“Maria, Madre Nostra, sostienici nei momenti di buio, di difficoltà, di apparente sconfitta!”(Papa Francesco). Ogni giorno è la fine del mondo ma il Giudizio finale dipende da ciascuno di noi perché saremo giudicati sull’Amore. Papa Jorge Maio Bergoglio, all’Udienza generale di Mercoledì 11 Dicembre 2013 in Piazza San Pietro, pronuncia l’ultima catechesi sulla Professione di fede, insegnando che l’affermazione “Credo la vita eterna” si compie già qui ora sulla Terra con tutti gli effetti celesti e divini possibili e immaginabili nella vita di ciascuna persona, credente e non. Il Santo Padre si sofferma sul Giudizio finale di Dio sulla Terra. “Ma – osserva il Papa – non bisogna avere paura! Sentiamo quello che dice la Parola di Dio. Al riguardo, leggiamo nel Vangelo di Matteo: ‘Allora Cristo verrà nella Sua gloria, con tutti i Suoi angeli…E saranno riunite davanti a Lui tutte le genti, ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla Sua destra e i capri alla sinistra…E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna’(Mt 25,31-33.46)”. Il Papa rivela che “quando pensiamo al ritorno di Cristo e al Suo Giudizio finale che manifesterà fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena, percepiamo di trovarci di fronte a un mistero che ci sovrasta, che non riusciamo nemmeno a immaginare. Un mistero che quasi istintivamente suscita in noi un senso di timore, e magari anche di trepidazione. Se però riflettiamo bene su questa realtà, essa non può che allargare il cuore di un cristiano e costituire un grande motivo di consolazione e di fiducia”. Papa Francesco ricorda l’esperienza gioiosa e plastica dei primi cristiani. “A questo proposito – spiega il Pontefice – la testimonianza delle prime comunità cristiane risuona quanto mai suggestiva. Esse infatti erano solite accompagnare le celebrazioni e le preghiere con l’acclamazione Maranathà, un’espressione costituita da due parole aramaiche che, a seconda di come vengono scandite, si possono intendere come una supplica: “Vieni, Signore!”, oppure come una certezza alimentata dalla fede: “Sì, il Signore viene, il Signore è vicino”. È l’esclamazione in cui culmina tutta la Rivelazione cristiana, al termine della meravigliosa contemplazione che ci viene offerta nell’Apocalisse di Giovanni (Ap 22,20). In quel caso, è la Chiesa-sposa che, a nome dell’umanità intera, di tutta l’umanità, e in quanto sua primizia, si rivolge a Cristo, suo Sposo, non vedendo l’ora di essere avvolta dal Suo abbraccio: un abbraccio – l’abbraccio di Gesù – che è pienezza di vita, è pienezza di amore. Così ci abbraccia Gesù!”. Il Giudizio finale di Dio deve preoccuparci? “Se pensiamo al giudizio in questa prospettiva – rivela Papa Bergoglio – ogni paura e titubanza viene meno e lascia spazio all’attesa ed a una profonda gioia: sarà proprio il momento in cui verremo giudicati finalmente pronti per essere rivestiti della gloria di Cristo, come di una veste nuziale, ed essere condotti al banchetto, immagine della piena e definitiva comunione con Dio”. Il Santo Padre spiega perché bisogna aver ancora più fiducia nel Signore Risorto. “Un secondo motivo di fiducia – osserva il Papa – viene offerto dalla constatazione che, nel momento del giudizio, non saremo lasciati soli. È Gesù stesso, nel Vangelo di Matteo, a preannunciare come, alla fine dei tempi, coloro che lo avranno seguito prenderanno posto nella Sua gloria, per giudicare insieme a lui, tutti (Mt 19,28). L’apostolo Paolo poi, scrivendo alla comunità di Corinto, afferma: ‘Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? Quanto più le cose di questa vita!’ (1 Cor 6,2-3). Che bello sapere che in quel frangente, oltre che su Cristo, nostro Paràclito, nostro Avvocato presso il Padre (1 Gv 2,1) potremo contare sull’intercessione e sulla benevolenza di tanti nostri fratelli e sorelle più grandi che ci hanno preceduto nel cammino della fede, che hanno offerto la loro vita per noi e che continuano ad amarci in modo indicibile! I santi già vivono al cospetto di Dio, nello splendore della Sua gloria pregando per noi che ancora viviamo sulla Terra. Quanta consolazione suscita nel nostro cuore questa certezza! La Chiesa è davvero una madre e, come una mamma, cerca il bene dei suoi figli, soprattutto quelli più lontani e afflitti, finché troverà la sua pienezza nel corpo glorioso di Cristo con tutte le sue membra”. E c’è un terzo motivo di fiducia. “Un’ulteriore suggestione – ricorda Papa Francesco – ci viene offerta dal Vangelo di Giovanni, dove si afferma esplicitamente che ‘Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui. Chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nell’unigenito Figlio di Dio’ (Gv 3,17-18)”. Allora sono chiare le conseguenze della fede e dell’incredulità. “Questo significa – spiega Papa Bergoglio – che il giudizio finale è già in atto, incomincia adesso, nel corso della nostra esistenza. Tale giudizio è pronunciato in ogni istante della vita, come riscontro della nostra accoglienza con fede della salvezza presente ed operante in Cristo, oppure della nostra incredulità, con la conseguente chiusura in noi stessi. Ma se noi ci chiudiamo – noi stessi – all’amore di Gesù, siamo noi stessi che ci condanniamo! Siamo condannati da noi stessi! La salvezza è aprirsi a Gesù e Lui ci salva. Se siamo peccatori – tutti, tutti lo siamo, tutti! – chiediamo perdono ed andiamo con la voglia di essere buoni, il Signore ci perdona. Ma per questo dobbiamo aprirci, aprirci all’amore di Gesù, che è più forte di tutte le altre cose. L’amore di Gesù è grande! L’amore di Gesù è misericordioso! L’amore di Gesù perdona! Ma tu devi aprirti e aprirsi significa pentirsi, lamentarsi delle cose che non sono buone che abbiamo fatto. Il Signore Gesù – insegna Papa Francesco – si è donato e continua a donarsi a noi, per ricolmarci di tutta la misericordia. Siamo noi quindi che possiamo diventare in un certo senso giudici di noi stessi, autocondannandoci all’esclusione dalla comunione con Dio e con i fratelli. Non stanchiamoci, pertanto, di vigilare sui nostri pensieri e sui nostri atteggiamenti, per pregustare fin da ora il calore e lo splendore del volto di Dio. E quello sarà bellissimo! Di quel Dio che nella vita eterna contempleremo in tutta la Sua pienezza. Avanti! Avanti! – esorta il Santo Padre – Pensando a questo giudizio che comincia adesso. È incominciato. Avanti, facendo che il nostro cuore sia aperto a Gesù, alla Sua salvezza. Avanti, senza paura perché l’amore di Gesù è più grande e se noi chiediamo perdono dei nostri peccati, Lui ci perdona! È così Gesù! Avanti con questa certezza, che ci porterà alla gloria del cielo. Grazie!”. Papa Francesco, parlando in spagnolo, ricordato che Giovedì 12 Dicembre 2013 si celebra la festa della Madonna di Guadalupe, Patrona di tutta l’America, la “Morenita” apparsa il 9 Dicembre dell’Anno Domini 1531 all’indio Juan Diego in Messico. “Per questa occasione – afferma l’argentino Papa Bergoglio – voglio salutare tutti i fratelli e sorelle del continente, e lo faccio con il pensiero rivolto alla Madonna di Tepeyac. Quando è apparsa a San Juan Diego, il Suo volto era quello di una donna meticcia e i Suoi vestiti erano pieni di segni della cultura indigena. Come Gesù, Maria è vicina ai suoi figli, come una madre affettuosa che accompagna il suo cammino, condivide le gioie e le speranze, le sofferenze e le angustie degli uomini di Dio, che sono chiamati a far parte di tutti i popoli della Terra. L’apparizione dell’immagine della Vergine nella tilma (mantello) di Juan Diego – ricorda il Santo Padre – era un segno profetico di un abbraccio, l’abbraccio di Maria a tutti gli abitanti delle vaste terre americane, quelli che già vi erano e quelli che verranno. Quest’abbraccio di Maria ha indicato il cammino che sempre ha caratterizzato tutta l’America: una terra dove popoli diversi possono convivere, una terra in grado di rispettare la vita umana in tutte le sue fasi, dalla nascita fino alla vecchiaia, in grado di accogliere i migranti così come i poveri e gli emarginati di tutti i tempi. Una terra generosa. Questo è il messaggio della Madonna di Guadalupe – insegna Papa Francesco – questo è anche il mio messaggio, il messaggio della Chiesa. Esorto tutti gli abitanti del continente americano a tenere le braccia aperte come la Vergine Maria, con amore e tenerezza. Io prego per voi, cari fratelli e sorelle di tutte le Americhe e vi chiedo anche di pregare per me. Che la gioia del Vangelo sia sempre nei vostri cuori. Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca”. L’apparizione della Morenita, è un evento storico che ha lasciato un’impronta profonda nella religiosità e nella cultura messicana. La visita celeste guadalupana fu solo un caso di “inculturazione” miracolosa? Maria è da sempre Maestra di umanità e di fede, annunciatrice e serva della Parola di Dio che risplende in tutto il suo fulgore, come l’immagine misteriosa sulla tilma del veggente messicano che la Chiesa ha di recente proclamato santo. Con gli oltre venti milioni di pellegrini che lo visitano ogni anno, il santuario di Nostra Signora di Guadalupe, a Città del Messico, è il più frequentato ed amato di tutto il Centro e Sud America. Sono pellegrini di ogni etnia e condizione, uomini, donne, bambini, giovani e anziani, che vi giungono dalle zone limitrofe alla capitale o dai centri più lontani, a piedi o in bicicletta, dopo ore o giorni di cammino, digiuno e preghiera. La basilica ove attualmente si conserva l’immagine miracolosa della Virgen Morena fu inaugurata nel 1976. Tre anni dopo fu visitata dal papa Giovanni Paolo II che si affacciò dal balcone della facciata su cui sono scritte in caratteri d’oro le parole della Madonna a Juan Diego: “No estoy yo aqui que soy tu Madre?”, benedicendo le centinaia di migliaia di messicani confluiti al Tepeyac dove, nel 1990, fu proclamato beato il veggente Juan Diego dichiarato santo nel 2002. Che cosa accadde in quel lontano 1531? Con lo sbarco degli spagnoli nelle terre del continente latino-americano, ha inizio la lunga agonia di un popolo che aveva raggiunto un altissimo grado di progresso sociale e religioso. Il 13 Agosto 1521 segna il tramonto di questa civiltà, quando Tenochtitlan, la superba capitale del mondo atzeco, viene saccheggiata e distrutta. L’immane tragedia che accompagna la conquista del Messico da parte degli spagnoli, sancisce la completa caduta del regno degli Aztechi e l’assimilazione in una nuova cultura e civiltà originata dalla mescolanza tra vincitori e vinti. È in questo contesto che, dieci anni dopo, va collocata l’apparizione della Madonna a un povero indio di nome Juan Diego nei pressi dell’attuale Città del Messico. La mattina del 9 Dicembre 1531, mentre sta attraversando la collina del Tepeyac per raggiungere la città, l’indio è attratto da un canto armonioso di uccelli e dalla visione dolcissima di una Donna che lo chiama per nome con tenerezza. La Signora gli dice di essere “la Perfetta Sempre Vergine Maria, la Madre del verissimo ed unico Dio” e gli ordina di recarsi dal vescovo a riferirgli che desidera Le si eriga un tempio ai piedi del colle. Juan Diego corre subito dal vescovo, ma non viene creduto. Poi, tornando a casa la sera, incontra nuovamente sul Tepeyac la Vergine Maria, a cui riferisce il suo insuccesso e chiede di essere esonerato dal compito affidatogli, dichiarandosene indegno. La Vergine gli ordina di tornare il giorno seguente dal vescovo che, dopo avergli rivolto molte domande sul luogo e sulle circostanze dell’apparizione, gli chiede un segno. La Vergine promette di darglielo l’indomani. Ma il giorno seguente Juan Diego non può tornare: un suo zio, Juan Bernardino, è gravemente ammalato e lui viene inviato di buon mattino a Tlatelolco a cercare un sacerdote che confessi il moribondo. Giunto in vista del Tepeyac decide perciò di cambiare strada per evitare l’incontro con la Signora. Ma la Vergine è là, davanti a lui, e gli domanda il perchè di tanta fretta. Juan Diego si prostra ai suoi piedi e Le chiede perdono per non poter compiere l’incarico affidatogli presso il vescovo, a causa della malattia mortale dello zio. La Signora lo rassicura, suo zio è già guarito, e lo invita a salire sulla sommità del colle per cogliervi i fiori. Juan Diego sale e con grande meraviglia trova sulla cima del colle dei bellissimi “fiori di Castiglia”. È il 12 Dicembre, il solstizio d’inverno secondo il calendario giuliano allora vigente, e né la stagione né il luogo, una desolata pietraia, sono adatti alla crescita di fiori del genere. Juan Diego ne raccoglie un mazzo che porta alla Vergine, la quale però gli ordina di presentarli al vescovo come prova della verità delle apparizioni. Juan Diego ubbidisce e giunto al cospetto del presule, apre il suo mantello e all’istante sulla tilma si imprime e rende manifesta alla vista di tutti l’immagine della Santissima Vergine. Di fronte a tale prodigio, il vescovo cade in ginocchio, e con lui tutti i presenti. La mattina dopo Juan Diego accompagna il presule al Tepeyac per indicargli il luogo in cui la Madonna ha chiesto che Le sia innalzato un tempio. Nel frattempo l’immagine, collocata nella cattedrale, diventa presto oggetto di una devozione popolare che si è conservata ininterrotta fino ai nostri giorni. La Dolce Signora che si manifesta sul Tepeyac non vi appare come una straniera. Ella infatti si presenta come una meticcia o morenita, indossa una tunica con dei fiocchi neri all’altezza del ventre, che nella cultura india denotavano le donne incinte. È una Madonna dal volto nobile, di colore bruno, mani giunte, vestito roseo, bordato di fiori. Un manto azzurro mare, trapuntato di stelle dorate, copre il suo capo e le scende fino ai piedi che poggiano sulla Luna. Alle sue spalle il Sole risplende sul fondo con i suoi cento raggi. L’attenzione si concentra tutta sulla straordinaria e bellissima icona guadalupana, rimasta inspiegabilmente intatta nonostante il trascorrere dei secoli: questa immagine, che non è una pittura né un disegno né è fatta da mani umane, suscita la devozione dei fedeli di ogni parte del mondo e pone non pochi interrogativi alla Scienza come accade da anni col mistero della Sacra Sindone. La scoperta più sconvolgente al riguardo è quella fatta, con l’ausilio di sofisticate apparecchiature elettroniche, da una commissione di scienziati che ha evidenziato la presenza di un gruppo di 13 persone riflesse nelle pupille della S. Vergine. Sarebbero lo stesso Juan Diego, con il vescovo ed altri “ignoti” personaggi presenti quel giorno al prodigioso evento in casa del presule. Un vero rompicapo per gli studiosi, un fenomeno scientificamente inspiegabile, che rivela l’origine miracolosa dell’immagine e comunica al mondo intero un grande messaggio di Speranza. Nostra Signora di Guadalupe che appare a Juan Diego in piedi, vestita di Sole, non solo gli annuncia che è nostra Madre spirituale, ma lo invita ad aprire il proprio cuore all’opera di Gesù Cristo che ci ama e salva, come insegna Papa Francesco. La Vergine sceglie come suo interlocutore un povero indio, Juan Diego, nato verso il 1474 e morto nel 1548 a Guadalupe, che prima di convertirsi al cattolicesimo portava un affascinante nome azteco, Cuauhtlotatzin, che sta a significare “colui che grida come un’aquila”. Varie fonti ci tramandano i dati biografici del veggente del Tepeyac: egli è un “macehual”, cioè un uomo del popolo, piccolo coltivatore diretto in un modesto villaggio. Poco più di niente, nella società azteca complessa e fortemente gerarchizzata. Cuauhtlotatzin fu tra i primi a ricevere il Battesimo, nel 1524, all’età di cinquant’anni, quando gli viene imposto il nuovo nome cristiano di Juan Diego e con lui viene battezzata anche la moglie Malintzin che prende a sua volta il nome di Maria Lucia. Il neoconvertito si distingue in mezzo agli altri per la sollecitudine nel frequentare la catechesi e i sacramenti, senza badare ai sacrifici che questo richiedeva. Si pone in cammino fin dalle prime ore del giorno per raggiungere Santiago di Tlatelolco dove i frati francescani radunano gli indigeni per catechizzarli. Rimasto vedovo dopo solo quattro anni, Juan Diego orienta la sua vita ancora più decisamente verso Dio. Trascorre tutto il suo tempo fra il lavoro dei campi e le pratiche della religione cristiana, con l’ascolto della catechesi impartita agli indigeni neoconvertiti dai missionari spagnoli. Conduce una vita esemplare che edifica molti giovani. L’esperienza eccezionale vissuta dall’indio sul Tepeyac, secondo i teologi, s’inserisce in un’esistenza già trasformata dalla grazia del Battesimo e cementata dall’incontro con la Madre di Dio che ne potenzia in modo straordinario il cammino di fede, fino a spingerlo ad abbandonare tutto, casa e terra, per trasferirsi in una casetta che il vescovo Zumàrraga gli ha fatto costruire a fianco della cappella eretta in onore della Vergine di Guadalupe. Qui Juan Diego vive per ben 17 anni in penitenza e orazione, assoggettandosi agli umili lavori di sagrestano, senza mai mancare al suo impegno di testimoniare quanto Maria ha fatto per lui e può fare per tutti quelli che, come lui nei secoli, con affetto filiale vorranno rivolgersi al suo cuore di Madre. La morte lo coglie nel 1548, quando ha ormai 74 anni. La sua fama di santità che già l’aveva accompagnato in vita, cresce nel tempo fino ai nostri giorni, finché nel 1984 si dette finalmente inizio alla sua Causa di beatificazione e si pose mano all’elaborazione della Positio, orientata a comprovarne non solo il culto, da tempo immemorabile, ma anche a dimostrare le virtù del Servo di Dio ed a illustrarne la vita indipendentemente dall’evento guadalupano. Attraverso una solida base documentale si voleva cioè dimostrare che Juan Diego, per i suoi soli meriti di cristiano, era degno di assurgere agli onori degli altari. Così, al termine di un complesso processo ecclesiastico, con il decreto “Exaltavit humiles” del 6 Maggio 1990 finalmente se ne concesse la memoria liturgica, fissata al 9 Dicembre, data della prima apparizione della Virgen Morena a Guadalupe. Il culto della Madonna di Guadalupe si diffonde rapidamente in tutto il Messico, ma incontra anche alcune opposizioni, particolarmente in quei religiosi che temono una sopravvivenza, sotto una maschera di devozione cristiana, dei culti idolatrici da poco abbandonati dagli indios. Infatti la collina del Tepeyac era stata, in epoca precolombiana, sede di un tempio di Tonantzín, una dea azteca il cui nome significa “nostra venerata madre”, tempio distrutto durante la conquista spagnola. Dopo le apparizioni della Madonna di Guadalupe e l’edificazione dell’Ermita, il luogo è definitivamente consacrato al culto cristiano della Vergine Maria. Ma gli indios, oggi che lì è stata edificata la chiesa di Nostra Signora di Guadalupe, la chiamano ancora Tonantzín, prendendo spunto dai Padri Predicatori che chiamano col nome di Tonantzín Nostra Signora, la Madre di Dio. Quale sia l’origine di questo attributo non si sa con certezza. Ma sappiamo che il vocabolo deriva dal primitivo culto della Tonantzín antica. Ed è cosa cui si doveva rimediare, perché il nome proprio della Madre di Dio, Signora Nostra, non è Tonantzín, ma “Dios y nantzin”. Così lo storico francescano padre Bernardino de Sahagún dell’Ordine dei Frati Minori che, a quanto pare, tacendo sull’apparizione per non negare un fatto la cui origine soprannaturale è stata riconosciuta dalla locale autorità ecclesiastica, nella seconda metà del secolo XVI critica il nome con cui gli indios venerano la Vergine del Tepeyac. Nome che al contrario i Padri Domenicani, cultori della Verità Divina, giudicano nel significato perfettamente compatibile con la fede cristiana. Decisamente “anti-apparizionista” sembra, invece, il padre provinciale dei francescani, Francisco Bustamante che l’8 Settembre 1556 nega in una sua predica l’apparizione guadalupana e l’origine miracolosa dell’immagine, affermando che si tratta di un dipinto di un pittore indio, un certo Marcos Cipac. Sono voci isolate che non ostacolano minimamente il diffondersi della devozione alla Madonna di Guadalupe, peraltro incoraggiata dalla Chiesa messicana. Così, nel 1557, il nuovo arcivescovo, padre Alonso de Montúfar dell’Ordine dei Predicatori di San Domenico, fa costruire un’Ermita più grande di quella eretta ventisei anni prima dal suo predecessore. Con la posa, il 10 Settembre 1600, della prima pietra del primo vero santuario, la “Iglesia de los indios”, che viene consacrato nel Novembre 1622. Il 25 Settembre 1629, quando uno straripamento del lago sommerge totalmente Città di Messico e i suoi sobborghi, l’immagine viene trasportata solennemente in canoa dal santuario alla cattedrale, per implorare dalla Vergine la fine dell’alluvione. Fra le testimonianze del rapido diffondersi della devozione alla Madonna di Guadalupe anche fuori del Messico e dell’America Latina, è significativa la presenza di una copia dell’immagine del Tepeyac nella cabina dell’ammiraglio Gian Andrea Doria, che l’aveva avuta in dono da re Filippo II, alla battaglia di Lepanto nel 1571. Copia, una delle più antiche ancora esistenti, poi conservata nella chiesa di Santo Stefano d’Aveto, in provincia di Genova. La devozione alla Madonna di Guadalupe rimane sempre un culto locale, privo di quella “ufficialità” che può venirgli solo dalla Santa Sede? Fra il 1662 e il 1666, al fine di ottenere l’istituzione per il giorno 12 Dicembre della festività della Madonna di Guadalupe con Ufficio e Messa propri, per la prima volta vengono raccolte ufficialmente testimonianze sull’apparizione e viene fatta esaminare l’immagine da medici e pittori. I testimoni interrogati sono otto anziani abitanti di Cuauhtitlán, il paese natale di Juan Diego, un meticcio e sette indios, uomini e donne, alcuni dei quali ultracentenari, dieci fra sacerdoti e religiosi di vari ordini, due nobili messicani, uno dei quali, il cavaliere di Santiago don Diego Caño Moteuczuma, nipote di Moctecuzoma Xocoyotzin, l’imperatore azteco noto in Italia come Montezuma II che aveva pacificamente accolto l’ingannatore Hernán Cortés a Tenochtitlán. A queste testimonianze verbali si aggiunge un documento scritto da don Luis Becerra Tanco, studioso delle lingue e delle culture indigene del Messico. Tutte le testimonianze, in particolare quelle dei vecchi di Cuauhtitlán, i quali essendo analfabeti non possono essere stati influenzati dai libri già stampati nel 1666, concordano sostanzialmente con il Nican mopohua di Antonio Valeriano. Poi, nel 1667, Papa Clemente IX emana una bolla in cui dichiara il 12 Dicembre festa della Madonna di Guadalupe. Al 1666 risale anche il più antico esame scientifico dell’immagine “impressa” sulla tilma. Essa è costituita da due teli di ayate, un rozzo tessuto di fibre d’agave usato in Messico dagli indios poveri per fabbricare abiti, cuciti insieme con filo sottile. Su di essa si vede l’immagine della Vergine, di dimensioni leggermente inferiori al naturale (la statura è di 143 centimetri) e di carnagione un po’ scura, donde l’appellativo popolare messicano di Virgen Morena o Morenita, circondata dai raggi del sole e con la Luna sotto i suoi piedi, secondo la figura della Donna dell’Apocalisse. I tratti del volto non sono né di tipo europeo né di tipo indio, ma piuttosto meticcio: messaggio profetico al tempo dell’apparizione! Così che oggi, dopo secoli di commistioni fra le etnie, visto che la “razza umana” è soltanto “una” sulla Terra, la Vergine di Guadalupe appare tipicamente messicana. Sotto la falce argentata della Luna un angelo, le cui ali sono ornate di lunghe penne rosse, bianche e verdi (i colori della bandiera messicana e italiana) sorregge la Vergine che, sotto un manto verde-azzurro coperto di stelle dorate, indossa una tunica rosa “ricamata” di fiori in boccio dai contorni dorati, e stretta sopra la vita da una cintura color viola scuro. Questa cintura, il segno di riconoscimento presso gli aztechi delle donne incinte, indica che la Vergine è in procinto di donare agli uomini il Salvatore. I risultati degli esami compiuti su questa immagine dai pittori e dagli scienziati nel 1666 furono i seguenti: è assolutamente impossibile che un’immagine così nitida sia stata dipinta a olio o a tempera sull’ayate, data la completa mancanza di preparazione di fondo; che il clima del luogo in cui l’immagine è stata esposta, senza alcuna protezione, per centotrentacinque anni è tale da distruggere in un tempo più breve qualsiasi pittura, anche se dipinta su tela di buona qualità e ben preparata, a differenza del rozzo ayate della tilma di Juan Diego. Gli studi scientifici sull’immagine e sull’ayate proseguono nei secoli successivi, fino ai giorni nostri. Nel 1751 una commissione di sette pittori con a capo Miguel Cabrera è incaricata di compiere una nuova ispezione sull’ayate e i risultati vengono pubblicati cinque anni dopo dallo stesso Miguel Cabrera con il titolo “Maravilla americana”. Nel 1752 sempre Miguel Cabrera, con l’aiuto di due dei sei pittori che avevano esaminato con lui l’immagine l’anno prima, esegue tre copie: una per l’arcivescovo di Città di Messico, una per Papa Benedetto XIV e la terza per sé, come modello per le altre copie che da ogni parte gli vengono richieste, ma al contempo riconosce l’impossibilità pratica di riprodurre fedelmente l’espressione e i tratti dell’originale, cosa già notata precedentemente su copie più antiche. Le conclusioni a cui giungono Miguel Cabrera e i suoi colleghi sono sostanzialmente le stesse a cui erano giunti i medici e i pittori nel 1666: l’immagine non è un dipinto, apparendo i colori come “incorporati” alla trama della tela; e non soltanto una pittura, ma lo stesso tessuto dell’ayate avrebbe dovuto disgregarsi in breve tempo nelle condizioni climatiche della radura ai piedi del Tepeyac. Dell’impossibilità a resistere in simili condizioni da parte di una pittura eseguita senza preparazione del fondo, testimonia l’esperimento condotto poco più di trent’anni dopo dal medico José Ignacio Bartolache. Fra il 1785 e il 1787 mette all’opera una squadra di filatori e di tessitori indigeni per far tessere degli ayates il più possibile simili a quello di Juan Diego, utilizzando due diversi tipi di fibra vegetale (solo nel 1976 si potrà accertare che il tessuto della tilma è ricavato da fibre di agave popotule) ma senza riuscire a far riprodurre esattamente la consistenza dell’originale. Alla fine, stanco dei tentativi, sceglie gli ayates che gli sembrano, all’occhio e al tatto, meno peggiori e incarica cinque pittori di eseguire copie della Madonna di Guadalupe sulla tela non preparata, adoperando i colori e le tecniche di pittura in uso duecentocinquant’anni prima. Una di queste copie, dipinta nel 1788 da Rafael Gutiérrez, viene collocata il 12 Settembre dell’anno successivo sull’altare della Capilla del Pocito, da poco eretta accanto al santuario che era stato completamente ricostruito, nella forma in cui lo si ammira ancor oggi, fra il 1695 e il 1709. Ma non vi resta a lungo. Nonostante sia protetta da due robusti cristalli, la copia di Rafael Gutiérrez deve essere tolta dall’altare nel 1796, sei anni dopo la morte di José Ignacio Bartolache, e riposta in un angolo della sacrestia perché completamente rovinata. Frattanto, nel 1791, un incidente mette in luce un’altra singolare caratteristica dell’ayate. Alcuni operai, incaricati di pulire con una soluzione acquosa di acido nitrico al 50 percento la cornice d’oro che dal 1777 racchiude l’immagine, lasciano cadere inavvertitamente sulla tela parte della soluzione detergente. Stando alle leggi della chimica, dovrebbe essere un danno irreparabile: l’acido nitrico infatti reagisce non solo con le proteine presenti nei tessuti d’origine animale o vegetale dando loro un caratteristico colore giallo, ma soprattutto con la cellulosa che costituisce la struttura portante delle fibre vegetali, disgregandole. Invece, nel caso dell’ayate della Madonna di Guadalupe, il tessuto rimane inspiegabilmente integro e le due macchie giallastre della “reazione xantoproteica” che non hanno toccato la figura della Vergine, vanno sbiadendo con il passar del tempo. A questo si aggiunga un altro fatto, a tutt’oggi inspiegabile, notato per la prima volta nella seconda metà del XVIII Secolo e più volte confermato anche ai nostri giorni: l’ayate sembra “respingere” gli insetti e la polvere che invece si accumulano abbondantemente sul vetro e sulla cornice. Ma i risultati più sorprendenti verranno dagli studi sull’immagine della Madonna di Guadalupe compiuti nel XX Secolo. Nel 1936, il direttore della sezione di chimica del Kaiser Wilhelm Institut di Heidelberg, dottor Richard Kuhn, premio Nobel per la Chimica nel 1938, ha la possibilità di analizzare due fili, uno rosso e uno giallo, provenienti da frammenti della tilma di Juan Diego, forse ritagliati nel 1777 per adattare alla cornice l’antico mantello, e poi conservati come reliquie. I risultati delle analisi condotte con le tecniche più sofisticate allora disponibili, sono incredibili: sulle fibre non vi è traccia di coloranti né vegetali né animali né minerali. Una delle tecniche più usate per determinare la natura dei pigmenti è quella della fotografia ai raggi infrarossi che vengono riflessi o assorbiti in maniera diversa dalle varie sostanze contenute nei pigmenti stessi. Una prima fotografia a infrarossi dell’immagine della Madonna di Guadalupe, è eseguita nel 1946 dal fotolitografo Jesús Castaño, ma finisce in archivio a causa della morte dell’autore. Finalmente, nel 1979, lo scienziato e pittore americano Philip Serna Callahan esegue una quarantina di fotografie dell’immagine all’infrarosso, sulle quali può compiere uno studio accurato. Benchè viziato da qualche difetto nelle tecniche fotografiche, è il più accurato fra quelli compiuti sui colori che formano l’immagine e conferma nella sostanza gli studi precedenti: la quasi totalità della figura è perfettamente integrata con il tessuto dell’ayate, con l’eccezione di alcune parti, come le mani, che appaiono ridipinte per ridurre la lunghezza delle dita; l’intera parte inferiore compresa la figura dell’angelo, l’argento della Luna, l’oro dei raggi solari e delle stelle, e il bianco delle nubi che circondano i raggi stessi. A proposito di questi e di altri particolari che Philip Serna Callahan definisce un po’ troppo sbrigativamente “aggiunte”, occorre fare alcune precisazioni. Dell’applicazione di una patina bianca sulle nubi, per cancellare dei cherubini che, dipinti per eccesso di devozione intorno alla figura della Vergine, si erano deteriorati quasi sùbito, parla già nel 1668 il padre gesuita Francisco Florencia S.J. nel suo libro “Estrella del Norte de México”. Così pure l’aggiunta d’oro ai raggi del Sole e d’argento alla Luna era già stata notata e biasimata dagli studiosi che avevano compiuto il primo esame scientifico nel 1666. Quanto alla cancellazione della corona che originariamente ornava il capo della Vergine, si tratta di un intervento del 1895 eseguito dal pittore Salomé Pina per “far posto” alla corona d’oro massiccio che in quell’anno, con una cerimonia ufficiale, viene applicata all’immagine. Per quanto riguarda il resto dell’immagine, sembra difficile che possa avere subìto ulteriori “aggiunte” umane, nel senso inteso da Philip Serna Callahan: sia la più antica descrizione dell’immagine, in tilmatzintli, scritta con ogni probabilità da Antonio Valeriano nella seconda metà del XVI Secolo e pubblicata da Luis Lasso de la Vega nel 1649 insieme con il Nican mopohua sia la già menzionata copia presente alla battaglia di Lepanto, quindi anteriore al 1571, mostrano l’Icona guadalupana come appare oggi, a parte ovviamente la corona cancellata nel 1895. È più probabile che gli interventi di mano umana individuati da Philip Serna Callahan siano solo semplici ritocchi. Don Faustino Cervantes Ibarrola, nelle sue note al libro di Philip Serna Callahan, ritiene che siano stati apportati dal pittore indio Marcos Cipac, l’uomo accusato da padre Francisco Bustamante di essere l’autore del “falso dell’immagine di Nostra Signora di Guadalupe” al tempo della costruzione della seconda Ermita da parte dell’arcivescovo padre Alonso de Montúfar O.P., probabilmente per riparare i danni arrecati alla tilma dall’esposizione per più di vent’anni in condizioni che avrebbero dovuto distruggere completamente qualunque ayate. In ogni caso, è significativo che anche le fotografie all’infrarosso abbiano dimostrato la natura “non manufatta”, acheropita per dirla con il termine tecnico d’origine greca, della parte essenziale, celeste e divina dell’immagine originale. Ma i risultati più incredibili sono venuti dall’esame degli occhi della Vergine di Guadalupe. È noto che nell’occhio umano, un po’ come sugli iPad della Apple Inc., si formano tre immagini riflesse degli oggetti osservati, una sulla superficie esterna della cornea, la seconda sulla superficie esterna del cristallino e la terza, ovviamente rovesciata, sulla superficie interna del cristallino stesso, dette “immagini di Purkinje-Sanson” dai nomi dei due ricercatori che le scoprirono nel XIX Secolo. Se tali immagini riflesse, oltre che negli occhi di una persona vivente, possono essere viste anche in una fotografia ad alta risoluzione del suo viso, non potranno certo mai vedersi negli occhi di un volto umano dipinto su una tela. Eppure, nel 1929, il fotografo Alfonso Marcué González, esaminando alcuni negativi dell’immagine della Madonna di Guadalupe, scorge nell’occhio destro qualcosa di simile al riflesso di un mezzo busto umano. La scoperta, tenuta segreta in attesa di esami più approfonditi, è confermata il 29 Maggio 1951 dal fotografo ufficiale del santuario, José Carlos Salinas Chávez che rilascia pubblica dichiarazione scritta di aver vista “…riflessa nella pupilla del lato destro della Vergine di Guadalupe la Testa di Juan Diego, accertandone subito la presenza anche sul lato sinistro”. La presenza negli occhi della Vergine di questa presunta “testa di Juan Diego” viene confermata negli anni successivi dalle osservazioni di illustri oftalmologi, compiute anche direttamente sulla tilma priva del vetro protettivo, i quali riescono pure a individuare, nel solo occhio destro, la seconda e la terza immagine di Purkinje-Sanson. È una scoperta che rende ancora più storicamente inspiegabile per l’epoca l’immagine del Tepeyac, ma non è tutto. Quando nel 1979 l’ingegnere peruviano José Aste Tonsmann, esperto di elaborazione elettronica delle immagini, viene a conoscenza della scoperta fatta da José Carlos Salinas Chávez ventotto anni prima, chiede di poter analizzare con il metodo dell’elaborazione elettronica mediante computer, usato fra l’altro per la “decifrazione” delle immagini inviate sulla Terra dai satelliti artificiali e dalle sonde spaziali, i riflessi visibili negli occhi della Madonna di Guadalupe. Con questo metodo basato sulla scomposizione di una figura in “punti” luminosi e sulla “lettura” della luminosità di ciascun punto nel codice matematico del calcolatore, José Aste Tonsmann riesce a ingrandire le iridi degli occhi della Vergine fino a 2500 volte le loro dimensioni originarie ed a rendere, mediante opportuni procedimenti matematici e ottici, il più possibile nitide le immagini in esse contenute. Il risultato ha, ancora una volta, dell’incredibile. Negli occhi della Madonna di Guadalupe è riflessa l’intera scena di Juan Diego che apre la sua tilma davanti al vescovo Juan de Zumárraga O.F.M. ed agli altri testimoni del miracolo. In questa scena cristallizzata nel tempo è possibile individuare, da sinistra verso destra guardando l’occhio: un indio seduto che guarda in alto; il profilo di un uomo anziano con la barba bianca e la testa segnata da un’avanzata calvizie e da qualcosa di simile alla chierica dei frati, molto somigliante alla figura del vescovo Juan de Zumárraga O.F.M. quale appare nel dipinto di Miguel Cabrera raffigurante il miracolo della tilma; un uomo più giovane, quasi sicuramente l’interprete Juan González; un indio dai lineamenti marcati, con barba e baffi, certamente Juan Diego, che apre il proprio mantello ancora privo dell’immagine davanti al vescovo; una donna dal volto scuro, forse una schiava nera; un uomo dai tratti spagnoli, quello già individuato dagli esami oftalmoscopici sulla tilma e inizialmente scambiato per Juan Diego, che guarda pensoso la tilma accarezzandosi la barba con la mano. Tutti questi personaggi stanno guardando verso la tilma, eccetto il primo, l’indio seduto che sembra guardare piuttosto il viso di Juan Diego. Insomma, negli occhi dell’immagine della Madonna di Guadalupe vi è come una “istantanea 3D” di quanto accaduto nel vescovado di Città di Messico al momento in cui l’immagine stessa si formò sulla tilma. Al centro delle pupille poi si nota, in scala molto più ridotta, un’altra scena del tutto indipendente dalla prima, in cui compare un vero e proprio gruppo familiare indigeno composto da una donna, da un uomo, da alcuni bambini e, nel solo occhio destro, da altre persone in piedi dietro la donna. La presenza di queste immagini negli occhi della Vergine pare confermare, innanzitutto, la definitiva origine prodigiosa non terrestre dell’icona guadalupana: è materialmente impossibile dipingere tutte queste figure in cerchietti di circa 8 millimetri di diametro, quali sono le iridi della Madonna di Guadalupe e, per di più, nell’assoluto rispetto di leggi ottiche in letteratura ufficialmente ignote nel XVI Secolo. Inoltre la scena del vescovado come appare negli occhi della Vergine, pone un altro problema: essa non è quella che poteva essere vista dalla supeficie della tilma, dato che vi compare Juan Diego con la tilma dispiegata davanti al vescovo. A questo proposito José Aste Tonsmann avanza l’ipotesi che la Madonna fosse presente al fatto, sebbene invisibile, ed abbia “materializzata” sulla tilma la propria immagine avente negli occhi il riflesso di ciò che stava vedendo! Un altro studio scientifico che ha dato risultati molto interessanti è quello relativo alla disposizione delle stelle sul manto della Vergine. Proiezione che, pur essendo diversa da quelle geometriche tipiche dei cieli dipinti ad esempio sulle volte di alcune chiese, sembra tutt’altro che casuale. Apparentemente non sembrano le coordinate celesti di un sistema stellare extraterrestre alieno! Ma questo fatto, che mal si accorda con la sbrigativa definizione di “aggiunte” data da Philip Serna Callahan alle stelle del manto e ai disegni del broccato della tunica, spinge don Mario Rojas Sánchez, traduttore dei testi náhuatl sull’apparizione e studioso della cultura azteca, a uno studio accurato su questi due particolari dell’immagine di Guadalupe. Partendo dalla somiglianza fra i grandi fiori in boccio visibili sulla tunica della Vergine e il simbolo azteco del tépetl, cioè del monte, don Mario Rojas Sánchez ha identificato sulla tunica una “mappa” dei principali vulcani del Messico; quanto alle stelle, lo stesso sacerdote ha potuto accertare, grazie alla collaborazione di alcuni astronomi dell’Osservatorio Laplace di Città di Messico, che esse corrispondono alle costellazioni presenti sopra Città di Messico al solstizio d’inverno del 1531, solstizio che, dato il calendario giuliano allora vigente, cadeva il 12 Dicembre. Stelle viste però non secondo la normale prospettiva geocentrica ma secondo una prospettiva cosmocentrica, ossia come le vedrebbe un osservatore posto al di sopra della volta celeste! “Porgo un pensiero affettuoso ai giovani, ai malati e agli sposi novelli – è la preghiera di Papa Francesco – il 12 Dicembre celebriamo la memoria della Madonna di Guadalupe. Cari giovani, imparate da Maria a porvi in ascolto della volontà del Signore su di voi; cari ammalati, invocate la Madre del Signore nei momenti di maggiore difficoltà; e voi, cari sposi novelli, ispiratevi alla Madonna per riportare amore e serenità nella vostra famiglia”. Nell’Udienza generale, il Papa ricordato che la Caritas ha lanciato una campagna mondiale contro la fame e lo spreco di cibo, col motto: “Una sola famiglia umana, cibo per tutti”. Il Papa esclama: “Una sola famiglia umana, cibo per tutti! Lo ricordiamo? Lo ripetiamo insieme? Una sola famiglia umana, cibo per tutti. Lo scandalo per i milioni di persone che soffrono la fame non deve paralizzarci, ma spingerci ad agire, tutti, singoli, famiglie, comunità, istituzioni, governi, per eliminare questa ingiustizia. Il Vangelo di Gesù ci mostra la strada: fidarsi della provvidenza del Padre e condividere il pane quotidiano senza sprecarlo. Incoraggio la Caritas a portare avanti questo impegno, e invito tutti ad unirsi a questa ‘onda’ di solidarietà”. Decine di migliaia di persone hanno partecipato, nella Solennità dell’Immacolata Concezione, l’8 Dicembre 2013, all’Angelus di Papa Francesco, in una Piazza San Pietro addobbata dall’albero di Natale donato dalla Baviera che sorge accanto al Presepe in costruzione, dono dell’arcidiocesi di Napoli. “Maria ci sostiene nel nostro cammino verso il Natale – ricorda il Papa – perché ci insegna come vivere questo tempo di Avvento nell’attesa del Signore. In questa festa il nostro sguardo è attratto dalla bellezza della Madre di Gesù, la nostra Madre! La ‘piena di grazia’: Dio ha scelto per il Suo disegno d’amore questa ragazza che viveva a Nazareth, piccola località della Galilea, nella periferia dell’impero romano e anche di Israele. Eppure su di Lei, quella ragazza di quel paesino lontano, su di Lei si è posato lo sguardo del Signore che l’ha prescelta per essere la Madre del Suo Figlio. In vista di questa maternità, Maria è stata preservata dal peccato originale, cioè da quella frattura nella comunione con Dio e con gli altri e con il creato che ferisce in profondità ogni essere umano. Ma questa frattura – osserva il Santo Padre – è stata sanata in anticipo nella Madre di Colui che è venuto a liberarci dalla schiavitù del peccato. L’Immacolata è inscritta nel disegno di Dio; è frutto dell’amore di Dio che salva il mondo. E la Madonna non si è mai allontanata da quell’amore: tutta la Sua vita, tutto il Suo essere è un sì a quell’amore, è un sì a Dio. Ma non è stato certamente facile per Lei! Maria, infatti, nella sua umiltà si sente un nulla davanti a Dio, ma ascolta e obbedisce. Il mistero di questa ragazza di Nazareth, che è nel cuore di Dio non ci è estraneo: infatti Dio posa il Suo sguardo d’amore su ogni uomo e ogni donna! Con nome e cognome. Il Suo sguardo d’amore è su ognuno di noi. L’Apostolo Paolo afferma che Dio ‘ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati’ (Ef 1,4). Anche noi, da sempre – osserva Papa Bergoglio – siamo stati scelti da Dio per vivere una vita santa, libera dal peccato. È un progetto d’amore che Dio rinnova ogni volta che noi ci accostiamo a Lui, specialmente nei Sacramenti”. Il Pontefice spiega il significato profondo della solennità. “In questa festa, allora, contemplando la nostra Madre Immacolata, bella – afferma il Papa – riconosciamo anche il nostro destino più vero, la nostra vocazione più profonda: essere amati, essere trasformati dall’amore, essere trasformati dalla bellezza di Dio. Guardiamo Lei, nostra Madre, e lasciamoci guardare da Lei, perché è la nostra Madre e ci ama tanto; lasciamoci guardare da Lei per imparare a essere più umili, e anche più coraggiosi nel seguire la Parola di Dio; per accogliere il tenero abbraccio del Suo Figlio Gesù, un abbraccio che ci dà vita, speranza e pace”. Dopo la preghiera mariana, Papa Francesco rivolge il suo pensiero alla Chiesa che vive nell’America del Nord, che l’8 Dicembre ricorda la fondazione della sua prima parrocchia, 350 anni fa, Notre-Dame de Québec, rende grazie “per il cammino compiuto da allora, specialmente per i santi e i martiri che hanno fecondato quelle terre”, benedicendo “di cuore tutti i fedeli che celebrano questo giubileo”. E ricorda il pellegrinaggio pomeridiano, “seguendo un’antica tradizione”, in Piazza di Spagna, per pregare ai piedi del monumento all’Immacolata. “Vi chiedo di unirvi spiritualmente a me in questo pellegrinaggio, che è un atto di devozione filiale a Maria, per affidarle la città di Roma, la Chiesa e l’intera umanità. Al ritorno mi fermerò un momento a Santa Maria Maggiore per salutare con la preghiera la Salus Populi Romani e pregare per tutti voi, per tutti i romani. Il grido dei poveri non ci lasci mai indifferenti”. È questa la preghiera di Papa Francesco in Piazza di Spagna per il tradizionale atto di venerazione, nella solennità d’Immacolata Concezione. Il calore e l’affetto di migliaia di persone accompagnano il Pontefice anche durante la breve sosta davanti alla Chiesa della Santissima Trinità, per il saluto dell’Associazione dei Commercianti Via Condotti. Il Papa arriva in Piazza di Spagna, scortato dall’amore e dagli applausi di migliaia di persone, assiepate lungo le vie della città. Abbraccia un’anziana in carrozzina e poi un’altra, benedice e saluta tutti i malati come i bambini che gli vengono portati lungo il tragitto in auto. Papa Bergoglio stringe le tante mani che lo cercano, raccoglie una rosa lanciatagli da un’anziana signora mentre la folla da ogni angolo eleva il suo nome. Viva Papa Francesco! Viva Gesù! Quindi il silenzio e la preghiera davanti alla statua della Vergine che dalla metà del XIX Secolo (con la Proclamazione del dogma di fede della “Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria Madre di Dio”) benedice la città. Domenica 8 Dicembre, sotto un cielo plumbeo che per pochi istanti fa aprire gli ombrelli. “Vergine Santa e Immacolata, a Te, che sei l’onore del nostro popolo e la custode premurosa della nostra città – è la prima preghiera di Papa Bergoglio all’Immacolata Concezione – ci rivolgiamo con confidenza e amore. Tu sei la Tutta Bella, o Maria! Il peccato non è in Te. Suscita in tutti noi un rinnovato desiderio di santità: nella nostra parola rifulga lo splendore della verità, nelle nostre opere risuoni il canto della carità, nel nostro corpo e nel nostro cuore abitino purezza e castità, nella nostra vita si renda presente tutta la bellezza del Vangelo. Tu sei la Tutta Bella, o Maria! La Parola di Dio in Te si è fatta carne. Aiutaci a rimanere in ascolto attento della voce del Signore: il grido dei poveri non ci lasci mai indifferenti, la sofferenza dei malati e di chi è nel bisogno non ci trovi distratti, la solitudine degli anziani e la fragilità dei bambini ci commuovano, ogni vita umana sia da tutti noi sempre amata e venerata. Tu sei la Tutta Bella, o Maria! In Te è la gioia piena della vita beata con Dio. Fa’ che non smarriamo il significato del nostro cammino terreno: la luce gentile della fede illumini i nostri giorni, la forza consolante della speranza orienti i nostri passi, il calore contagioso dell’amore animi il nostro cuore, gli occhi di noi tutti rimangano ben fissi là, in Dio, dove è la vera gioia. Tu sei la Tutta Bella, o Maria! Ascolta la nostra preghiera, esaudisci la nostra supplica: sia in noi la bellezza dell’amore misericordioso di Dio in Gesù, sia questa divina bellezza a salvare noi, la nostra città, il mondo intero. Amen”. Durante le litanie della Beata Vergine Maria, l’omaggio floreale del Papa. Il rito si conclude con la benedizione del Pontefice e l’antichissimo canto mariano “Tota pulchra, Tutta bella sei Maria”. Quindi un breve saluto alle autorità per poi tornare all’amore, alla tenerezza, alla vicinanza del Papa per i malati ascoltati ed abbracciati uno ad uno. Prima del rientro in Vaticano, Papa Francesco visita la Basilica di Santa Maria Maggiore dove una folla di fedeli lo accolgono con un applauso scrosciante. Gli abbracci del Santo Padre e la preghiera davanti all’Icona della Salus Populi Romani. “Chi pronuncia parole cristiane senza Cristo, cioè senza metterle in pratica – avverte Papa Francesco durante la Santa Messa presieduta nella Cappella di Santa Marta – fa male a se stesso ed agli altri, perché è vinto dall’orgoglio e causa divisione, anche nella Chiesa”. Perché “ascoltare e mettere in pratica la Parola del Signore è come costruire la casa sulla roccia”. Papa Bergoglio spiega la parabola evangelica proposta dalla liturgia. Gesù rimproverava i farisei di conoscere i comandamenti ma di non realizzarli nella loro vita. “Sono parole buone, ma se non sono messe in pratica – osserva il Santo Padre – non solo non servono, ma fanno male: ci ingannano, ci fanno credere che noi abbiamo una bella casa, ma senza fondamenta. Una casa che non è costruita sulla roccia. Questa figura della roccia si riferisce al Signore. Isaia, nella Prima Lettura, lo dice: ‘Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna!’. La roccia è Gesù Cristo! La roccia è il Signore! Una parola è forte, dà vita, può andare avanti, può tollerare tutti gli attacchi, se questa parola ha le sue radici in Gesù Cristo. Una parola cristiana che non ha le sue radici vitali, nella vita di una persona, in Gesù Cristo, è una parola cristiana senza Cristo! E le parole cristiane senza Cristo ingannano, fanno male! Uno scrittore inglese, una volta, parlando delle eresie diceva che un’eresia è una verità, una parola, una verità che è diventata pazza. Quando le parole cristiane sono senza Cristo incominciano ad andare sul cammino della pazzia. È una pazzia – spiega il Papa – che fa diventare superbi: una parola cristiana senza Cristo ti porta alla vanità, alla sicurezza di te stesso, all’orgoglio, al potere per il potere. E il Signore abbatte queste persone. Questa è una costante nella storia della Salvezza. Lo dice Anna, la mamma di Samuele; lo dice Maria nel Magnificat: il Signore abbatte la vanità, l’orgoglio di quelle persone che si credono di essere roccia. Queste persone che soltanto vanno dietro una parola, ma senza Gesù Cristo: una parola cristiana pure, ma senza Gesù Cristo, senza il rapporto con Gesù Cristo, senza la preghiera con Gesù Cristo, senza il servizio a Gesù Cristo, senza l’amore a Gesù Cristo. Questo è quello che il Signore oggi ci dice: di costruire la nostra vita su questa roccia e la roccia è Lui”. È d’obbligo un esame di coscienza in una certa “Chiesa burocratica” che si limita ad inaugurare opere pubbliche accanto ai potenti di turno, dimenticando gli ultimi, i poveri, i prediletti di Cristo. “Ci farà bene fare un esame di coscienza – afferma il Papa – per capire come sono le nostre parole, se sono parole che credono di essere potenti, capaci di darci la salvezza, o se sono parole con Gesù Cristo: mi riferisco alle parole cristiane, perché quando non c’è Gesù Cristo anche questo ci divide fra di noi, fa la divisione nella Chiesa. Chiedere al Signore la grazia di aiutarci in questa umiltà, che dobbiamo avere sempre, di dire parole cristiane in Gesù Cristo, non senza Gesù Cristo. Con questa umiltà di essere discepoli salvati e di andare avanti non con parole che, per credersi potenti, finiscono nella pazzia della vanità, nella pazzia dell’orgoglio. Che il Signore ci dia questa grazia dell’umiltà di dire parole con Gesù Cristo, fondate su Gesù Cristo!”. E di non sprecarle inutilmente per il solo vanitoso esclusivo mediatico vantaggio dei potenti (a chiacchiere difensori della vita e dei diritti umani) cultori della propria egoistica immagine. “Pregare con insistenza e con la certezza che Dio ascolterà la nostra preghiera”. È la riflessione di Papa Francesco in forza di Isaia 29, 17-21 che contiene la promessa di salvezza di Dio al Suo popolo:«Udranno in quel giorno i sordi le parole del libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno». “La preghiera – insegna il Vescovo di Roma – ha due atteggiamenti: è ‘bisognosa’ e, allo stesso tempo, è ‘sicura’ del fatto che Dio, nei suoi tempi e nei suoi modi, esaudirà il bisogno. La preghiera, quando è cristiana sul serio, oscilla tra il bisogno che sempre contiene e la certezza di essere esaudita, anche se non si sa con esattezza quando. Questo perché chi prega non teme di disturbare Dio e nutre una fiducia cieca nel suo amore di Padre. Cieca come i due non vedenti del brano del Vangelo, che gridano dietro a Gesù il loro bisogno di essere guariti. O come il cieco di Gerico che invoca l’intervento del Maestro con una voce più alta di chi vuole zittirlo. Perché Gesù stesso – ricorda Papa Francesco – ci ha insegnato a pregare come ‘l’amico fastidioso’ che mendica del cibo a mezzanotte, o come ‘la vedova col giudice corrotto’. Non so se forse questo suona male, ma pregare è un po’ dare fastidio a Dio, perché ci ascolti. Ma, il Signore lo dice: come l’amico a mezzanotte, come la vedova al giudice. È attirare gli occhi, attirare il cuore di Dio verso di noi. E questo lo hanno fatto anche quei lebbrosi che gli si avvicinarono: ‘Se tu vuoi, puoi guarirci!’. Lo hanno fatto con una certa sicurezza. Così, Gesù ci insegna a pregare. Quando noi preghiamo, pensiamo a volte: ‘Ma, sì, io dico questo bisogno, lo dico al Signore una, due, tre volte, ma non con tanta forza. Poi mi stanco di chiederlo e mi dimentico di chiederlo’. Questi gridavano e non si stancavano di gridare. Gesù ci dice: ‘Chiedete’, ma anche ci dice: ‘Bussate alla porta’, e chi bussa alla porta fa rumore, disturba, dà fastidio”. Chiedete al Padre celeste, bussate alla porta del Cielo! Con insistenza, ai limiti del fastidio, dunque, animati da un’incrollabile certezza. I ciechi del Vangelo sono ancora di esempio. “Si sentono – rivela il Papa – sicuri di chiedere al Signore la salute, perché alla domanda di Gesù se credano che Egli possa guarirli, loro rispondono: ‘Sì, Signore, crediamo! Siamo sicuri!’. E la preghiera ha questi due atteggiamenti: è bisognosa ed è sicura. Preghiera bisognosa sempre: la preghiera, quando noi chiediamo qualcosa, è bisognosa: ‘Ho questo bisogno, ascoltami, Signore’. Ma anche, quando è vera, è sicura: ‘Ascoltami! Io credo che tu possa farlo perché tu lo hai promesso’ – insegna il Pontefice. “Lui l’ha promesso: ecco la pietra angolare su cui poggia la certezza di una preghiera. Con questa sicurezza noi diciamo al Signore i nostri bisogni, ma sicuri che lui possa farlo. Pregare, è sentirci rivolgere da Gesù la domanda ai due ciechi: ‘Tu credi che io possa fare questo?’. Lui può farlo. Quando lo farà, come lo farà non lo sappiamo. Questa è la sicurezza della preghiera. Il bisogno di dirlo con verità, al Signore. ‘Sono cieco, Signore. Ho questo bisogno. Ho questa malattia. Ho questo peccato. Ho questo dolore’, ma sempre la verità, com’è la cosa. E Lui sente il bisogno, ma sente che noi chiediamo il Suo intervento con sicurezza. Pensiamo se la nostra preghiera è bisognosa ed è sicura: bisognosa, perché diciamo la verità a noi stessi, e sicura, perché crediamo che il Signore possa fare quello che noi chiediamo”. Come i ciechi di cui parla Matteo nel passo evangelico, che “gridavano e non si stancavano di gridare”. Insieme, e con Cristo, per contrastare le “paralisi delle coscienze che, con la complicità delle povertà della storia e del nostro peccato, possono contagiare strutture sociali e comunità fino a bloccare popoli interi”. Papa Francesco riconosce l’alto valore del gesto compiuto dal Patriarca di Alessandria dei copti, Ibrahim Isaac Sidrak che, dopo aver accettato l’elezione canonica, ha chiesto e ottenuto da Benedetto XVI l’ecclesiastica “communio” con il vescovo e con la Chiesa di Roma. Così Lunedì 9 Dicembre 2013, durante la messa nella cappella di Santa Marta, ha avuto luogo la significazione pubblica dell’ecclesiastica communio, riassunta nel semplice quanto espressivo scambio delle sacre specie tra il Papa e il Patriarca, a conferma della radice eucaristica del vincolo di comunione tra tutte le Chiese e il successore di Pietro. Il Papa nell’omelia, dopo aver espresso la sua gioia per il momento vissuto, ha inteso sottolineare l’importanza di compiere insieme il cammino che porta all’incontro con il Signore, per poi “trovare e fare strade di incontro, strade di fratellanza che portino alla fine delle divisioni e dell’inimicizia, per un futuro di pace soprattutto in Terra Santa e nel Medio Oriente”. Dal Pontefice anche un pensiero alla “amata terra egiziana le cui popolazioni in questo periodo sperimentano insicurezza e violenza, talora a motivo della fede cristiana”, e un appello perché “sia garantita libertà religiosa a tutti, cosicché i cristiani possano vivere serenamente là dove sono nati. Si metta fine alle divisioni ed alle inimicizie in Terra Santa e Medio Oriente”. Papa Francesco, grazie alle parole del profeta Isaia che parlano di un risveglio dei cuori nell’attesa del Signore, riconosce che “l’incoraggiamento ‘agli smarriti di cuore’ lo sentiamo rivolto a quanti nella vostra amata terra egiziana sperimentano insicurezza e violenza, talora a motivo della fede cristiana. Coraggio: non temete! Ecco le consolanti parole che trovano conferma nella fraterna solidarietà. Sono grato a Dio per questo incontro che mi dà modo di rafforzare la vostra e la nostra speranza, perché è la stessa. Il Vangelo presenta Cristo che vince le paralisi dell’umanità. Le paralisi delle coscienze sono contagiose. Con la complicità delle povertà della storia e del nostro peccato possono espandersi ed entrare nelle strutture sociali e nelle comunità fino a bloccare popoli interi. Ma il comando di Cristo può ribaltare la situazione: ‘Alzati e cammina!’. Preghiamo con fiducia perché in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente la pace possa sempre rialzarsi dalle soste troppo ricorrenti e talora drammatiche. Si fermino, invece, per sempre l’inimicizia e le divisioni. Riprendano speditamente le intese di pace spesso paralizzate da contrapposti e oscuri interessi. Siano date finalmente reali garanzie di libertà religiosa a tutti, insieme al diritto per i cristiani di vivere serenamente là dove sono nati, nella patria che amano come cittadini da duemila anni, per contribuire come sempre al bene di tutti”. Papa Bergoglio rammenta che Gesù sperimentò con la Santa Famiglia la fuga e venne ospitato nella “terra generosa d’Egitto”, e invoca il Signore affinché “vegli sugli egiziani che per le strade del mondo cercano dignità e sicurezza: andiamo sempre avanti, cercando il Signore, cercando nuove strade, nuove vie per avvicinarci al Signore. E se fosse necessario aprire un buco sul tetto per avvicinarci tutti al Signore, che la nostra immaginazione creativa della carità ci porti a questo: a trovare ed a fare strade di incontro, strade di fratellanza, strade di pace”. Dal canto suo, il Patriarca Sidrak esprime tutta la sua gioia per la possibilità di celebrare con il Papa e rivela che la Chiesa in Egitto, in questo delicato momento storico, “ha bisogno del sostegno paterno del Successore di Pietro”. Come Papa Francesco, anche lui invoca il dono della pace. “Possa la luce del Santo Natale – è la preghiera del Patriarca Sidrak – essere la stella che rivela la strada dell’amore, dell’unità, della riconciliazione e della pace, doni di cui la mia terra ha così grande bisogno. Chiedendo la Sua benedizione, Padre Santo, l’aspettiamo in Egitto”. La Chiesa riconosce nei malati “una speciale presenza di Cristo sofferente” – afferma Papa Bergoglio nel Messaggio per la XXII Giornata Mondiale del Malato in programma il prossimo 11 Febbraio 2014, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, sul tema: “Fede e carità: Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. È un messaggio che contiene in sé la speranza “perché nel disegno d’amore di Dio anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale”, e il coraggio “per affrontare ogni avversità in Sua compagnia, uniti a Lui”. Il Papa ricorda che “Gesù ha assunto su di sé la malattia e la sofferenza, trasformandole e ridimensionandole alla luce di una vita nuova in pienezza che cambia le esperienze da negative in positive”. Proprio seguendo “la via di Cristo che si è donato per amore, anche noi possiamo amare gli altri come Dio ha amato noi, dando la vita per i fratelli. La fede nel Dio buono – scrive Papa Bergoglio – diventa bontà, la fede nel Cristo Crocifisso diventa forza di amare fino alla fine anche i nemici”. Dono di sé soprattutto verso il prossimo “specialmente per chi non lo merita, per chi soffre, per chi è emarginato”. Solo così si può meritare la piena Cittadinanza celeste. “Accostandoci con tenerezza a coloro che sono bisognosi di cure – rivela il Pontefice – portiamo la speranza e il sorriso di Dio nelle contraddizioni del mondo”. Una dedizione generosa verso gli altri che diventa lo stile delle nostre azioni. “Maria è il modello cristiano per crescere nella tenerezza, nella carità rispettosa e delicata. La Vergine, madre dei malati e sofferenti, rimane accanto alle nostre croci e ci accompagna nel cammino verso la risurrezione e la vita piena”. Vicino alla Madonna, sotto la Croce, c’è il giovane apostolo “Giovanni che ci ricorda che non possiamo amare Dio se non amiamo i fratelli. La Croce è la certezza dell’amore fedele di Dio per noi, che invita anche a lasciarci contagiare da questo amore, ci insegna a guardare sempre l’altro con misericordia ed amore, soprattutto chi soffre, chi ha bisogno di aiuto”. Infine l’esortazione di Papa Francesco a vivere la Giornata Mondiale del Malato “in comunione con Gesù Cristo, sostenendo coloro che si prendono cura di chi è ammalato e sofferente. Quando Gesù si avvicina a noi, sempre apre le porte e ci dà speranza”. Il Papa conferma che non dobbiamo avere paura della consolazione del Signore, ma anzi dobbiamo chiederla e cercarla. Una consolazione che ci fa sentire l’intima tenerezza di Dio verso le creature. “Consolate, consolate il mio popolo”. Papa Francesco riflette su un passo del Libro del profeta Isaia, il Libro della consolazione d’Israele. “Il Signore – osserva il Santo Padre – si avvicina al suo popolo per consolarlo, per dargli pace. E questo lavoro di consolazione è così forte che rifà tutte le cose. Il Signore compie una vera ri-creazione. Ricrea le cose. E la Chiesa non si stanca di dire che questa ri-creazione è più meravigliosa della creazione. Il Signore più meravigliosamente ricrea. E così visita il suo popolo: ricreando, con quella potenza. E sempre il popolo di Dio aveva questa idea, questo pensiero, che il Signore verrà a visitarlo. Ricordiamo le ultime parole di Giuseppe ai suoi fratelli: ‘Quando il Signore vi visiterà portate con voi le mie ossa’. Il Signore visiterà il suo popolo. È la speranza di Israele. Ma lo visiterà con questa consolazione. E la consolazione – insegna Papa Bergoglio – è questo rifare tutto non una volta, tante volte, con l’Universo e anche con noi. Questo rifare del Signore ha due dimensioni che è importante sottolineare. Quando il Signore si avvicina ci dà speranza; il Signore rifà con la speranza; sempre apre una porta. Sempre. Quando il Signore si avvicina a noi, non chiude le porte, le apre. Il Signore nella sua vicinanza – rivela il Papa – ci dà la speranza, questa speranza che è una vera fortezza nella vita cristiana. È una grazia, è un dono. Quando un cristiano dimentica la speranza, o peggio perde la speranza, la sua vita non ha senso. È come se la sua vita fosse davanti ad un muro: niente. Ma il Signore ci consola e ci rifà, con la speranza, andare avanti. E anche lo fa con una vicinanza speciale a ognuno, perché il Signore consola il suo popolo e consola ognuno di noi. È bello come il brano finisce: ‘Come un pastore egli fa pascolare il gregge, e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri’. Quell’immagine di portare gli agnellini sul petto e portare dolcemente le madri: questa è la tenerezza. Il Signore ci consola con tenerezza”. È il Buon Pastore. “Dio che è potente non ha paura della tenerezza. Lui si fa tenerezza, si fa bambino, si fa piccolo. Nel Vangelo Gesù stesso lo dice: ‘Così è la volontà del Padre, che neanche uno di questi piccoli si perda’. Agli occhi del Signore ognuno di noi è molto, molto importante. E Lui si dà con tenerezza. E così ci fa andare avanti, dandoci speranza. Questo è stato il principale lavoro di Gesù nei 40 giorni fra la Risurrezione e l’Ascensione: consolare i discepoli, avvicinarsi e dare consolazione. Avvicinarsi e dare speranza, avvicinarsi con tenerezza. Ma pensiamo alla tenerezza che ha avuto con gli apostoli, con la Maddalena, con quelli di Emmaus. Si avvicinava con tenerezza: ‘Dammi da mangiare’. Con Tommaso: ‘Metti il tuo dito qui’. Sempre così è il Signore. Così è la consolazione del Signore. Che il Signore dia a tutti noi la grazia di non avere paura della consolazione del Signore, di essere aperti: chiederla, cercarla, perché è una consolazione che ci darà speranza e ci farà sentire la tenerezza di Dio Padre”. Papa Francesco, dunque, offre “tutto il suo appoggio” alla Campagna contro la fame nel mondo che la Caritas Internationalis ha presentato a Roma in occasione della Giornata mondiale dei diritti umani sul tema “Una sola famiglia umana, cibo per tutti”. Nel suo videomessaggio su Internet, il Santo Padre avverte che “non possiamo girarci dall’altra parte, se c’è volontà, quello che abbiamo non finisce, anzi ne avanza e non va perso”. Forte è l’invito di Papa Francesco alle istituzioni e alla Chiesa tutta a dare voce a chi soffre, ad evitare gli sprechi e ad “agire come una sola famiglia umana”. Il goal è di eliminare la fame sulla Terra entro l’Anno Domini 2025. Bisogna proporre ai var
i governi di adottare un quadro normativo ed economico sul Diritto al cibo con l’invito a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla piaga degli sprechi. “Non si può vivere senza mangiare, senza bere – rivela il Segretario generale di Caritas Internationalis, Michel Roy – è un diritto riconosciuto nella Dichiarazione dei diritti umani, 65 anni fa, ma deve essere trasformato in legge nazionale. Un Paese come il Brasile ha deciso di fare una politica che si chiama Fame Zero e le cose sono cambiate. Se tutti i Paesi nel mondo avessero una legge nazionale sul Diritto al cibo, i governi si sentirebbero maggiormente obbligati a questo. Io vedo che in molti Paesi, in cui la fame è forte, i governi la considerano cosa normale, perché è sempre stato così: no! È uno scandalo che la gente mangi solamente una volta al giorno o anche meno. In ogni Paese del mondo, c’è questo problema. Anche qui, in Italia”. A girare la testa dall’altra parte non sono solamente i governi, le multinazionali e le istituzioni pubbliche, anche le persone comuni. Papa Bergoglio invita tutti a dar voce a chi soffre silenziosamente la fame, perché questa voce diventi un ruggito in grado di scuotere le coscienze della Terra. Dio lo vuole! “È facile dire che la fame è colpa dei politici. È qualcosa che riguarda noi tutti. Dobbiamo riflettere sui nostri stili di vita. Siamo in solidarietà con i più poveri, o no? Non si possono chiudere gli occhi, al contrario: si deve rispondere a questo problema. La solidarietà è fondamentale, la Fraternità, tema della Giornata della Pace del 1° Gennaio 2014 – è fondamentale”. Alla base della fame nel Sahel, “c’è l’incapacità dei leader politici” – rivela Ambroise Tine, Segretario esecutivo di Caritas Senegal. “Ho sempre detto, e con convinzione, che l’Africa ha bisogno di una leadership tipo quella di Nelson Mandela, capace di riconoscere la dignità umana e di combattere perché ogni uomo abbia accesso ai diritti, soprattutto al diritto di vivere degnamente, di avere il cibo necessario, l’acqua, un’educazione, una formazione adeguata”. Il Sahel è ricco, ma la popolazione è stremata dalla povertà! “È uno scandalo. Bisogna mettere fine a questo processo di sfruttamento dei popoli in Africa. Il 30 percento della popolazione non riesce ad avere due pasti al giorno, è difficile sopportare i morsi della fame, è difficile andare a letto la sera, con i figli, e non avere da mangiare. È una sofferenza tremenda, terribile. Faccio sempre un appello affinché adottiamo comportamenti sempre più umani, a tutti i livelli. A livello di coloro che governano l’Africa ed anche a livello di tutti coloro che hanno un po’ più degli altri”. Dunque, vergogniamoci degli sprechi del mondo ricco! Sprechi vissuti da chi è povero ed affamato nel Sahel, come un’offesa a Dio. Sono questi nostri fratelli e sorelle, i santi che giudicheranno il mondo. Una persona che vive la fame nel Sahel e che vede lo spreco, si chiede: Ma sono umane, queste persone che sprecano il cibo, mentre io non ho neanche il minimo indispensabile? “Occorre riscoprire il vero significato della libertà e della giustizia, in una società efficientista in cui c’è chi vuole calpestare i diritti dei più deboli: i nascituri, i poveri, i vecchi, i malati”. È questo, in sintesi, quanto afferma Papa Francesco incontrando una delegazione dell’Istituto Dignitatis Humanae. “L’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, e dunque possiede una dignità originaria insopprimibile, indisponibile a qualsiasi potere o ideologia”. Il Papa trae spunto da questa “verità fondamentale” per sottolineare che “purtroppo nella nostra epoca, così ricca di tante conquiste e speranze, non mancano poteri e forze che finiscono per produrre una cultura dello scarto; e questa tende a divenire mentalità comune. Le vittime di tale cultura sono proprio gli esseri umani più deboli e fragili, i nascituri, i più poveri, i vecchi malati, i disabili gravi, che rischiano di essere ‘scartati’, espulsi da un ingranaggio che dev’essere efficiente a tutti i costi. Questo falso modello di uomo e di società attua un ateismo pratico negando di fatto la Parola di Dio che dice: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza’ (Gen 1,26). Invece se lasciamo che la Parola di Dio metta in discussione i nostri modi di pensare e di agire, i criteri, le priorità e le scelte, allora le cose possono cambiare. La forza di questa Parola pone dei limiti a chiunque voglia rendersi egemone prevaricando i diritti e la dignità altrui. Nel medesimo tempo, dona speranza e consolazione a chi non è in grado di difendersi, a chi non dispone di mezzi intellettuali e pratici per affermare il valore della propria sofferenza, dei propri diritti, della propria vita. Nella Dottrina sociale della Chiesa – spiega il Papa – c’è un frutto particolarmente significativo del lungo cammino del Popolo di Dio nella storia moderna e contemporanea: c’è la difesa della libertà religiosa, della vita in tutte le sue fasi, del diritto al lavoro decente, della famiglia, dell’educazione. Sono benvenute, quindi, tutte le iniziative che intendono aiutare le persone, le comunità e le istituzioni a riscoprire la portata etica e sociale del principio della dignità umana, radice di libertà e di giustizia. A tale scopo – afferma il Santo Padre – è necessaria un’opera di sensibilizzazione e di formazione, affinché i fedeli laici, in qualsiasi condizione, e specialmente quelli che si impegnano in campo politico, sappiano pensare secondo il Vangelo e la Dottrina sociale della Chiesa ed agire coerentemente dialogando e collaborando con quanti, con sincerità e onestà intellettuale, condividono, se non la fede, almeno una simile visione di uomo e di società e le sue conseguenze etiche. Non sono pochi i non cristiani e i non credenti convinti che la persona umana debba essere sempre un fine e mai un mezzo. La Chiesa annunci Cristo con stile evangelico, anche in Internet”. È l’auspicio di Papa Francesco nell’udienza alla Plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, incentrata sul tema “Annunciare Cristo nell’era digitale”. Il Papa incoraggia i fedeli “a cercare sempre nuove vie per l’annuncio del Vangelo”. Con il Concilio, “è scoccata l’ora del laicato”. Papa Francesco richiama l’affermazione assai cara al Beato Giovanni Paolo II e l’esigenza urgente per la Chiesa di “annunciare Cristo nel continente digitale, un campo privilegiato per l’azione dei giovani per i quali la Rete è connaturale. Del resto – rivela Papa Bergoglio – Internet è una realtà diffusa, complessa e in continua evoluzione. E il suo sviluppo ripropone la questione sempre attuale del rapporto tra la fede e la cultura”. Si ripropone quanto successe ai Padri della Chiesa che si confrontarono con la straordinaria eredità della cultura greca, senza chiudersi al confronto ma assimilando i concetti più elevati: anche tra le opportunità e i pericoli della Rete, occorre «vagliare ogni cosa» consapevoli che certamente troveremo monete false, illusioni pericolose e trappole da evitare. Ma, guidati dallo Spirito Santo, scopriremo anche preziose opportunità per condurre gli uomini al volto luminoso del Signore. Tra le possibilità offerte dalla comunicazione digitale – osserva il Papa – la più importante riguarda l’annuncio del Vangelo. Certo non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche, pur importanti. Si tratta anzitutto di incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza. L’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette per sfociare in un incontro personale con il Signore. Pertanto Internet non basta, la tecnologia non è sufficiente. Questo però non vuol dire che la presenza della Chiesa nella Rete sia inutile; al contrario, è indispensabile essere presenti, sempre con stile evangelico, in quello che per tanti, specie giovani, è diventato una sorta di ambiente di vita, per risvegliare le domande insopprimibili del cuore sul senso dell’esistenza, e indicare la via che porta a Colui che è la risposta, la Misericordia divina fatta carne, il Signore Gesù”. Papa Francesco rivolge il pensiero anche al 25.mo anniversario della Mulieris Dignitatem. “Nella crisi culturale del nostro tempo – avverte il Vescovo di Roma – la donna viene a trovarsi in prima linea nella battaglia per la salvaguardia dell’umano. E su questo punto dobbiamo approfondire di più”. Il Papa richiama il grande evento della Gmg 2013 di Rio de Janeiro. “È stata una vera festa! I cariocas erano felici e ci hanno fatto felici a tutti! Il tema della Giornata: ‘Andate e fate discepoli tutti i popoli’, ha messo in evidenza la dimensione missionaria della vita cristiana, l’esigenza di uscire verso quanti attendono l’acqua viva del Vangelo, verso i più poveri e gli esclusi. Abbiamo toccato con mano come la missione scaturisca dalla gioia contagiosa dell’incontro col Signore, che si trasforma in speranza per tutti. La Chiesa è sempre in cammino, alla ricerca di nuove vie per l’annuncio del Vangelo. L’apporto e la testimonianza dei fedeli laici si dimostrano indispensabili ogni giorno di più”. D’altra parte non è un caso che “Francesco d’Assisi e la riforma della Chiesa per via di Santità” sia il tema della prima predica d’Avvento al Papa ed alla Curia Romana, tenuta in Vaticano da padre Raniero Cantalamessa. Il Predicatore della Casa Pontificia rivela che il Poverello d’Assisi “illumina” i veri riformatori della Chiesa: quelli che rinnegano se stessi e vivono totalmente per il Signore. “Per capire San Francesco, bisogna partire dalla sua conversione”. Padre Cantalamessa sottolinea che “Francesco non ha scelto la povertà e tanto meno il pauperismo: ha scelto i poveri”. Tuttavia, anche questa scelta non spiega fino in fondo la sua conversione. “È l’effetto del cambiamento, non la sua causa: la scelta vera è molto più radicale – spiega padre Cantalamessa – non si trattò di scegliere tra ricchezza e povertà, né tra ricchi e poveri, tra l’appartenenza a una classe piuttosto che a un’altra, ma di scegliere tra se stesso e Dio, tra salvare la propria vita o perderla per il Vangelo. Il motivo profondo della sua conversione non è di natura sociale, ma evangelica. Del resto, Francesco non andò di sua spontanea volontà dai lebbrosi, ma vi fu condotto dal Signore. Non ci si innamora di una virtù – avverte padre Cantalamessa – fosse pure la povertà; ci si innamora di una persona:
Francesco non sposò la povertà e neppure i poveri; sposò Cristo e fu per amor suo che sposò, per così dire ‘in seconde nozze’ Madonna povertà. Così sarà sempre nella santità cristiana. Alla base dell’amore per la povertà e per i poveri, o vi è l’amore per Cristo, oppure i poveri saranno in un modo o nell’altro strumentalizzati e la povertà diventerà facilmente un fatto polemico contro la Chiesa, o una ostentazione di maggiore perfezione rispetto ad altri nella Chiesa, come avvenne, purtroppo, anche tra alcuni dei seguaci del Poverello. Nell’uno e nell’altro caso – osserva il Predicatore della Casa Pontificia – si fa della povertà la peggiore forma di ricchezza, quella della propria giustizia. Noi siamo abituati a vedere Francesco come l’uomo provvidenziale capace di rinnovare la Chiesa in un tempo di forti tensioni. Francesco dunque come una specie di mediatore tra gli eretici ribelli e la Chiesa istituzionale. In realtà, però – ammonisce padre Cantalamessa – quell’intenzione non ha mai sfiorato la mente di Francesco. Egli non pensò mai di essere chiamato a riformare la Chiesa”. Allora cosa ha voluto fare Francesco? “Ripristinare nel mondo la forma e lo stile di vita di Gesù – sostiene padre Cantalamessa – scrivendo la Regola per i suoi frati che comincia così: ‘La regola e la vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo‘. Francesco non teorizzò questa sua scoperta, facendone il programma per la riforma della Chiesa. Egli realizzò in sé la riforma e così indicò tacitamente alla Chiesa l’unica via per uscire dalla crisi: riaccostarsi al Vangelo, riaccostarsi agli uomini e in particolare agli umili e ai poveri. Francesco fece a suo tempo quello che al tempo del Concilio Vaticano II si intendeva con il motto: abbattere i bastioni. Rompere l’isolamento della Chiesa, riportarla a contatto con le persone. Uno dei fattori di oscuramento del Vangelo era la trasformazione dell’autorità intesa come servizio, in autorità intesa come potere che aveva prodotto infiniti conflitti dentro e fuori la Chiesa. Francesco, per conto suo, risolve il problema in senso evangelico. Nel suo Ordine, novità assoluta, i superiori si chiameranno ministri, cioè servi, e tutti gli altri frati, cioè fratelli”. Dunque, per riformare la Chiesa e le Istituzioni mondiali bisogna iniziare a riformare se stessi. “Francesco ci insegna che se vogliamo davvero seguire Gesù e vivere per lui, dobbiamo rinnegare noi stessi, rimettere sempre al primo posto, nelle nostre intenzioni, la gloria di Cristo. Sia quelli che Dio chiama a riformare la Chiesa per via di santità – sottolinea padre Cantalamessa – sia quelli che si sentono chiamati a rinnovarla per via di critica sia quelli che Egli stesso chiama a riformarla per via dell’ufficio che ricoprono. La stessa cosa da cui è cominciata l’avventura spirituale di Francesco: la sua conversione dall’io a Dio, il suo rinnegamento di sé. È così che nascono i veri riformatori, quelli che cambiano davvero qualcosa nella Chiesa”. È questo il senso del Duomo di Milano gremito di fedeli per ascoltare il Padre Domenicano cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, invitato dal cardinale Angelo Scola per uno scambio di esperienze sull’evangelizzazione di una grande città nell’ambito del programma pastorale “Il campo è il mondo”. Nell’arcidiocesi di Vienna ci sono 1 milione e 200mila cattolici, e la “Chiesa austriaca ha sofferto diverse umiliazioni negli ultimi decenni – rivela l’arcivescovo Christoph Schönborn – anche perché storicamente è sempre stata la Chiesa imperiale, quindi vista come la Chiesa dei superiori verso cui non c’è fiducia. Attualmente a Vienna solo il 38 percento dei cittadini si dice cattolico: cosa sarà la Chiesa in Austria nei prossimi 20 o 30 anni? La questione della missione diventa urgente. Innanzitutto c’è un congedo doloroso da fare: lasciare il passato che non verrà più, la Chiesa sarà diversa e sarà missionaria e dobbiamo avere il coraggio di scendere e di evitare il liberalismo che accetta tutto e perde il profilo della vita cristiana e il rigorismo, che vede solo la legge. Un’esperienza interessante è quella di fare assemblee diocesane, 1.500 persone nel Duomo di Vienna, non per fare un dibattito, ma per raccontare dove ognuno vede l’azione di Dio nella propria comunità, fissare lo sguardo sull’azione di Dio anziché sui problemi. Tutti possono parlare a microfono aperto per un minuto su questo tema”. Un’iniziativa sicuramente più meritevole rispetto alle inaugurazioni di opere pubbliche tanto in voga in Italia da parte di prelati che dimenticano di essere in verità Pastori. “C’è un atto specifico della nuova evangelizzazione: il faccia a faccia – rivela il card. Schönborn – anche i vescovi devono parlare della propria esperienza dell’evangelizzazione personale ma questo esige di esporsi, di ammettere fallimenti e paure. Quando faccio una visita pastorale, faccio un momento di missione in strada”. Che non è farsi fotografare e filmare con i potenti di turno. “Io, cardinale, mi metto davanti alla stazione e do ai passanti un piccolo dono con qualche passo della Scrittura e un sorriso. Ogni volta che lo faccio torno contentissimo a casa, con una gioia che non si spiega, la gioia dell’evangelizzazione. Non mi aspetto che le persone la Domenica dopo vadano in chiesa, ma forse avranno ricevuto una piccola luce del Vangelo. Nonostante la crisi di fede, la santità esiste anche nella nostra vecchia Europa e il cristiano è chiamato a un impegno sia personale sia sociale sia politico, perché le Istituzioni sono carismi che hanno trovato una struttura sociale e la Chiesa ha questo dono in tutto il mondo: di essere carismatica e strutturale. Il laico è chiamato a riscoprire il sacerdozio comune dei battezzati, la sua missione di santificare il mondo”. Un pensiero anche sulla bioetica: “È possibile – afferma il card. Schönborn – fare qualcosa purché ognuno di noi sia più consapevole del proprio ruolo nella società, facendo raccolte di firme, come la recente campagna One of Us, oppure scrivendo ai giornali”. Il 12 Dicembre 2012 sapendo che il mondo non sarebbe finito il 21 Dicembre come profetizzato non dai Maia ma da Hollywood (film “2012”), Papa Benedetto XVI apre il suo account Twitter @Pontifex. Un evento di portata mondiale che sottolineò al massimo livello l’impegno della Chiesa nell’annuncio del Vangelo nei social network. Dopo l’elezione alla Cattedra di Pietro, il testimone è stato raccolto da Papa Francesco con successo, visto che oggi @Pontifex declinato in nove lingue si avvicina agli 11 milioni di “follower” in tutto il mondo. Quando Papa Benedetto XVI lancia il primo tweet, è pienamente consapevole dell’importanza di quel gesto. La memoria corre a ciò che fece il suo predecessore Pio XI quando per la prima volta alla Radio Vaticana lanciò il suo primo messaggio. Papa Benedetto era pienamente consapevole dell’importanza di questa sua presenza in uno dei linguaggi brevi e densi, come quello di Twitter, più utilizzati al mondo, specialmente dai giovani. Oggi, con Papa Francesco, tutti, anche al Time, sono consapevoli che quella decisione, presa un anno fa, fu lungimirante e positiva. Oggi almeno 60 milioni di persone, attraverso il “retwittaggio”, ossia la condivisione del messaggio papale, ricevono una parola del Papa: “un breve messaggio in una situazione di desertificazione spirituale – ricorda il papa emerito Benedetto – anche una goccia di acqua fresca, qual è un tweet, appena 140 caratteri, ha una sua valenza, una sua importanza”. Anche in questo continente digitale universale risuona la Parola creatrice di Gesù. Molti dei suoi abitanti, se non trovano la Parola di Gesù in questo contesto, non la troveranno da altre parti. Questa è la sfida per riscoprire la presenza del Vangelo anche in questo contesto ambientale, per assumere una dimensione missionaria che non è proselitismo o persecuzione. Nel contesto del continente digitale, la Parola di Dio risuona con frutto. Benedetto XVI parlava delle Reti sociali, insegnando che “il problema non è di fare citazioni formali del Vangelo, ma nella Rete, in questo ambiente, devono essere presenti valutazioni e testimonianze personali”. Bensì la sintesi tra la loro fede e la loro vita.
Nella Evangelii gaudium, Papa Francesco esorta ad essere audaci e creativi nel linguaggio. I social network possono aiutare in questo impegno perché la grande sfida è quella di annunciare il Vangelo con un linguaggio che gli uomini e le donne di oggi possano comprendere. Papa Francesco, nella sua Esortazione apostolica, dedica molte pagine e riflessioni al tema del linguaggio digitale, perché il grande rischio è che addirittura il messaggio stesso possa essere travisato. Papa Bergoglio afferma che “potremmo annunciare un Dio falso, con tutte le buone intenzioni che possiamo avere in cuore”. Alle volte, il rischio è proprio che il linguaggio verbale e scritto cambi il messaggio di Cristo Dio. Solo la matematica è universale! Allora ecco il bisogno di poter utilizzare invece un linguaggio che, vicino a quello scientifico, gli uomini di oggi riescano universalmente a capire. Il linguaggio dell’Amore: parlando alla Plenaria dei laici, Papa Francesco osserva che “la presenza della Chiesa in Internet è indispensabile, perché la tecnologia non basta”. Il Santo Padre ricorda a tutti noi che oggi comunicazione non è solamente uno sforzo tecnologico di condivisione: dobbiamo riscoprire che alla base della comunicazione c’è una visione di Chiesa Cattolica nuova. E Papa Francesco invita i Vescovi, in primis, a una radicale conversione pastorale, nel senso che sono chiamati a dare un volto giovanneo, nuovo e giovane a questa Chiesa, un volto più attento, più vicino all’uomo ed alla donna di oggi, che camminano per le strade difficili della Terra. Papa Francesco invita a dare vita a una cultura dell’incontro, un nuovo Rinascimento in Cristo, un nuovo Umanesimo fecondo a immagine del Creatore. Anzi, proprio il tema scelto dal Papa per la prossima Giornata mondiale della comunicazione è: “Una comunicazione per una cultura dell’incontro”, per una Chiesa che va incontro all’Uomo, che mostra la sua simpatia per l’Uomo, che è accanto all’Uomo peccatore, che non impone ma propone, che sa dialogare rispettosamente con tutti. La sottolineatura è densa: una comunicazione che si fa incontro con l’Uomo di oggi per avvicinarlo al Vero Uomo e Vero Dio, Gesù Cristo. Cinquant’anni di comunicazione della Santa Sede, partendo dal Decreto conciliare “Inter Mirifica” per arrivare al Web. Li racconta in “La penna di Pietro” Angelo Scelzo, vicedirettore della Sala Stampa vaticana. Il volume è stato presentato a Roma nell’Aula Magna dell’Università Lumsa. “La penna di Pietro” è la storia di un cammino, di un’evoluzione della comunicazione che corre in parallelo con la consapevolezza, nella Chiesa, dell’importanza dei mass-media nel diffondere la Fede e nel raccontare se stessa al mondo. Il Concilio, i documenti vaticani sulla comunicazione inquadrati nel loro contesto sociale, gli eventi chiave come il Giubileo del 2000 e la Salita al Cielo, nel 2005, del Beato Giovanni Paolo II, il pontificato di Benedetto XVI e i primi mesi di regno di Papa Francesco. Sono queste le tappe ripercorse lungo le pagine del volume. Il filo conduttore di questo cinquantennio è l’Inter Mirifica attraverso i suoi successivi aggiornamenti, “Communio et progressio” e “Aetatis Novae” che rappresentano la “dorsale” dottrinale della comunicazione della Chiesa. Questi documenti, ognuno nel proprio tempo, hanno previsto quello che poi è avvenuto: l’accoglienza che la Chiesa ha dato alle nuove tecnologie e l’ambiente multimediale che oggi domina anche tutti i mezzi della comunicazione vaticana. “La Chiesa, in questo caso più particolarmente la Santa Sede – osserva Joaquin Navarro Valls, direttore della Sala Stampa Vaticana dal 1984 al 2006 – è consapevole della ricchezza che ha: la ricchezza dei valori umani e cristiani che deve trasmettere al mondo. Allora, è chiaro che non può rimanere isolata di fronte ai fenomeni della comunicazione ed alle tecniche di comunicazione che si sviluppano piano piano”. Navarro-Valls ricorda l’immediato riconoscimento, da parte del Beato Giovanni Paolo II, delle potenzialità di Internet, il cambiamento radicale introdotto dal Web nelle logiche della comunicazione. Negli anni di pontificato di Benedetto XVI questa evoluzione è stata più evidente. La sfida più importante per il futuro è quella di una comunicazione non centralizzata. Bisogna dare voce alle periferie esistenziali del mondo. Con una linea diretta. È quello che sta facendo Papa Francesco con il suo rivoluzionario approccio alla comunicazione con i fedeli, i credenti, gli atei, gli agnostici, gli uomini e le donne di altre fedi, in primis con i malati, gli anziani, i piccoli da difendere. Quella di Papa Bergoglio è una comunicazione immediata che salta quasi la mediazione dei mezzi sia tradizionali sia attuali, coinvolgendo i Grandi leader della Terra e gli umili. Come riconosce il Time, viviamo in tempi d’oro straordinari per riflettere sui cambiamenti che sono avvenuti nella Chiesa nel campo nella comunicazione in questi cinquanta anni. Quella “sulla” Chiesa e “della” Chiesa è naturalmente una comunicazione che non può prescindere da un riferimento ai valori più alti del Vangelo. Pensiamo alle Beatitudini. Ancora da applicare universalmente nelle Scienze, nell’Economia e nella Politica. Questa è la “rivoluzione” di Cristo. Tutti noi siamo chiamati a sapere che l’Annuncio della Buona Novella è quello del Vangelo di Gesù. Siamo chiamati a dare testimonianza di vita, a dare testimonianza con la vita di ciò in cui crediamo, quindi i grandi valori umani e i grandi valori del Vangelo. “Come si può trasmettere la fede se non si ha la fede? – si chiede Joaquin Navarro-Valls – Un poeta direbbe: ‘Come posso parlare di amore ad altri se non so cos’è l’amore?’. Quindi, senza la fede non mi interesso di comunicarla. Però, se sono consapevole che ho la fede mi rendo conto che è parte della mia fede il dovere di comunicarla agli altri”. La vittoria per la Vita al Parlamento europeo, è un buon inizio. Con soli sette voti di scarto è stata respinta la risoluzione sull’aborto e i diritti sessuali e riproduttivi, presentata da una parlamentare socialista portoghese. Nella risoluzione si chiedeva, tra l’altro, l’aborto accessibile a tutti e una limitazione dell’obiezione di coscienza. Una notizia positiva. Una buona notizia. Questa controversa risoluzione che, tra le altre cose, definiva anche l’aborto come un diritto umano, osteggiando la campagna “Uno di noi”, se fosse stata approvata avrebbe determinato degli effetti inquietanti. Tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, sarebbero stati invitati a garantire fin dall’età più giovane l’aborto, anche senza consenso dei genitori; avrebbero dovuto garantire la contraccezione, la fecondazione assistita; ci sarebbe stata una sorta di rieducazione degli insegnanti sulla teoria del “gender”, corsi obbligatori a scuola sull’identità di genere e, cosa anche più pericolosa, si sarebbe chiesto di regolare l’obiezione di coscienza su queste tematiche. Una vittoria dei Conservatori Innovatori. Ma la partita non è affatto chiusa. La risoluzione controversa era già stata respinta il 22 Ottobre 2013. Poi, è tornata in Commissione il 26 Novembre. Adesso è stata bocciata. Ma in futuro, chissà! In Europa ancora non esiste un Partito Conservatore ben organizzato e strutturato a livello federale e nazionale, con una chiara piattaforma politico-programmatica. La risoluzione delle sinistre “giovanili e progressiste” fa parte di un ragionamento complesso, sulla linea del documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sugli standard dell’educazione sessuale in Europa. C’è un disegno preciso, ben orchestrato, che tende ad estremizzare la teoria del gender e, soprattutto, mira ad una sorta di indottrinamento ideologico (veicolato dalle star del cinema e dai vari “ceo” di grandi multinazionali informatiche) dell’educazione sessuale nei giovani, a cominciare dalle scuole. Chi sostiene la risoluzione, in genere bolla come “ipocrita e oscurantista” il voto dell’Aula europea. La stessa eurodeputata socialista ha usato parole fortissime nei confronti di chi si è opposto alla sua risoluzione. Ha definito chiunque vi si opponesse come “un estremista conservatore di destra, che vuol far tornare i diritti delle donne indietro di 30 anni”. Siamo all’ideologia pura! La ragione e il diritto non hanno più spazio in Europa? Nella risoluzione si parla di “medici costretti a praticare l’obiezione di coscienza nelle cliniche religiose” e si chiedono “servizi di qualità per l’aborto, legali, sicuri e accessibili a tutti”. Questa è la grande maschera ideologica dell’ipocrisia progressista, dietro la quale si celano tutti questi interventi. Sull’aborto sicuro occorre citare un intervento dell’arcivescovo Francis Chullikat, osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite. Dopo aver detto che tutto questo ragionamento della teoria del gender è molto riprovevole e illogica, il prelato ha usato l’espressione: “L’aborto è sempre sicuro solo nel senso che sicuramente uccide il bambino e ferisce profondamente la madre”. Se questo significa essere Conservatori, lo ammettiamo: lo siamo in nome del sacrosanto Diritto di Dio alla Vita che occorre assolutamente difendere senza se e senza ma, quando la Scienza consente la sopravvivenza della mamma che è sempre libera di scegliere! Quante madri hanno rinunciato alle cure oncologiche per dare alla luce il loro bambino? Questa è la libertà. Ma l’Europa si sta imbarbarendo. È il contrario di ciò che dovrebbe essere l’Infanzia e di ciò che dovrebbe fare un Paese per le sue giovani generazioni quanto emerge ne L’Italia Sottosopra, il quarto Atlante dell’Infanzia presentato a Roma da “Save the Children”. Ciò che manca è l’investimento sui più giovani, denuncia l’organizzazione, che sottolinea: “per i bambini, maggiore povertà significa minori o nessuna opportunità di formazione e di sviluppo”. La crisi economica è una tenaglia ideologico-politica che si stringe sempre più su bambini ed adolescenti: oltre un milione quelli in povertà assoluta pari a un minore su 10; circa un milione e 340mila quelli in condizioni di disagio abitativo; 138 euro al mese è il taglio dei consumi nelle famiglie con bambini che spendono meno per gli alimenti comprando cibo di qualità inferiore. In calo le cure mediche: un bambino su 3 non può permettersi un apparecchio per i denti. Appena 11 euro è il budget familiare mensile per libri e scuola e 23 euro per tempo libero, cultura e giochi; in crescita la dispersione scolastica e il numero di ragazzi che interrompono gli studi. Sono alcuni tra i dati drammatici contenuti nell’Atlante che sottolinea la stretta relazione fra povertà e bassi livelli di istruzione, povertà e salute, povertà e opportunità di sviluppo per i bambini in Italia alla vigilia del Nuovo Anno 2014. Numeri che dovrebbero fare inorridire e vergognare la classe politico-burocratica del Belpaese, ossia i politicanti in servizio permanente effettivo senza soluzione di continuità, anzi in pieno becero trasformismo. Ci si aspetterebbe che almeno la parte sociale, tutto ciò che non si può riportare a stretta economia, fosse aiutata, in maniera che quei bambini e ragazzi che si trovano in famiglie povere, trovino fuori, nel proprio Comune, nella propria città, la possibilità di andare all’asilo nido oppure di fare attività extra scolastiche, lo sport o comprare un libro, di connettersi in totale sicurezza ad Internet con un pc o un pad. Ma così non è. E per questo Save the Children scopre che la recessione in Italia affonda le sue radici nella crisi del capitale umano, determinata dal mancato investimento, a tutti livelli, sui beni più preziosi di una società: i bambini, la loro formazione, difesa e conoscenza. Da qui la proposta, tra le altre, di creare Aree ad alta Densità Educativa. In collaborazione con gli scienziati di tutte le discipline intellettuali del Belpaese. Si tratta di concentrare tutte le capacità, e per tutti si intende sia il privato sia le tante altre organizzazioni più piccole che a volte fanno un lavoro meraviglioso, le Caritas, i servizi locali pubblici e privati, le associazioni sportive e culturali, gli Istituti, le Università, i Licei, i Collegi, in un’area particolarmente delicata dove la povertà incide in maniera molto forte e dove quasi sempre c’è anche una situazione di disagio sociale. Occorre investire risorse per tutti i bisognosi che non possono permettersi l’istruzione obbligatoria, liceale e universitaria, per portare proprio una densità educativa, una proposta educativa alta e molto forte. Occorre investire proprio dove c’è più bisogno. Per quanto riguarda la parte pubblica, è l’aspetto più delicato perché chiaramente uno può dire che lo Stato senza un euro-lira non lo farà mai. Ma è su questo “senza una lira” che bisogna riflettere, perché l’Italia è uno Stato che irresponsabilmente spreca somme spaventose mentre i suoi figli soffrono e muoiono! Una riduzione di soldi mal spesi e una dedizione di euro investiti ad attività educative sui territori che stanno peggio, aiuterebbe veramente l’Italia di domani ad essere una Nazione migliore. La salute, come cita giustamente la Costituzione dell’Oms, non è soltanto l’assenza della malattia ma è uno stato di benessere psicofisico. Negato dai politicanti agli Italiani. È uno stato anche di relazione, di vita, che vede la persona (fine) in piena dignità di diritti al centro di tutto. Con il danaro (mezzo) alla periferia. Naturalmente, affinché questa salute esista, ci devono essere una serie di condizioni complementari: ad esempio, la possibilità di avere un lavoro sicuro a tempo indeterminato, un’abitazione dignitosa, meno tasse e bollette, una famiglia, ma anche il diritto al credito per avere accesso alle risorse finanziarie e per creare imprese, il diritto al cibo, all’acqua potabile, al riscaldamento per non morire assiderati. Perché oggi in Italia si muore anche di freddo! C’è un corollario di altri diritti che afferisce alla salute, molto avvicinabile al diritto alla vita. Purtroppo però questa complessità fa sì che il diritto alla salute spesso sia uno dei diritti più violati da politiche nazionali e internazionali che governano in questo momento il mondo. È vero che le diseguaglianze in materia di salute stanno aumentando non soltanto nel Sud della Terra ma anche nei Paesi industrializzati. Nonostante i Nobel e le previsioni scientifiche, sembra che le regole dell’economia e del commercio internazionale abbiano dichiarato guerra alla salute ed alla vita! Queste sono realtà che hanno però effetti irreparabili su scala globale. “Se vediamo qualcuno che chiede aiuto – domanda Papa Francesco – ci fermiamo? C’è tanta sofferenza e povertà, e tanto bisogno di buoni samaritani”. Per prepararsi al Santo Natale “ci farà bene fare un po’ di silenzio” ed “ascoltare Dio che ci parla con la tenerezza di un papà e di una mamma”. Il Santo Padre riflette sulla lettura tratta dal profeta Isaia. “Dio ci parla come fanno un papà e una mamma con il loro bambino. Quando il bambino fa un brutto sogno, si sveglia, piange. Papà va e dice: non temere, ci sono io, qui. Così ci parla il Signore. ‘Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele’. Il Signore ha questo modo di parlarci: si avvicina. Quando guardiamo un papà o una mamma che parlano al loro figliolo, noi vediamo che loro diventano piccoli e parlano con la voce di un bambino e fanno gesti di bambini. Uno che guarda dal di fuori può pensare: ma questi sono ridicoli! Si rimpiccioliscono, proprio lì, no? Perché l’amore del papà e della mamma – osserva Papa Bergoglio – ha necessità di avvicinarsi, dico questa parola: di abbassarsi proprio al mondo del bambino. Eh sì: se papà e mamma gli parlano normalmente, il bambino capirà lo stesso; ma loro vogliono prendere il modo di parlare del bambino. Si avvicinano, si fanno bambini. E così è il Signore. I teologi greci spiegavano questo atteggiamento di Dio con una parola ben difficile: la synkatábasi, ovvero la condiscendenza di Dio che discende a farsi come uno di noi. E poi, il papà e la mamma dicono anche cose un po’ ridicole al bambino: ‘Ah, amore mio, giocattolo mio’, e tutte queste cose. Anche il Signore lo dice: ‘Vermiciattolo di Giacobbe’, ‘Tu sei come un vermiciattolo per me, una cosina piccolina, ma ti amo tanto’. Questo è il linguaggio del Signore, il linguaggio d’amore di padre, di madre”. Parola del Signore? “Sì, sentiamo quello che ci dice. Ma anche vediamo come lo dice. E noi dobbiamo fare quello che fa il Signore, fare quello che dice e farlo come lo dice: con amore, con tenerezza, con quella condiscendenza verso i fratelli. Dio – spiega Papa Francesco citando l’incontro di Elia con il Signore – è come ‘la brezza soave’, o – come dice il testo originale – ‘un filo sonoro di silenzio’: così si avvicina il Signore, con quella sonorità del silenzio propria dell’amore. Senza dare spettacolo. E si fa piccolo per farmi potente; Lui va alla morte, con quella condiscendenza, perché io possa vivere. Questa è la musica del linguaggio del Signore – insegna il Papa – e noi nella preparazione al Natale dobbiamo sentirla: ci farà bene sentirla, ci farà tanto bene. Normalmente, il Natale sembra una festa di molto rumore: ci farà bene fare un po’ di silenzio e sentire queste parole di amore, queste parole di tanta vicinanza, queste parole di tenerezza: ‘Tu sei un vermiciattolo, ma io ti amo tanto!’. Per questo. E fare silenzio, in questo tempo in cui, come dice il prefazio, noi siamo vigilanti in attesa”. Attenti, dunque, a come “trattiamo” il nostro prossimo. “La tratta di esseri umani – dichiara Papa Francesco – è una vergogna, un crimine contro l’umanità: la persona umana non si dovrebbe mai vendere e comprare come una merce”. Sono risuonate forti, in Sala Clementina, le parole di Papa Bergoglio su un tema a lui molto caro: il rispetto della dignità dell’Uomo, della Persona. L’occasione è venuta dal discorso ad un gruppo di ambasciatori non residenti, per la presentazione delle Lettere credenziali. I diplomatici rappresentano: Algeria, Islanda, Danimarca, Lesotho, Palestina, Sierra Leone, Capo Verde, Burundi, Malta, Svezia, Pakistan, Zambia, Norvegia, Kuwait, Burkina Faso, Uganda e Giordania. “La tratta di esseri umani è una piaga sociale dei nostri tempi che va combattuta col valore e la forza di un impegno concertato. La tratta mi preoccupa molto”. Il Vescovo di Roma auspica che “in ogni parte del mondo, gli uomini e le donne non siano mai usati come mezzi, ma vengano sempre rispettati nella loro inviolabile dignità. Dobbiamo unire le forze per liberare le vittime e per fermare questo crimine sempre più aggressivo che – osserva Papa Francesco – minaccia, oltre alle singole persone, i valori fondanti della società e anche la sicurezza e la giustizia internazionali, oltre che l’economia, il tessuto familiare e lo stesso vivere sociale”. Nel saluto ai rappresentanti diplomatici di 17 Paesi, il pensiero del Pontefice è andato “alla comunità internazionale, alle molteplici iniziative che si portano avanti per promuovere la pace, il dialogo, i rapporti culturali, politici, economici, e per soccorrere le popolazioni provate da diverse difficoltà. La tratta di esseri umani minaccia la dignità delle persone: è una vera forma di schiavitù, purtroppo sempre più diffusa, che riguarda ogni Paese, anche i più sviluppati, e che tocca le persone più vulnerabili della società: le donne e le ragazze, i bambini e le bambine, i disabili, i più poveri, chi proviene da situazioni di disgregazione familiare e sociale. I cristiani che in essi riconoscono il volto di Gesù Cristo, e anche chi non ha una fede religiosa, in nome della comune umanità, sono chiamati a condividere la compassione per le loro sofferenze, con l’impegno di liberarli e di lenire le loro ferite. Insieme possiamo e dobbiamo impegnarci perché siano liberati e si possa mettere fine a questo orribile commercio”. Di chi parliamo? “Si parla – ricorda il Papa – di milioni di vittime del lavoro forzato, lavoro schiavo, della tratta di persone per scopo di manodopera e di sfruttamento sessuale. Tutto ciò non può continuare: costituisce una grave violazione dei diritti umani delle vittime e un’offesa alla loro dignità, oltre che una sconfitta per la comunità mondiale. Tutti gli uomini di buona volontà che si professino religiosi o no, non possono permettere che queste donne, questi uomini, questi bambini vengano trattati come oggetti, ingannati, violentati, spesso venduti più volte, per scopi diversi, e alla fine uccisi o, comunque, rovinati nel fisico e nella mente, per finire scartati e abbandonati. Occorre una presa di responsabilità comune e una più decisa volontà politica per riuscire a vincere su questo fronte. Responsabilità verso quanti sono caduti vittime della tratta, per tutelarne i diritti, per assicurare l’incolumità loro e dei familiari, per impedire che i corrotti e i criminali si sottraggano alla giustizia ed abbiano l’ultima parola sulle persone. Un adeguato intervento legislativo nei Paesi di provenienza, nei Paesi di transito e nei Paesi di arrivo, anche in ordine a facilitare la regolarità delle migrazioni, può ridurre il problema. I governi e la comunità internazionale – riconosce il Pontefice – non hanno mancato di prendere misure a vari livelli per far fronte a questo crimine, non di rado collegato al commercio delle droghe, delle armi, al trasporto di migranti irregolari, alla mafia. In alcuni casi, però, la corruzione ha reso più arduo l’impegno di contrasto: non possiamo negare – dichiara il Santo Padre – che talvolta ne sono stati contagiati anche operatori pubblici e membri di contingenti impegnati in missioni di pace. Ma per ottenere buoni risultati, occorre che l’azione di contrasto incida anche a livello culturale e della comunicazione. C’è dunque bisogno di un profondo esame di coscienza, domandandosi quante volte tolleriamo che un essere umano venga considerato come un oggetto, esposto per vendere un prodotto o per soddisfare desideri immorali: la persona umana non si dovrebbe mai vendere e comprare come una merce. Chi la usa e la sfrutta, anche indirettamente, si rende complice di questa sopraffazione”. Per questi ed altri motivi il Time Magazine (http://poy.time.com/2013/12/11/person-of-the-year-pope-francis-the-peoples-pope/) proclama Papa Francesco il Personaggio dell’Anno 2013, “il Papa del popolo e del cambiamento, il primo Pontefice non europeo da 1200 anni”. L’annuncio è stato dato dal direttore del prestigioso settimanale americano, Nancy Gibbs. Papa Francesco è il terzo Pontefice ad essere stato nominato Personaggio dell’anno dalla rivista Time. Nel 1962 il riconoscimento era andato a Giovanni XXIII, nel 1994 a Giovanni Paolo II. Il Time dal 1927 attribuisce questo riconoscimento all’individuo o ente che, nel bene o nel male, ha dominato le notizie nell’anno che sta per concludersi. Cornice rossa su fondo oro: sembra un ritratto a olio quello di Papa Jorge Mario Bergoglio per la copertina della Persona dell’Anno 2013 di Time. Realizzato dall’artista americano Jason Seiler, è in realtà il frutto di 70 ore di lavoro su uno schermo di computer da 21 pollici. “La tecnologia mi ha consentito di lavorare intuitivamente, disegnando e dipingendo direttamente sul display Lcd” – spiegaSeiler che si è formato nella millenaria tradizione ad olio degli Antichi Maestri. La copertina traduce in immagine la motivazione del riconoscimento di Time: secondo il settimanale il “settantenne superstar Bergoglio fa un uso da maestro degli strumenti del 21esimo secolo per porre in atto il suo mandato del Primo Secolo dopo Cristo”. La cosa non stupisce il Vaticano, data la risonanza e l’attenzione vastissima dei media mondiali dall’elezione di Papa Francesco il 13 Marzo 2013 per l’inizio del nuovo pontificato. “È un segno positivo che – afferma padre Federico Lombardi S.J. – uno dei riconoscimenti più prestigiosi nell’ambito della stampa internazionale sia attribuito a chi annuncia nel mondo valori spirituali, religiosi e morali, e parla efficacemente in favore della pace e di una maggiore giustizia sociale. Quanto al Papa, per parte sua, non cerca fama e successo, perché fa il suo servizio per l’annuncio del Vangelo dell’amore di Dio per tutti. Se questo attrae donne e uomini e dà loro speranza, il Papa è contento. Se questa scelta “dell’Uomo dell’anno” significa che molti hanno capito almeno implicitamente questo messaggio, egli certamente se ne rallegra”. Senza fraternità “è impossibile costruire una società giusta e una pace solida e duratura” – scrive Papa Francesco nel suo primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, del 1° Gennaio 2014, pubblicato il 12 Dicembre 2013. Il tema del documento è: “Fraternità, fondamento e via per la pace”. Il Papa eleva un appello affinché quanti seminano violenza e morte rinuncino alla via delle armi, e una denuncia contro la corruzione e il crimine organizzato. “Rinunciate alla via della armi e andate incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione per ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza intorno a voi” – è l’auspicio che Papa Francesco rivolge a “quanti con le armi seminano violenza e morte”, ai quali il Santo Padre dice: “Riscoprite in colui che oggi considerate solo un nemico da abbattere il vostro fratello e fermate la mano!”. Dal Pontefice, che chiede una “conversione dei cuori”, anche un forte appello per il “disarmo da parte di tutti, a cominciare dal disarmo nucleare e chimico. Anche perché, finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità”. Architrave del documento pontificio è “la fraternità, dimensione essenziale dell’uomo – scrive il Papa – senza la quale diventa impossibile la costruzione di una società giusta e di una pace solida e duratura”. Papa Bergoglio precisa che “una fraternità priva del riferimento ad un Padre comune, quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere. Una vera fraternità tra gli uomini suppone ed esige una paternità trascendente. La radice della fraternità – insegna il Papa – è contenuta nella paternità di Dio, una paternità generatrice di fraternità che trasforma la nostra esistenza”. Il Santo Padre indica come il racconto di Caino e Abele insegni che “l’umanità porta inscritta in sé una vocazione alla fraternità, ma anche la possibilità drammatica del suo tradimento”. Diventa così triste constatare che “tale vocazione alla fraternità” sia “oggi spesso contrastata dalla globalizzazione dell’indifferenza che ci fa lentamente abituare alla sofferenza dell’altro, chiudendoci in noi stessi”. Papa Francesco pensa alle famiglie ed imprese sane uccise dalla crisi economica. “Del resto, alle guerre fatte di scontri armati si aggiungono guerre meno visibili, ma non meno crudeli, che si combattono in campo economico e finanziario con mezzi altrettanto distruttivi di vite, di famiglie, di imprese”. Padre Francesco cita la “Populorum Progressio” di Paolo VI e la “Sollicitudo rei socialis” di Giovanni Paolo II per ribadire che “non soltanto le persone, ma anche le nazioni debbono incontrarsi in uno spirito di fraternità”, sostenendo che “la pace è un bene indivisibile. O è bene di tutti o non lo è di nessuno. La fraternità è la via maestra anche per sconfiggere la povertà. Al tempo stesso, servono anche politiche efficaci che promuovano il principio della fraternità assicurando alle persone di accedere ai capitali e alle risorse”. Così come si ravvisa “la necessità di politiche che servano ad attenuare una eccessiva sperequazione del reddito”. Papa Bergoglio analizza l’attuale crisi economico-finanziaria, indicandone l’origine nel “progressivo allontanamento dell’Uomo da Dio e dal prossimo, nella ricerca avida di beni materiali e nel depauperamento delle relazioni interpersonali e comunitarie”. Papa Francesco sottolinea che “il succedersi delle crisi economiche deve portare agli opportuni ripensamenti dei modelli di sviluppo economico e a un cambiamento negli stili di vita. La crisi odierna può essere anche un’occasione propizia per recuperare le virtù della prudenza, della temperanza, della giustizia e della fortezza. L’uomo è capace di qualcosa in più rispetto alla massimizzazione del proprio interesse individuale”. Il Santo Padre denuncia con forza la corruzione e il crimine organizzato. Una comunità politica – è il monito del Papa – deve agire in modo trasparente e responsabile per generare la pace sociale. I cittadini devono sentirsi rappresentati dai poteri pubblici nel rispetto della loro libertà. Invece, spesso tra cittadino e istituzioni, si incuneano interessi di parte che deformano una tale relazione, propiziando la creazione di un clima perenne di conflitto”. Papa Francesco denuncia “l’egoismo che si sviluppa socialmente sia nelle molte forme di corruzione, oggi così capillarmente diffuse, sia nella formazione delle organizzazioni criminali, dai piccoli gruppi a quelli organizzati su scala globale. Queste organizzazioni – avverte il Santo Padre – offendono gravemente Dio, nuocciono ai fratelli e danneggiano il creato, tanto più quando hanno connotazioni religiose”. Il Pontefice enumera alcuni drammi del nostro tempo come “la droga, lo sfruttamento del lavoro, l’abominio del traffico di essere umani, gli abusi contro i minori”, e dedica un pensiero speciale anche alle “condizioni inumane di tante carceri, dove il detenuto è spesso ridotto in uno stato sub-umano e viene violato nella sua dignità di uomo”. L’ultimo paragrafo del suo primo Messaggio della Pace è dedicato alla custodia della Natura. “Anche qui serve la fraternità perché siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare e non consideriamo la Natura come un dono gratuito da mettere a servizio dei fratelli”. Papa Francesco rinnova l’appello contro “lo scandalo della fame nel mondo: è un dovere cogente – scrive il Papa – che si utilizzino le risorse della Terra in modo che tutti siano liberi dalla fame”. Il Messaggio, firmato l’8 Dicembre, Solennità dell’Immacolata Concezione, si chiude con un’invocazione a Maria Santissima affinché “ci aiuti a comprendere e a vivere tutti i giorni la fraternità che sgorga dal cuore del suo Figlio, per portare pace ad ogni uomo su questa nostra amata Terra”. Il 17 Dicembre è il genetliaco di Papa Bergoglio. Auguri, Santità!
© Nicola Facciolini