Coldiretti: crisi e Ue mettono in pericolo il made in Italy

La crisi economica continua a mordere e legare le caviglie dell’economia italiana, colpendo con sempre maggiore forza anche le eccellenze del Made in Italy, soprattutto quelle alimentari. Dall’inizio della crisi sono state chiuse in Italia oltre 172000 stalle e fattorie ad un ritmo di oltre 60 al giorno, con effetti drammatici sull’economia, sulla sicurezza alimentare […]

La crisi economica continua a mordere e legare le caviglie dell’economia italiana, colpendo con sempre maggiore forza anche le eccellenze del Made in Italy, soprattutto quelle alimentari. Dall’inizio della crisi sono state chiuse in Italia oltre 172000 stalle e fattorie ad un ritmo di oltre 60 al giorno, con effetti drammatici sull’economia, sulla sicurezza alimentare e sul presidio ambientale. E’ quanto emerge dal dossier presentato dalla Coldiretti al valico del Brennero, dove sono giunti migliaia di agricoltori per protestare e cercare di fermare i traffici di una Europa che chiude le frontiere ai profughi e le spalanca alle schifezze alimentari, mentre a Bruxelles è in corso una mobilitazione dei giovani della Coldiretti per chiedere un cambiamento delle politiche europee.

Su Twitter la mobilitazione virtuale può essere seguita e sostenuta con l’hastag #bastaschifezze. “Occorre fermare chi fa affari sulle spalle degli agricoltori e dei consumatori con le speculazioni sui prodotti favorite – sottolinea la Coldiretti – dalla mancanza di trasparenza sulla reale origine e sulle caratteristiche degli alimenti, che stanno provocando l’abbandono delle campagne, sulla base dei dati Unioncamere relativi ai primi sei mesi del 2015 rispetto all’inizio della crisi nel 2007”. Sono oggi meno di 750mila le aziende agricole sopravvissute in Italia ma se l’abbandono continuerà a questo ritmo in 33 anni , calcola la Coldiretti, non ci sarà più agricoltura lungo la Penisola, con conseguenze devastanti sull’economia e sull’occupazione e sull’immagine del Made in Italy nel mondo ma anche sulla sicurezza alimentare ed ambientale dei cittadini.

Bisogna cambiare verso anche in agricoltura dove la chiusura di un’azienda significa – spiega la Coldiretti – maggiori rischi sulla qualità degli alimenti che si portano a tavola e minor presidio del territorio, lasciato all’incuria e alla cementificazione. Sono questi – ricorda Coldiretti – i drammatici effetti di quelli che sono i due furti ai quali è sottoposta giornalmente l’agricoltura: da una parte il furto di identità e di immagine che vede sfacciatamente immesso in commercio cibo proveniente da chissà quale parte del mondo come italiano; dall’altra il furto di valore aggiunto che vede sottopagati i prodotti agricoli senza alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera inefficiente.

“Rischiamo di perdere un patrimonio del nostro Paese sul quale costruire una ripresa economica sostenibile e duratura che faccia bene all’economia all’ambiente e alla salute”, afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel denunciare che “l’invasione di materie prime estere spinge prima alla svendita agli stranieri dei nostri marchi più prestigiosi e poi alla delocalizzazione delle attività produttive”.

Al momento l’Italia è costretta a procurarsi all’estero già numerosi prodotti, quali latte, carne, grano, mais e soia. Ma gli scaffali dei nostri supermercati e le scorte di “materie prime” alimentari utilizzate dalle nostre aziende, sono sempre più invase di prodotti provenienti da altre parti del mondo, anche quando questi sono frutti solitamente abbondanti in Italia, come l’olio d’oliva e i prodotti ortofrutticoli. Senza dimenticare il settore delle carni, a partire da quelle bovine, spesso preda di traffici illeciti con l’importazione di animali privi dei necessari documenti e marchi auricolari, soprattutto dall’Est Europeo. “A rischio per l’Italia è – conclude la Coldiretti – il primato europeo nella produzione di una delle componenti base della dieta mediterranea per il crollo dei compensi pagati agli agricoltori che non riescono più a coprire neanche i costi di produzione mentre al dettaglio i prezzi aumentano”.