Celestino V: l’espressione privilegiata della mediazione tra umano e divino

Grande partecipazione oggi alla presentazione del ‘vero volto di S. Pietro Celestino V papa, presso la Sala Equiziana, Abbazia di S. Equizio in Marruci. Durante l’evento è stata presentata la ‘maschera d’argento’ ad opera dello scultore Marino Di Prospero e i ‘Signa pontificalia’ di nuova realizzazione alla presenza degli artisti Filippo Sorcinelli -Atelier LAVS per […]

Grande partecipazione oggi alla presentazione del ‘vero volto di S. Pietro Celestino V papa, presso la Sala Equiziana, Abbazia di S. Equizio in Marruci. Durante l’evento è stata presentata la ‘maschera d’argento’ ad opera dello scultore Marino Di Prospero e i ‘Signa pontificalia’ di nuova realizzazione alla presenza degli artisti Filippo Sorcinelli -Atelier LAVS per i paramenti pontificali e di Laura Caliendo per la realizzazione dell’anello del pescatore, della croce pettorale e degli spilloni del pallio.

L’artista Laura Caliendo anche in quest’occasione è riuscita con le sue creazioni a stimolare l’intellezione, il grado più aperto e ampio del conoscere, pensando alla radice antropologica dell’ornamento come ad una totalità aperta e sempre pronta ad interagire col pubblico.

Non è un ornamento né un gioiello. È il simbolo prezioso della nostra fede, il segno visibile e materiale del legame con Cristo. (Benedetto XVI)

La croce pettorale è stata realizzata in oro massiccio e progettata dopo una significativa e accurata ricerca filologica che fa risalire al XIII secolo sia l’iconografia che la realizzazione con la tecnica della cera persa. Ricca la simbologia dalla scelta del granato e delle perle ai dettagli della manifattura. Lungo il “bordo” un “cordoncino” richiama le cornici marcapiano delle chiese aquilane. Un “decoro a graticciato”, sul “fondo” dei bracci della croce, simboleggia la difficoltà del cammino, l’oppressione del carcere, il peso della condanna che solo sulla croce si trasformano in messaggio salvifico. I granati sono posizionati nei castoni e le perle sono poggiate su patére, come fossero Eucarestia.

Il granato piropo, di colore rosso rubino cupo, pietra di particolare durezza, vuole simboleggiare la saldezza contro le avversità e al tempo stesso la robustezza della Chiesa che vi affonda le radici e le fondamenta. Il granato per il suo colore rosso è anche simbolo di carità e di penitenza.

La perla significa umiltà e timore di Dio, per S. Matteo è simbolo della salute e del Verbo divino (il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose… – Mt 13, 45-46). Nella Chiesa primitiva c’era una vera teologia della perla. Negli Atti di Tommaso esiste il Canto della Perla, detto anche Canto dell’Anima, il cui protagonista è il Figlio del Re, disceso in Egitto, cioè in questo basso mondo, alla ricerca di una perla custodita da un tremendo serpente. Per questa discesa è costretto a vestire un’immonda veste (il corpo), che abbandonerà solo dopo aver riconquistato l’anima (simboleggiata dalla perla), quando potrà risalire al Regno del Padre. Tra le varie simbologie attribuibili alla perla, però, la più affascinante è sicuramente quella medievale del Cristo-perla. Il Physiologus (un testo capostipite della letteratura della natura “moralizzata” medievale) nel suo messaggio allegorico conclude: L ‘agata è Giovanni Battista, che ci ha mostrato “la perla spirituale”, il Cristo; il mare rappresenta il mondo, i pescatori di perle i profeti, le due valve della conchiglia il Vecchio e il Nuovo Testamento, la luce e la rugiada che penetrano nella conchiglia lo Spirito Santo.

Anche la quantità di pietre e perle utilizzata non è stata lasciata al caso. I granati sono cinque, numero la cui simbologia ci riporta alla Bibbia, a Sant’Agostino ma anche a Pitagora. Il cinque simboleggia la vita universale, l’individualità umana, la volontà, l’intelligenza, l’ispirazione e la genialità; è il numero dell’uomo tra terra e cielo ed indica la possibile trascendenza verso una condizione superiore. Le perle sono sette in onore del settimo centenario Celestiniano, ma il sette è un numero ricco di significati rintracciabili anche nell’Apocalisse di Giovanni: 3+4 (quattro virtù teologali e tre teologali) oppure i sette peccati capitali. Esso esprime la globalità, l’universalità, l’equilibrio perfetto e rappresenta un ciclo compiuto e dinamico. Considerato fin dall’antichità un simbolo magico e religioso della perfezione, perché legato al compiersi del ciclo lunare, gli antichi vi riconobbero un valore identico a quello della monade, poiché non è il prodotto di alcun numero contenuto tra 1 e 10. Il numero sette rappresenta il perfezionamento della natura umana allorché essa congiunge in sé il ternario divino con il quaternario terrestre. Essendo formato dall’unione della triade con la tetrade, esso indica la pienezza di quanto è perfetto, partecipando alla duplice natura fisica e spirituale, umana e divina. É il centro invisibile, spirito ed anima di ogni cosa, è l’espressione privilegiata della mediazione tra umano e divino.

Anche il dodici, somma di 5 e 7, è un numero importante, esso simboleggia, tra l’altro, le divisioni spazio-temporali (i quattro punti cardinali e i tre piani del mondo: terra, atmosfera, cielo) o i dodici segni dello Zodiaco, le ore del giorno e della notte. Sempre nel libro dell’Apocalisse si legge che 12 volte 12000 (144000) è il numero degli eletti, quindi della totalità dei Santi. Viene considerato, pertanto, il più sacro tra i numeri, insieme al tre e al sette, esso indica la ricomposizione della totalità originaria, la discesa in terra di un modello cosmico di pienezza e di armonia, la conclusione di un ciclo compiuto.

L’anello del pescatore è una delle insegne solenni che il Papa riceve all’inizio del suo pontificato e che indossa all’anulare della mano destra. L’anello, che ha anche la funzione essenziale di sigillo, deve il suo nome all’immagine di Pietro (Mt. 4, 18-19; Mc 1, 16-17) che vi è raffigurato mentre getta le reti e lungo il bordo dell’immagine da sinistra a destra si snoda la scritta “CELESTINUS .V. PONT. MAX.”La forma quadrata ci riporta ad un simbolo universale ed archetipico. Il quadrato, infatti, rappresenta la perfezione della sfera su un piano terrestre. Per i Cristiani il Cristo è l’uomo quadrato per eccellenza, con le braccia tese ed i piedi giunti, che indica i quattro punti cardinali in cui troviamo riuniti il significato della croce e delle quattro dimensioni che esso implica. Cristo pone la propria natura umana in seno alla natura divina e l’uomo quadrato, tramite l’Incarnazione, si inserisce nel cerchio, così l’umanità è collegata alla divinità, il tempo all’eternità, il visibile all’invisibile ed il terrestre al celeste. Sul piatto l’immagine del Cristo pescatore di impronta tipicamente bizantineggiante che, coerente al resto della lavorazione, pare solo abbozzata.

La scritta, realizzata con la medesima tecnica del “non finito” riecheggia gli stilemi medievali anche nei caratteri. Sul bordo si notano le tracce della cera aggiunta, non scolpita, elemento questo di ulteriore pregio, di conseguenza sulla superficie, volutamente non levigata, sono percepibili gli strati di cera sovrapposti nel corso della creazione dell’oggetto.

Quattro i piccoli granati ai vertici del piatto, ripresa non solo stilistica e decorativa. Numero della realtà, della concretezza e della materia, per S. Agostino il quattro è il numero del corpo. È scomponibile nell’uno (monade) e nel triangolo, simboleggia l’Eterno e l’uomo che porta in sé il principio divino. Il quaternario, poi, era il simbolo usato da Pitagora per comunicare ai discepoli l’ineffabile nome di Dio, che per lui significava l’origine di tutto ciò che esiste.

Tre sono le spille che vengono fissate al pallio indossato dal Papa e da tutti i vescovi metropoliti. Il loro numero e la forma allungata ricordano i tre chiodi della Croce. Realizzati in oro, ripropongono la stessa tecnica del “non finito” utilizzata nell’anello, recano “in alto” l’armatura di S. Celestino V papa (scudo, tiara pontificia, chiavi petrine decussate) e alla base della stessa tre piccoli granati. Anche in questo caso è possibile rintracciare una simbologia numerologica. Il tre, infatti, è il numero della perfezione e del compimento, la chiave dell’universo. Per S. Agostino è il numero dell’anima. Si tratta del più perfetto tra i numeri, essendo la radice degli altri numeri e di tutte le cose. Rappresenta la prima potenza matematica e la virtù generatrice da cui derivano tutte le combinazioni. Emblema del moto e dell’infinito, rappresenta sia il corporeo, il sensibile, che l’incorporeo.