Caso Cucchi: per Fedeli serve Stato di Diritto/video

“La via crucis di Stefano Cucchi, così la voglio chiamare, non può essere ridotta a un caso di malasanità. Il fatto che un ragazzo, un cittadino, fermato per un reato non grave ed entrato sano in una caserma dei carabinieri ne sia uscito morto, è inconfutabile. Questo ragazzo aveva uno stato di salute assolutamente normale […]

“La via crucis di Stefano Cucchi, così la voglio chiamare, non può essere ridotta a un caso di malasanità. Il fatto che un ragazzo, un cittadino, fermato per un reato non grave ed entrato sano in una caserma dei carabinieri ne sia uscito morto, è inconfutabile. Questo ragazzo aveva uno stato di salute assolutamente normale ma, sotto la tutela dello Stato, ha subito lesioni e traumi gravissimi, lesioni e traumi accertati e che sono stati inferti all’interno delle celle di sicurezza del tribunale di Roma. A non essere accertata – secondo la sentenza di primo grado di ieri che ha prosciolto i poliziotti penitenziari e infermieri dalle accuse, a seconda delle diverse posizioni, di abbandono di incapace, abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni e abuso di autorità- è la correlazione tra queste ferite e la morte di Stefano. Dunque il fatto non sussiste e la colpa è tutta dei medici che non hanno saputo curarlo come si doveva. C’è tuttavia un salto logico in questo ragionamento: se è vero che i medici non l’hanno curato, tuttavia in quel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini Stefano c’è andato proprio a causa di quelle, purtroppo dolorosissime, lesioni”. Lo dichiara la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli (Pd).
“Il punto, dunque, non è solo capire cosa sia accaduto in quell’ospedale, con tutte le responsabilità del caso, ma che cosa Stefano Cucchi abbia dovuto subire prima, soprattutto nelle prime ore del fermo che è sono l’inizio di una catena che lo porterà alla morte”.
“Il fatto che Stefano fosse in quel momento sotto la tutela dello Stato non è un’ attenuante ma, al contrario, è il vero cuore del problema. Il problema è che in Italia, e purtroppo Stefano non è il primo a testimoniarcelo, in carcere si muore. Il problema è che se si viene considerati dei tossicodipendenti o piccoli spacciatori, in carcere si muore. Il problema, ancora, è che se la stampa ci addita come ‘un piccolo spacciatore di Tor Pignattara’, allora questo vuol dire che in fondo in carcere c’è anche la possibilità che si debba morire”.
“Ora noi dobbiamo assolutamente realizzare un’idea di giustizia diversa, secondo la quale non si perdono i propri diritti perché si è sbagliato, in cui il carcere serve a riabilitare e non solo a punire. Un’ idea di giustizia, o se vogliamo di uno Stato di diritto a cui tutti devono attenersi, anche tutti i facenti parte dei corpi di polizia . Come ha detto ieri suo padre, Stefano quando ha commesso degli errori ha sempre pagato. E se Stefano stava pagando con la sua detenzione in carcere è giusto che paghino anche i suoi assassini”.

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