Il miracolo di Steve Jobs, accelerometri dei telefonini iPhone Apple per la ricerca sismologica

“La capacità di focalizzazione ha salvato la Apple”(Steve Jobs). Tra lo Shutdown della Pubblica Amministrazione statunitense, la chiusura della Nasa con il rischio concreto di un’improvvisa devastante invasione aliena in grande stile e le apocalissi della disperazione mondiale (cf. i Cinquecento Martiri di Lampedusa) figlie dell’Hiroshima morale e culturale di politicanti ostaggio di banchieri e […]

“La capacità di focalizzazione ha salvato la Apple”(Steve Jobs). Tra lo Shutdown della Pubblica Amministrazione statunitense, la chiusura della Nasa con il rischio concreto di un’improvvisa devastante invasione aliena in grande stile e le apocalissi della disperazione mondiale (cf. i Cinquecento Martiri di Lampedusa) figlie dell’Hiroshima morale e culturale di politicanti ostaggio di banchieri e trafficanti di morte, le buone notizie sono rare. Tuttavia, nel segno del geniale Steve Jobs (1955-2011) speranze concrete di salvezza del genere umano, forse, sussistono sulla base degli insegnamenti evangelici di Papa Francesco e dei principi fondamentali della libertà nella ricerca scientifica e tecnologica. Pensieri non necessariamente “amarcord” in questo nostro povero mondo ma fondati su fatti concreti. Perché a nulla servono i condoni edilizi e le mille proroghe di fronte alle energie della Natura ed ai fallimenti per incompetenza. Le lacrime di coccodrillo dimostrano, oltre ogni ragionevole dubbio, che tragedie simili a quella aquilana potrebbero essere evitate se tutti gli attori responsabili possono adempiere ai loro obblighi di Legge. Le 311 vite che a L’Aquila furono spezzate quella tragica notte del 6 Aprile 2009, alle ore 3:32 antimeridiane, per un sisma di magnitudo momento 6.3 che in Giappone è del tutto “normale”, dal momento che neppure oggi riescono a immaginarlo moderatamente distruttivo, sono vittime della cattiva politica abruzzese. E non della Natura. La cultura-memoria nipponica è preparata a contrastare ben altre energie che in Italia, se liberate, semplicemente decreterebbero la definitiva estinzione di intere classi politiche e burocratiche. Eppure negli Anni ’90 del XX Secolo gli accelerometri MEMS (Micro Electro-Mechanical Systems) rivoluzionarono l’industria automobilistica nel settore dell’airbag. Oggi sono ampiamente utilizzati in computer portatili, periferiche di gioco e telefoni cellulari, grazie a geni visionari come Steve Jobs della Apple Inc., un ragazzo qualunque americano di origini siriane che ha edificato la Storia dei Computer e della Libertà di Impresa. Oggi sotto scacco in Italia visto che, grazie ai nostri politicanti, chiudono 50 aziende al giorno! Ebbene, sotto la spinta dei grandi successi commerciali, la ricerca e lo sviluppo dei sensori basati su tecnologia MEMS prosegue attivamente e velocemente in tutto il mondo. Grazie al loro costo contenuto di pochi euro ed alle dimensioni ridotte di pochi millimetri, gli accelerometri MEMS potrebbero oggi essere impiegati per il monitoraggio di eventi sismici. Come dimostrerebbe una pubblicazione di due ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Antonino D’Alessandro e Giuseppe D’Anna, lo stesso accelerometro utilizzato nell’iPhone di Steve Jobs prodotto dalla Apple Inc., potrebbe essere impiegato per monitorare i terremoti. Il lavoro scientifico, dal titolo “Suitability of Low-Cost Three-Axis MEMS Accelerometers in Strong-Motion Seismology: Tests on the LIS331DLH (iPhone) Accelerometer”, è pubblicato sulla rivista “Bulletin of the Seismological Society of America”(Vol. 103, No. 5 – October 2013). I test eseguiti dai due ricercatori hanno mostrato come l’accelerometro MEM modello LIS331DLH, prodotto dalla STMicroelectronics, sia in grado di registrare fedelmente terremoti di moderata-forte magnitudo. I test sono stati eseguiti confrontando i dati acquisititi dall’accelerometro MEMS con quelli di accelerometro professionale, del valore di diverse migliaia di euro, comunemente utilizzato in campo sismologico per il monitoraggio di forti terremoti. I risultati sono stati strabilianti: la performance del minuscolo sensore MEMS, nel registrare forti accelerazioni, sono state quasi identiche a quelle dell’accelerometro professionale. L’Italia è un Paese ad elevato rischio sismico sia per l’estesa pericolosità sismica del territorio sia per la presenza di numerosi centri storici densamente popolati. Dal 1900 ad oggi si sono verificati 30 terremoti distruttivi, la maggior parte dei quali hanno avuto effetti disastrosi su molte città. Il numero delle vittime a seguito di un forte terremoto dipende chiaramente da numerosi fattori tra i quali la tempestività degli interventi di soccorso, la messa in sicurezza delle proprie abitazioni, la corretta informazione scientifica ai cittadini, prima delle catastrofi. Come ben noto i terremoti tendono a ripetersi in zone già colpite in passato. In questa prospettiva sarebbe importante predisporre, per i centri abitati già in passato colpiti da forti terremoti e quindi ad alto rischio, appositi sistemi di monitoraggio e di allerta terremoto, con annessi piani di esercitazione di massa (non soltanto scolastici!) nell’ambito della Protezione Civile territoriale. Già da qualche anno, alcuni centri di ricerca e monitoraggio sismologico (è il caso del Quake-Catcher Network, http://qcn.stanford.edu/?lang=it) hanno iniziato a creare reti sismiche e sistemi di allerta terremoto interamente basati sugli accelerometri contenuti in telefonini “smart” e in computer portatili messi a disposizione da cittadini. Grazie a Steve Jobs. Nessun addio al Re della Apple. La California, Cupertino, la Apple, l’America dei miracoli economici, il mondo della libera impresa, piangono ogni anno, il 5 Ottobre, la scomparsa dell’uomo che ha sfidato il cancro fino all’ultimo minuto della sua preziosa vita. L’uomo delle imprese impossibili che si è spinto là dove nessun altro è mai giunto prima. Con i fatti concreti, non con le chiacchiere. È accaduto altre volte con i geni del passato, da Aristotele a Leonardo da Vinci, da Galileo Galilei a Newton, da Einstein a Steve Jobs. Tutti geni che sembrano fatti con lo stampino. Sono così i grandi personaggi della storia dell’Umanità, capaci di realizzare l’apparente “impossibile” per i più straordinari progressi scientifici e tecnologici. Quelli, per intendersi, che un giorno ci aiuteranno a sconfiggere il cancro ed a volare sulle altre stelle. Grandi personaggi capaci di proiettare l’umanità direttamente nel futuro. Grazie Steve Jobs. Il futuro è già presente con le sue creazioni. La lunga malattia lo ha rapito all’umanità all’età di 56 anni, il 5 Ottobre 2011. Chissà quante altre invenzioni, dopo il Mac, l’iPod Touch, l’iPhone e l’iPad, ci avrebbe riservato Steve Jobs, il cofondatore della Apple, la famosissima mela morsicata, l’impresa di Cupertino che con i suoi prodotti finanzia la ricerca scientifica e tecnologica di frontiera, cercando di cambiare in meglio le sorti di questo nostro mondo. Non solo tecnologico, ma anche scientifico, filosofico ed economico. La sua avventura, come un giorno disse ai giovani di Stanford (www.youtube.com/watch?v=oObxNDYyZPs), era iniziata in un garage americano agli inizi degli anni Ottanta del XX Secolo. Ed è finita tra le nostre mani, nei prodotti tecnologici Apple che hanno capillarmente diffuso Internet nella nostra vita quotidiana. Steve Jobs, l’uomo del design vincente, nasce come “uomo del futuro”, tra genio e sregolatezza. Un Buddista dei tempi antichi. Un genio diviso tra stranezze, intuizioni e visioni, una preziosa miscela capace di condurre alla fondazione di un impero come la Apple, alla creazione del primo Computer Mac (per Jobs, i suoi non sono “personal computer” ma una categoria a parte di computer, i Mac!), ad uscire dall’azienda che aveva fondato, a inventarsi la Pixar, la casa produttrice di filmati di animazione poi acquisita dalla Walt Disney, a ritornare alla Apple per rilanciarla alla grande in tutto il mondo. Un genio californiano che ha inventato un marchio in grado di superare la sfida dei concorrenti più agguerriti. In che modo? Con l’innovazione, sempre. Se oggi il mondo rischia di crollare, non lo si deve certo alla Apple. Anche se in questi ultimi due anni il valore in borsa lascia molto a desiderare. Ma sono i numeri a confermare il successo di Steve Jobs e della sua Apple. E i numeri non mentono. Non sono come certa politica italiota che inventa e spara colossali assurdità, ingannando la povera gente! Jobs è stato il Re dei computer Mac. Ha inventato termini nuovi. Nuove parole inglesi sono entrate nel nostro vocabolario quotidiano grazie a Steve Jobs: Ceo, Keynote, iPod-iPhone-iPad Talk, e chi più ne ha più ne metta. Era questo il suo carisma, il futuro che pensava per tutti i giovani che credevano in lui. E Jobs creava i loro sogni negli Apple Store. È stato il primo a presentare ufficialmente i suoi prodotti ai media di tutto il mondo salendo sul palco coi jeans e l’immancabile lupetto nero. E il suo mondo, come d’incanto, si è trasformato in uno schermo sensibile allo sfioramento dei polpastrelli delle nostre dita. Jobs ha inventato il modo di comprimere la musica per inserirla in una scatoletta di alluminio capace di convincerci di tutto. Il “touch-screen” era già stato inventato. Ma non funzionava. Il mercato, cioè, non era ancora in grado di convincersi che le nostre dita fossero la miglior periferica per poter navigare su Internet. Jobs ha cambiato tutto. E l’editoria mondiale ci ha guadagnato. Quella nuova tavoletta magica, l’Ipad, è in grado di sorprenderci, collegandoci ad altri mondi e, forse, ad altri sistemi Internet interstellari. Oggi “indossare” l’iPod Touch o l’iPhone è un po’ come portarsi dietro un pezzo di Steve Jobs e della sua filosofia di vita: non arrendersi mai anche quando tutto sembra perduto, quando il mondo sembra crollarci addosso. Perché la fede nel futuro, la praticità, l’intelligenza e il design, possono davvero cambiare il mondo in meglio. Questa è l’icona di Steve Jobs. La speranza di un uomo che ha anche inventato il mondo di declinare tutti i preziosi minuti della vita (quelli che restano a ciascuno di noi) in un tempo di fiducia e di credito nel nostro prossimo. Jobs ha vinto tutte le battaglie, tranne la più importante della sua vita. Quel maledetto cancro lo ha divorato come il più spietato predatore alieno. Ma non ha che ucciso se stesso: quanta può essere stupida la natura di questa malattia che stermina se stessa! Perché lo spirito di Jobs, che raccomandiamo ogni anno alla Divina Provvidenza, vive in ciascuno di noi. “Siate affamati, siate folli” – esclamò Jobs nel suo indirizzo di saluto ai neolaureati della Stanford University al termine di una Lectio Magistralis davvero suggestiva. Fu il suo saluto all’umanità intera. “Stay hungry, stay foolish”. Una speranza contenuta nella sua lettera di dimissioni dalla Apple, che chiudeva definitivamente la sua carriera di Amministratore delegato (Ceo). “Al Consiglio di amministrazione di Apple e alla comunità Apple – scrisse Jobs – ho sempre detto che se mai fosse venuto un giorno in cui non avrei più potuto svolgere i miei doveri e compiti come Ad di Apple, sarei stato il primo a farvelo sapere. Purtroppo, quel giorno è arrivato. Con la presente mi dimetto da Ad di Apple. Vorrei servire, se il consiglio lo riterrà, come presidente e membro del consiglio, e dipendente Apple. Per quanto riguarda il mio successore, raccomando decisamente che eseguiamo il nostro piano di successione e nominiamo Tim Cook amministratore delegato di Apple. Ritengo che i giorni più brillanti e innovativi di Apple le siano davanti. E aspetto con ansia di vederli, e di contribuire al suo successo in un nuovo ruolo. Ho incontrato alcuni dei migliori amici della mia vita ad Apple, e vi ringrazio per i molti anni in cui ho potuto lavorare al vostro fianco. Steve”. Cupertino, l’attuale campus e quello future a “disco volante”, debbono tutto a Jobs. La sua vita è stata un viaggio alla ricerca di Dio, per certi versi suggestiva. Alla ricerca della verità. Nel 1973, ad appena 18 anni Steve Jobs abbandona l’università. Prima di entrare (1974) nell’organico dell’azienda di videogiochi Atari, decide di partire per un viaggio spirituale in India alla ricerca dell’illuminazione (cf. biografia ufficiale, “Steve Jobs” di Walter Isaacson). Tre anni dopo fonda la Apple. Ed ecco la sregolatezza. Con il viaggio in India inizia anche un altro tipo di viaggio. Jobs ha più volte elogiato pubblicamente l’influenza dell’Lsd nel suo pensiero creativo. Quando gli fu chiesto di spiegare la sua esperienza, Jobs affermò: “E’ stata una delle due o tre cose più importanti che ho fatto nella mia vita”. Nulla a che vedere, crediamo, con lo storico slogan “Think different” dei suoi prodotti tecnologici che mai nessuno, sotto l’effetto di droghe, avrebbe potuto inventare! Nove anni più tardi (1985) dopo una serie di litigi con l’allora Amministratore delegato John Sculley, Jobs lascia la Apple e fonda la Next, con la quale nel 1986 acquista la Pixar che realizzerà il primo film di animazione creato completamente in computer grafica 3D. Nel 1996, pur mantenendo i rapporti con la Pixar, Jobs torna alla Apple per salvarla dalla crisi. Ed ecco l’altro miracolo di chi crede nel futuro anche quando le cose sembrano andare male. Lo stipendio annuo che Steve Jobs riscuoteva dalla Apple in qualità di Amministratore delegato era di un dollaro. Ciò nonostante è stato il 136esimo nella classifica dei miliardari nel 2010. Questo perché, vendendo nel 2006 la Pixar alla Disney, riuscì a ottenere una parte delle azioni della società creatrice di Topolino, guadagnando circa 48 milioni di dollari l’anno. Come molti geni della storia, anche Jobs ha avuto problemi a scuola. Era dislessico e, per sua stessa ammissione, da piccolo non era un bambino modello: portava serpenti e piccole bombe in classe durante l’orario scolastico. Veniva sospeso spesse volte da scuola per il suo comportamento. La sua uniforme sembrava quella di un cartone animato: una maglia in cashmere o di seta nera a collo alto, dei jeans Levi’s e scarpe da ginnastica New Balance. Per non parlare dell’igiene personale. Si racconta che quando lavorava all’Atari, veniva spostato nel turno di notte a causa del cattivo odore che emanava. Curiosa anche l’origine del nome Apple che sarebbe anche quello del suo cibo preferito: la mela, in memoria del frutteto dove aveva lavorato. Jobs era vegetariano ma mangiava il pesce.  Come tutti i dipendenti di Apple in possesso di un badge con nome e numero che si riferisce all’ordine in cui i dipendenti sono stati assunti, Steve Wozniak, co-fondatore di Apple, è il dipendente N. 1. A Steve Jobs è sempre stato assegnato il n. 2, per conquistare alla fine la prima posizione. Di numero zero. Perché i numeri cominciano da lì. Dopo l’abbandono dei suoi studi, Steve Jobs iniziò un corso di calligrafia. Fu grazie a questa sua passione che inventò per il Macintosh un carattere originale successivamente copiato dal suo concorrente. Perché la Apple è differente come l’acquirente innamorato delle novità. Le interminabili processioni laiche nei negozi sono solo espressione del consumismo indotto dall’obsolescenza programmata dei prodotti tecnologici? O c’è dell’altro? Chi acquista Apple non si accontenta del prodotto. Sogna il sogno di Steve Jobs, al netto delle sue stranezze e follie. Ora che il papà della mela morsicata è salito al Cielo, un passo oltre la nostra percezione comune, verso l’alto, ora che non c’è più sulla Terra fisicamente, ora che dietro le quinte i suoi successori cercano di imitarlo, ora cambia tutto. La Apple senza Steve Jobs non scompare ma nemmeno è più la stessa. Alcuni pensano che diventerà più solida, più moderna, più consapevole, più morale, più etica, più attenta alle esigenze dell’acquirente. Solo che sono gli uomini veri, in carne e ossa, che possono farlo. Non i fantasmi. Non i folli comunicati stampa “innaturali” in nome del rispetto della “diversità”. Non chi cerca di imitare Jobs per finire nel ridicolo. Jobs è Jobs. L’assenza si sente. Si avverte. Bisogna voltare pagina nel segno del suo “siate affamati, siate folli”. Della sua voglia dei particolari. Chris Espinoza, ottavo dipendente assunto da Jobs alla Apple, racconta nel 1975:“Dava giudizi, che era poi il suo miglior talento: sulle tastiere, sul design della scatola, sul logo, su quali parti comprare, sulla progettazione delle schede, sulla connessione delle parti, i venditori da selezionare, sul metodo d’assemblaggio, quello di distribuzione, insomma su ogni cosa”. Vic Gundotra, vicepresidente Google, ricorda che nel 2008 gli arrivò una telefonata di domenica mattina. Era un Jobs preoccupato per il colore giallo di una scritta Google in un’icona da piazzare nella “home screen” di un iPhone. Vi rendete conto? Jobs non si comportava così solo per i soldi e per il successo. Lo faceva per quella sua insaziabile fame di avventura, di creazione, di sfida, di perfezione. “Osserva un artista, se è davvero in gamba, gli capita sempre prima o poi di arrivare al punto in cui potrebbe fare un unica cosa per il resto della vita, e per tutto il mondo esterno continuerebbe ad avere successo ma non avrebbe successo per se stesso. Quello è il momento in cui si vede davvero chi è, se si mette in gioco rischiando il fallimento, è ancora un artista”. Le borse mondiali come hanno reagito a questo addio definitivo di Jobs dalle scene del mondo? Il titolo Apple Inc., salito a oltre 700 dollari per azione qualche tempo dopo la sua scomparsa, si è poi appiattito verso un lento declino. “Flat” come l’iOS 7 appena sfornato. I mercati sanno giudicare meglio di chiunque altro le potenzialità economiche dei prodotti inventati da Steve Jobs e successori. L’informazione crea ricchezza vera perché la moltiplica. In Italia ancora non l’abbiamo capito. Non l’hanno capito, soprattutto, le nostre aziende. Chi crea informazione deve essere pagato! L’informazione mette in moto tutto il sistema economico. E l’informazione deve essere vera. Deve cioè contenere un messaggio positivo per il futuro. La Apple Inc. insegna tutto questo. È un messaggio chiaro, forte e potente che Steve Jobs ha inculcato a tutti i suoi collaboratori. Pensare positivo sempre. Le altre aziende concorrenti dovranno fare i conti con questa filosofia imprenditoriale. Perché la scomparsa di Jobs, non cancella la Apple. La rafforza. I suoi successori ereditano questa filosofia di vita: scegliere gli uomini e le donne giuste, per far brillare gli occhi di coloro che acquistano un prodotto Apple. Con la voglia di regalarsi un computer divertente, bello, duraturo, utile, istruttivo, con un senso di presente e di futuro. Questo è Steve Jobs. I discepoli di Pitagora e di Ipazia quando “creavano“ con i numeri la loro visione del mondo, facevano proprio questo. Creavano il futuro. La Apple oggi ha un vantaggio filosofico senza precedenti su tutti gli altri concorrenti che copiano Jobs. Non cerca clienti a qualunque costo. Non li crea. “Non puoi chiedere ai clienti cosa vogliono e poi darglielo. Nel momento in cui avrai costruito quello che volevano, vorranno qualcos’altro” – diceva Jobs. Il computer Mac, l’iPhone, l’iPod, l’iPad, non sono una moda da poter vantare. Oggi ce li hanno tutti anche se costano caro. Cosa si vanta? Apple ha creato oggetti che servono se si vuole cominciare un altro viaggio nella conoscenza. La Scienza, la Filosofia e la Religione hanno tutto da guadagnarci. Le conoscenze acquisite grazie a questi dispositivi sono virtualmente infinite. Se poi la batteria garantisce la più larga autonomia, come nei vari MacBook, allora il trionfo è assicurato. Perché i prodotti sono leggeri e dotati di una capacità di memoria fisica tale da poter navigare quando, dove e come si vuole. In Italia ancora non l’abbiamo capito. Perché gli Hot Spot gratuiti sono ancora pochi. Steve Jobs, come tutti gli esploratori del passato, è un eroe della leggerezza. Tim Cook, attuale direttore operativo della Apple, era già di fatto alla guida dell’azienda da Gennaio 2011 quando Steve Jobs annunciò un nuovo periodo di assenza per i suoi problemi di salute e gli lasciò il timone. Cook aveva già assunto l’incarico altre due volte. La prima a metà 2004, quando al fondatore della società di Cupertino fu diagnosticata una rara forma di tumore al pancreas. La seconda il 5 Gennaio 2009. Ad Aprile di quell’anno Jobs subì un trapianto di fegato. Tim Cook è un uomo riservato e schivo, è uno che non ama i riflettori. Non sappiamo il perché. Non gli piace tenere discorsi in pubblico, tantomeno quelli dal sapore profetico che spesso teneva Jobs. I suoi “Keynote” sono diversi. Superati i cinquant’anni, celibe. È cresciuto in Alabama. Laureato in ingegneria industriale all’Auburn University nel 1982, ha conseguito un master alla Duke University nel 1988. Ha lavorato alla Intelligent Electronics, poi è passato alla Ibm, dove è stato 12 anni, oltre ad assumere l’incarico di vicepresidente per i materiali aziendali alla Compaq. È entrato in Apple nel 1998, come vicepresidente senior, con l’incarico di supervisionare la produzione dei computer. In seguito è stato promosso a capo delle vendite e della divisione Macintosh. Cook è soprattutto l’uomo che ha chiuso gli impianti della Apple ed esternalizzato tutta la produzione, cambiando il volto dell’azienda. Ha venduto fabbriche e depositi avviando contratti di produzione con terzi. Sotto la sua amministazione l’azienda Apple è diventata più agile. Ciò ha reso possibile nel 2006 convertire tutta la linea di produzione dei computer ai processori Intel. Tim Cook e i suoi successori, potranno solo emulare Jobs. Mai eguagliarlo. Dalla mezzanotte del 1° Ottobre 2013 negli Stati Uniti d’America è incominciato il cosiddetto “Shutdown”. Lo “spegnimento” di tutte le attività pubbliche non essenziali. Il governo americano ha esaurito i fondi per finanziare i propri servizi. Il lungo braccio di ferro fra Democratici (in maggioranza al Senato) e Repubblicani (in maggioranza alla Camera) ha portato alla paralisi della Pubblica amministrazione statunitense di Barack Hussein Obama. Più di 800 mila impiegati statali sono rimasti a casa in ferie forzate e non retribuite. In tutti i 50 Stati americani, non c’è più un dollar per tenere aperto un monumento, un memoriale o un museo. Tutti subiscono lo shutdown, persino la Statua della Libertà, simbolo degli Stati Uniti, ha chiuso i battenti. Le transenne non bloccano soltanto l’ingresso al Lincoln Memorial. I cordoni della borsa si sono chiusi anche e purtroppo per il mondo della ricerca e della scienza pubblica made in Usa. Il National Institutes of Health (NIH), Agenzia di ricerca medica, ha messo il 73 percento dei suoi 18.646 dipendenti in congedo forzato. L’Agenzia non accetta più pazienti per le sperimentazioni cliniche e non avvia nuovi studi. Personale minimo è rimasto a prendersi cura degli animali da laboratorio e per proteggere gli impianti NIH. Incredibile la storia di David Johnson della GigaGen di San Francisco che doveva ricevere il primo di ottobre, proprio dal NIH, un finanziamento da 1,2 milioni di dollari per svolgere una ricerca nel campo delle biotecnologie e che ora si trova costretto a rinviare l’inizio della sua sperimentazione. “In una piccola impresa, dipendiamo dal governo per far accadere le cose, soprattutto in campi impegnativi come la biotecnologia” – dichiara lo stesso Johnson. Oltre a non poter finanziare la ricerca, la NIH durante lo shutdown non sarà in grado di sostenere le risorse online che vengono adoperate di routine da parte di scienziati di tutto il mondo. Database gratuiti come PubMed, che indicizza oltre 22 milioni di articoli e permette a tutti i ricercatori di essere sempre aggiornati sulle ultime scoperte, sono anch’essi con un personale ridotto, quindi difficilmente potranno essere inseriti nuovi articoli. Compleanno amaro per la NASA, la National Aeronautics and Space Administration americana. Nel giorno in cui l’Agenzia spaziale pubblica statunitense compie 55 anni di attività (aprì ufficialmente il 1° Ottobre del 1958) circa il 97 percento dei suoi oltre 18mila dipendenti restano a casa, bloccati dallo shutdown. Funziona solo la Stazione Spaziale Internazionale. Speriamo bene. In Italia, invece, a causa dei politicanti di casa nostra, l’IVA è schizzata al 22 percento. Dio salvi la Nasa e gli Italiani dai burocrati! Con un messaggio sia in inglese sia in spagnolo, risulta offline il sito della Nasa. L’Agenzia spaziale americana che ha spedito l’uomo sulla Luna, a causa dei tagli probabilmente dovrà rinviare il lancio di MAVEN, il nuovo progetto che ha il compito di studiare l’atmosfera di Marte. Un rinvio che potrebbe costare molto caro, dato che la prossima finestra di lancio è prevista per il 2016, quando Marte e la Terra saranno favorevolmente posizionati nelle loro orbite. Meno personale in quel di Cape Canaveral, ma Luca Parmitano può rimanere tranquillo: non sono previsti, infatti, tagli per il personale di supporto alle missioni spaziali in corso. Tranquillità che non tutti avranno negli Usa, l’arresto forzato del Centers for Disease Control and Prevention (CdC) determinerà, infatti, il blocco del monitoraggio dei casi di influenza proprio all’inizio della stagione influenzale. I 4.000 dipendenti rimasti dovranno anche sorvegliare malattie infettive emergenti, come l’influenza aviaria. “Il Cdc continuerà ad assicurare un minimo supporto alla salute e al benessere dei cittadini  con una capacità ridotta di rispondere ad eventuali focolai di malattie e di mantenere il suo centro operativo 24 ore su 24” – spiegano dal Dipartimento. Più fortunata è la Food and Drug Administration (FDA) che grazie ai finanziamenti della case farmaceutiche potrà conservare il 65 percento del personale, ma saranno comunque interrotti molti dei controlli di routine. I soli 43 dipendenti attivi dello Us Geological Survey, l’equivalente del nostro Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, cercheranno di assicurare il funzionamento degli osservatori sui vulcani e la lettura dei dati provenienti dai due satelliti Landsat. Continueranno, invece, a essere garantiti i servizi del National Weather Service, le cui previsioni meteorologiche sono ritenute necessarie per proteggere cose e persone. Questo è solo un piccolo spaccato di quello che sta accadendo negli Stati Uniti. L’ultimo evento del genere risale al 1996. Lo shutdown all’epoca durò 21 giorni, lasciando danni ingentissimi sull’economia pre-Undici Settembre. Ora il contesto è ancora più difficile, con un economia americana e mondiale sempre in bilico. “Spero che prevalga il buon senso” – si augura in una nota Barack Obama – e si eviti alla Nazione un devastante default”. Fallimento previsto per il 18 Ottobre 2013. Il fatto è che senza uomini e donne geniali come Steve Jobs, non c’è futuro. La ricetta è sempre la stessa: libertà e difesa della proprietà oggi attaccata dalla spesa pubblica corrente. Tasse, bollette, balzelli. Distruggono la casa e l’impresa. Quindi il risparmio e l’investimento. Tutto crolla. Potrebbe scoppiare la Terza Guerra Mondiale. Lo spread culturale tra l’Italia e il resto del mondo, sale. Con la Corea è schizzato a 430 punti. Crollano gli investimenti: meno 14 percento in cinque anni. Crolla l’occupazione dei giovani nelle fabbriche della conoscenza: meno 17 percento. Aumentano le tasse: più 50 percento. Il deficit commerciale nell’alta tecnologia ha raggiunto punte dell’un percento del PIL. Siamo già oltre l’orlo del baratro. E i nostri politicanti fanno finta di non vedere e udire. Così il Belpaese si è giocato il futuro. Le colpe dei padri già ricadono sui figli. Bisogna denunciare la condizione di marginalità nella quale viene tenuto il sistema della ricerca pubblica in Italia. Le analisi critiche e le valutazioni negative già fatte in passato, purtroppo, possono essere ripetute con una serie di aggravanti. La necessità del contenimento della spesa pubblica e i corretti principi di una buona amministrazione, sono quanto mai urgenti. Ma chi si assume la responsabilità per attuarli? Nella reale situazione del nostro Belpaese, dobbiamo denunciare oltre agli effetti negativi ottenuti in via generale in materia di sviluppo e innovazione, la progressiva decadenza del sistema scientifico, formativo, industriale e competitivo italiano. Alla crescente perdita di risorse umane si accompagna ormai la progressiva perdita anche del patrimonio strumentale. A questi effetti generali occorre aggiungere quelli indotti dalla perdita di capacità di utilizzo dei Fondi comunitari, che richiedono, appunto, il concorso di risorse interne. Con alcune lodevoli eccezioni. Uno strumento realizzato dall’INFN volerà con un satellite cinese per studiare le correlazioni tra alcuni fenomeni elettromagnetici e i terremoti. Un memorandum in questo senso è stato firmato a Pechino dall’Agenzia Spaziale Italiana e dalla China National Space Administration: il protocollo d’intesa ha lo scopo di ospitare un “payload” italiano a bordo del satellite cinese CSES (China Seismo-Electromagnetic Satellite). Il principale obiettivo scientifico della missione è la ricerca su vari tipi di fenomeni di tipo elettromagnetico e la loro correlazione con fenomeni geofisici per contribuire al monitoraggio dei terremoti dallo spazio nel contesto delle Scienze della Terra. Diversi studi hanno evidenziato la possibile esistenza di correlazioni temporali tra emissioni elettromagnetiche legate all’attività sismica della Terra da una parte e il verificarsi di perturbazioni nel plasma iono-magnetosferico. L’Italia è sempre stata all’avanguardia in questo settore. Dal 2004 rapporti di regolare collaborazione tra i gruppi di ricerca Italiani dell’INFN guidati da Roberto Battiston, Presidente della commissione astroparticellare dell’INFN, e cinesi del CEA (China Earthquake Administration) hanno l’obiettivo di sviluppare la strumentazione di bordo del primo satellite cinese CSES dedicato allo studio dell’ambiente elettromagnetico attorno alla Terra e dotato della strumentazione più avanzata esistente nel settore. L’Italia contribuirà al satellite CSES con uno strumento innovativo dedicato alla misura delle particelle energetiche che precipitano dalle fasce di Van Allen a seguito di disturbi elettromagnetici. Lo strumento Italiano sarà chiamato Limadou, in onore del famoso esploratore italiano Matteo Ricci e sarà realizzato dall’INFN nell’ambito di una collaborazione che vede coinvolti i centri INFN e le Università di Trento, Roma Tor Vergata, Perugia, Bologna e UniNettuno. “La partecipazione dell’Italia al progetto CSES – dichiara Roberto Battiston – prevede la realizzazione di un rivelatore di precisione per la misura degli elettroni che precipitano nell’atmosfera dalle fasce di Van Allen. In questo modo potremo sottoporre a verifica scientifica rigorosa i meccanismi che collegano il nostro pianeta e le sue dinamiche interne al plasma che circonda la terra, con l’obbiettivo di sviluppare nuove tecniche per il monitoraggio sismico dallo spazio”. Inoltre il Gran Sasso Scienze Institute ha bandito un concorso per il conferimento di 20 borse di studio riservate agli studenti immatricolati nell’Anno Accademico 2013/2014 ai corsi di Laurea magistrale dei Dipartimenti di Scienze Fisiche e Chimiche, di Ingegneria e Scienze dell’Informazione e Matematica dell’Università degli Studi di L’Aquila. Le borse di studio, bandite dal GSSI attraverso l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ammontano a 600,00 euro mensili per la durata dei due anni di studio e prevedono il rimborso delle spese sostenute per l’iscrizione all’Università. “Questa iniziativa – sottolinea Eugenio Coccia, Direttore del Gran Sasso Science Institute – segna l’inizio della sinergia tra il GSSI e l’Università di L’Aquila. L’obiettivo è fare di L’Aquila una città degli studi di livello internazionale rendendola sempre più attraente ai giovani di talento”. La domanda di ammissione al concorso per il conferimento delle borse di studio deve essere compilata utilizzando la procedura online disponibile sul sito web del GSSI (www.gssi.infn.it) Il termine di presentazione delle domande è fissato alle 18 ora italiana del 4 Novembre 2013. Ma non basta. Gli obiettivi europei del raggiungimento entro il 2010 di un finanziamento totale pari al 3 percento del Pil non solo non sono stati raggiunti, ma appaiono qualcosa del tutto estranea al Belpaese. Le asfittiche telenovele politiche stanno uccidendo il nostro futuro. Bisogna, in definitiva, denunciare come la perdurante crisi rischia di portare il complesso delle nostre Istituzioni di ricerca verso condizioni negative di non ritorno. E questo avrebbe come conseguenza di trascinare in una analoga situazione di non ritorno anche la possibilità di una ripresa economica e sociale. Le ripetute analisi relative ai ritardi del nostro Sistema Paese proprio in materia di capacità tecnologiche, scientifiche e culturali diffuse, sono lapalissiane. In un’Italia dove, oltretutto, sono noti i limiti competitivi e le potenzialità di sviluppare attività di ricerca private nel sistema delle imprese, il ritenere di poter superare la prolungata e pesante crisi generale senza il ricorso alla liberalizzazione dell’impresa spaziale commerciale, tenendola in condizioni marginali, rappresenta una scelta di degrado etico della quale le classi dirigenti del Paese dovranno assumersi la piena responsabilità e che, per non essere complici, occorre denunciare con forza e determinazione. È doveroso segnalare la necessità di introdurre nel documento di previsione del bilancio pubblico per il 2014 e, per alcuni aspetti, anche nel corso dell’attuale bilancio, alcuni interventi tali da rappresentare almeno dei segnali concreti di inversione di un percorso da troppo tempo negativo.  In particolare è necessario: integrare il finanziamento pubblico per la ricerca nelle Università e negli Enti di ricerca pubblici con una cifra minima pari al 5 percento, disponendo presso la Presidenza del Consiglio di un fondo a cui accedere in caso di utilizzo dei Fondi comunitari; indirizzando questi fondi, nel rispetto dell’autonomia scientifica, verso quei settori che realmente possano imprimere una svolta in direzione di un dialogo innovativo tra ricerca (partendo dalla ricerca si base) e il mondo produttivo. In questo dialogo possono giocare un ruolo cruciale tutte le discipline (dalle scienze umane alla fisica di base) e non necessariamente solo settori classificati come “tecnologici” e che in alcuni casi possono essere molto poco innovativi. È necessario superare rapidamente tutte le situazioni di precarietà istituzionale e di rinnovo degli organi di direzione là dove sussistono le relative scadenze in modo da restituire piena capacità di governo alle Istituzioni pubbliche di ricerca. È necessario riportare alla responsabilità delle Università e degli Enti di ricerca una serie di decisioni  gestionali attualmente attribuite alla burocrazia ed alla politica, recuperando in parallelo una reale capacita di controllo sul merito e non formale. Si tratta di condizioni minime che non possono incontrare riserve sul fronte dell’entità e della disponibilità delle conseguenti risorse finanziarie, per le quali siamo comunque disponibili ad entrare nel merito. Tali interventi vanno considerati come urgenti e prioritari rispetto a qualsiasi ipotesi di riforma che, in assenza di significative risorse finanziarie servono solo, come è avvenuto spesso negli anni passati, a mascherare il degrado del Sistema Italia. Occorre dubitare di ciò che si presenta come “riforma” senza partire da un’analisi accurata della situazione di partenza e da un’enunciazione chiara dei risultati che si vogliono raggiungere. Una via perseguita negli ultimi lustri e che ha portato al degrado presente. Solo dopo questi interventi sarà possibile impostare progetti di riforma credibili e sufficientemente approfonditi incominciando da un’analisi del ruolo della ricerca nei confronti sia della formazione civile sia della qualità del lavoro, dello sviluppo economico e sociale del Paese. Un approfondimento che dovrà mettere in discussioni i rapporti tra la ricerca pubblica-privata e il sistema produttivo, le strutture di selezione e di valutazione delle scelte generali e degli spazi dell’innovazione che non è solo tecnologica ma anche delle conoscenze, sia infine i modelli di gestione delle strutture di ricerca che sono diventate, più di prima, verticistiche. A tutto questo è da aggiungere la creazione di meccanismi di controllo e di verifica sostanziali e non burocratici e meccanici come si è fatto ultimamente. Ma intanto occorre bloccare il degrado e la rovina delle fondamenta del sistema culturale, sociale ed economico del nostro Paese. I buoni esempi sono sotto gli occhi di tutti. Il prossimo mese di Novembre 2013 il CNR, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, compie 90 anni. Lunedì 30 settembre presso la sede centrale a Roma, il Presidente, Luigi Nicolais, ingegnere chimico e membro del Gruppo 2003, ha voluto festeggiare il compleanno del massimo Ente pubblico di ricerca italiana con una cerimonia essenziale molto significativa. La festa di compleanno si è risolta nella presentazione di due opere di “comunicazione pubblica della scienza”, rivolte al grande pubblico. “È infatti mia intenzione – ha dichiarato Nicolais – rinnovare i principi istitutivi del CNR e aprirlo il più possibile alla società, nelle sue varie articolazioni”. Nella prima opera di comunicazione presentata a Piazzale Aldo Moro, un libro divulgativo con molte immagini, alcune inedite, sulla storia dell’Ente, intitolato Consiglio Nazionale delle Ricerche. L’impresa scientifica 1923-2013, emerge il pensiero delle origini. Che è, poi, soprattutto il pensiero di Vito Volterra, grande matematico, grande Politico della Scienza e anche grande teorico della diffusione della cultura scientifica: la ricerca come leva per la rinascita della Nazione Italia. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche nel 1923 si chiamava Consiglio Nazionale di Ricerche. Nasce con l’obiettivo di esplorare la dimensione sociale della scienza, riconoscendo il suo valore strategico ed assumendo che essa potesse e dovesse diventare lo strumento per “riscattare il Paese”. La leva per portare l’Italia nel novero dei Paesi più avanzati.
Il libro che è stato curato da Gennaro Ferrara, con la responsabilità scientifica di Raffaella Simili e il coordinamento editoriale di Giuseppe Festinese e Giovanni Paoloni, mostra con le parole e le immagini come il CNR ha cercato di perseguire questo obiettivo puntando su alcuni caratteri originali. Primi tra tutti, l’internazionalità e l’interdisciplinarità. L’Ente nasce, infatti, come componente nazionale del Consiglio Internazionale delle Ricerche di cui Volterra era vicepresidente. Sia l’obiettivo sia gli strumenti restano più che mai attuali. La ricerca e l’innovazione rappresentano più che mai oggi l’unica opzione credibile per riscattare l’Italia, portandola fuori dal percorso di declino imboccato da almeno trent’anni. E gli strumenti culturali principali per conferire al sistema scientifico e tecnologico italiano il ruolo di volano dello sviluppo sociale ed economic, sono proprio l’internazionalità e l’interdisciplinarità. La stretta connessione con la comunità scientifica mondiale e, nel medesimo tempo, la flessibilità per affrontare i problemi emergenti abbattendo le mura, talvolta rigide, delle discipline e del politichese. Non è un caso che è nel CNR che negli ultimi 90 anni, in fatto di organizzazione della ricerca, sono nate “cose” nuove: dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) al Comitato Nazionale per l’Energia Atomica (oggi ENEA); dall’Istituto Nazionale di Geofisica, all’Istituto Nazionale della Nutrizione, fino all’Agenzia Spaziale Italiana. È stato il CNR ad avere un ruolo importante nella creazione del CERN, il grande laboratorio di fisica delle alte energie, a Ginevra e dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea che ha sede a Parigi. Il percorso verso il futuro del CNR è, dunque, già tracciato. Seguire il percorso della internazionalità e della interdisciplinarità per fare ricerca al massimo livello e creare “cose” nuove, tenendo sempre aperta la finestra che affaccia sulla società. Perché se non ci fosse, un Ente pubblico di ricerca come il CNR andrebbe inventato. Magari restituendogli quel ruolo di coordinatore della ricerca nazionale (e magari di vera e propria Agenzia) che Vito Volterra auspicava. Per stimolare la ricerca privata industriale italiana. L’altra proposta della festa di compleanno è stata la mostra “RiScattiamo la scienza”. Intesa, questa volta, come scatto di macchine fotografiche che restituiscono le immagini della scienza e della vita dei ricercatori. All’invito hanno partecipato in moltissimi ricercatori del CNR. E le foto (otto più una) più belle sono state premiate. Tutte fanno parte della mostra e del catalogo RiScattiamo la Scienza.
Sia nel volume di storia del CNR sia nella mostra e nel catalogo fotografico, l’immagine è la protagonista assoluta. Ma l’immagine è una forma di comunicazione co-essenziale all’impresa scientifica e oggi più che mai sull’onda dell’innovazione telematica. Oggi i nativi digitali, ma anche molti immigrati digitali, acquisiscono informazione e addirittura pensano per immagine. Anche le 500 povere vittime di Lampedusa, prima di partire per il loro ultimo viaggio, osarono tanto! Il secondo messaggio che viene dalla festa di compleanno del CNR è chiaro quanto il primo: nella società della conoscenza non solo la scienza in sé, ma anche la comunicazione della scienza al grande pubblico, ha un valore strategico. Forse è il momento migliore. È ora che il Belpaese intero, a 90 anni dall’intuizione di Vito Volterra, se ne accorga. Perché proteggere i nostri scienziati è un gesto di Resistenza all’Hiroshima antropologica e culturale dominante ben prima dell’arrivo degli spietati invasori alieni così cari alla fantascienza! In Italia l’interruzione dei pensieri nella macchina governativa, causata dallo stallo nelle trattative tra gli infiniti partiti e movimenti in Parlamento, sta condannando gli Italiani alla definitiva morte per stagnazione economica. Memento!

Nicola Facciolini

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