Russia 31/10 e Parigi 13/11, il difetto di intelligence e di logica rigorosa distruggerà l’Umanità

“Che cosa avete fatto? Gli americani vedono l’acqua su Marte ma non vedono le carovane dell’Isis in Siria” (Vladimir Vladimirovič Putin). Je suis Russia, je suis Parigi. Risorgi, Europa, risorgi dai morti! Il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha assunto al National Defence Control Centre insieme alle Forze Aerospaziali la supervisione diretta di tutte […]

“Che cosa avete fatto? Gli americani vedono l’acqua su Marte ma non vedono le carovane dell’Isis in Siria” (Vladimir Vladimirovič Putin). Je suis Russia, je suis Parigi. Risorgi, Europa, risorgi dai morti! Il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha assunto al National Defence Control Centre insieme alle Forze Aerospaziali la supervisione diretta di tutte le operazioni militari russe in corso nella Repubblica Araba di Siria per distruggere definitivamente Daesh e compari tagliagole. Il Tricolore francese è anche quello russo. Tutto il Mondo si inchina al dolore di queste grandi nazioni. Ma chi ha sconbussolato il pianeta Terra negli ultimi 25 anni, violando sistematicamente la sovranità legittima di stati, governi e popoli per interessi personali, sarà chiamato a risponderne in sede penale nel Tribunale Internazionale. I crimini commessi in Algeria, Libia, Iraq, Afghanistan, Israele e Siria devono essere acclarati e puniti secondo la Legge. Cari Europei, la Libertà esiste e si alimenta nella Verità e nella Giustizia dei popoli. Non nella menzogna del doppio standard del “voglio ma non posso”. Non nella compressione delle libertà fondamentali, perchè è ciò che vogliono i terroristi e i loro mandanti. Allora, quali sono i tuoi Valori, Europa? Dove li hai scritti e sepolti? Perchè hai rinnegato il tuo Dio?

Se vogliamo davvero commemorare la memoria di Valeria Solesin, la volontaria italiana di Emergency, tra le 130 giovani vittime del Bataclan e di Parigi (13/11/2015), la memoria di tutte le 224 persone assassinate dalla bomba Isis esplosa sull’Airbus russo A321 (31/10/2015), la memoria di tutti i veri martiri cristiani (di Gesù Cristo) perseguitati, sgozzati, decapitati, bombardati, dilaniati e violentati, l’Assemblea delle Nazioni Unite abolisca i Warlords, le armi e le guerre sulla faccia della Terra, adottando le giuste risoluzioni. È questo l’unico Nuovo Ordine Mondiale che ci interessa. Per spianare la strada ad una grande coalizione mondiale permanente contro il sedicente “Stato islamico”, si aboliscano immediatamente le sanzioni contro la Russia. L’Italia dimostri di avere una strategia politico-militare nella guerra contro l’Isis: l’aver rinunciato all’alleanza con la Russia finora si è rivelato il più grave errore dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Bisogna cooperare con la Russia, l’Iran e il Presidente siriano Bashar Assad nella lotta contro il gruppo terroristico fondamentalista multinazionale. La Siria è la cerniera del mondo. Se salta, addio! Alla fine di Luglio 2014 l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America avevano introdotto alcune sanzioni contro interi settori dell’economia russa a seguito del peggioramento dei rapporti tra la Russia e l’ex “Occidente” sullo sfondo del conflitto in Ucraina, dell’espansione illegale della Nato ad Est e dell’annessione legittima della Crimea (chiesta dai cittadini russi) alla Russia. In risposta nell’Agosto 2014 Mosca aveva limitato le importazioni di prodotti alimentari provenienti dai Paesi responsabili delle sanzioni, annunciando contemporaneamente l’avvio di una politica di sostituzione delle importazioni, della quale ha beneficiato la Russia. Nell’Estate 2015 le sanzioni occidentali e le misure di risposta della Russia erano state prorogate di un altro anno. L’Italia da che parte sta? La lotta politico-militare-finanziaria contro Daesh deve contemplare la Nuova Alleanza Atlantica con la Russia. La carneficina dei civili inermi altrimenti potrebbe continuare, nel solco di questa incredibile disunione euro-russa, nutrendosi delle sue vittime, alimentata dai Signori della guerra e dei combustibili fossili, e la morte potrebbe contarne prossimamente miliardi. Pensate agli effetti della più piccola testata termonucleare portatile fatta esplodere a terra in una metropoli come Pechino, Mosca, New York, Los Angeles, Madrid, Londra, Roma o Parigi. I Neutroni non perdonano. Altro che Hiroshima e Nagasaki! Il difetto di una logica corretta e rigorosa (non soltanto originale e semplice) prima o poi finirà col distruggere l’Umanità, assicurano i grandi scienziati della Terra. La massima si applica alla Fisica ma altrettanto perfettamente anche al caos mondiale in atto per deficit di logica oltre che di intelligence. Odio fiuta odio. Morte fiuta morte. Guerra fiuta guerra. Male fiuta male. Terrore fiuta terrore. C’è da rimanere basiti nei confronti dell’assurda ondata di violenze predicate e attuate dal terrorismo islamista Isil, Isis, Is, Daesh, al-Qaida e associati, finanziato dalla multinazionale della guerra, praticato da giovani europei armati di Playstation, esplosivi artigianali e fucili d’assalto, contro civili inermi. Nell’Anno Domini 2015. C’è da rimanere basiti nei confronti della totale follia schizofrenica espressa in assurde dichiarazioni ufficiali auto-referenziali rese da politicanti eurocrati e italiani (Nato, Parlamento, Consiglio e Commissione europei compresi) incapaci di difendere se stessi, il Belpaese e la nostra Europa dalla reale minaccia della Terza Guerra Mondiale. Mentre la Santa Russia è costretta ad alzare il tiro contro il terrore islamista in Siria e nel resto del Mondo, in difesa della nostra Civiltà, della nostra Libertà e dei nostri discutibili stili di vita che suscitano altrettanto orrore nel resto del mondo tra le sei miliardi di persone non consumatrici. È in corso un attacco di massa dell’aviazione russa contro gli obiettivi Isis in Siria? Fino a poche ore fa, la notizia sui media euro-italiani sarebbe stata derubricata, se gli Americani non avessero dato il proprio assenso! Per vergogna. Il 17 Novembre 2015 i Russi hanno sferrato un nuovo massiccio e potente attacco contro le infrastrutture dell’Isil, con il lancio di missili cruise e bombe dagli aerei strategici Tu-160 (Cigno Bianco), Tu-95 MC e Tu-22M3 sul territorio siriano occupato illegalmente. Dal 30 Settembre, su richiesta del presidente siriano Bashar Assad alla Russia, Mosca effettua raid aerei mirati contro gli obiettivi del sedicente “Stato islamico” e del “Fronte Al Nusra” in Siria, usando gli aerei d’assalto Su-25, i cacciabombardieri Su-24M, i caccia Su-34 e i missili della Marina lanciati dal Mar Caspio. A metà Novembre i Russi hanno cominciato ad usare l’aviazione strategica. Ma come? Non era una notizia? Per tutta l’Europa si estende l’impressione che noi “europei” ci troviamo dalla parte sbagliata dello schieramento che lotta contro il terrore dei Warlords. Sembra che la politica nordamericana oggi risulti un po’ più pericolosa per l’Europa minacciata, umiliata, offesa e colpita a morte dagli islamisti, rispetto ai fatti concreti della Politica russa in Europa, nel Mediterraneo (Mare Nostrum!) e nel Medio Oriente. Il Presidente Vladimir Putin dichiara che la Russia deve concordare con la Marina francese un piano d’azione comune per lo svolgimento in Siria di operazioni aereo-navali congiunte. Nel corso di una riunione al ministero della Difesa il Presidente della Russia ha incaricato il comando dell’incrociatore nucleare “Moskva” a stabilire contatti con il Gruppo navale della Francia nel Mar Mediterraneo, dislocato nella zona delle operazioni contro l’Isis, come riferisce l’Agenzia Ria Novosti. Il comandante del Gruppo navale russo informa che il compito dell’incrociatore “Moskva” nel Mediterraneo è quello di garantire la copertura dal mare della base degli aerei russi in Siria. Il 5 Novembre 2015, nell’ambito della lotta contro il sedicente “Stato islamico” (Siria, Iraq, Libia, Mali, Nigeria), prima degli attentati di Parigi di Venerdì 13 Novembre 2015, la Francia aveva annunciato l’invio in Siria di un suo Gruppo navale guidato dalla portaerei “Charles de Gaulle”. Mosca esorta a “unire gli sforzi per combattere con efficienza la minaccia del terrorismo – dichiara il Presidente Putin nel corso dell’incontro informale dei leader Brics in Turchia – il terrorismo può essere sconfitto soltanto con gli sforzi congiunti di tutta la comunità internazionale. Siamo ben consapevoli che possiamo sconfiggere la minaccia del terrorismo e aiutare milioni di persone rimaste senza casa, soltanto se tutta la comunità internazionale unisce i suoi sforzi. Gli attacchi in Francia sono orribili. Condividiamo il dolore di chi ne è stato colpito e continuamente esortiamo a unire gli sforzi per combattere con efficienza la minaccia del terrorismo”. Al tempo stesso Putin precisa che “è indispensabile operare in conformità alla Carta dell’Onu, appoggiandosi alle norme del diritto internazionale e rispettando i diritti sovrani e i legittimi interessi di ogni Stato”. Putin ricorda che questi fondamentali principi furono riconfermati dai Paesi Brics nella loro dichiarazione congiunta approvata nel 2015 al vertice di Ufa. Come scrive Giulietto Chiesa, il terrorismo lo si ferma cambiando la politica dell’Occidente (e di Israele) verso il mondo arabo. Altrimenti saranno i popoli europei a pagare il prezzo più alto. “Dobbiamo essere pronti a cedere una parte delle nostre libertà”. Cosi ha dichiarato il Procuratore della lotta al terrorismo. Affermazione sincera e grave. La questione non riguarda solo Parigi (chi lo pensa è un illuso). Dalla Russia 31/10 e da Parigi 13/11 comincia una nuova fase della Storia europea, in cui molte delle caratteristiche della vita di milioni di cittadini dovranno essere cambiate bruscamente. La dinamica militare degli attacchi pianificati, non lascia dubbi in proposito. È la guerra, anche se è una guerra diversa da quella che ci si aspettava. E anche la guerra più grande, che si avvicina alle nostre case, sarà diversa da quella che ci immaginiamo. E che Papa Francesco definisce “un altro pezzo della Terza Guerra Mondiale combattuta a pezzi”. In Francia si prega: “Seigneur, désarme-les. Et désarme-nous”, cioè “Signore, disarmali. E disarmaci”. Proprio in queste ore in cui le teste di cuoio francesi hanno dato l’assalto a un covo di terroristi a Saint-Denis, sobborgo a nord di Parigi, i vescovi francesi hanno pubblicato una preghiera per la pace scritta “nello spirito di Tibhirine” da frère Dominique Motte, del convento dei Padri Predicatori domenicani di Lille. L’Ordine di San Domenico che celebra il suo ottavo centenario di fondazione nell’Anno Domini 2016. Recita la la preghiera: “Disarmali: sappiamo quanto questa violenza estrema sia il sinistro pane quotidiano in Iraq, in Siria, Palestina, Centrafrica, Sudan, Eritrea, Afghanistan. Ora si è impossessata di noi. Disarmali Signore: e fa che sorgano in mezzo a loro profeti che gridano la loro indignazione e la loro vergogna nel vedere come hanno sfigurato l’immagine dell’Uomo, l’immagine di Dio. Disarmali, Signore dandoci, se necessario, poiché è necessario, di adottare tutti i mezzi utili per proteggere gli innocenti con determinazione. Ma senza odio. Disarma anche noi, Signore: in Francia, in Occidente, senza ovviamente giustificare il circolo vizioso della vendetta, la Storia ci ha insegnato alcune cose. Dacci, Signore, la capacità di ascoltare profeti guidati dal tuo Spirito. Non farci cadere nella disperazione, anche se siamo confusi dall’ampiezza del male in questo mondo. Disarmaci e fa’ in modo che non ci irrigidiamo dietro porte chiuse, memorie sorde e cieche, dietro privilegi che non vogliamo condividere. Disarmaci, a immagine del tuo Figlio adorato la cui sola Logica è la sola veramente all’altezza degli avvenimenti che ci colpiscono: ‘Non prendono la mia vita. Sono io che la dono’”. Tibhirine evoca l’assassinio di sette monaci trappisti nel 1996, rivendicato un mese dopo dal Gruppo Islamico Armato. La condanna totale della “violenza che non può risolvere nulla” e una preghiera di “conforto” per chi è stato colpito da così “orribili attacchi”, rivolti alla Francia e “alla pace di tutta l’Umanità”. Sono alcune delle parole con le quali Papa Francesco ha espresso in un comunicato ufficiale e poi in telegramma a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, il suo profondo sgomento per la terribile strage che Venerdì 13 Novembre 2015 ha insanguinato Parigi: nove attacchi armati in simultanea, rivendicati dall’Isil, che hanno prodotto 130 morti e 351 feriti, dei quali un centinaio in gravi condizioni. Se fosse possibile personificare il dolore più incredulo, basterebbe ascoltare le parole di Papa Bergoglio e ancor più quello che, tra una parola e l’altra, dicono i suoi silenzi: “Io sono commosso ed addolorato e non capisco…ma queste cose sono difficili da capire, fatte da esseri umani. Questo è un pezzo”. Lo sgomento di Francesco è il sentimento del mondo civile che ha dovuto assistere alla mattanza di Parigi, dopo quelle algerine e iugoslave negli Anni Novanta del XX Secolo. Una capitale europea, che fa riemergere tristi ricordi di studente adolescente, oggi trasformata in un’arena senza scampo degna di Star Wars, con gente inerme che passa dalla vita alla morte freddamente crivellata come in uno di quei videogiochi barbari dove i bambini della Terra sembrano godere, insieme agli adulti, nel fare a pezzi chiunque si pari davanti al mirino. Pezzi come la Terza Guerra Mondiale che da tanto tempo si combatte, quella che Papa Francesco va ricordando a tutti: “Eh sì, questo è un pezzo. Ma non ci sono giustificazioni per queste cose. Questo non è umano”. È un attacco alla pace dell’Umanità. Francesco aveva già esecrato l’orrore scatenato nella capitale francese. Lo aveva fatto attraverso le parole di padre Federico Lombardi: “siamo sconvolti da questa nuova manifestazione di folle violenza terroristica e di odio che condanniamo nel modo più radicale insieme al Papa e a tutte le persone che amano la pace. Preghiamo per le vittime e i feriti e per l’intero popolo francese. Si tratta di un attacco alla pace di tutta l’Umanità che richiede una reazione decisa e solidale da parte di tutti noi per contrastare il dilagare dell’odio omicida  in tutte le sue forme. Voglio tanto bene alla Francia”. Nelle parole del telegramma giunto più tardi e indirizzato all’arcivescovo di Parigi, il cardinale André Vingt-Trois, c’è ovviamente spazio per l’invocazione a “Dio, Padre di misericordia”, cui Francesco affida le vittime e le loro famiglie, come ripete più volte nella conversazione telefonica: “Per questo sono commosso e addolorato e prego. Sono tanto vicino al popolo francese, tanto amato, sono vicino ai familiari delle vittime e prego per tutti loro, sono vicino a tutti quelli che soffrono e a tutta la Francia, cui voglio tanto bene”. Perchè il nome di Dio viene usato per chiudere i cuori? È lo scandalo della divisione. Il Papa ribadisce la condanna agli attentati di Parigi, definiti strazianti e al di là di ogni comprensione umana, e auspica una mobilitazione generale della comunità internazionale attraverso “tutti i mezzi di sicurezza necessari per difendersi” dal terrorismo. La Santa Sede afferma, come ha fatto anche Papa Francesco varie volte, la legittimità di fermare l’ingiusto aggressore. È la comunità internazionale che deve trovarsi d’accordo e trovare le forme per farlo. Uno Stato ha il dovere di difendere i suoi cittadini da questi attacchi e nello stesso tempo però continuare a lavorare perché veramente si crei un clima di intesa, di dialogo e di comprensione. Le basi per un mondo riconciliato e pacifico sono scritte nella Carta delle Nazioni Unite. Uno degli attributi di Dio anche da parte degli 1,8 miliardi di musulmani che vivono sulla Terra, è quello di Dio misericordioso. Chi rifiuta questo tipo di violenza, faccia “coming out”, dichiari apertamente e pubblicamente le sue intenzioni pacifiche, anche nei social network. Perchè anche nell’Islam il nome di Dio sia Misericordia e la Misericordia si manifesti con la pace e la bontà nei confronti delle persone, non certamente con la violenza. L’agenda di Papa Francesco prevede che il 25 Novembre 2015 partirà per Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana. L’intelligence mondiale sconsiglia il viaggio apostolico. In Nigeria torna a colpire il gruppo fondamentalista armato Boko Haram. Sanguinosa è l’ultima azione terroristica nella città nord-orientale di Yola. Colpiti una stazione di autobus e l’adiacente mercato: 32 i morti e 80 i feriti. L’esplosione, avvenuta attorno alle 20 ora locale, ha letteralmente sconvolto, per la sua intensità, la città di Yola, nello stato settentrionale dell’Adamawa. Fonti della polizia hanno attribuito l’attentato ai famigerati estremisti islamici Boko Haram che in sei anni di terrore, soprattutto nel settore nordorientale della Nigeria, hanno seminato morte e distruzione uccidendo, secondo Amnesty International, 17mila persone. Le forze di sicurezza hanno spiegato che l’esplosione è avvenuta la sera del 17 Novembre 2015 in una stazione degli autobus vicino al mercato ortofrutticolo principale della città, mentre i commercianti stavano chiudendo. Alcuni testimoni hanno detto di aver contato decine di ambulanze arrivate sul posto per trasportare i feriti in ospedale.  La stazione dei bus è praticamente circondata da bancarelle di frutta e verdura. Neanche un mese fa, i Boko Haram avevano dato l’assalto ad alcune moschee, tra cui una a Yola, uccidendo 42 persone e ferendone un centinaio. Mentre dilaga la psicosi attentati in tutta Europa e non solo. E si inseguono gli allarmi terrorismo, fortunatamente tutti infondati. Drammatici momenti sono stati vissuti in Germania. Ad Hannover sono stati sgomberati un treno e una sala concerto, ed è stato evacuato lo stadio poco prima dell’inizio di Germania-Olanda, dov’era atteso l’arrivo della cancelliera Angela Merkel. Altre due partite, Inghilterra-Francia e Italia-Romania sono state giocate, mentre per motivi di sicurezza è stata annullata Belgio-Spagna, prevista a Bruxelles. Un grave episodio, sempre durante una partita di calcio, si è registrato in Turchia, quando nell’amichevole contro la Grecia, il pubblico ha fischiato nel minuto di silenzio dedicato alle vittime in Francia, gridando “Allahu akbar”, Dio è grande. Falso allarme bomba per due voli dell’Air France diretti a Parigi e partiti dagli Stati Uniti d’America, fatti atterrare poco dopo il decollo ed evacuati a seguito di una telefonata anonima. E mentre la paura condiziona pesantemente la vita dei cittadini, in Siria, su Raqqa, continua la gragnuola di bombe e missili francesi e russi. Nella regione si sta avvicinando anche la portaerei “Charles De Gaulle” con a bordo molti caccia. Ancora una giornata di forti tensioni a Parigi. Nella zona di Saint Denis, dove ha sede lo Stade de France, nella notte è scattato un blitz in grande stile. Vari reparti delle forze dell’ordine impegnati nella cattura di Abdelhamid Abaaoud, il grande regista degli attentati di Venerdì scorso. È durato sette ore il blitz delle teste di cuoio ad un covo di terroristi a 800 metri dallo Stadio di Francia, uno degli obiettivi degli attentatori di Venerdì sera. La polizia era alla ricerca di Abdelamid Abbaoud, terrorista belga considerato la mente degli attacchi del 13 Novembre 2015. Due terroristi sono stati uccisi nel corso del blitz, tra cui una donna che si è fatta esplodere, sette invece i fermati. Finalmente a Processo! Secondo le prime informazioni, il commando di Saint Denis era pronto a colpire. Un altro attacco forse anche più violento di quello del 13 Novembre. Non confermata la notizia in base alla quale i terroristi fossero pronti a colpire alla Défense, il quartiere degli affari di Parigi. La città di Saint Denis sta lentamente tornando alla normalità. Il centro è rimasto blindato per diverse ore, alcuni residenti sono stati evacuati, altri sono stati invitati a restare in casa, a luci spente, durante la notte. Chiuse tutte le scuole, i negozi, le stazioni della metropolitana. A Parigi l’allarme resta al massimo grado, il governo ha confermato il prolungamento per tre mesi dello Stato di Emergenza mentre proseguono i blitz in tutto il Paese negli ambienti del radicalismo. Oltre trecento le perquisizioni, una quarantina le persone fermate, sequestrate armi ed esplosivi. Il governo francese ha annunciato che tutte le 130 vittime del 13 Novembre sono state identificate. Certo anche l’Italia è a rischio. Il Giubileo Straordinario della Misericordia dall’8 Dicembre 2015 sarà occasione di incontri  di massa, di raduni di preghiera comunitaria. A Roma e in tutte le diocesi del mondo. Ci vorrà dunque molta vigilanza e molta attenzione, non solo degli organi di Intelligence, Polizia e Magistratura, ma anche dei cittadini. Aprite gli occhi, guardiamoci in faccia come hanno riscoperto i nostri fratelli e le nostre sorelle russi e francesi. Ma bisogna non guardare l’apparenza e pensare che tutto ciò che si vede sia vero. L’estremismo islamico è ciò che si vede. Ma non spiega nulla. Non è con l’estremismo islamico che si è costruito un esercito, il cosiddetto Isil, di circa 70mila uomini. Darth Sidious docet. Ci vogliono risorse equivalenti a quelle di uno “stato” per creare una tale potenza di fuoco, per formare decine di migliaia di combattenti e per spedirli in ogni parte del mondo. In effetti il Presidente Putin parla di 500 milioni di dollari investiti all’uopo. Soldi che gli Usa avrebbero dovuto destinare non alla illegale capitolazione del legittimo Presidente della Siria, bensì nella lotta planetaria al terrore, come l’11 Settembre 2001 e il nostro 12 Novembre 2003 (Nassiriya) amaramente insegnano. Dunque ciò che si vede è una parte, solo una parte, della Realtà, come la Fisica dei Quanti e la Teoria Olografica logicamente sembrano suggerire. Altro che succubi “soft power”! E stupisce che i “poteri” europei non lo dicano a chiare lettere, preferendo bombardare alla cieca anche con illogiche amenità che favoriscono il nemico alle porte di casa! Qualcuno ricorda gli insensati comunicati stampa della Nato contro la Russia sulla questione ucraina, le maligne dichiarazioni aggressive contro la Terza Roma, l’incredibile costante movimento di mezzi militari pesanti italiani da ammassare sui confini orientali? Forse perché i Russi sanno perfettamente che chi guida questa macchina del terrore è lo stesso che l’ha formata. Ed è una specie di Spectre (l’ultima edizione cinematografica della intelligente serie di “007 James Bond”, riempie le sale mondiali) in cui gli Stati islamisti alleati dell’ex Occidente coesistono con i Servizi Segreti dell’ex Occidente, a cominciare da quelli francesi, che dovrebbero vigilare sulla sicurezza dei francesi e degli europei. Quindi bisogna concentrare l’attenzione su questa nuova Spectre che segretamente è in gran parte di natura “occidentale”, cioè frutto di poche (ma pericolose) menti contorte dell’Arabia, della Turchia (membro della Nato), dell’Europa e degli Stati Uniti d’America. Sono i loro Warlords (la lista è quasi completa!) che hanno creato il disastro libico (uccidendo Gheddafi senza processo) e quello egiziano, tunisino, yemenita, iracheno (processando e uccidendo Saddam Hussein), afghano (“uccidendo” Osama Bin Laden senza processo!). In 25 anni di assurde guerre al terrore perse anche dall’Italia sul campo di battaglia, dopo aver alimentato il terrorismo a suon di bombe e missili stupidi contro civili inermi, contro bambini oggi adulti che vogliono vendicarsi. La guerra siriana è stata voluta dall’ex Occidente. Putin e Papa Francesco lo scorso anno misero in guardia il mondo. Dunque tutto questo disastro è opera anche dell’ex Occidente. Le guerre perdute raggiungono sempre la casa degli sconfitti. Adesso il Presidente francese Francois Hollande bombarda per rappresaglia la “capitale” del Daesh. Una reazione attesa dall’Isil. Ma non servirà a nulla se la Francia (l’Europa) non cesserà di aiutare i “ribelli” siriani che vogliono abbattere il “regime” del legittimo Presidente Bashar el Assad. Non più “regime” di quanto lo sia quello italiano nello scacchiere euro-mediterraneo. Potrebbero fare la stessa cosa agli Italiani, se aprissimo gli occhi. Anche il nuovo capitolo cinematografico di Star Wars docet. Chi sono i “ribelli”? Lottano forse contro un “Impero”, magari del lato oscuro della Forza, che non vediamo o facciamo finta di non vedere? E se la stessa cosa non faranno Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Turchia e Paesi Arabi “alleati” della obsoleta Nato, decisivi nel costruire e favorire Daesh, non servirà a nulla. C’è un esercito immenso di giovani che possono essere assoldati, pronti a morire semplicemente per il gusto di uccidere le nostre vite e il nostro consumismo sfrenato. Bisogna fermare la mano di chi li paga! Come si legge nell’articolo originale di Javier Jose Esparaza per La Gaceta, questa stessa settimana, il capo di Stato maggiore dell’Esercito nordamericano, il generale Mark Milley, ha preso la parola nel vertice della “Difense One”, a Washington, per segnalare la Russia come “la principale minaccia per gli Stati Uniti. Le azioni della Russia – dice il generale – sono aggressive e contrarie agli Stati Uniti. Essendo questo l’unico Paese del mondo – argomenta Milley – con capacità nucleare sufficiente per distruggere il Nord America, la Russia rappresenta una minaccia esistenziale”. Agli occhi di Washington naturalmente. Cosa sta accadendo? Essenzialmente che la mappa del potere mondiale è cambiata in forma sensibile in soltanto tre anni. Fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti d’America avevano creato un percorso spedito per realizzare il loro progetto di un grande spazio trasparente su scala mondiale, alimentato dalle relazioni commerciali e finanziarie globali e con epicentro, naturalmente, a Washington. La Nato rimaneva ed ancora rimane sotto questa orbita. Il Consiglio Russia-Nato, voluto da Silvio Berlusconi e Vladimir Putin fin dal 2002, sembra non funzionare come dovrebbe. L’Italia dal 2011 è un “regime” a tutti gli effetti incostituzionali. Tuttavia a questo punto è avvenuto che la Cina e la Russia hanno fatto le loro mosse, si sono costruite i loro progetti ed in nessun modo sono disponibili ad accettare l’egemonia mondiale nordamericana. Questo era prevedibile? In realtà, sì. Quello che non risultava tanto prevedibile era che gli europei scoprissero immediatamente che, in questa specie di nuova “guerra fredda”, quelli che sono perdenti siamo noi europei e noi italiani. E che forse, alla meglio, conviene non assecondare del tutto la politica del blocco totale (sanzioni) che Washington insiste a voler mantenere nei confronti della Russia. L’ungherese Viktor Orban dichiara che la Russia sta facendo in Siria quello che avrebbe dovuto fare l’Europa. L’Italia è del tutto impotente. Sarkozy – lo stesso che era tornato a collocare la Francia nella Nato – viaggia a Mosca ed elogia il ruolo di Putin nell’ordine internazionale. Simultaneamente, la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente francese, François Hollande, viaggiano a Pechino e manifestano il loro desiderio di stringere legami con la Cina. L’Ungheria, la Francia e la Germania formano parte dell’Alleanza Atlantica (Nato). Gli ultimi Paesi hanno appoggiato inoltre le operazioni di cambiamento di potere in Ucraina, istigate da Washington e Roma. Tuttavia le esigenze nordamericane stanno andando troppo lontano. La guerra di Siria ha aperto molti occhi. A livello di base, è un fatto obiettivo che chi sta difendendo i “martirizzati” cristiani siriani ed iracheni e chi sta attaccando la tirannia rabbiosamente antidemocratica del sedicente “Stato islamico” è Mosca, la Terza Roma. Al contrario, i Paesi della Nato ed i loro alleati hanno appoggiato la creazione di milizie islamiste nel Medio Oriente e questo è anche un fatto obiettivo che la Storia registra. Ossia che gli occidentali hanno armato in Siria gli stessi che qui in Europa incarceriamo tra un’espulsione e l’altra. È strampalato ma questa è la situazione reale. Intendiamoci: Mosca non ci salverà dalla fine del mondo. Mosca non sta difendendo solo la “Cristianità”. Tanto meno solo la “Democrazia”. Mosca sta difendendo i suoi interessi geopolitici che sono anche i nostri, dell’Italia e dell’Europa. Cioè gli autentici Valori degli Stati Uniti di Europa. La chiave di volta sta nel fatto che questi interessi Russi, che Washington vede come “nemici”, non sono necessariamente avversi ai nostri interessi euro-russi, agli occhi degli europei del futuro. Spesso sentiamo dire dagli analisti faziosi del “Putinismo” che Putin stia cercando di ricostruire lo spazio geopolitico post-sovietico sotto altra specie. No. In realtà si sta cercando di ricostruire il tradizionale spazio geopolitico russo in Europa e in Asia, che è lo stesso dai tempi di Pietro il Grande. I regimi cambiano e passano, ma la geografia è sempre la stessa e, quindi, gli interessi geopolitici di una nazione sono sempre identici. Potenze marittime versus potenze continentali, come insegna la grande Storia. L’Italia dei cervelli da che parte sta? Nel caso russo, si tratta di dover avere il controllo un enorme spazio continentale euro-asiatico, ma molto difficile e climaticamente ostile da vivere, cosa che richiede la necessità di cercare costantemente degli sbocchi verso Sud, verso i mari caldi. È questa una costante storica della Russia e nient’altro. E non ci sono forse differenze tra il Cremlino di oggi e il Cremlino del 1960? Sì, certo che ci sono. La Russia di oggi, a differenza della vecchia Unione Sovietica comunista, non ha un progetto di dominio del mondo che negli Usa rimane intatto. Lo si vede anche nella ideologica corsa “a stelle e strisce” verso Marte (il ridicolo film “The Martian” di Ridley Scott docet). Questo perché la Russia oggi neppure avrebbe gli strumenti per una cosa del genere, possibile agli statunitensi con l’attuale obsoleta Nato piena zeppa di nazionalismi. Qualcosa da tenere a mente quando si parla di “minaccia russa”! Di cosa dispone la Russia per essere una superpotenza? Lo Spazio. Sulla Terra e nei Cieli. Perché la Russia ha tutto ciò – non è cosa da poco – ma, soprattutto, ha un altro elemento fondamentale per l’insieme: Territorio più Spazio. Oggi come ai tempi degli Zar. E poiché governa Putin, questi ha anche la lucida e chiara determinazione di prendere piede in quello Spazio per riaffermare la sovranità russa (l’ordine “continentale” versus il caos “marittimo”) sulla scacchiera mondiale. Quando si dice che Putin è “l’unico statista che rimane in Europa” si vuole dire precisamente che, mentre tutti gli altri capi di stato e di governo in Europa vedono se stessi come “temporary manager” di un’azienda cui origine e destino non dipende da loro, Putin si vede come protagonista della sovranità del suo grande Paese che ama. Nessun “leader” italiano oserebbe manifestare apertamente altrettanta onestà intellettuale. La Russia come proietta questa affermazione della sua sovranità? Prima di tutto, in termini classici di un stato-nazione, per la maggior ragione che si tratta di uno Stato continentale. Vale a dire che Mosca non concepisce il mondo come uno scenario chiamato a formare un unico spazio commerciale ed istituzionale secondo i criteri della “governance mondiale” – questa è l’opinione predominante nell’ex Occidente – ma rimane nella visualizzazione classica della politica internazionale interpretata da agenti (partner) che possono essere ora amici, ora nemici, ma sempre ognuno con il proprio obiettivo singolo. Attualmente gli agenti sono non soltanto nazionali, ma transnazionali, e le regole del gioco, agli occhi di Mosca, sono sempre le stesse. Dove Washington e Bruxelles vedono un mondo unipolare con il loro obsoleto strumento militare della Nato oggi anche “aggressivo” e “sovietico”, Mosca lo vede multipolare. Alla Festa nazionale russa del 9 Maggio 2015 (la Parata della Vittoria per il 70.mo anniversario della sconfitta del Nazismo nella Grande Guerra Patriottica) si è molto criticata l’assenza dei “leader” occidentali alle celebrazioni ufficiali al Cremlino sulla Piazza Rossa. “Putin è isolato”, annunciarono stranamente i nostri media di regime tra i vari balbettii senza senso. Ma coloro che erano al lato di Putin nella tribuna d’onore del Cremlino, erano i Cinesi e gli Indiani: 2 miliardi e 500 milioni di persone che vanno per la maggiore sulla Terra anche nella ricerca scientifica e tecnologica. Curiosa forma di “isolamento”! E l’Europa? Cosa fa l’Europa senza Costituzione? Non si sa nulla. Cosa che ci mette tutti in una situazione francamente fastidiosa e pericolosa, perché l’Europa, che lo si voglia o no, è costretta a trattare con la Russia, per quanto questo pesi agli Americani ed agli eurocrati di Bruxelles e della Nato. In primo luogo, per l’inevitabile contiguità geografica: basta guardare la cartina per capire che l’Europa è solo l’appendice della predominante massa continentale russo-asiatica. Siamo dove siamo e non avremo mai di mezzo un mare che ci separi da Mosca che è oggi una federazione di 100 diverse Nazioni. Inoltre, per evidente vicinanza culturale, spirituale e scientifica: sono o non sono europei Dostoevskij, Tolstoj, Rachmaninov, Tchaikovsky e Konstantin Ėduardovič Ciolkovskij? E, in un modo molto particolare, per complementarità economica. Di cosa dispone la Russia che noi italiani non abbiamo? Materie prime per costruire autentiche astronavi interstellari. Di che cosa disponiamo noi che non ha la Russia? Altissima capacità tecnologica, cervelli e industria di trasformazione di alta qualità per arredare queste astronavi. La complementarità è evidente. Sia in Europa sia in Russia lo si sapeva perfettamente già da 15 anni. Anche a Washington lo sapevano e proprio per questo è successo quello che è successo nel mondo. La Russia, allora, è il nostro nemico? Visto il caso dai militari di Washington, sì, con le dovute sagge eccezioni, come quella del già Segretario di Stato Henry Kissinger (www.rt.com/usa/322358-kissinger-russia-west-isis) che ha “benedetto” l’azione di Putin contro il terrore islamista, condannando gli slogan dei “leader” europei e invitando la Casa Bianca a un’azione comune Usa-Russia contro Daesh. Per Washington, tuttavia, la Russia e la Cina rappresentano sempre un bel problema tattico-strategico, una minaccia alla propria egemonia planetaria. Ricordate l’Impero nipponico nel Pacifico prima del 7 Dicembre 1941? Non fu, forse, un bel problema anche allora? Gli europei devono abituarsi a guardare con occhi europei. Tutto poggia su ciò che intendiamo per “nostro”. È il momento che questo “nostro”, come il Mar Mediterraneo, ritorni a corrispondere ad un “noi” costituzionale e politico. Noi, gli Europei degli Stati Uniti di Europa con la Santa Russia. Solo allora non ci spaventeranno più gli aerei della Russia (come nel film “Top Gun”!) che in Siria stanno sferrando un massiccio attacco contro i terroristi del sedicente “Stato islamico”. Solo allora non ci terrorizzerà più il numero dei raid russi praticamente raddoppiato in pochissime ore, come informa il ministro della Difesa, Sergey Shoygu, nel corso di un suo incontro con Vladimir Putin. Secondo Shoygu, la Russia sta bombardando intensamente gli obiettivi Isil in Siria e con successo. “Il numero dei raid è stato raddoppiato, il che ci permette di colpire i combattenti Isis pesantemente e con precisione su tutto il territorio della Siria”, annuncia il ministro della Difesa. La Russia è l’unico Paese impegnato in una vera e propria lotta contro il terrorismo rappresentato dallo “Stato islamico” del sedicente auto-proclamatosi “Califfo” Al-Baghdadi di nero vestito come Darth Sidious in Star Wars. L’Europa non deve criticare nè attaccare la Russia, ma prenderla a modello siglando Trattati di Alleanza. L’Unione Europea, la stessa obsoleta Nato altrove sconfitta, dovrebbe riconoscere che in questo momento la Russia è l’unico Paese che lotta contro il terrorismo e dovrebbero concretamente e incondizionatamente unirsi agli sforzi di Mosca, quanto meno per contenere il male. Rinnegando tutti quei folli documenti e comunicati stampa lanciati tra il 2014 e il 2015 contro la Russia e smettendola di ammassare carri armati, artiglieria e missili sui confini baltici e ucraini. La realtà è che Mosca non solo fa la guerra al terrorismo islamico. In Europa non ci dovrebbe più essere alcun dubbio: serve stare con la Russia senza se e senza ma, per stessa ammissione di Henry Kissinger. L’opinione pubblica europea viene divisa e confusa dalla propaganda massonica anti-russa, da slogan e informazioni prive di fondamento logico e tattico-strategico, da commentatori e analisti di media occidentali che sostengono che l’operazione militare russa in Siria punti esclusivamente a salvare il Presidente Assad. La Siria è un alleato storico di Mosca in Medio Oriente fin dai tempi dell’Urss e quando la guerra civile in Siria è degenerata nel 2011 in un conflitto internazionale, con l’ingerenza diretta illegale di Usa, Turchia e Arabia Saudita, è del tutto normale che la Russia si sia schierata con il suo alleato storico che guida il governo legittimo della Siria, sulla base del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. L’annientamento da parte di Putin di Isis, Isil, Is, Daesh e associati, è allora diventata una delle priorità della sicurezza nazionale russo-europea, perché il terrorismo degli tagliagole e tagliateste Daesh è una bomba ad orologeria che rischia di esplodere in Asia centrale e in Russia, quindi in Europa e in Italia, checchè vadano rassicurando gli amici nostrani del “Califfo” nero. Secondo i dati dei servizi segreti, con i jihadisti in Siria stanno combattendo migliaia di mercenari provenienti dal Caucaso: ceceni, georgiani, uzbeki, turkmeni, kazaki, particolarmente feroci, versatili e addestrati alle tecniche di guerriglia ma anche nelle operazioni in campo aperto proprie di un esercito regolare. Dunque, è folle sostenere che la Russia in Siria cerchi solo altri interessi, fatta eccezione la lotta contro l’Isis. L’Europa, quel che ne rimane di sano, dovrebbe prendere a modello la Russia nella lotta contro il sedicente “Stato islamico”, isolando il “Califfo” piuttosto che mantenere un atteggiamento timido, ossequiente, infantile, deferente, sottomesso (come certo “Islam” sunnita invoca!) e schizofrenico di fronte al fondamentalismo islamico che avanza. In Siria gli Usa e la coalizione da essi guidata intendono indebolire Bashar Assad con le mani insaguinate del sedicente “Stato islamico”, ma al tempo stesso non vogliono che il potere finisca nelle mani degli estremisti, osserva Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri della Russia. “Il problema degli Usa e della coalizione che hanno creato – rivela Lavrov – consisteva nel fatto che, seppure avessero annunciato che la coalizione veniva creata unicamente per combattere l’Isis e altri terroristi, e non avrebbe intrapreso azioni armate contro l’esercito siriano (promessa che hanno mantenuto, come dimostrato dalla prassi), i loro raid contro le postazioni dei terroristi e l’analisi dei raid intrapresi sull’arco di un periodo superiore ad un anno, permettono di concludere che hanno attaccato in maniera selettiva, direi anche in modo da non danneggiare troppo gravemente, e nella maggioranza dei casi gli attacchi non hanno riguardato i reparti dell’Isis che erano in grado di opporre una serie resistenza all’esercito siriano. Evidentemente – dichiara il ministro Lavrov – è una situazione di “voglio ma non posso”: vogliono che Isis indebolisca quanto prima il regime di Assad, affinché in un modo o nell’altro sia costretto ad andarsene, ma non possono permettere che Isis diventi troppo forte, perché altrimenti potrebbe venire al potere”. Tutto questo mentre gli esperti hanno scoperto tracce di esplosivo sui rottami dell’aereo russo Airbus A321 e sui bagagli dei passeggeri uccisi in Egitto il 31 Ottobre 2015. Una terribile tragedia firmata Isis. L’Airbus della compagnia Kogalymavia (Metrojet) partito da Sharm el-Sheikh e diretto a San Pietroburgo, con 224 persone di cui 17 bambini a bordo, tutti rimasti uccisi nell’attentato, era precipitato nella penisola del Sinai. La maggior parte dei passeggeri erano turisti russi che stavano tornando dalle vacanze. In un primo momento le notizie erano molto confuse e contraddittorie, complice un’iniziale smentita dei controllori di volo turchi. Si sospettava che a causare la tragedia fosse stato un guasto tecnico. Ma alcuni giornalisti hanno fatto notare che l’aereo era caduto in un’area gia teatro di scontri tra l’esercito egiziano e i terroristi dell’Isis. Le autorità russe hanno subito aperto un’inchiesta, fornendo più informazioni e sostegno possibili ai parenti delle vittime che attendevano i loro cari all’aeroporto di Pulkovo. L’uccisione dei Russi a seguito dell’attacco terroristico che ha causato lo schianto dell’Airbus sulla penisola del Sinai, equivale ad un attacco diretto contro la Russia. Mosca è impegnata ad implementare tutte le misure per difendersi. “In merito le nostre azioni (trovare e punire i responsabili dell’attacco), come sottolineato dal presidente Vladimir Putin, si baseranno sull’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite – dichiara il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov – che garantisce ad uno Stato l’autodifesa individuale o collettiva in caso di un attacco contro di esso. L’attentato terroristico nella penisola del Sinai non era solo un’azione contro i cittadini russi, ma equivale ad un attacco contro l’intero Stato”. Lavrov osserva che “il diritto di auto-difesa sarà implementato con tutti i mezzi disponibili, sia politici sia militari, e tramite le forze speciali e i servizi segreti”. Il 1° Novembre 2015 è stato dichiarato giorno di lutto in Russia. Dopo aver ispezionato i rottami dell’Airbus A321, gli esperti sono giunti alla conclusione che l’aereo si sia distrutto in aria, dal momento che i frammenti sono sparsi su una superficie di 20 chilometri quadrati. “L’Airbus A321 si è rotto in aria”, dichiara ai giornalisti Viktor Sorochenko, il direttore esecutivo della Commissione Intergovernativa Aviaria, dopo l’analisi del luogo dello schianto. L’A321 era precipitato nel Sinai 23 minuti dopo il decollo. Bortnikov conferma che la bomba è esplosa durante il volo. “Durante il volo è esplosa una bomba con potenza equivalente fino a 1,5 kg di TNT. Di conseguenza l’aereo si è disintegrato in aria, il che spiega l’estensione dell’area sulla quale sono stati rinvenuti i frammenti della fusoliera”, spiega il direttore dell’FSB. Il Presidente Putin, da parte sua, ha dichiarato che si tratta di uno dei crimini più sanguinosi e ha promesso che “i responsabili dell’attentato nel Sinai, in qualunque parte del mondo possano nascondersi, saranno trovati e puniti”. Nel frattempo i leader del G20 hanno invitato tutti i Paesi a contribuire nella soluzione della crisi dei rifugiati e a fornire l’assistenza adeguata, come si legge nel Documento congiunto in nove punti approvato “contro il terrorismo”, frutto dei risultati del vertice turco: “incute profonda preoccupazione la portata della crisi dei rifugiati con le sue considerevoli implicazioni umanitarie, politiche, sociali ed economiche. Vi è la necessità di una risposta coordinata e globale alla crisi e alle sue conseguenze”, ma nessun accenno al martirio dei cristiani perseguitati e uccisi! Nella due giorni di Antalya, iniziata a meno di 48 ore dai tragici fatti di Parigi che ne hanno inevitabilmente influenzato programma e agenda (altra coincidenza, si parla di “razza” come se gli Alieni fossero già sulla Terra!) si dichiara: “1) I leader del G20 condannano nella maniera più ferma possibile gli odiosi attacchi di Parigi, un inaccettabile affronto nei confronti dell’Umanità; 2) Uniti nella lotta al terrorismo. L’emersione di fenomeni terroristici mina la pace e la sicurezza internazionale, ponendo a rischio i nostri sforzi di rafforzare l’economia del pianeta e raggiungere una crescita e uno sviluppo sostenibili; 3) Si condanna in maniera ferma ogni atto, metodo o pratica terroristica, che non può essere giustificata in alcun modo; 4) Si ribadisce che il terrorismo non può essere associato ad alcuna religione, razza, cultura o nazionalità; 5) La lotta al terrorismo è una priorità per tutti i Paesi; si ribadisce la volontà di collaborare per risolvere i problemi e prevenire e sopprimere qualsiasi atto di terrore attraverso una collaborazione internazionale e una solidarietà basata su tutti i livelli, nel completo rispetto della centralità del ruolo dell’Onu e in ossequio a quanto stabilito dai trattati Onu, dal diritto internazionale e dai diritti umani,  leggi umanitarie e diritto dei rifugiati e richiedenti asilo; 6) Si ribadisce la volontà di combattere il terrorismo privandolo dei canali di finanziamento, in particolare attraverso il blocco di beni e l’interscambio di informazioni tra Paesi. Il sequestro dei finanziamenti a questi destinati va perseguito implementando le misure necessarie all’attuazione del FATF (Finanzial Action Task Force); 7) Le azioni di antiterrorismo devono continuare a far parte di una più ampia azione diretta a ostacolare tutte quelle attività che del terrorismo sono la fonte: estremismi violenti, radicalizzazione e reclutamento di miliziani, lotta a movimenti terroristici, contrasto alla propaganda terroristica. Il tutto anche attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche e telematiche, in linea con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu 2178; 8) I Paesi del G20 esprimono preoccupazione rispetto il proliferare del fenomeno dei foreign fighter, che costituiscono una minaccia anche per i Paesi di provenienza degli stessi, oltrechè per i Paesi di transito e destinazione. Per questo, i Paesi del summit si stanno opponendo a questo fenomeno attraverso una cooperazione transnazionale, che prevede lo scambio di informazioni, la rilevazione e registrazione dei passaggi alle frontiere e una risposta appropriata in sede penale; 9) I continui e recenti attacchi terroristici occorsi in varie parti del globo hanno mostrato, ancora una volta, la necessità di aumentare il livello di cooperazione internazionale e di solidarietà tra tutti i Paesi decisi a opporsi alla minaccia terroristica”. Durante il vertice del G20 di Antalya, la Russia ha fornito esempi di come persone fisiche di 40 Paesi, compresi membri del G20, riescano a finanziare l’Isis, come dichiarato dal Presidente Vladimir Putin intervenendo nella fase finale del vertice internazionale. “Ho presentato esempi, relativi ai nostri dati, sul finanziamento da parte di persone fisiche a beneficio di Isis – rivela il Presidente russo Putin – come da noi stabilito, i fondi provengono da 40 Paesi, in particolare da alcuni membri del G20”. Secondo Putin, il tema della lotta contro il terrorismo è stato uno dei fondamentali al vertice del G20. Allo stesso tempo è stato affrontato il tema dell’implementazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che è stata approvata su iniziativa della Russia, per impedire il finanziamento del terrorismo, nonché l’eliminazione del contrabbando di oggetti artistici che i terroristi hanno rubato dai musei dei territori occupati. Sono gli “angeli investitori” i cui fondi “sono semi da cui germogliano i gruppi jihadisti” ed arrivano da “Arabia Saudita, Qatar ed Emirati”. Nell’interessante corrispondenza di Maurizio Molinari da Antalya (Turchia) per La Stampa, si racconta la mossa a sorpresa del Presidente russo Vladimir Putin che, al termine del summit, è stato molto esplicito. E giusto per avvalorare le sue parole, Putin ha fatto distribuire ai presenti un dossier americano preparato a Washington dalla Brookings Institution in cui si analizzano dati che raccontano chi sono coloro che, attraverso donazioni private, foraggiano i terroristi. “La forza dello Stato islamico è anche in una zona grigia di complicità finanziarie che include cittadini di molti Stati. Con un colpo di teatro – scrive Molinari – sono gli sherpa russi a consegnare alle altre delegazioni i “dati a nostra disposizione sul finanziamento dei terroristi”. Si tratta di informazioni che il Dipartimento del Tesoro di Washington raccoglie dal 2013 ed hanno portato, nella Primavera 2014, a pubblicare un Rapporto che chiama in causa “donazioni private” da parte di cittadini del Qatar e dell’Arabia Saudita trasferite a Isis “attraverso il sistema bancario del Kuwait”. Guarda caso, lo stato invaso dal “laico dittatore” iracheno Saddam Hussein nell’Estate 1990, scatenando così la Prima Guerra del Golfo. “Follow the money”, si insegna ancora oggi alla Cia, Nsa e Fbi, grazie anche al nostro grande magistrato Giovanni Falcone. E le piste sono chiare, evidenti e distinte. I governi degli Emirati, dell’Arabia Saudita e del Qatar, a parole, condannano i terroristi. Ma cosa fanno per bloccare gli “angeli investitori”? Molinari riporta le parole del Rapporto della “Brookings Institution” di Washington che “indica nei carenti controlli delle istituzioni finanziarie del Kuwait il vulnus che consente a tali fondi “privati” di arrivare a destinazione “nonostante i provvedimenti dei governi kuwaitiano, saudita e qatarino per bloccarli”. Fuad Hussein, capo di gabinetto di Massoud Barzani leader del Kurdistan iracheno, ritiene che “molti Stati arabi del Golfo in passato hanno finanziato gruppi sunniti in Siria ed Iraq che sono confluiti in Isis o in Al Nusra consentendogli di acquistare armi e pagare stipendi. Una delle ragioni per cui i Paesi del Golfo consentono tali donazioni private – aggiunge Mahmud Othman, ex deputato curdo a Baghdad – è per tenere questi terroristi lontani il più possibile da loro”. David Phillips, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato Usa, ora alla Columbia University di New York, assicura: “Sono molti i ricchi arabi che giocano sporco, i loro governi affermano di combattere Isis mentre loro lo finanziano”. L’ammiraglio James Stavridis, ex comandante supremo della Nato, li chiama “angeli investitori” i cui fondi “sono semi da cui germogliano i gruppi jihadisti” ed arrivano da “Arabia Saudita, Qatar ed Emirati”. L’Arabia Saudita appartiene al G20 ed “è dunque probabile che la mossa di Putin abbia voluto mettere in imbarazzo il re Salman protagonista di una dichiarazione pubblica dai toni accesi contro i “terroristi diabolici da sconfiggere”. Ma non è tutto perché fra i “singoli finanziatori di Isis” nelle liste del Cremlino – scrive Molinari – c’è anche un cospicuo numero di turchi: sono nomi che in parte coincidono con quelli che le forze speciali Usa hanno trovato nella casa-bunker di Abu Sayyaf, il capo delle finanze di Isis ucciso in un raid avvenuto lo scorso maggio. Abu Sayyaf gestiva la vendita illegale di greggio e gas estratti nei territori dello Stato islamico – con entrate stimate in 10 milioni al mese – e i trafficanti che la rendono possibile operano quasi sempre dal lato turco del confine siriano”. C’è poi la Turchia, membro della Nato. “Ankara assicura di aver rafforzato i controlli lungo la frontiera ma – ricorda Molinari – un alto ufficiale d’intelligence occidentale spiega che “la Turchia del Sud resta la maggior fonte di rifornimenti per Isis. Ci sono oramai troppe persone coinvolte nel business del sostegno agli estremisti in Turchia – conclude Jonathan Shanzer, ex analista di anti-terrorismo del Dipartimento del Tesoro Usa – e tornare completamente indietro è diventato assai difficile, esporrebbe Ankara a gravi rischi interni”. La mossa a sorpresa del Presidente Putin è stata, dunque, anche a Recep Tayyp Erdogan, anfitrione del Summit G20. La “satira” nera non paga. “Gli inventori del metodo più efficace per licenziare i propri dipendenti in modo tale da aumentare di molto le vendite e i guadagni”, proclama Charlie Hebdo, subito dopo la carneficina dell’Airbus A320 russo, illustrando il messaggio anti-russo con una volgarità senza precedenti ma di moda “gender”! Deridere le povere vittime russe non paga: nascondendosi dietro concetti come “satira” e “libertà di parola” l’avidità e l’ignoranza cercano di sfruttare al massimo questa ed altre tragedie per guadagnare più soldi e visibilità possibili, favorendo i Warlords. La sociologa Valeria Solesin, uccisa nel barbaro massacro del Bataclan, a Parigi, scrisse in un suo articolo che pubblichiamo per ricordare il suo impegno ed onorarne la memoria, che “in Europa, l’attività femminile è stata promossa fin dagli anni ’90 attraverso la Strategia Europea per l’occupazione (SEO). Obiettivo delle Istituzioni Comunitarie è favorire l’occupazione femminile in tutte le fasi del ciclo di vita, ed in particolare nei momenti considerati “rischiosi”, che coincidono con l’arrivo dei figli. Benché la partecipazione delle donne al mercato del lavoro sia fortemente aumentata nell’Unione Europea, importanti differenze tra paesi continuano a persistere. Gli Stati dell’Europa del Nord sono caratterizzati infatti da alti tassi di occupazione femminile e da una fecondità che si mantiene elevata. Al contrario, negli Stati dell’Europa del Sud, bassi tassi di attività professionale femminile, si coniugano a bassi livelli di fecondità (OCDE, 2011). Una tale opposizione – rivela Valeria Solesin – si riscontra ugualmente tra Francia e Italia. Nel 2011, il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra i 20 e i 64 anni è infatti del 65% in Francia, contro 50% in Italia. Sempre nel 2011, l’indicatore congiunturale di fecondità è di 2 figli per donna in Francia, mentre in Italia è di appena 1,4 (ISTAT, 2012). Eppure questi due paesi sono relativamente simili in termini demografici: entrambi con una popolazione di circa 60 milioni di abitanti (considerando la sola Francia Metropolitana), e con una speranza di vita alla nascita comparabile. Condividono inoltre aspetti culturali, quali la religione cattolica, e geografici, essendo uniti da 515 km di frontiera. Anche l’organizzazione del mercato del lavoro sembra rispondere a una logica simile: relativamente rigido in entrambi i paesi, tuttavia in Italia protegge maggiormente i lavoratori che appartengono alle categorie “tipiche” (come l’industria). Alla luce di tali informazioni sembra logico domandarsi – osserva Valeria Solesin – come mai due paesi vicini possano distinguersi così profondamente in termini di fecondità e di partecipazione femminile al mercato del lavoro. Una possibile spiegazione è che in Italia, più che in Francia, persista una visione tradizionale dei ruoli assegnati all’uomo e alla donna”. Il lavoro, per chi? “I dati dell’indagine European Value Study del 2008 descrivono dei forti contrasti nelle opinioni di francesi ed italiani riguardo la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Alla domanda “E’ probabile che un bambino in età prescolare soffra se sua madre lavora fuori casa”, il 76% degli italiani e delle italiane dichiara di essere “molto d’accordo” o “abbastanza d’accordo”. Si tratta di solo il 41% nel caso delle francesi e dei francesi. Anche alla domanda “Una madre che lavora fuori casa può stabilire un rapporto caldo e sicuro con i figli quanto una madre che non lavora”, gli italiani mostrano un atteggiamento più tradizionale dei vicini d’Oltralpe. Tra gli italiani e le italiane solo il 19% si dichiara “molto d’accordo” con l’affermazione, mentre tale percentuale raggiunge il 61% nel caso dei francesi e delle francesi. In Italia – rileva Valeria Solesin – esiste dunque un’opinione negativa rispetto al lavoro femminile in presenza di figli in età prescolare. In Francia, invece, il lavoro femminile è incoraggiato in tutte le fasi del ciclo di vita, anche in presenza di figli piccoli. Per tale ragione sembra ragionevole pensare che in Italia, più che in Francia, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro possa essere influenzata dall’età e dal numero di figli”. Chi sono le donne che lavorano in Francia ed in Italia? “Stando ai dati dell’Indagine Labour Force Survey del 2011, in entrambi i paesi, il tasso di occupazione delle donne senza figli è sistematicamente superiore di quello delle donne con figli. In Italia però – sottolinea Valeria Solesin – la situazione sembra più drammatica poiché, nella fascia di età compresa tra i 25 e i 49 anni, lavorano il 76% delle donne senza figli, contro 55% delle donne con figli. In Francia, invece, tali percentuali raggiungono l’81% nel primo caso e il 74% nel secondo. Inoltre, in Italia, il tasso di occupazione femminile risulta influenzato dalla grandezza della famiglia: esso decresce all’aumentare del numero di figli. In Francia, invece, l’occupazione femminile varia solo marginalmente in presenza di uno o due figli nel nucleo. Tuttavia, in entrambi i paesi, vivere in un nucleo famigliare composto da tre figli o più, mette in serio pericolo l’attività professionale delle donne. In Italia, infatti, nella fascia di età 25-49 anni, solo il 42% delle donne con tre figli sono attive occupate, tale percentuale aumenta a 60% in Francia. Benché in Italia esista un’opinione negativa rispetto al lavoro femminile in presenza di figli piccoli, il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare è inferiore di soli 6 punti percentuali rispetto a quello delle donne senza figlia di età inferiore ai sei anni (61% contro 55%). In Francia, invece, a fronte di un’opinione positiva sul lavoro femminile durante tutte le fasi del ciclo di vita, il tasso di occupazione diminuisce profondamente in presenza di figli piccoli (80% delle donne senza figli di meno di sei anni sono attive occupate, contro 66% delle madri con figli di meno di sei anni). In questo paese, infatti, esistono delle misure per la conciliazione famiglia-lavoro che permettono a donne (e uomini) di cessare – momentaneamente – la loro attività professionale. Per concludere – scrive Valeria Solesin – in un contesto europeo in cui si promuove l’occupazione femminile non si possono ignorare le conseguenze dell’arrivo dei figli sull’attività professionale delle donne. Se da un lato, infatti, l’Italia fatica a raggiungere l’obiettivo, sancito dal trattato di Lisbona, di un’occupazione femminile al 60%, si nota che anche in Francia, paese assai più performante, l’occupazione delle donne sia ancora sensibile all’età e al numero di figli presenti nel nucleo famigliare. È per questo motivo che appare auspicabile una maggiore condivisione delle responsabilità familiari e professionali tra le donne e gli uomini in entrambi i paesi” (Riferimenti bibliografici: ISTAT, 2012, Noi Italia, 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo, www.istat.it, OECD, 2011, Doing better for families. Paris: OECD Publishing). D’altra parte, sembra incredibile, ma in Italia c’è chi di giorno indossa i panni del fruttivendolo e la notte gioca a fare la guerra, come rivela un’inchiesta dei giornalisti di “Report”. Un filo rosso che parte da un paesino in provincia d’Imperia e arriva fino a dentro i palazzi di Agusta Westland-Finmeccanica. Nell’inchiesta realizzata da Sigfrido Ranucci, un trafficante d’armi svela alcuni dei meccanismi con i quali le armi arrivano nei paesi africani e in Medio Oriente. “Il trafficante racconta anche dell’addestramento fatto sotto copertura nello Yemen dai militari italiani, finalizzato a preparare guerriglieri arabi da utilizzare in funzione anti Isis. Finito l’addestramento, però, nel giro di poche ore i combattenti sarebbero passati nelle fila dei terroristi. Dall’inchiesta emerge soprattutto la storia di una struttura clandestina dedita all’arruolamento di contractor e all’addestramento di milizie. Una struttura formata da un ex camionista e rappresentante di aspirapolveri, coinvolto in passato in un traffico d’armi; un fruttivendolo sospettato di essere il punto di riferimento di Michele Zagaria, il più feroce dei capi del clan dei Casalesi; un colonnello dell’aeronautica in congedo; ex membri della legione straniera ed ex carabinieri. Tutti insieme, coordinati da un ex promoter della Mediolanum, avrebbero partecipato, con vari ruoli, a un progetto di addestramento di milizie su richiesta di un somalo che ha vissuto a lungo in Italia. Ufficialmente la finalità dell’addestramento sembra essere quella di formare milizie anti pirateria da utilizzare nei mari adiacenti il Corno d’Africa. Ma è così? E perché il somalo utilizza una struttura clandestina invece di quelle ufficiali per realizzare il suo progetto? Sullo sfondo emerge il sospetto e il rischio che queste milizie possano confluire nelle fila delle organizzazioni terroristiche. Dall’inchiesta emerge anche che l’ex promoter della Mediolanum cercherebbe di piazzare in paesi sotto embargo elicotteri prodotti da Finmeccanica-Agusta, su incarico del manager della società Italiana Elicotteri. Per vendere a paesi in conflitto o sotto embargo, si sarebbe fatto aiutare da politici insospettabili”. I rapporti tra UE, Italia e Federazione Russa hanno visto un crescendo di incomprensioni e diffidenze. L’Istituto di Studi Giuridici Internazionali del Cnr e l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, nello svolgere a Roma il convegno “La cooperazione Italia-Europa-Federazione Russa: il rilancio di un dialogo è necessario”, hanno proposto un’analisi aggiornata su alcune problematiche fondamentali: le relazioni dell’Italia con la Russia; il ruolo dell’Alleanza Atlantica; l’inquadramento geopolitico e le implicazioni delle crisi ucraina e siriana; la natura e la portata delle attuali difficoltà e tensioni nei rapporti tra UE e Russia; lo stato delle relazioni economiche e culturali. “Europa e Russia nel senso positivo sono condannati alla vicinanza”, sono le prime parole di apertura secondo il professore Palmisano, Direttore ISGI. L’Ambasciatore russo in Italia Sergei Razov ha dichiarato che “la Russia è pronta a collaborare con l’Unione Europea, ma solo su una base di parità”, invitando a “non disperdere il potenziale di cooperazione accumulato nei decenni precedenti”. Nel fare riferimento al rapporto con l’Italia, l’Ambasciatore russo ha spiegato come esso sia promosso dai dirigenti del suo Paese e come il Cremlino sia favorevole alla partecipazione italiana nella risoluzione della crisi siriana. Europa e Russia devono unire gli sforzi contro il terrore dei Warlords. Il terrorismo è una multinazionale unita. Dunque anche noi, Europa e Russia, dobbiamo esserlo come nuova piattaforma geopolitica di sicurezza, sviluppo e stabilità planetaria. Non è possibile combattere il terrorismo senza la Russia. È importante scusarsi per recuperare il rapporto di amicizia con Mosca e di collaborazione sulle grandi emergenze della Terra. Non soltanto in Siria, l’Europa e la Russia possono lavorare assieme contro il terrorismo. L’Italia e l’Europa avrebbero dovuto difendere la legittima Ucraina, anche attraverso un dialogo costante con Mosca, prima delle mattanze di civili inermi. La Nato chieda scusa! Nonostante le incomprensioni sperimentate sinora, la prossimità geografica e i legami storici e culturali obbligano Europa e Russia a siglare un vero Trattato sulle questioni più difficili e a riprendere una cooperazione ad ampio spettro anche nel settore scientifico: in tale contesto l’Italia, Paese pienamente europeo e occidentale proprio in virtù dei forti storici legami con la Russia, è interessata a approfondire il dibattito scientifico e politico sulle questioni aperte. Non ultima, la piena liberalizzazione dell’impresa e dell’industria spaziale privata commerciale, per la conquista dello spazio interstellare. La data del ‎4 Novembre‬ accomuna ‪‎Italia‬ e ‎Russia‬. Per 200 anni la ‪‎Massoneria‬ ha diviso la vecchia ‪‎Europa‬ dalla Russia. Con due invasioni militari, le ideologie nazifasciste e comuniste, due guerre mondiali, la guerra fredda. Ora basta, in nome di Dio. In Russia il 4 Novembre è Festa Nazionale civile, non nella Italia del regime dove tsunami di retorica ci sommergono. Ecco perchè Vladimir Putin è stato riconosciuto dalla rivista Forbes come “uomo più potente al mondo” per la terza volta consecutiva, in attesa della copertina dell’anno su Time. Il Presidente russo domina incontrastato la classifica stilata dalla autorevole rivista statunitense, precedendo Angela Merkel, seconda, e Barack Hussein Obama, mestamente al terzo posto. L’ex Occidente non può che prendere atto della forza e dei successi di Putin, con buona pace dei suoi colleghi. La Russia rimane aperta alla cooperazione sincera. Negli anni la letteratura psichiatrica ha accolto molte teorie sulla genesi del terrorismo suicida che ha lasciato l’ultimo orribile marchio su Parigi il 13 Novembre 2015. Quanto contano gli individui e la loro psicologia, le loro motivazioni? Quanto gli stati e i gruppi che li sostengono? Un importante contributo alla genesi sociale del terrorismo suicida è stato portato da Scott Atran, antropologo che lavora alla University del Michigan di Ann Arbor e al Centre National de la Recherche Scientifique a Parigi. Atran ha condotto negli ultimi anni molte interviste a terroristi e membri della comunità a cui appartenevano, come i fratelli Kouachi responsabili della strage nella sede di Charlie Hebdo. Il nuovo massacro parigino offre nuovi spunti allo studioso. La fuga verso soluzioni terroristiche ha in parte origini sociali. Diversamente da quanto avviene negli Usa, dove gli immigrati raggiungono uno status socioeconomico medio nel corso di una generazione, in Europa il processo è più lento e può richiedere tre generazioni. Quanto al livello educativo, c’è un’alta probabilità che gli immigrati restino a lungo con livelli molto bassi. La Francia ha il 7,5% di immigrati musulmani, che secondo Atran costruiscono il 60-75% della popolazione carceraria. Una situazione simile alle persone di colore negli Stati Uniti d’America. Su questo l’ideologia gioca un richiamo molto forte, come spiega Atran su Nature (www.nature.com/news/looking

for-the-roots-of-terrorism-1.16732). Un recente sondaggio in Francia mostra (ICM) come il 27% dei giovani francesi, non solo di fede musulmana, ha un atteggiamento favorevole verso uno stato islamico. La Jihad dice sostanzialmente a questi giovani: “Vedete, voi siete degli outsider, nessuno si occupa di voi. Insieme possiamo cambiare il mondo”. La chiave di accesso più convincente alla mente dei giovani terroristi sembra essere il potere di condizionamento pressoché totale che questo messaggio e le organizzazioni che lo sostengono riescono ad avere su di loro. Anche grazie ai videogiochi che l’Intelligence è chiamata ad attenzionare. Il meccanismo psicologico è lo stesso che tempo addietro ha funzionato con i veri Kamikaze giapponesi: creare comunità chiuse con una forte impronta mistico-militare, dove tutti si sentano “camerati” affratellati nella realizzazione di un progetto segreto e considerato di vitale importanza per la Patria. Il sacrificio di ciascuno, in questa logica, porta alla salvezza degli altri “fratelli” quando non dell’intera comunità. Le interviste condotte sia alle reclute del gruppo pachistano alleato di Al-Qaida, Harkat al-Ansar, sia a quelle di Jemaah Islamiyah (Singapore) confermano questo senso di appartenenza al gruppo, quasi una nuova famiglia, forgiato sulla ricerca ossessiva della segretezza e sulle letture del Corano che non si presta all’interpretazione del testo. Altra parola chiave è la “obbedienza all’autorità”. Quanto questa sia una molla capace di far compiere le peggiori nefandezze lo dimostrano bene gli esperimenti dello psicologo americano Stanley Milgram, richiamati nella ricerca di Atran. Non tutte le menti dei “kamikaze” sono uguali. In una discussione a più voci condotta su un sito internet appositamente dedicato alla “genesi e futuro del terrorismo suicida”, il filosofo cognitivista del CNRS, Dan Sperber, cerca di arrivare a una comprensione più fine dei meccanismi cognitivi che possono spingere a una scelta così anti-utilitaristica come il suicidio a fini politici. “Dal punto di vista dei leader delle organizzazioni terroristiche – scrive Sperber – utilizzare terroristi suicidi è una scelta razionale”, soprattutto perché “con risorse limitate si riesce a ottenere il massimo di effetto” (nel caso del conflitto israelo-palestinese, il rallentamento di un processo di pace e di nuovi insediamenti del nemico) “con il minimo di spesa” (la vita di una persona di un paese povero). Economicamente, si va a colpire il nemico nel capitale umano più prezioso: la popolazione civile di un paese ricco e industrializzato. Dal punto di vista dell’agente, la scelta viene resa possibile dalla sua gradualità. La domanda che ci si dovrebbe porre, argomenta Sperber, non è “Perché questi giovani compiono un’azione suicida”, bensì “Perché si rendono disponibili a commettere un’operazione suicida?”, e ancora “Perché, essendosi resi disponibili, vanno avanti piuttosto che cambiare idea?”. Alla prima domanda si può rispondere che offrirsi come volontari per fare qualcosa è più facile che fare qualcosa, non impegna ancora. In cambio però dà subito dei vantaggi, come il rispetto da parte della comunità, un’aura di eroismo che si confà al futuro presunto “martire”. Una volta che si è fatto questo passo, è più facile procedere verso gli “step” successivi che tornare indietro. “A ogni snodo decisionale successivo – osserva Sperber – la scelta è razionale, date le credenze e le preferenze dell’individuo. Il punto debole è la mancanza di lungimiranza al momento di offrirsi volontari”. Tornare indietro dopo una scelta del genere comporterebbe disonore, disprezzo, delusione, rifiuto da parte degli amici e dei familiari che attendono il loro “martire”! Fino a un attimo prima del suicidio, l’utilità sociale che si trae dalla scelta è molto alta, per poi apparentemente annullarsi nell’atto autodistruttivo del “martirio”. Tuttavia, rivela Scott Atran, continuare a pensare ai “martiri” come agenti razionali che decidono in base a convincimenti personali secondo un’ottica di responsabilità e utilità, è il tipico errore di attribuzione compiuto da una visione del mondo individualistica. In realtà, in molte società (oggi anche in sacche urbane del nostro continente) l’etica delle scelte ha una colorazione decisamente più comunitaristica che individualistica. “Istituzioni come l’Isis riescono a sfruttare il potenziale di sofferenza, oltraggio e umiliazione presenti nella società per costruire vere e proprie bombe umane – spiega Atran – come consumati pubblicitari, i leader carismatici di questi gruppi che sponsorizzano il “martirio” come arma politica, riescono a utilizzare i normali desideri per la famiglia e la religione al fine di creare delle microcomunità coese al loro interno e pronte a esplodere in attentati verso l’esterno. È lo stesso tipo di manipolazione degli individui compiuto dall’industria della pornografia che volge il desiderio universale e innato di avere partner sessuali in dipendenza da immagini oscene su carta o su video”, capaci quindi di trasformare la “chimica” delle persone! Se la chiave del successo del terrorismo suicida è da ricercare nella manipolazione delle coscienze condotta da queste organizzazioni, è lì secondo Atran che si dovrebbe agire per prevenire nuovi proseliti. “Prima di tutto – rivela Atran – bisogna condurre studi sistematici su questi gruppi e sulle loro regole di reclutamento”. È importante anche imparare a cogliere nei piccoli gruppi e nelle comunità presenti nelle nostre città e periferie i segni di una radicalizzazione di matrice terroristica sondando ogni forma di aggregazione. Soprattutto nei social network e nei videogiochi on line. “Se vuoi scoprire chi sarà il prossimo a voler andare a combattere e magari a morire come un “martire” – spiega Atran – e magari a intercettare una nuova cellula terroristica, studia come si veste e cosa mangia: le cospirazioni non nascono in moschea. Magari hanno luogo nei fast food, sui campi da calcio o ai picnic familiari”. Dall’analisi degli ultimi documenti strategici statunitensi, Atran arriva alla conclusione che, nonostante l’aumento nel decennio passato del 133% delle risorse spese per combattere il terrorismo internazionale (11,4 miliardi di dollari) troppo poco viene riservato a programmi di studio e di prevenzione del proselitismo terrorista, nonostante le aperture del Presidente Obama. È come se si desse per scontata la irrevocabilità della scelta del “martirio” islamista, motivata da un “odio inestinguibile per le libertà, la democrazia e il nostro modo di vivere”. In realtà, secondo un sondaggio ormai storico del Pew Research Centre sugli atteggiamenti globali in merito alle politiche e ai valori sociali in 21 Paesi diversi, si conferma che le popolazioni che sostengono posizioni radicali vedono in realtà con favore il sistema di vita, le libertà civili e il sistema economico statunitense, come la “Primavera araba”, almeno all’inizio, ha dimostrato. La stessa indagine condotta sui Palestinesi conclude che l’80% della popolazione mette addirittura al primo posto il sistema politico israeliano e al secondo quello americano. Risultati paradossali che sembrano contraddire la lettura del terrorismo musulmano in termini di “scontro delle civiltà”. Anche se ora, a poche ore dalle stragi russa e parigina, è molto difficile non pensare in questi termini. La “banalità del male” e l’obbedienza all’autorità sono due facce della stessa medaglia. Stanley Milgram condusse i suoi esperimenti di Psicologia Applicata nel Connecticut subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e li descrisse nel libro “Obedience to Authority”, in cui si dimostra come sia relativamente facile indurre membri normali della popolazione a comportamenti moralmente inaccettabili basandosi sul principio di autorità. Per certi versi questi esperimenti confermano la tesi sostenuta dalla filosofa ebrea Annah Harendt sulla “banalità del male”, categoria usata per spiegare come persone normali e mediocri come Rudolph Eichman abbiano potuto contribuire attivamente e addirittura pianificare l’Olocausto. Ai volontari americani per una di queste indagini fu detto che stavano collaborando a uno studio sugli effetti dell’apprendimento. Quando l’allievo sbagliava, i partecipanti (gentili massaie e impiegati americani scelti a caso per strada) dovevano premere un pulsante che, a quanto era stato loro detto, infliggeva una scossa elettrica punitiva. In realtà i presunti “allievi” altro non erano che attori che recitavano una parte seduti su finte “sedie elettriche”. I pulsanti disponibili erano numerati da 1 a 30 e ai partecipanti veniva fatto credere che le scosse aumentassero d’intensità man mano che il numero cresceva: da 15 a 450 Volt. All’aumentare del voltaggio, crescevano anche le urla di dolore degli “allievi”, ma ai partecipanti che esitavano veniva ingiunto di continuare. Dei 40 iniziali, una trentina andò avanti fino alla scossa di 450 Volt, nonostante le finte “urla” strazianti. Fu la dimostrazione, ripetuta in varie località d’America, che l’adesione a qualsiasi autorità può cancellare il giudizio critico di persone normali inducendole ad azioni criminali. Certo che il sacrificio di sé per togliere la vita a innocenti, spacciato per “martirio”, sembra sfidare ogni logica. Invece è solo questione di tempo e di psicologia. Il segreto sta nel far credere all’aspirante “martire” che la sua morte “salverà altre persone”, quelle a lui più vicine, e che per ottenere questa salvezza è necessario ucciderne altre, a lui più lontane. Ecco come si costruisce un “uomo-bomba” e una “donna-bomba” obbedienti e cariche di odio. Non si improvvisa. E non si sceglie a caso. Le preferenze cadono sui maschi e femmine giovani e non sposati. Ma soprattutto, il processo di selezione dura a lungo per assicurare proseliti fedeli. Il tempo di reclutamento minimo dura 18 mesi. Quasi tutte le organizzazioni terroristiche, infatti, gestiscono “scuole coraniche” (le madrasse) così come molti altri aspetti della vita delle loro comunità, dal lavoro alle funzioni religiose alla previdenza e all’assistenza sanitaria. La carriera di una “bomba umana” si dipana così dalle prime classi all’ombra di una guida spirituale, attenta a cogliere gli elementi più promettenti. Solo alcuni, però, vengono selezionati come aspiranti “martiri”. Fino al grande giorno della “chiamata” alla quale non ci si può sottrarre. Un attentato suicida è per definizione imprevedibile. Non c’è radar e attacco preventivo che possano intercettare una bomba (oggi “chimica”, domani “nucleare”!) fatta di carne e ossa. In Israele si è provato con cani addestrati a fiutare l’esplosivo, ma basta un deodorante o uno spray repellente per metterli fuori gioco. Chi controllare? Tutte le facce brutte che incrociamo per la via? L’unica possibilità è infiltrare i gruppi terroristi con spie, agenti segreti sotto copertura, ma il carattere di estrema segretezza di queste organizzazioni rende queste inchieste molto ardue e pericolose. Per ora anche la rudimentalità degli ordigni gioca a favore dei terroristi. L’elettronica è quasi del tutto assente. A parte il plastico e l’innesco, tutti gli altri pezzi della bomba sono in libero commercio: una borsa di tessuto elasticizzato dove mettere l’esplosivo, le biglie di acciaio e chiodi per rendere la detonazione più devastante, il filo elettrico, la batteria e l’interruttore. Rispetto alle bombe di qualche anno fa, quelle attuali sono più piccole, circa 20 centimetri per lato, e più facilmente celabili sotto gli abiti: alcuni le vestono sopra l’ombelico, altri, per non rischiare di essere individuati a un’eventuale perquisizione, le portano alte intorno al petto. Il vantaggio delle donne “kamikaze” è che in Medioriente e in molti Paesi asiatici vengono perquisite di meno. Inoltre, in caso di “sporgenza” dell’ordigno possono simulare una gravidanza. L’hardware per una missione suicida costa intorno ai 150 dollari. Un’inezia. Più costosa è la preparazione, se si pensa alla rete di collaboratori, appoggi, ricognitori che servono per mettere a punto un attentato. Non è raro che vengano costruiti anche modelli in scala dell’obiettivo e che, dopo numerose ricognizioni sul posto, venga eseguita una prova generale. Prima di partire per la missione, il “martire” spesso suggella il suo “contratto” con il gruppo attraverso un video-testamento, in seguito recapitato ai parenti. Tra i costi da sostenere vi è poi la quota da versare alla famiglia del “martire”, circa 10mila dollari in alcuni Paesi che preparano i terroristi.  Allora, cortesemente ricordiamo ai musulmani della Terra che siamo in attesa di tutte le loro dichiarazioni ufficiali di pace e fratellanza. Il vero autentico “martirio” è donare la propria vita per Amore di Gesù Cristo e del prossimo. Non toglierla agli altri. “Ama il tuo prossimo come te stesso”, insegna Gesù. I nostri nuovi santi martiri cristiani che muoiono in Cristo, sono eternamente beati dopo aver perdonato i loro boia, versando il proprio sangue, non quello degli altri, rinnovando la propria promessa battesimale cristallizzata nel firmamento. Tutto è scritto, anche questa scena del mondo, perchè nulla sfugge all’Altissimo. La fede cristiana nella vita ci assicura che Gesù Cristo è il Gran Giudice che non ha bisogno nè di accusatori nè di testimoni nè di argomenti. Gesù spiega dinanzi ad ognuno tutto ciò che ha detto, fatto e pensato. Là non c’è modo di trovare aiuti, nessuno potrà strappare il reo alla pena da lui meritata: nè padre nè madre nè figlio nè figlia nè amici nè avvocati nè oro nè argento nè ricchezze nè aderenze potranno influire per nulla sulla Sentenza. Chi desidera vivere cristianamente non deve mai perdere d’occhio l’estremo Giudizio. Per prepararci al Giudizio di Dio, dobbiamo esaminare le vie e le opere nostre, affinchè il Grande Giudice non trovi più nulla da condannare in noi. Giudichiamoci da noi medesimi di tanto in tanto, con rigore unito a fiducia nella Misericordia di Dio, e scamperemo al severo Giudizio dell’ultimo giorno, alla fine dei tempi, al compimento delle nostre vite e del Regno di Dio. Quando Lo vedremo faccia a faccia, come insegna Papa Francesco. Questa è la nostra Speranza cristiana. Il Trionfo di Cristo Re dell’Universo. God Bless The Holy Russia!

© Nicola Facciolini

Una replica a “Russia 31/10 e Parigi 13/11, il difetto di intelligence e di logica rigorosa distruggerà l’Umanità”

  1. Guglielmo Rinaldini ha detto:

    Senti babbeo ma la fai finita? Eri del KGB quando io ero iscritto al Partito Comunista di Bologna e continui. Tutto quello che hai scritto su Putin è vero e ti dico anche che non accetterò mai, con tutti i milioni di euro che sta dando a Prodi, De Benedetti, Salvini, Berlusconi, Roberto Fiore di Forza Nuova e a te, non accetterò mai un criminale schizofrenico responsabile del massacro di Smolensk dove uccise tutta la classe dirigente polacca e non accetterò mai un criminale invasore di Ucraina (la Crimea era parte dell’ Ucraina anche se ci aveva messo le sue basi), Siria (sempre per le basi e l’accesso al Mediterraneo, dei suoi pupazzi palestinesi (ricordiamo che Sigonella mentre gli utili idioti pacifinti marciavano e i socialisti pagavano e proteggevano i terroristi che uccisero il paralitico ebreo), dei suoi macabri omicidi con plutonio di cui non Topolino parla ma un suo ex agente Mitrokhin. Vergognati è una vita che fai il pupazzo di un dittatore nazicomunista che farà la fine di Milosevic.

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