Figli di un dio minore: 300 minori che nessuno vuole adottare

Secondo il dettato della legge 184/1983, tutti i minori, anche se affetti da disabilità, hanno il diritto di crescere ed essere educati nell’ambito di una famiglia. Quando la famiglia naturale non è in grado di provvedere alla crescita e all’educazione del minore, si applicano gli istituti, previsti dalla stessa legge. Uno di questi è, ovviamente, […]

Secondo il dettato della legge 184/1983, tutti i minori, anche se affetti da disabilità, hanno il diritto di crescere ed essere educati nell’ambito di una famiglia. Quando la famiglia naturale non è in grado di provvedere alla crescita e all’educazione del minore, si applicano gli istituti, previsti dalla stessa legge. Uno di questi è, ovviamente, quello dell’adozione. Tuttavia questa strada, non è percorribile per tutti i ragazzi che per svariate ragioni non hanno una famiglia naturale in grado di accoglierli. Le maggiori difficoltà a trovare una famiglia ed una casa le incontrano i disabili. In Italia, non ci sono dati certi  e aggiornati su quanti siano effettivamente i minori affetti da una qualche forma di disabilità, che sono stati accolti in una nuova famiglia. Gli ultimi a riguardo, resi noti dal Ministero delle Politiche Sociali nel 2011, parlavano di una percentuale pari a meno del 10%, sul numero delle adozioni complessive.

Da un’inchiesta condotta dal Redattore Sociale e basata sui dati forniti dal dipartimento di Giustizia Minorile, emerge che al momento in Italia ci sono circa 300 minori che nessuno vuole adottare. La maggior parte di essi è affetto da disabilità grave o gravissima, con deficit comportamentali e cognitivi piuttosto marcati. L’età media è di circa 10 anni, ma tra loro il 20% è più piccolo. Tra questi 300 minori, ve ne sono 17 che avrebbero potuto essere adottati, ma hanno rifiutato la nuova famiglia, per via di esperienze passate traumatiche e “fallimentari”.  “Questi trecento bambini sono stati dichiarati adottabili da anni ma le istituzioni preposte non sono mai intervenute attivamente per garantire loro una famiglia. Hanno poi scaricato sui minori che hanno ‘rifiutato l’adozione’ la colpevole responsabilità di chi doveva continuare a cercare dei genitori per loro”,  ha spiegato Frida Tonizzo, consigliera di Anfaa, Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie, raggiunta dal Redattore Sociale.

È una vita difficile quella dei minori affetti da disabilità, senza una famiglia disposta a sostenerli e, soprattutto, ad amarli. Spesso, appena nati, rimangono in ospedale più del tempo normale e successivamente vengono trasferiti negli istituti specializzati, dove rischiano di rimanere fino alla maggiore età, per via dell’estrema difficoltà di affidamento ad una famiglia. Il mancato inserimento in un ambiente familiare provoca un vistoso peggioramento delle già gravi condizioni psichiche di questi minori che quasi sempre, una volta compiuti i 18 anni, vengono semplicemente trasferiti in un altro tipo di istituti, destinati agli adulti. E quando invece hanno la fortuna di trovare una famiglia prima della maggiore età, spesso sono in condizioni di disagio talmente importanti, che rendono ancor più complicato il processo di inserimento. Ultimamente una famiglia dell’Anfaa ha accolto un bambino che non sapeva parlare perché nessuno aveva capito che era sordo, nessuno si era accorto di quanto soffriva”, racconta ancora Tonizzo al Redattore Sociale.

Per questi sfortunatissimi giovani occorre necessariamente ed immediatamente un intervento, affinché le loro condizioni di vita possano migliorare al più presto.  Il Tavolo nazionale affido, ha chiesto al governo che venga data attuazione alla parte della legge 184/83, che prevede un contributo economico per quelle famiglie che adottano minori in condizioni di disabilità, oltre che l’attivazione della Banca Dati dei minori adottabili che, seppur prevista da una legge risalente al 2001, per il momento è attiva soltanto in 11 dei 29 tribunali per i minorenni sparsi sul territorio nazionale. Con questo tipo di intervento, risulterebbe decisamente più facile trovare la famiglia più adatta per ciascuno dei minori in difficoltà.

Ma il sostegno alle famiglie disposte a sobbarcarsi sulle spalle un peso di questo tipo non può finire al momento dell’adozione, ma deve continuare anche nei momenti successivi.  “Una famiglia può sostenere una realtà così complessa solo se ha attorno una rete di sostegno. Una volta che l’adozione va a buon fine, le istituzioni non possono sparire: serve un sopporto psicologico e medico”, spiega al Redattore Sociale una madre che ha fatto la scelta di accogliere due ragazze disabili all’interno della propria famiglia. E per il momento, in Italia, questo tipo di supporto non è ancora presente.