Cronache da un oscuro presente

“Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza” Socrate “La più grande arma di distruzione di massa è l’ignoranza” Italo Nostromo Non si ferma la strage di cristiani nel mondo, una emergenza che dura da secoli e che ha già fatto 70 milioni di morti. Nel dicembre del 2012, il sociologo Massimo […]

oscuro presente

Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza”
Socrate

La più grande arma di distruzione di massa è l’ignoranza”

Italo Nostromo

Non si ferma la strage di cristiani nel mondo, una emergenza che dura da secoli e che ha già fatto 70 milioni di morti. Nel dicembre del 2012, il sociologo Massimo Introvigne, responsabile dell’Osservatorio sulla libertà religiosa del ministero degli Esteri, ricordò dai microfoni di Radio Vaticana, che solo in quell’anno furono uccisi 105.000 cristiani, uno ogni 5 minuti, uccisi nel mondo per la loro fede, spiegando che: “la persecuzione dei cristiani è oggi la prima emergenza mondiale in materia di violenza e discriminazione religiosa”. Fu considerato fuori luogo ed eccessivo
Le cose non sono cambiate, anzi, mentre 200 milioni di persone, quasi tutte in Africa e in Asia, soffrono a causa della loro religione, in Europa e in America si continua a rimproverare ai credenti, soprattutto ai cattolici, un passato remoto di inquisizioni, di intolleranza, di crociate, di censure e, nel frattempo, (al di là del carattere antistorico di molte di queste accuse), si stenta a credere che oggi proprio la semplice fede nel Vangelo possa essere causa di rischio troppo spesso mortale.
In questo momento il Papa è praticamente solo a denunciare la mancanza di libertà religiosa difendendo non solo i cristiani ma i credenti in qualunque fede, mentre in Medio Oriente e non solo, i cristiani restano dispersi, eternamente martiri, di certo dotati di una fede enorme passata attraverso secolari tribolazioni che l’hanno forgiata nel sangue, completamente dimenticati, negletti perché dalla parte sbagliata di un confine, perché sommersi dalle onde della storia che hanno decretato che in quella parte del mondo i vincitori fossero altri.
Immagini e parole tengono cucite assieme centinaia di storie, storie di sangue e massacri che ci ricordano l’eccidio armeno del 1915, la lunga odissea degli assiro-caldei e la tradizione dei copti sempre minacciata.
L’ultima carneficina in un campus keniota, a Garissa, dove ieri il gruppo estremista islamico somalo Al Shabaa ha massacrato e decapitato in stile Isis , 147 giovani studenti cristiani, colpevoli solo della loro fede.
Nel settembre del 2013 gli stessi jihadisti si erano resi responsabili della strage al centro commerciale Westgate della capitale, con 67 morti, portata a termine per ribadire che per loro Nairobi è colpevole per aver lanciato, a partire dalla fine del 2011, una campagna militare contro le loro basi nel sud della Somalia.
Solo pochi giorni fa, a metà marzo, in Pakistan, dei kamikaze talebani hanno preso di mira due chiese a Lahore, uccidendo 14 fedeli che assistevano alle messa e ferendo altre 78 persone, di cui 30 in modo grave e subito dopo Papa Francesco, ancora una volta lasciato solo, ha dichiarato: “i cristiani sono perseguitati, i nostri fratelli versano il sangue soltanto perché sono cristiani” ed aggiunto: “mentre assicuro la mia preghiera per le vittime e le loro famiglie, chiedo il dono della pace e la concordia per quel Paese e che questa persecuzione contro i cristiani, che il mondo cerca di nascondere, finisca e ci sia la pace”.
Lo chiediamo anche noi in questa parte del mondo che adesso è molto meno sicura, nei giorni in cui viviamo la Pasqua che è passaggio dalla morte alla vita, chiave interpretativa, per chi si dice cristiano, della nuova alleanza, che concentra in sé il significato del mistero messianico di Gesù e lo collega alla Pesach dell’Esodo.
Simbolo fondamentale della Pasqua cristiana è il fuoco, la vittoria della luce sulle tenebre, fiamma che sale verso il cielo e cerca uno slancio spirituale, ma che può vacillare e spegnersi, creando fumo ed oscuramento.
Crescono rabbia e paura e serpeggiano nel mondo occidentale come demoni che distruggono ogni cosa e che si ingigantiscono ogni giorni, a partire da Charlie Ebbo definito “l’11 settembre europeo”.
In tutte le città del mondo, da quella strage insensata, sono aumentate le misure di sicurezza e nessuno si sente più al sicuro.
Siamo arrabbiati, spaventati e diffidenti, dolorosamente colpiti nelle nostre più profonde certezze, portatori di un dolore esistenziale che non lascia speranza.
Gli studi più recenti ci dicono che il dolore e la paura, benchè separati, interagiscono e collaborano con la costruzione della sensazione di pericolo, dando vita all’esperienza dell’ipocondria e delle angosce ipocondriache, dove la paura che suscita il dolore non ha nulla a che vedere con il reale pericolo, ma spesso l’associazione dolore/pericolo/paura diventa strettissima e di difficile soluzione.
Gli eccidi cristiani, l’avanzare dell’ISIS, le guerre che non finiscono mai ed anzi si moltiplicano, generano questo binomio ipocondriaco e pericoloso, in cui la rabbia e la violenza si tramutano in disperazione.
E le brutte notizie non finiscono qui, ma questa cronaca oscura dal presente continua nella imperterrita corruzione che dilaga nel Paese, con il senato che da il via ad un ddl in cui si inaspriscono le pene contro tale reato e la vita di tutti i giorni che si riempie di esso, in ogni luogo e oltre ogni misura.
Ora il sistema politico è impegnato nel salvare il “soldato” D’Alema che, non è indagato dai magistrati di Napoli per corruzione nella metanizzazione dell’Isola di Ischia, ma è stato fatto oggetto di uno “sputtanamento mediatico” a dir poco imbarazzante, tanto che, intervenendo sulla questione, il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, pur riconoscendo che “D’Alema pone un problema serio, quello della tutela della riservatezza e dell’onorabilità delle persone non indagate”, ha dovuto anche ricordare che: “non si può in alcun modo limitare il potere in capo ai magistrati e in alcun modo fare leggi bavaglio che impediscano alla stampa di pubblicare qualcosa, qualora questa sia pubblicabile”.
Dopo il Mose, l’Expo e Mafia Capitale, la corruzione continua imperterrita il suo giro, come e peggio della “Prima Repubblica”, con un sistema politico che appare massimamente corrotto e privo di ogni freno.
La mala pianta, dopo “mani pulite”, nel ventennio berlusconiano, ha rimesso radici ed è rifiorita, ricreando in modo ancor più spinto e volgare il saccheggio di immani quantità di capitali pubblici e beni comuni da elargire a una schiera di italici “imprenditori” con vocazione predatoria e l’inclinazione alla ricerca di rendite parassitarie, protetti da boss mafiosi collusi con i vertici di tutti i partiti.
Con l’aggravante, come scrive Alberto Vannucci su il Fatto Quotidiano, che adesso, a risultare vincente, non è più la già pericolosa strategia del “do ut des” tra appalto e tangente, ma la capacità avvolgente di introdursi negli estesi circuiti di compensazioni incrociate e ritardate, dove la valenza penale della corruzione si diluisce in maneggi che investono società erogatrici di consulenze fittizie, congiunti o prestanome a libro paga, faccendieri assoldati, pacchetti di voti e tessere procacciati, finanziamenti a fondazioni politiche, e chi più ne ha più ne metta.
Né è nato un nuovo mostro transgenico di politica privatizzata, con fondazioni serventi la causa personale di uno o più esponenti politici, dove l’incrocio pericoloso tra interessi privati a caccia di prebende e classe politica, ha assunto dinamiche incontrollate.
Oltre a questo mi amareggio e deprimo ancor di più per altri dati, di carattere più generale e culturale, che mi dicono quanto stanca, agonizzante e vuota sia diventata questa mia Nazione.
Vi saranno ulteriori tagli in una sanità che già da tempo stenta e barcolla, priva di risorse tecniche ed umane, certamente con critiche aree di spreco e di sperperi, ma con l’orgoglio di aver tenuto, da sola, nelle classiche mondiali, nonostante organici all’osso e turni da richiami della Corte Europea. Mancano 5.000 medici e almeno il doppio di infermieri e tutto si risolve tagliando ospedali e accorpando servizi.
Nel gennaio scorso l’Ocse ha promosso il sistema sanitario italiano nonostante alcune criticita’ rilevate, sul miglioramento della qualita’ e la riorganizzazione che hanno assunto un ruolo secondario quando la crisi economica ha iniziato a colpire. “Revisione sulla qualita’ dell’assistenza sanitaria in Italia” e’ il titolo del rapporto nel quale si propone una serie di valutazioni e raccomandazioni mirate a favorire un ulteriore miglioramento della qualita’ delle cure tenuto conto delle esigenze di risparmio imposte dalla crisi economica. Due le sfide che l’Italia deve affrontare: la prima e’ garantire che gli sforzi in atto per contenere la spesa in campo sanitario non vadano a intaccare la qualita’ quale principio fondamentale di governance. La seconda e’ quella di sostenere le Regioni e Province Autonome che hanno una infrastruttura piu’ debole, affinche’ possano erogare servizi di qualita’ pari alle regioni con le performance migliori. E’ necessario un approccio piu’ solido e ambizioso al monitoraggio della qualita’ e al miglioramento a livello di sistema.
Ma le proposte del governo Renzi, con tagli ulteriori e vistosi, non va certo in questa direzione.
Né le cose vanno meglio circa i finanziamenti riguardanti la ricerca scientifica ed il numero di ricercatori occupati, con l’OECD, organismo indipendente ed internazionale sulla ricerca innovativa (http://www.oecd.org/edu/innovation-education/centreforeffectivelearningenvironmentscele/istitutonazionaledidocumentazioneinnovazioneericercaeducativaindireitalyforoecdgroupofnationalexpertsoneffectivelearningenvironments.htm ), che ci dice che nel nostro Paese si continua ad investire il 2,5% del PIL, una percentuale molto al di sotto degli altri stati europei e che, soprattutto, non cresce da oltre 20 anni e, ancora, che abbiamo il più basso numero di ricercatori dell’intero continente, molto distanti non solo dalla Svezia, ma anche da Inghilterra, Francia, Spagna e persino Portogallo.
Le cose non vanno meglio nella scuola, fino a mezzo secolo fa eccellenza nazionale, con, a febbraio, un documento Ocse in cui si legge che la Nazione deve “migliorare equità ed efficienza” del suo sistema educativo, e dove si bacchetta il nostro Paese per la spesa per l’istruzione “scesa ben al di sotto della media” e per i numerosi cambi, “tre in quattro anni”, al vertice dell’agenzia per la valutazione della scuola.
Insomma da noi si continua a cambiare per non cambiare, secondo un gattopardismo diffuso e davvero duro a morire.
Secondo Eurostat l’Italia è tra i Paesi europei quella che investe meno in cultura (sebbene abbia il più alto numero al mondo di beni patrimonio dell’umanità), un dato sconvolgente che trova origine non solo nella linea politica degli ultimi anni (come non ricordare l’ex ministro Tremonti quando disse che “con la cultura non si mangia”), ma anche nella negligenza delle amministrazioni, locali e nazionali: dal 2007 esiste infatti un fondo europeo – i cosiddetti “attrattori culturali” – da due miliardi di euro, che lasciamo quasi completamente intoccato.
Segno delle politiche degli ultimi anni, tutte rivolte a interessi di tipo lobbistico, con la cultura messa clamorosamente da parte e con solo tagli su tagli su tagli, come nel caso dell’ultimo anno di governo Monti: garantiti privilegi a banche e manager, falcidiate sanità e istruzione.
Le cose con Letta e Renzi non sono migliorate. Del resto in Italia il sapere non è considerato un valore da retribuire né da difendere. E’ anche per questo, scrive sul numero del 2 aprile de l’Espresso Daniela Minerva, che fatichiamo ad entrare nella modernità e continuamo a non trovare il coraggio di seppellire, una volta per tutte, l’idiozia (a volte anche i grandi ne dicono) di Benedetto Croce che affermava che le conoscenze scientifiche altro non sono che roba astratta, “capace di mutilare la vivente realtà del mondo”.
Così, come era già accaduto nel 2013, solo il 15% dei destinatari (anziani, diabetici, cardiopatici, bronchitici cronici, immunodepressi) è ricorso al vaccino per la profilassi influenzale, con il risultato di tali e tante complicanze respiratorie e di altro tipo, da collassare pronti soccorso e corsie di ospedali e far lievitare stellarmente la spesa sanitaria.
Così come è accaduto che due genitori, tra l’altro medici, abbiano scentemente disatteso la vaccinazione per il morbillo della figlia, una bambina di 4 anni, che il 7 marzo scorso è morta per le complicazioni di questa temibile malattia.
Il caso Stamina insegna che quando un santone buca lo schermo l’opinione pubblica ne è contagiata e schiere di genitori cadono nella trappola di false speranze, mentre si trova sempre un giudice che dice che l’intruglio e l’inganno vanno propinati, con i mass media che enfatizzano questo e le morti presunte e false da vaccino e non passano, o passano in sordina altre notizie, come il fatto che una terapia, scientificamente provata ed affidabile, a base di cellule staminali, è partita nel policlinico di Modena da alcuni giorni.
Questa diffusa ignoranza fa sì che si legga poco e si rifletta pochissimo, anche fra i laureati, tanto che anche se, come scrive “L’Annuario Scienza Tecnologia e Società” appena edito da Il Mulino, l’alfabettizzazione scientifica è da noi elevata, ancora si vive su preconcetti generici contro i vaccini, le amalgame e vi è una diffusa diffidenza verso tutti gli ogm e in generale le biotecnologie.
Così, a causa di ciò che Dan Kahan della Yale University chiama “valori profondi”, siamo tutti contro la sperimentazione animale, senza rendersi conto che essa è fatta con criteri che pongono gli stessi a riparo da sevizie ed inutili sofferenze e che, senza questa, non potremo mai sapere se qualcosa funzione e come nel nostro organismo.
Siamo la Nazione col più alto numero al mondo di madonne che lacrimano o sanguinano e con il maggior numero europeo di ricorso a maghi, fattucchiere ed astrologi, con esperti di ogni tipo pronti ad indovinare il futuro, ma che intanto ci ricacciano in un oscuro, tenebroso presente.

Carlo Di Stanislao