La crisi dei migranti e l’indifferenza dei Paesi del Golfo

Ogni giorno migliaia di profughi mettono a rischio la propria vita e quella dei loro cari, per raggiungere l’Europa e realizzare il sogno di una vita migliore e più dignitosa. Ma deve essere proprio l’Europa la terra promessa per questi disperati? Oppure c’è una soluzione alternativa buona anche per alleggerire il carico di migranti che […]

Ogni giorno migliaia di profughi mettono a rischio la propria vita e quella dei loro cari, per raggiungere l’Europa e realizzare il sogno di una vita migliore e più dignitosa. Ma deve essere proprio l’Europa la terra promessa per questi disperati? Oppure c’è una soluzione alternativa buona anche per alleggerire il carico di migranti che i Paesi del vecchio continente devono accogliere? In questi giorni, si è aperto un dibattito internazionale sul perché, i Paesi del Golfo, che sono tra i più ricchi del mondo, abbiano fino a questo momento accolto così pochi profughi, sebbene per cultura e religione potrebbero essere proprio loro le mete maggiormente desiderabili per i disperati, soprattutto per quelli in fuga dalla Siria. Dei 4 milioni di rifugiati provenienti da quel paese infatti, pochissimi sono entrati in uno dei sei Paesi che fanno parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar).

Un dubbio ed una polemica che non è stata sollevata soltanto in occidente, ma anche all’interno degli stessi confini dei paesi del Golfo persico. “Tragicamente i ricchi Paesi del Golfo non hanno ancora detto una parola sulla crisi, e tanto meno hanno prodotto una strategia per aiutare i migranti, che sono nella stragrande maggioranza musulmani”, ha scritto in un recente editoriale il quotidiano del Qatar, Gulf Times. Sultan Al Qassemi, un noto blogger molto famoso negli Emirati, ha osservato che è giunto il momento perché i Paesi del Golfo facciano “passi morali, etici e responsabili” per cambiare la loro politica ed accettare i migranti. Persino il padre del piccolo Aylan, il bimbo siriano il cui corpo è stato ritrovato su una spiaggia in Turchia e tristemente raffigurato in una foto destinata a passare alla storia, al funerale della moglie e dei figli ha detto che “i governi arabi ed europei” dovrebbero “guardare all’accaduto e aiutare la gente”.

Secondo gli esperti di geopolitica e di politiche sui migranti dei Paesi Arabi però, non bisogna aspettarsi un cambio di atteggiamento da parte dei Paesi del Golfo, che non sono tra i firmatari della Convenzione Onu per i rifugiati, il testo base che delinea i diritti ed il trattamento spettante a coloro che fuggono da un Paese, all’interno della quale la loro vita sarebbe messa in pericolo. “La stragrande maggioranza dei cittadini del Golfo ritiene che i loro governi abbiano fatto in Siria la cosa giusta”, osserva Michael Stephens, uno dei maggiori studiosi al mondo dei Paesi del Golfo.

Il contributo di questi Stati, nella crisi dei migranti, fino a questo momento è stato soprattutto di tipo finanziario, con un forte sostegno economico ai rifugiati in Libano, Giordania e Turchia e un acceso supporto economico e logistico ai ribelli sunniti siriani, che lottano contro il regime in carica di Bashar al-Assad. Misure di appoggio che hanno fatto sorgere anche il sospetto che i Paesi del Golfo possano segretamente foraggiare anche i terroristi dell’Isis. Nulla per il momento è stato fatto invece per accogliere direttamente all’interno dei propri confini i rifugiati, nei confronti dei quali l’atteggiamento è stato sempre quello di chiusura estrema, sebbene le analogie culturali potrebbero portare a considerare i Paesi del Golfo più adatti all’integrazione dei migranti,  rispetto agli stati europei.