Cardinale Re in Conclave. È importante riprodurre gli articoli dal 64 al 71 della UDG, con le modificazioni apportate dal Motu Proprio agli articoli 64 e 70, che trattano delle votazioni durante il Conclave nella Cappella Sistina. “La procedura dello scrutinio si svolge in tre fasi, la prima delle quali, che si può chiamare pre-scrutinio, comprende: 1) la preparazione e la distribuzione delle schede da parte dei Cerimonieri – richiamati intanto nell’Aula insieme col Segretario del Collegio dei Cardinali e col Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie – i quali ne consegnano almeno due o tre a ciascun Cardinale elettore; 2) l’estrazione a sorte, fra tutti i Cardinali elettori, di tre Scrutatori, di tre incaricati a raccogliere i voti degli infermi, denominati per brevità Infirmarii, e di tre Revisori; tale sorteggio viene fatto pubblicamente dall’ultimo Cardinale Diacono, il quale estrae di seguito i nove nomi di coloro che dovranno svolgere tali mansioni; 3) se nell’estrazione degli Scrutatori, degli Infirmarii e dei Revisori, escono i nomi di Cardinali elettori che, per infermità o altro motivo, sono impediti di svolgere tali mansioni, al loro posto vengano estratti i nomi di altri non impediti. I primi tre estratti fungeranno da Scrutatori, i secondi tre da Infirmarii, gli altri tre da Revisori.”(n. 64). “Per questa fase dello scrutinio occorre si tengano presenti le seguenti disposizioni: 1) la scheda deve avere la forma rettangolare, e recare scritte nella metà superiore, possibilmente a stampa, le parole: ‘Eligo in Summum Pontificem’, mentre nella metà inferiore si dovrà lasciare il posto per scrivere il nome dell’eletto; pertanto la scheda è fatta in modo da poter essere piegata in due; 2) la compilazione delle schede deve essere fatta segretamente da ciascun Cardinale elettore, il quale scriverà chiaramente, con grafia quanto più possibile non riconoscibile, il nome di chi elegge, evitando di scrivere più nomi, giacché in tal caso il voto sarebbe nullo e piegando e ripiegando poi la scheda; 3) durante le votazioni, i Cardinali elettori dovranno rimanere nella Cappella Sistina soli e perciò, subito dopo la distribuzione delle schede e prima che gli elettori incomincino a scrivere, il Segretario del Collegio dei Cardinali, il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie ed i Cerimonieri devono uscire dall’aula; dopo la loro uscita, l’ultimo Cardinale Diacono chiuda la porta, aprendola e richiudendola tutte le volte che sarà necessario, come ad esempio quando gli Infirmarii escono per raccogliere i voti degli infermi e fanno ritorno in Cappella”.(n. 65). “La seconda fase, detta scrutinio vero e proprio, comprende: 1) la deposizione delle schede nell’apposita urna; 2) il mescolamento ed il conteggio delle stesse; 3) lo spoglio dei voti. Ciascun Cardinale elettore, in ordine di precedenza, dopo aver scritto e piegato la scheda, tenendola sollevata in modo che sia visibile, la porta all’altare, presso il quale stanno gli Scrutatori e sul quale è posto un recipiente coperto da un piatto per raccogliere le schede. Giunto colà, il Cardinale elettore pronuncia ad alta voce la seguente formula di giuramento: ‘Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto’. Depone, quindi, la scheda nel piatto e con questo la introduce nel recipiente. Eseguito ciò, fa inchino all’altare e torna al suo posto. Se qualcuno dei Cardinali elettori presenti in Cappella non può recarsi all’altare perché infermo, l’ultimo degli Scrutatori gli si avvicina ed egli, premesso il suddetto giuramento, consegna la scheda piegata allo stesso Scrutatore, il quale la porta ben visibile all’altare e, senza pronunciare il giuramento, la depone sul piatto e con questo la introduce nel recipiente”.(n. 66). “Se vi sono dei Cardinali elettori infermi nelle loro stanze, di cui al n. 41 e seguenti di questa Costituzione, i tre Infirmarii si recano da essi con una cassetta, che abbia nella parte superiore un foro, per cui possa esservi inserita una scheda piegata. Gli Scrutatori, prima di consegnare tale cassetta agli Infirmarii l’aprano pubblicamente, in modo che gli altri elettori possano costatare che è vuota, quindi la chiudano e depongano la chiave sull’altare. Successivamente gli Infirmarii con la cassetta chiusa ed un congruo numero di schede su un piccolo vassoio, si recano, debitamente accompagnati, alla Domus Sanctae Marthae presso ciascun infermo il quale, presa una scheda, vota segretamente, la piega e, premesso il suddetto giuramento, la introduce nella cassetta attraverso il foro. Se qualche infermo non è in grado di scrivere, uno dei tre Infirmarii o un altro Cardinale elettore, scelto dall’infermo, dopo aver prestato giuramento nelle mani degli stessi Infirmarii circa il mantenimento del segreto, esegue le suddette operazioni. Dopo di ciò, gli Infirmarii riportano in Cappella la cassetta, che sarà aperta dagli Scrutatori dopo che i Cardinali presenti avranno depositato il loro voto, contando le schede che vi si trovano e, accertato che il loro numero corrisponde a quello degli infermi, le pongano una ad una sul piatto e con questo le introducano tutte insieme nel recipiente. Per non protrarre troppo a lungo le operazioni di voto, gli Infirmarii potranno compilare e deporre le proprie schede nel recipiente subito dopo il primo dei Cardinali, e recarsi, quindi, a raccogliere il voto degli infermi nel modo sopra indicato, mentre gli altri elettori depongono la loro scheda”.(n. 67). “Dopo che tutti i Cardinali elettori avranno deposto la loro scheda nell’urna, il primo Scrutatore l’agita più volte per mescolare le schede e, subito dopo, l’ultimo Scrutatore procede al conteggio di esse, prendendole in maniera visibile una ad una dall’urna e riponendole in un altro recipiente vuoto, già preparato a tale scopo. Se il numero delle schede non corrisponde al numero degli elettori, bisogna bruciarle tutte e procedere subito ad una seconda votazione; se invece corrisponde al numero degli elettori, segue lo spoglio così come appresso”.(n. 68). “Gli Scrutatori siedono ad un tavolo posto davanti all’altare: il primo di essi prende una scheda, la apre, osserva il nome dell’eletto, e la passa al secondo Scrutatore che, accertato a sua volta il nome dell’eletto, la passa al terzo, il quale la legge a voce alta e intelligibile, in modo che tutti gli elettori presenti possano segnare il voto su un apposito foglio. Egli stesso annota il nome letto nella scheda. Qualora nello spoglio dei voti gli Scrutatori trovassero due schede piegate in modo da sembrare compilate da un solo elettore, se esse portano lo stesso nome vanno conteggiate per un solo voto, se invece portano due nomi diversi, nessuno dei due voti sarà valido; tuttavia, in nessuno dei due casi viene annullata la votazione. Concluso lo spoglio delle schede, gli Scrutatori fanno la somma dei voti ottenuti dai vari nomi, e li annotano su un foglio a parte. L’ultimo degli Scrutatori, man mano che legge le schede, le perfora con un ago nel punto in cui si trova la parola Eligo, e le inserisce in un filo, affinché possano essere più sicuramente conservate. Al termine della lettura dei nomi, i capi del filo vengono legati con un nodo, e le schede così vengono poste in un recipiente o ad un lato della mensa”.(n. 69). “Segue quindi la terza ed ultima fase detta anche post-scrutinio, che comprende: 1) il conteggio dei voti; 2) il loro controllo; 3) il bruciamento delle schede. Gli scrutatori fanno la somma di tutti i voti che ciascuno ha riportato, e se nessuno ha raggiunto almeno i due terzi dei voti in quella votazione, il Papa non è stato eletto; se invece risulterà che uno ha ottenuto almeno i due terzi, si ha l’elezione del Romano Pontefice canonicamente valida. In ambedue i casi, abbia cioè avuto luogo o no l’elezione, i Revisori devono procedere al controllo sia delle schede sia delle annotazioni fatte dagli Scrutatori, per accertare che questi abbiano eseguito esattamente e fedelmente il loro compito. Subito dopo la revisione, prima che i Cardinali elettori lascino la Cappella Sistina, tutte le schede siano bruciate dagli Scrutatori, con l’aiuto del Segretario del Collegio e dei Cerimonieri, chiamati nel frattempo dall’ultimo Cardinale Diacono. Se però si dovesse procedere immediatamente ad una seconda votazione, le schede della prima votazione saranno bruciate solo alla fine, insieme con quelle della seconda votazione”.(n. 70). “Ordino a tutti e singoli i Cardinali elettori che, al fine di conservare con maggior sicurezza il segreto, consegnino al Cardinale Camerlengo o ad uno dei tre Cardinali Assistenti gli scritti di qualunque genere, che abbiano presso di sé, relativi all’esito di ciascuno scrutinio, affinché siano bruciati con le schede. Stabilisco, inoltre, che alla fine dell’elezione il Cardinale Camerlengo di Santa Romana Chiesa stenda una relazione, da approvarsi anche dai tre Cardinali Assistenti, nella quale dichiari l’esito delle votazioni di ciascuna sessione. Questa relazione sarà consegnata al Papa e poi sarà conservata nell’apposito archivio, chiusa in una busta sigillata, che non potrà essere aperta da nessuno, se il Sommo Pontefice non l’avrà permesso esplicitamente”.(n. 70). In totale i Papi della Chiesa Cattolica Apostolica Romana finora eletti sulla Terra sono oggi 266, compreso San Pietro, il primo degli Apostoli di Gesù Cristo Nostro Signore. “Pregate per me e l’uno per l’altro” – è il primo messaggio papale di Francesco I. “Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma; sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo alla fine del mondo. Ma siamo qui. Grazie dell’accoglienza. Preghiamo tutti insieme per il vescovo emerito di Roma”. Poi un pensiero affettuoso a J. Ratzinger. Quindi la preghiera del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Gloria. Recitati da tutti. In piazza e nel mondo. “Adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo, un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro, per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi cominciamo sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa bella città. Vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi pregate il Signore perché mi benedica. In silenzio fate questa preghiera di voi su di me”. Poi la solenne benedizione “Urbi et Orbi” in latino, con l’assoluzione totale dei peccati per tutti. “Pregate per me, ci vediamo presto, domani voglio andare a pregare la Madonna perché custodisca tutta Roma. Buon riposo”. Grazie Santità! Viva il Papa!

© Nicola Facciolini

Una risposta a “Papa Francesco I è il nuovo Romano Pontefice”

  1. Nicola Facciolini ha detto:

    “Annuntio vobis gaudium magnum; Habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum Dominum, Dominum Georgium Marium, Sanctæ Romanæ Ecclesiæ Cardinalem Bergoglio, Qui sibi nomen imposuit Franciscum”.

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