Summit storico tra i fratelli Papa Francesco e Sua Santità il Patriarca Kirill di Mosca e di tutte le Russie

“Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21). “Chiunque voglia sinceramente la verità è sempre spaventosamente forte” (Fëdor Michajlovic Dostoevskij). La lunga grande attesa dei Cattolici e degli Ortodossi, fin dall’Anno Domini 1054, si è gioiosamente consumata nello […]

“Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21). “Chiunque voglia sinceramente la verità è sempre spaventosamente forte” (Fëdor Michajlovic Dostoevskij). La lunga grande attesa dei Cattolici e degli Ortodossi, fin dall’Anno Domini 1054, si è gioiosamente consumata nello storico Summit di Cuba, Venerdì 12 Febbraio 2016, tra i fratelli Papa Francesco e Sua Santità il Patriarca Kirill di Mosca e di tutte le Russie. La vigilia della festa dei Santi Cirillo e Metodio, il 14 Febbraio, Compatroni degli Stati Uniti di Europa. Un evento di portata cosmica tra i primati della Chiesa Cattolica e della Chiesa Ortodossa Russa, che apre nuove speranze sulla via dell’ecumenismo per l’unità dei Cristiani e della Fede in Dio per il futuro dell’intero genere umano sulla Terra e altrove. Un Summit benedetto dal Cielo. Dalla Madonna Guadalupana. Evento non solo memorabile, ma senza precedenti storici e dal monito potente: mille anni di scisma superati in un solo balzo divino pasquale! La Dichiarazione congiunta pastorale, immediatamente efficace, firmata all’aeroporto di L’Avana da Papa Francesco e il Patriarca Kirill, invita subito tutti i Cristiani a unirsi per la Pace sulla Terra e nella lotta contro il Male. È il cuore della Preghiera di Gesù Cristo nel Cenacolo, ben spiegata dal papa emerito Benedetto XVI nella Udienza Generale di Mercoledì 11 Gennaio 2012. “Nel nostro cammino di riflessione sulla preghiera di Gesù, presentata nei Vangeli, vorrei meditare oggi sul momento, particolarmente solenne, della sua preghiera nell’Ultima Cena. Lo sfondo temporale ed emozionale del convito in cui Gesù si congeda dagli amici – insegna Benedetto XVI – è l’imminenza della sua morte che Egli sente ormai vicina. Da lungo tempo Gesù aveva iniziato a parlare della sua passione, cercando anche di coinvolgere sempre più i suoi discepoli in questa prospettiva. Il Vangelo secondo Marco racconta che fin dalla partenza del viaggio verso Gerusalemme, nei villaggi della lontana Cesarea di Filippo, Gesù aveva iniziato «a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere» (Mc 8,31). Inoltre, proprio nei giorni in cui si preparava a dare l’addio ai discepoli, la vita del popolo era segnata dall’avvicinarsi della Pasqua, ossia del memoriale della liberazione di Israele dall’Egitto. Questa liberazione, sperimentata nel passato e attesa di nuovo nel presente e per il futuro, tornava viva nelle celebrazioni familiari della Pasqua. L’Ultima Cena si inserisce in questo contesto, ma con una novità di fondo. Gesù guarda alla sua Passione, Morte e Risurrezione, essendone pienamente consapevole. Egli vuole vivere questa Cena con i suoi discepoli, con un carattere del tutto speciale e diverso dagli altri conviti; è la sua Cena, nella quale dona Qualcosa di totalmente nuovo: Se stesso. In questo modo, Gesù celebra la sua Pasqua, anticipa la sua Croce e la sua Risurrezione. Questa novità ci viene evidenziata dalla cronologia dell’Ultima Cena nel Vangelo di Giovanni, il quale non la descrive come la cena pasquale, proprio perché Gesù intende inaugurare qualcosa di nuovo, celebrare la sua Pasqua, legata certo agli eventi dell’Esodo. E per Giovanni Gesù morì sulla croce proprio nel momento in cui, nel tempio di Gerusalemme, venivano immolati gli agnelli pasquali. Qual è allora il nucleo di questa Cena? Sono i gesti dello spezzare il pane, del distribuirlo ai suoi e del condividere il calice del vino con le parole che li accompagnano e nel contesto di preghiera in cui si collocano: è l’istituzione dell’Eucaristia, è la grande preghiera di Gesù e della Chiesa. Ma guardiamo più da vicino questo momento. Anzitutto, le tradizioni neotestamentarie dell’istituzione dell’Eucaristia (1Cor 11,23-25; Lc 22, 14-20; Mc 14,22-25; Mt 26,26-29), indicando la preghiera che introduce i gesti e le parole di Gesù sul pane e sul vino, usano due verbi paralleli e complementari. Paolo e Luca parlano di eucaristia/ringraziamento: «prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro» (Lc 22,19). Marco e Matteo, invece, sottolineano l’aspetto di eulogia/benedizione: «prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» (Mc 14,22). Ambedue i termini greci eucaristeìn e eulogeìn rimandano alla berakha ebraica, cioè alla grande preghiera di ringraziamento e di benedizione della tradizione d’Israele che inaugurava i grandi conviti. Le due diverse parole greche indicano le due direzioni intrinseche e complementari di questa preghiera. La berakha, infatti, è anzitutto ringraziamento e lode che sale a Dio per il dono ricevuto: nell’Ultima Cena di Gesù, si tratta del pane – lavorato dal frumento che Dio fa germogliare e crescere dalla terra – e del vino prodotto dal frutto maturato sulle viti. Questa preghiera di lode e ringraziamento, che si innalza verso Dio, ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce. Il ringraziare, lodare Dio diventa così benedizione, e l’offerta donata a Dio ritorna all’uomo benedetta dall’Onnipotente. Le parole dell’istituzione dell’Eucaristia si collocano in questo contesto di preghiera; in esse la lode e la benedizione della berakha diventano benedizione e trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù. Prima delle parole dell’istituzione vengono i gesti: quello dello spezzare il pane e quello dell’offrire il vino. Chi spezza il pane e passa il calice è anzitutto il capofamiglia, che accoglie alla sua mensa i familiari, ma questi gesti sono anche quelli dell’ospitalità, dell’accoglienza alla comunione conviviale dello straniero, che non fa parte della casa. Questi stessi gesti, nella cena con la quale Gesù si congeda dai suoi, acquistano una profondità del tutto nuova: Egli dà un segno visibile dell’accoglienza alla mensa in cui Dio si dona. Gesù nel pane e nel vino offre e comunica Se stesso. Ma come può realizzarsi tutto questo? Come può Gesù dare, in quel momento, Se stesso? Gesù sa che la vita sta per essergli tolta attraverso il supplizio della croce, la pena capitale degli uomini non liberi, quella che Cicerone definiva la mors turpissima crucis. Con il dono del pane e del vino che offre nell’Ultima Cena, Gesù anticipa la sua morte e la sua risurrezione realizzando ciò che aveva detto nel discorso del Buon Pastore: «Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). Egli quindi offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo. Ancora una volta nella preghiera, iniziata secondo le forme rituali della tradizione biblica, Gesù mostra la sua identità e la determinazione a compiere fino in fondo la sua missione di amore totale, di offerta in obbedienza alla volontà del Padre. La profonda originalità del dono di Sé ai suoi, attraverso il memoriale eucaristico, è il culmine della preghiera che contrassegna la cena di addio con i suoi. Contemplando i gesti e le parole di Gesù in quella notte, vediamo chiaramente che il rapporto intimo e costante con il Padre è il luogo in cui Egli realizza il gesto di lasciare ai suoi, e a ciascuno di noi, il Sacramento dell’amore, il «Sacramentum caritatis». Per due volte nel cenacolo risuonano le parole: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24.25). Con il dono di Sé Egli celebra la sua Pasqua, diventando il vero Agnello che porta a compimento tutto il culto antico. Per questo san Paolo parlando ai cristiani di Corinto afferma: «Cristo, nostra Pasqua [il nostro Agnello pasquale!], è stato immolato! Celebriamo dunque la festa…con azzimi di sincerità e di verità» (1Cor 5,7-8). L’evangelista Luca ha conservato un ulteriore elemento prezioso degli eventi dell’Ultima Cena, che ci permette di vedere la profondità commovente della preghiera di Gesù per i suoi in quella notte, l’attenzione per ciascuno. Partendo dalla preghiera di ringraziamento e di benedizione, Gesù giunge al dono eucaristico, al dono di Se stesso, e, mentre dona la realtà sacramentale decisiva, si rivolge a Pietro. Sul finire della cena, gli dice: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32). La preghiera di Gesù, quando si avvicina la prova anche per i suoi discepoli, sorregge la loro debolezza, la loro fatica di comprendere che la via di Dio passa attraverso il Mistero pasquale di morte e risurrezione, anticipato nell’offerta del pane e del vino. L’Eucaristia è cibo dei pellegrini che diventa forza anche per chi è stanco, sfinito e disorientato. E la preghiera è particolarmente per Pietro, perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede. L’evangelista Luca ricorda che fu proprio lo sguardo di Gesù a cercare il volto di Pietro nel momento in cui questi aveva appena consumato il suo triplice rinnegamento, per dargli la forza di riprendere il cammino dietro a Lui: «In quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto» (Lc 22,60-61). Cari fratelli e sorelle, partecipando all’Eucaristia, viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo. Nell’Eucaristia la Chiesa risponde al comando di Gesù: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; 1Cor 11, 24-26); ripete la preghiera di ringraziamento e di benedizione e, con essa, le parole della transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue del Signore. Le nostre Eucaristie sono un essere attirati in quel momento di preghiera, un unirci sempre di nuovo alla preghiera di Gesù. Fin dall’inizio, la Chiesa ha compreso le parole di consacrazione come parte della preghiera fatta insieme a Gesù; come parte centrale della lode colma di gratitudine, attraverso la quale il frutto della terra e del lavoro dell’uomo ci viene nuovamente donato da Dio come corpo e sangue di Gesù, come auto-donazione di Dio stesso nell’amore accogliente del Figlio (libro “Gesù di Nazaret”, II, pag. 146). Partecipando all’Eucaristia, nutrendoci della Carne e del Sangue del Figlio di Dio, noi uniamo la nostra preghiera a quella dell’Agnello pasquale nella sua notte suprema, perché la nostra vita non vada perduta, nonostante la nostra debolezza e le nostre infedeltà, ma venga trasformata. Cari amici, chiediamo al Signore che, dopo esserci debitamente preparati, anche con il Sacramento della Penitenza, la nostra partecipazione alla sua Eucaristia, indispensabile per la vita cristiana, sia sempre il punto più alto di tutta la nostra preghiera. Domandiamo che, uniti profondamente nella sua stessa offerta al Padre, possiamo anche noi trasformare le nostre croci in sacrificio, libero e responsabile, di amore a Dio e ai fratelli. Grazie”. Fratelli non concorrenti, Kirill e Francesco. Due Vescovi. Da cuore a cuore. Per rispondere insieme alle sfide del mondo contemporaneo. Per porre fine alla persecuzione dei Cristiani e alle guerre in Ucraina, Siria, Libia, Afghanistan, Israele e Iraq. Per il dialogo interreligioso indispensabile. Per la libertà religiosa sempre più minacciata. Per la solidarietà con i poveri, i profughi e i migranti. Per il Sì alla Famiglia e alla vita. Per il No alla eutanasia e all’aborto. Per il No a proselitismo e uniatismo. Per la pace sulla Terra. Per il No ai warlords. Per il No all’isolamento della Santa Russia in Europa. Perchè un Summit religioso in America? Perchè è qui il futuro della Chiesa di Cristo!  “È stata una conversazione di fratelli”, osserva Papa Bergoglio commentando l’incontro a L’Avana con il Patriarca Kirill. Prima tappa del suo 12.mo viaggio apostolico internazionale in Messico. Francesco condivide i sentimenti per questo storico incontro iniziato con un abbraccio e culminato dopo circa due ore di colloquio, in una Dichiarazione congiunta. Il Vescovo di Roma ringrazia il Presidente Castro per l’accoglienza e la disponibilità. “Io mi sono sentito davanti a un fratello – dichiara Francesco – e anche lui mi ha detto lo stesso. Due Vescovi che parlano della situazione delle loro Chiese, e secondo, sulla situazione del mondo, delle guerre, dell’ortodossia, del prossimo Sinodo panortodosso. Io vi dico, davvero, io sentivo una gioia interiore che era proprio del Signore”.  Il Papa rimarca la libertà dell’incontro lodando la capacità dei due traduttori e spiegando che si è trattato di un colloquio a “sei occhi” perché presenti anche il metropolita Hilarion e  il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Francesco spiega che si è parlato di un programma di “possibili attività in comune” perché ha detto “l’unità si fa camminando”. Infatti Papa Bergoglio rileva: “una volta io ho detto che se l’unità si fa nello studio, studiando la teologia e il resto, ma verrà il Signore e ancora noi staremo facendo l’unità. L’unità si fa camminando: camminando, che almeno il Signore, quando verrà, di trovi camminando”. Centrale è la Dichiarazione congiunta firmata dopo l’incontro. Francesco ne spiega il senso. “Ci saranno tante interpretazioni, eh? Tante – osserva il Santo Padre – ma non è una dichiarazione sociologica, è una Dichiarazione pastorale, incluso quando si parla del secolarismo e di cose chiare, della manipolazione biogenetica e di tutte queste cose. Ma è pastorale: due vescovi che si sono incontrati con preoccupazione pastorale. E io sono rimasto felice”. Sentito è il ringraziamento al Presidente Castro per l’accoglienza e la disponibilità ricevuta. “Avevo parlato con lui di questo incontro, l’altra volta, ed era disposto a fare tutto e abbiamo visto che ha preparato tutto per questo”. Poi i “23 Km di Papa mobile” che lo attendono a Città del Messico. Un incontro storico, tra fratelli. L’abbraccio tra Papa Francesco e Kirill all’aeroporto José Martì di L’Avana a Cuba. Un momento intenso, due ore di colloquio privato, lo scambio dei doni (il Papa dona una reliquia di San Cirillo e un calice; il Patriarca dona una copia, più piccola dell’originale, della Madonna di Kazan) e poi la firma della Dichiarazione comune. Entrano insieme, si siedono l’uno accanto all’altro per la firma della Dichiarazione comune, al termine dell’incontro privato, un momento davvero emozionante, in cui Francesco e Kirill si abbracciano nuovamente, così come all’inizio. Due ore di colloquio riassunte nei brevi interventi del Papa e del Patriarca, in cui entrambi ribadiscono la forte fraternità delle due Chiese: “Hablamos como hermanos, tenemos el mismo bautismo, somos obispos”, osserva Francesco. “Abbiamo parlato come fratelli, abbiamo lo stesso Battesimo, siamo Vescovi, abbiamo parlato delle nostre Chiese, ci siamo trovati d’accordo che l’unità si costruisce nel cammino, abbiamo parlato chiaramente senza mezze parole. Vi confesso – spiega Papa Bergoglio – che ho sentito la consolazione nello Spirito di questo dialogo”. Francesco ringrazia Kirill per “l’umiltà fraterna e per il forte desiderio di unità”, sottolineando che nel colloquio sono venute fuori una serie di iniziative “a suo giudizio fattibili e realizzabili”. Poi ringrazia fortemente il popolo cubano e il suo Presidente Raul Castro, presente in aeroporto, per la sua disponibilità: “Si sigue así, Cuba será la capital de la unidad; se continua così, Cuba sarà capitale dell’unità”. Una unità tra le due Chiese richiamata da Kirill che parla di “discussione fraterna con piena comprensione e responsabilità per le due Chiese e per il futuro del Cristianesimo. Una discussione ricca di contenuti – precisa il Patriarca – che ha permesso di comprendere e sentire le reciproche posizioni. Le due Chiese potranno lavorare assieme affinché non ci sia più una guerra, affinché ovunque la vita umana sia rispettata, perché si rafforzino le fondamenta della morale della famiglia e della persona”. Nei trenta paragrafi del testo integrale della Dichiarazione comune firmata da Papa Francesco e il Patriarca Kirill, si legge: “1. Per volontà di Dio Padre dal quale viene ogni dono, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto dello Spirito Santo Consolatore, noi, Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, ci siamo incontrati oggi a L’Avana. Rendiamo grazie a Dio, glorificato nella Trinità, per questo incontro, il primo nella storia. Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce» (2Gv 12), da cuore a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese, dei problemi essenziali dei nostri fedeli e delle prospettive di sviluppo della civiltà umana. 2. Il nostro incontro fraterno ha avuto luogo a Cuba, all’incrocio tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Da questa isola, simbolo delle speranze del “Nuovo Mondo” e degli eventi drammatici della storia del XX Secolo, rivolgiamo la nostra parola a tutti i popoli dell’America Latina e degli altri Continenti. Ci rallegriamo che la fede cristiana stia crescendo qui in modo dinamico. Il potente potenziale religioso dell’America Latina, la sua secolare tradizione cristiana, realizzata nell’esperienza personale di milioni di persone, sono la garanzia di un grande futuro per questa regione. 3. Incontrandoci lontano dalle antiche contese del “Vecchio Mondo”, sentiamo con particolare forza la necessità di un lavoro comune tra cattolici e ortodossi, chiamati, con dolcezza e rispetto, a rendere conto al mondo della speranza che è in noi (1Pt 3,15). 4. Rendiamo grazie a Dio per i doni ricevuti dalla venuta nel mondo del Suo unico Figlio. Condividiamo la comune Tradizione spirituale del primo millennio del Cristianesimo. I testimoni di questa Tradizione sono la Santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, e i Santi che veneriamo. Tra loro ci sono innumerevoli martiri che hanno testimoniato la loro fedeltà a Cristo e sono diventati “seme di cristiani”. 5. Nonostante questa Tradizione comune dei primi dieci secoli, cattolici e ortodossi, da quasi mille anni, sono privati della comunione nell’Eucaristia. Siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati, nella comprensione e l’esplicitazione della nostra fede in Dio, uno in tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Deploriamo la perdita dell’unità, conseguenza della debolezza umana e del peccato, accaduta nonostante la Preghiera sacerdotale di Cristo Salvatore: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17,21). 6. Consapevoli della permanenza di numerosi ostacoli, ci auguriamo che il nostro incontro possa contribuire al ristabilimento di questa unità voluta da Dio, per la quale Cristo ha pregato. Possa il nostro incontro ispirare i cristiani di tutto il mondo a pregare il Signore con rinnovato fervore per la piena unità di tutti i suoi discepoli. In un mondo che attende da noi non solo parole ma gesti concreti, possa questo incontro essere un segno di speranza per tutti gli uomini di buona volontà! Nella nostra determinazione a compiere tutto ciò che è necessario per superare le divergenze storiche che abbiamo ereditato, vogliamo unire i nostri sforzi per testimoniare il Vangelo di Cristo e il patrimonio comune della Chiesa del primo millennio, rispondendo insieme alle sfide del mondo contemporaneo. Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario. La civiltà umana è entrata in un periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune. 8. Il nostro sguardo si rivolge in primo luogo verso le regioni del mondo dove i cristiani sono vittime di persecuzione. In molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo vengono sterminati per famiglie, villaggi e città intere. Le loro chiese sono devastate e saccheggiate barbaramente, i loro oggetti sacri profanati, i loro monumenti distrutti. In Siria, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, constatiamo con dolore l’esodo massiccio dei cristiani dalla terra dalla quale cominciò a diffondersi la nostra fede e dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli Apostoli, insieme ad altre comunità religiose. 9. Chiediamo alla comunità internazionale di agire urgentemente per prevenire l’ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente. Nell’elevare la voce in difesa dei cristiani perseguitati, desideriamo esprimere la nostra compassione per le sofferenze subite dai fedeli di altre tradizioni religiose diventati anch’essi vittime della guerra civile, del caos e della violenza terroristica. 10. In Siria e in Iraq la violenza ha già causato centinaia di migliaia di vittime, lasciando milioni di persone senza tetto né risorse. Esortiamo la comunità internazionale ad unirsi per porre fine alla violenza e al terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo ad un rapido ristabilimento della pace civile. È essenziale assicurare un aiuto umanitario su larga scala alle popolazioni martoriate e ai tanti rifugiati nei paesi confinanti. Chiediamo a tutti coloro che possono influire sul destino delle persone rapite, fra cui i Metropoliti di Aleppo, Paolo e Giovanni Ibrahim, sequestrati nel mese di Aprile del 2013, di fare tutto ciò che è necessario per la loro rapida liberazione. 11. Eleviamo le nostre preghiere a Cristo, il Salvatore del mondo, per il ristabilimento della pace in Medio Oriente che è “il frutto della giustizia” (Is 32,17), affinché si rafforzi la convivenza fraterna tra le varie popolazioni, le Chiese e le religioni che vi sono presenti, per il ritorno dei rifugiati nelle loro case, la guarigione dei feriti e il riposo dell’anima degli innocenti uccisi. Ci rivolgiamo, con un fervido appello, a tutte le parti che possono essere coinvolte nei conflitti perché mostrino buona volontà e siedano al tavolo dei negoziati. Al contempo, è necessario che la comunità internazionale faccia ogni sforzo possibile per porre fine al terrorismo con l’aiuto di azioni comuni, congiunte e coordinate. Facciamo appello a tutti i paesi coinvolti nella lotta contro il terrorismo, affinché agiscano in maniera responsabile e prudente. Esortiamo tutti i cristiani e tutti i credenti in Dio a pregare con fervore il provvidente Creatore del mondo perché protegga il Suo creato dalla distruzione e non permetta una nuova guerra mondiale. Affinché la pace sia durevole ed affidabile, sono necessari specifici sforzi volti a riscoprire i valori comuni che ci uniscono, fondati sul Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. 12. Ci inchiniamo davanti al martirio di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte all’apostasia di Cristo. Crediamo che questi martiri del nostro tempo, appartenenti a varie Chiese, ma uniti da una comune sofferenza, sono un pegno dell’unità dei cristiani. È a voi, che soffrite per Cristo, che si rivolge la parola dell’Apostolo: «Carissimi,…nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della Sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1Pt 4,12-13). 13. In quest’epoca inquietante, il dialogo interreligioso è indispensabile. Le differenze nella comprensione delle verità religiose non devono impedire alle persone di fedi diverse di vivere nella pace e nell’armonia. Nelle circostanze attuali, i leader religiosi hanno la responsabilità particolare di educare i loro fedeli in uno spirito rispettoso delle convinzioni di coloro che appartengono ad altre tradizioni religiose. Sono assolutamente inaccettabili i tentativi di giustificare azioni criminali con slogan religiosi. Nessun crimine può essere commesso in nome di Dio, «perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1Cor 14,33). 14. Nell’affermare l’alto valore della libertà religiosa, rendiamo grazie a Dio per il rinnovamento senza precedenti della fede cristiana che sta accadendo ora in Russia e in molti paesi dell’Europa orientale, dove i regimi atei hanno dominato per decenni. Oggi le catene dell’ateismo militante sono spezzate e in tanti luoghi i cristiani possono liberamente professare la loro fede. In un quarto di secolo, vi sono state costruite decine di migliaia di nuove chiese, e aperti centinaia di monasteri e scuole teologiche. Le comunità cristiane portano avanti un’importante attività caritativa e sociale, fornendo un’assistenza diversificata ai bisognosi. Ortodossi e cattolici spesso lavorano fianco a fianco. Essi attestano l’esistenza dei fondamenti spirituali comuni della convivenza umana, testimoniando i valori del Vangelo. 15. Allo stesso tempo, siamo preoccupati per la situazione in tanti paesi in cui i cristiani si scontrano sempre più frequentemente con una restrizione della libertà religiosa, del diritto di testimoniare le proprie convinzioni e la possibilità di vivere conformemente ad esse. In particolare, constatiamo che la trasformazione di alcuni paesi in società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa. È per noi fonte di inquietudine l’attuale limitazione dei diritti dei cristiani, se non addirittura la loro discriminazione, quando alcune forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica. 16. Il processo di integrazione europea, iniziato dopo secoli di sanguinosi conflitti, è stato accolto da molti con speranza, come una garanzia di pace e di sicurezza. Tuttavia, invitiamo a rimanere vigili contro un’integrazione che non sarebbe rispettosa delle identità religiose. Pur rimanendo aperti al contributo di altre religioni alla nostra civiltà, siamo convinti che l’Europa debba restare fedele alle sue radici cristiane. Chiediamo ai cristiani dell’Europa orientale e occidentale di unirsi per testimoniare insieme Cristo e il Vangelo, in modo che l’Europa conservi la sua anima formata da duemila anni di tradizione cristiana. 17. Il nostro sguardo si rivolge alle persone che si trovano in situazioni di grande difficoltà, che vivono in condizioni di estremo bisogno e di povertà mentre crescono le ricchezze materiali dell’umanità. Non possiamo rimanere indifferenti alla sorte di milioni di migranti e di rifugiati che bussano alla porta dei paesi ricchi. Il consumo sfrenato, come si vede in alcuni paesi più sviluppati, sta esaurendo gradualmente le risorse del nostro pianeta. La crescente disuguaglianza nella distribuzione dei beni terreni aumenta il sentimento d’ingiustizia nei confronti del sistema di relazioni internazionali che si è stabilito. 18. Le Chiese cristiane sono chiamate a difendere le esigenze della giustizia, il rispetto per le tradizioni dei popoli e un’autentica solidarietà con tutti coloro che soffrono. Noi, cristiani, non dobbiamo dimenticare che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1Cor 1,27-29). 19. La famiglia è il centro naturale della vita umana e della società. Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all’educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli. 20. La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l’amore che sigilla la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica. 21. Chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere nel mondo. La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio (Gen 4,10). Lo sviluppo della cosiddetta eutanasia fa sì che le persone anziane e gli infermi inizino a sentirsi un peso eccessivo per le loro famiglie e la società in generale. Siamo anche preoccupati dallo sviluppo delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, perché la manipolazione della vita umana è un attacco ai fondamenti dell’esistenza dell’uomo, creato ad immagine di Dio. Riteniamo che sia nostro dovere ricordare l’immutabilità dei principi morali cristiani, basati sul rispetto della dignità dell’uomo chiamato alla vita, secondo il disegno del Creatore. 22. Oggi, desideriamo rivolgerci in modo particolare ai giovani cristiani. Voi, giovani, avete come compito di non nascondere il talento sotto terra (Mt 25,25) ma di utilizzare tutte le capacità che Dio vi ha dato per confermare nel mondo le verità di Cristo, per incarnare nella vostra vita i comandamenti evangelici dell’amore di Dio e del prossimo. Non abbiate paura di andare controcorrente, difendendo la verità di Dio, alla quale odierne norme secolari sono lontane dal conformarsi sempre. 23. Dio vi ama e aspetta da ciascuno di voi che siate Suoi discepoli e apostoli. Siate la luce del mondo affinché coloro che vi circondano, vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (Mt 5,14-16). Educate i vostri figli nella fede cristiana, trasmettete loro la perla preziosa della fede (Mt 13,46) che avete ricevuta dai vostri genitori ed antenati. Ricordate che «siete stati comprati a caro prezzo» (1Cor 6,20) al costo della morte in croce dell’Uomo-Dio Gesù Cristo. 24. Ortodossi e cattolici sono uniti non solo dalla comune Tradizione della Chiesa del primo millennio, ma anche dalla missione di predicare il Vangelo di Cristo nel mondo di oggi. Questa missione comporta il rispetto reciproco per i membri delle comunità cristiane ed esclude qualsiasi forma di proselitismo. Non siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno. Esortiamo i cattolici e gli ortodossi di tutti i paesi ad imparare a vivere insieme nella pace e nell’amore, e ad avere «gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti» (Rm 15,5). Non si può quindi accettare l’uso di mezzi sleali per incitare i credenti a passare da una Chiesa ad un’altra, negando la loro libertà religiosa o le loro tradizioni. Siamo chiamati a mettere in pratica il precetto dell’apostolo Paolo: «Mi sono fatto un punto di onore di non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui» (Rm 15,20). 25. Speriamo che il nostro incontro possa anche contribuire alla riconciliazione, là dove esistono tensioni tra greco-cattolici e ortodossi. Oggi è chiaro che il metodo dell’ “uniatismo” del passato, inteso come unione di una comunità all’altra, staccandola dalla sua Chiesa, non è un modo che permette di ristabilire l’unità. Tuttavia, le comunità ecclesiali apparse in queste circostanze storiche hanno il diritto di esistere e di intraprendere tutto ciò che è necessario per soddisfare le esigenze spirituali dei loro fedeli, cercando nello stesso tempo di vivere in pace con i loro vicini. Ortodossi e greco-cattolici hanno bisogno di riconciliarsi e di trovare forme di convivenza reciprocamente accettabili. 26. Deploriamo lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pacifici e gettato la società in una grave crisi economica ed umanitaria. Invitiamo tutte le parti del conflitto alla prudenza, alla solidarietà sociale e all’azione per costruire la pace. Invitiamo le nostre Chiese in Ucraina a lavorare per pervenire all’armonia sociale, ad astenersi dal partecipare allo scontro e a non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto. 27. Auspichiamo che lo scisma tra i fedeli ortodossi in Ucraina possa essere superato sulla base delle norme canoniche esistenti, che tutti i cristiani ortodossi dell’Ucraina vivano nella pace e nell’armonia, e che le comunità cattoliche del Paese vi contribuiscano, in modo da far vedere sempre di più la nostra fratellanza cristiana. 28. Nel mondo contemporaneo, multiforme eppure unito da un comune destino, cattolici e ortodossi sono chiamati a collaborare fraternamente nell’annuncio della Buona Novella della salvezza, a testimoniare insieme la dignità morale e la libertà autentica della persona, «perché il mondo creda» (Gv 17,21). Questo mondo, in cui scompaiono progressivamente i pilastri spirituali dell’esistenza umana, aspetta da noi una forte testimonianza cristiana in tutti gli ambiti della vita personale e sociale. Dalla nostra capacità di dare insieme testimonianza dello Spirito di verità in questi tempi difficili dipende in gran parte il futuro dell’umanità. 29. In questa ardita testimonianza della verità di Dio e della Buona Novella salvifica, ci sostenga l’Uomo-Dio Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, che ci fortifica spiritualmente con la Sua infallibile promessa: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il Suo Regno» (Lc 12,32)! Cristo è fonte di gioia e di speranza. La fede in Lui trasfigura la vita umana, la riempie di significato. Di ciò si sono potuti convincere, attraverso la loro esperienza, tutti coloro a cui si possono applicare le parole dell’Apostolo Pietro: «Voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (1Pt 2,10). 30. Pieni di gratitudine per il dono della comprensione reciproca espresso durante il nostro incontro, guardiamo con speranza alla Santissima Madre di Dio, invocandola con le parole di questa antica preghiera: “Sotto il riparo della tua misericordia, ci rifugiamo, Santa Madre di Dio”. Che la Beata Vergine Maria, con la sua intercessione, incoraggi alla fraternità coloro che la venerano, perché siano riuniti, al tempo stabilito da Dio, nella pace e nell’armonia in un solo popolo di Dio, per la gloria della Santissima e indivisibile Trinità!”. Un momento storico, una nuova speranza nel cammino verso la unità, per il Papa e Kirill una grandissima gioia. Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ammette “tutti dicono storico, naturalmente, ed è vero. Io direi anche un incontro veramente pieno di gioia, di gioia del Vangelo, di gioia di discepoli di Cristo che sanno di rispondere al desiderio manifestato da Gesù nell’Ultima Cena e di fare un passo in questa direzione dopo un tempo lunghissimo di distanze, di incomprensioni, di separazioni. Ecco, quindi, sembra quasi incredibile che ci siano voluti mille anni perché dei discepoli di Cristo si incontrino, però questo ti dice chiaramente l’importanza di questo fatto. Inoltre, sono i capi di due grandi Chiese: il Papa della Chiesa cattolica sparsa in tutto il mondo e con una incredibile autorità anche religiosa e morale, ma anche il Patriarca Kirill è il capo della Chiesa ortodossa più numerosa e con cui finora il cammino del dialogo aveva incontrato delle difficoltà, mentre si era potuto incontrare oramai, quasi normalmente vorrei dire, con il Patriarca di Costantinopoli e anche con altri Patriarchi. Penso agli incontri dei Papi con il Patriarca di Romania, con il Patriarca di Bulgaria, con altri Patriarchi, ecco quello con il Patriarca Russo mancava ancora ed è certamente significativo. Credo che questo fatto di essere qui a Cuba in qualche modo rappresenti anche una novità e una originale via di superamento delle difficoltà, nel senso dell’apertura di nuovi orizzonti, cioè colpisce pensare che l’Europa con tutta la sua ricchezza storica é anche un continente complesso in cui forse fare i passi di superamento di divisioni storiche può essere più difficile. Quando ci si pone un po’ veramente in un nuovo orizzonte, una nuova dimensione di apertura al mondo forse si riesce a guardare le cose da un altro punto di vista. E qui appunto è il Papa latinoamericano e questo fatto di trovarsi a Cuba, colpisce. È la quarta volta che siamo a Cuba in pochissimo tempo, direi, dal primo viaggio di Giovanni Paolo II, e si manifesta il luogo che ha permesso di realizzare questo incontro straordinario. Il Papa quando ha incontrato Kirill ha detto subito “fratello”, ha detto “finalmente”, quindi capiamo il clima in cui l’incontro si sta svolgendo. L’ecumenismo è il movimento per cui le diverse Chiese cristiane, in particolare a partire dal Concilio Vaticano II, ma anche prima evidentemente, comprendono di dover assolutamente superare le divisioni fra loro per rispondere alla volontà di Cristo e per rispondere alle esigenze della  loro missione nel mondo di oggi. La prospettiva è quella della fedeltà alla volontà di Cristo, la prospettiva è quella della consapevolezza dei problemi del mondo di oggi e della comune responsabilità dei cristiani. Quindi, sullo sfondo ci sono tutti i problemi del mondo di oggi: i problemi della famiglia, i problemi della società, i problemi della pace e della guerra, i problemi della povertà, delle migrazioni e così via; e quindi l’umanità che è in attesa di una parola di consolazione e di conforto anche spirituale in un deserto che si allarga in seguito alla secolarizzazione, e le Chiese cristiane comprendono di dover rispondere insieme a queste sfide. È una cosa bella che tra pochi mesi ci sarà il Sinodo panortodosso che anche è il termine di un lunghissimo cammino, e che anche la Chiesa cattolica possa manifestare la sua comune vicinanza alle chiese ortodosse in questa situazione”. L’abbraccio molto caloroso sul volto di Papa Francesco e del Patriarca Kirill esprime “la gioia evangelica, la gioia di poter fare un passo avanti secondo la volontà del Signore. È la risposta ad una lunga attesa. Sappiamo che erano praticamente un paio d’anni che il Patriarca e il Papa si erano manifestati vicendevolmente il desiderio d’incontrarsi ed hanno fatto tutto quello che era possibile per arrivare a questo momento. Quindi, è il termine di un lungo cammino. Speriamo di un cammino che porti ancora più lontano, verso l’unione”. Lo storico ed esperto dell’America Latina, Petr Romanov commenta per la rivista “Argumenty i Fakty” (AIF)  il contesto in cui avviene il primo incontro storico epocale tra il Patriarca di Mosca e il Papa. A suo tempo lo Zar russo Pavel I, quando Napoleone minacciava il Vaticano, aveva persino offerto a Papa Pio VI di trasferirsi temporaneamente a San Pietroburgo. Papa Giovanni XXIII, secondo la testimonianza della figlia di Nikita Chrusciov, era stato invitato al Cremlino dal leader sovietico. L’incontro tuttavia è saltato sia per motivi politici sia per la morte prematura del Pontefice. I presidenti della Russia post-sovietica più di una volta hanno avuto colloqui con i Papi. Benedetto XVI ha incontrato Dmitry Medvedev, così come Papa Francesco ha parlato due volte con Vladimir Putin. Ma i Patriarchi di Mosca e di tutta la Russia hanno sempre rifiutato di avere contatti personali con i Papi, imponendo diverse condizioni per iniziare il dialogo. Il Vaticano era disposto a negoziare in misura maggiore, anche se non ha mai manifestato una volontà decisa a parlare con le guide spirituali ortodosse. Allora che cos’è successo e che cosa accadrà? La Chiesa Ortodossa spiega il motivo formale del suo brusco cambiamento di posizione, sottolineando che tutte le tradizionali controversie e divergenze sono rimaste. Gli ortodossi accusano da molto tempo il Vaticano di proselitismo ovvero di intraprendere tentativi per convertire e diffondere il Cristianesimo Cattolico-Romano in Russia. Ricordiamo un episodio dei tempi antichi dello Zar Ivan III, il quale desideroso di rafforzare la sua immagine decise si sposarsi con Sophia Paleologa, nipote dell’ultimo imperatore bizantino Costantino XI. Il pragmatico Ivan aveva deciso di compiere questo passo non senza dubbi e in effetti i suoi sospetti non erano vani. Alla testa del convoglio della futura sposa, il rappresentante papale Antonio Bonombra porta una grande croce cattolica con la quale si appresta ad entrare ufficialmente nella capitale ortodossa. Oltre a Sophia Paleologa, Roma sembrava volesse portare a Mosca l’idea di unità cattolica. Pertanto il problema venne risolto radicalmente: il boiardo Fedor lo Zoppo, su comando di Ivan III, strappò via con la forza la croce dell’inviato del Papa a 15 miglia da Mosca! Il vecchio problema dell’unità ancora oggi rovina seriamente le relazioni tra la Chiesa Ortodossa Russa e il Vaticano, anche in relazione agli eventi in Ucraina. Come osservato nella conferenza stampa della Chiesa Ortodossa Russa dedicata allo storico incontro, la Chiesa Greco-Cattolica ucraina ha esasperato la retorica  russofobica e gli attacchi contro gli ortodossi. Si sospetta che non sia tanto responsabile il Vaticano, piuttosto l’atmosfera russofobica creatasi in Ucraina. Per la Chiesa Ortodossa il motivo per cambiare la posizione sui contatti di alto livello con il Vaticano è stata “la situazione esistente oggi nel Medio Oriente, in Africa settentrionale e centrale e in diverse altre regioni, in cui i fondamentalisti islamici stanno compiendo un vero e proprio genocidio della popolazione cristiana”. Difficile non essere d’accordo con le conclusioni: “la situazione richiede un’azione immediata e una più stretta collaborazione tra le chiese cristiane. Occorre mettere da parte le differenze interne ed unire gli sforzi per salvare il Cristianesimo in quelle regioni in cui subisce le persecuzioni più gravi”. Ma che cosa può fare concretamente il Summit di L’Avana per migliorare la situazione dei cristiani? Come il Vaticano e la Chiesa Ortodossa Russa possono mettersi di traverso contro le azioni dei terroristi e warlords fanatici? La Dichiarazione congiunta condanna questi crimini ed esorta tutti ad opporsi alle azioni dirette contro i cristiani. Cosa può effettivamente fare il Vaticano oggi? I tempi in cui il Pontefice imponeva la politica ai sovrani europei sono ormai lontani. Al momento l’Europa occidentale ha problemi in abbondanza. Naturalmente i cattolici non sono pochi tra gli Europei, tuttavia non determinano il corso politico di Bruxelles e Washington. Lo provano le dichiarazioni di Papa Francesco che si distinguono per un atteggiamento fortemente critico della realtà moderna del mondo capitalista. Nella migliore delle ipotesi i politici dell’Europa si mostrano indifferenti o nel peggiore dei casi manifestano disprezzo! Come in Italia sotto il vergognoso paravento del rispetto dei regolamenti istituzionali repubblicani in tema di “nuovi diritti civili e di famiglia”. Istituzioni poi però apertamente minacciate, non dal Papa ma dal Parlamento Italiano eletto nel 2013 con una legge elettorale dichiarata dalla Corte Costituzionale illegittima, dalle deformi controriforme eversive incostituzionali. Papa Francesco nella Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” afferma: “Fino a quando i problemi dei poveri non saranno radicalmente risolti con la rinuncia dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria, nonché con l’eliminazione delle ragioni strutturali della disuguaglianza, non verranno trovate soluzioni ai problemi del mondo e non si risolverà nessun problema. Il mondo è avvelenato dallo spirito del consumismo”. È la linea attuale del Vaticano. Anche se non tutti i cardinali della Curia la condividono, il Papa argentino porta con sé dall’America Latina e riconsegna in Messico, ai piedi della Madonna di Guadalupe, la sua particolare attenzione per le questioni sociali. Perché proprio qui i sacerdoti ricoprono un ruolo importante nella difesa dei diritti umani. Proprio qui anche il cattolicesimo conservatore più esplicito gioca un ruolo importante nell’affrontare le questioni sociali. Papa Francesco è un gesuita, consapevole di come vive la gente che “non naviga nell’oro”. Tuttavia la storia dei gesuiti dell’America Latina è molto diversa rispetto al resto del mondo. Ad esempio i gesuiti istruirono e si presero cura degli “indiani” del Paraguay, poi passarono dalla loro parte durante la rivolta contro gli schiavisti. Papa Francesco porta con sé questa eredità latino-americana in Vaticano. Alcune delle affermazioni di Papa Bergoglio suggeriscono che, a differenza di molti dei suoi predecessori, il Signore gli è più vicino degli interessi di stato del Vaticano. Inoltre non è un uomo della Curia, pertanto viene rispettato da tutte le altre confessioni cristiane. Questi aspetti positivi del Papa, che lo rendono un interlocutore accettabile per la Chiesa Ortodossa Russa, d’altra parte riducono al minimo le possibilità di difesa della cristianità del Vaticano nel mondo di oggi. Papa Francesco piace a molti, ma sono pochi i suoi sostenitori tra i potenti della Terra. Così, se il principale obiettivo dichiarato del Summit di L’Avana è lo sviluppo di misure contro le persecuzioni dei cristiani sulla Terra, il Pontefice e il Patriarca non possono fare altro che elevare a Dio la loro Preghiera comune. Sono troppo grandi i vecchi rancori e le incomprensioni tra il Vaticano e la Chiesa Ortodossa Russa, per non parlare delle differenze puramente teologiche e dell’inerzia delle congregazioni che rappresentano i due capi delle Chiese. Qui le divergenze reciproche sono ancora maggiori. Per i due capi delle Chiese è più semplice trattare rispetto alle congregazioni, ma le loro posizioni comunque riflettono quelle delle rispettive congregazioni. In altre parole, aspettarsi miracoli umani dall’incontro, considerando che nessuno per secoli ha cercato una nuova pagina delle relazioni bilaterali tra la Santa Sede e il Patriarcato di Mosca, è alquanto prematuro. Attendiamo i miracoli celesti! Le attese evidentemente non sono rimaste deluse. Il primo aspetto da mettere in risalto è la sorpresa che ha colpito un po’ tutti, in quanto molti si aspettavano una visita di Francesco in Russia, a Mosca, sotto l’egida del Presidente Vladimir Putin, o viceversa di Kirill a Roma come con Papa Benedetto XVI. La Chiesa russa ha avuto nel 1989 una Liberazione paragonabile a quella dell’epoca di Costantino con la ricostruzione fisica di tante chiese, edifici, monasteri in Russia. Forse si tornerà ai mille monasteri di prima della Rivoluzione del 1917 o alle 110mila chiese. La Chiesa Russa del Patriarcato si è riconciliata dopo tanti anni con la Chiesa Russa libera, bianca o monarchica che dir si voglia. Alcuni anni fa il Patriarca defunto, Alessio, si riconciliò con il capo di quella Chiesa. La “condicio sine qua non” che fu posta per quell’unione, è che il Patriarcato rinunciasse all’ecumenismo. Ed è per questo che, sia con l’ultimo Alessio sia con Kirill nei primi anni di governo, l’ecumenismo si è un po’ raffreddato, anche a causa della “invasione diocesana” a Mosca decretata da Papa Giovanni Paolo II nei primi anni del Duemila. E non dimentichiamo che la questione ucraina rimane sempre aperta. Il Vaticano deve scegliere: Washington o Mosca. A chi credere per la Pace sulla Terra? Il Summit di L’Avana è maturato durante due anni di preparazione laboriosa. I veri nodi non sono stati sostanzialmente sciolti perché la questione greco-cattolica in Ucraina rimane, la questione dell’ecumenismo è dibattuta all’interno delle Chiese ortodosse: c’è chi lo vuole e chi no. C’è poi un dato oggettivo che nessuno può contestare: in Italia sono state date più di 50 chiese cattoliche non più utilizzate al Patriarcato di Mosca. Un bel segno di ecumenismo. Addirittura i Romeni hanno avuto più di 150 chiese, anche loro. Questa cosa è del tutto nuova. Quando Sua Santità Kirill era Metropolita per gli Affari esteri del Patriarcato, pare sia già andato a Cuba per consacrare una chiesa nel Paese. Ne stanno consacrando tantissime di chiese russe all’estero. Addirittura ora a Dubai. Perché i Russi vivono un po’ in tutto il mondo, di nuovo. Quindi si sblocca quel nodo gordiano che era rimasto così avvoltolato dai tempi del Patriarca Alessio. C’è chi vede il Patriarca di Costantinopoli come il cosiddetto Papa degli ortodossi. Altri vedono Kirill come tale. In realtà, nessuno dei due lo è. Bartolomeo è solo il coordinatore, il “primus inter pares” che coordina gli altri Patriarchi. Ma il Patriarcato di Mosca è indubbiamente quello più numeroso e quindi ha molti fedeli e tanti vescovi e preti. E soprattutto, un suo “no” o un suo “sì’” può determinare le volontà della Chiesa Ortodossa da una parte o dall’altra. Siamo a pochi mesi dal Sinodo panortodosso di Creta che potrebbe risolvere alcuni problemi interni dell’ortodossia, non ultimo quello dei rapporti con la Chiesa di Roma. Sarebbe già un nuovo miracolo potere assistere ad un altro decisivo Summit tra Kirill e Papa Francesco in questa occassione. L’incontro a Cuba può essere ritenuto un successo generale degli ortodossi e dei cattolici? Per il fondatore della Comunità cattolica di Sant’Egidio, il Professor Andrea Riccardi, il principale merito della realizzazione dello storico incontro a L’Avana appartiene a due persone: il Patriarca Kirill e Papa Francesco che hanno dimostrato una maggiore apertura e disponibilità per un dialogo esteso. Il Patriarca Kirill conosce tutto il mondo cristiano ed è una figura internazionale. “È stato capace di scegliere il momento giusto per questo incontro – osserva Riccardi – affinchè non fosse solo un’occasione per i fotografi, ma l’inizio di una nuova epoca. Questo è il suo merito. Allo stesso modo ha dei meriti Papa Francesco, grazie alla sua visione lungimirante e aperta del mondo. L’Ortodossia russa ne è al corrente. Già a Buenos Aires era amico del Metropolita Platon per l’Argentina e l’America Latina, ha preso parte a numerosi incontri con gli ortodossi. Si tratta di due persone caratterizzate da una grande apertura e sono così intelligenti che l’incontro non resterà solo un’occasione per fotografi e giornalisti. È stato preparato lentamente per molti anni, le guide delle due Chiese hanno sempre tenuto il filo dei colloqui nelle loro mani”. Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio rileva che nel processo di preparazione del Summit, tra le guide delle maggiori Chiese cristiane hanno preso parte e contribuito molte figure di primo piano tra i cattolici e gli ortodossi. Secondo Riccardi, “noi lo consideriamo un amico e nutriamo grande rispetto per lui. Gli stessi sentimenti di amicizia e di rispetto ci legano alla Chiesa Ortodossa russa, una chiesa di martiri che ha sofferto molto nel recente passato ed ora sta vivendo una risurrezione. Sono sicuro che l’incontro di Francesco e Kirill sarà visto come una risurrezione anche alla luce del dramma del mondo moderno. Bisogna pregare affinchè porti buoni frutti. Come scrive Giulietto Chiesa “è un evento non solo memorabile, ma senza precedenti storici. È la prima volta che le due Chiese cristiane si guardano negli occhi dopo secoli di feroci, più volte, contrapposizioni. Basterebbe questo per fare dell’incontro di Cuba una notizia di prima pagina per tutto il mainstream mondiale. Per lo meno per quel mercato dei fatti che, pur nel vorticare dalla guerra informativa in corso, accomuna oriente (sub specie russa) e Occidente (tutto). Invece questa grande notizia non è considerata tale in Occidente. E si spiega. Esso non è, infatti, soltanto occasione per ricordare, con mille dotti elezeviri, che certo non mancheranno, anzi abbonderanno, le ferite che le due Chiese si sono inferte reciprocamente nei secoli, e le cause profonde che produssero lo scisma. Ma è soprattutto notizia di grande, eccezionale attualità. E di un’attualità inconsueta, controcorrente, inattesa. E che va contro lo spirito dei tempi dell’attuale forsennata corsa allo scontro. Per questo si preferirà tacerne il monito potente che questo incontro contiene in sé e ambisce diffondere. Papa e Patriarca sono giunti a questa decisione, io credo, spinti dalla drammatica consepavolezza dei pericoli che incombono. Pericoli di una Terza Guerra Mondiale che entrambi hanno ripetutamente e separatamente annunciato. Oggi hanno unito le forze per lanciare un messaggio congiunto. E la forza di un tale masseggio si misura con l’ampiezza dei secoli di separazione che entrambi hanno deciso di scavalcare con un solo balzo, con un solo gesto. Papa Francesco ha già fatto capire, a più riprese, di non voler più identificare la Chiesa cattolica con l’Occidente e i suoi disvalori non più cristiani. Vuole parlare, restando fedele alla missione evangelizzatrice della Chiesa, agli altri sei miliardi di popoli della Terra, con le loro culture e le loro religioni, con i loro valori e le loro priorità, che non coincidono con quelli del ricco ma declinante Occidente. Il dialogo che predica, a tutto campo, abbraccia anche la Russia. Ed è questo che non piace a quelle forze occidentali che puntano a demolire la Russia e la sua unicità, a cominciare da quella spirituale: una forza  di cui la esangue Chiesa Cattolica, che ha ereditato, potrebbe paradossalmente addirittura avvalersi nella battaglia contro il materialismo finanziario e consumista in cui annega l’Occidente. Il Patriarca Kirill non si sarebbe accinto a questo passo – scrive Giulietto Chiesa – se non dopo avere misurato la vastità simbolica dell’offerta. Questa, di Francesco, non è la Chiesa militante e aggressiva di Wojtyla; non è la Chiesa dottrinale e presuntuosa del potere temporale; non è neppure la Chiesa conquistatrice di proseliti. È semmai la Chiesa che chiede aiuto, anche per la propria purificazione dalle scorie pesanti delle idee geneticamente modificate delle banche multinazionali. E questo incontro è asimmetrico in somma misura. Francesco va contro corrente in Occidente. Kirill va a Cuba a incontrarlo con il pieno accordo di Putin. Quella che stiamo osservando è anche la prova, politica, che non è la Russia a volere lo scontro. Che non è la Russia ad aggredire. Entrambi non hanno missili atomici a loro sostegno, non hanno la forza materiale. Non è importante sapere, come disse sprezzantemente Stalin di un altro Papa di Roma, nel contesto di una Guerra Fredda che cominciava, “di quante armate” rappresentano. Ma la forza spirituale ce l’hanno, eccome. E la stanno mettendo in campo contro la guerra, per la salvezza della civiltà umana. Hanno capito il pericolo e per questo gridano al mondo di evitarlo”. È la sintesi emblematica dell’umanità a una svolta storica. L’incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca è la conferma che i Cristiani possono agire insieme per le varie questioni attuali? Sì, per il Segretario generale della Confereza episcopale cattolica russa, il sacerdote Igor’ Kovalevskij. “L’incontro del Papa proprio con il rappresentante della Chiesa ortodossa russa, particolarmente grande, rappresenta un’importante tappa non soltanto per il dialogo cattolico-ortodosso: innanzitutto dimostra che i cristiani possono agire insieme per le varie questioni attuali che turbano il mondo contemporaneo”. La questioni legata alla protezione degli stessi cristiani, secondo Kovalevskij, “è uno dei più pungenti della storia contemporanea, e anche il fatto che nel Ventunesimo Secolo non avvengano soltanto le persecuzioni, ma anche il genocidio dei cristiani in una serie di regioni del mondo, è una situazione scandalosa. Spero che questo incontro aiuti a unire le forze delle diverse confessioni cristiane per difendere i cristiani”. Nel frattempo il premier russo Dmitry Medvedev dichiara alla Conferenza di Monaco di Baviera sulla sicurezza, che “la situazione nel mondo è drammatica, non c’è una grande Europa unita come non c’è mai stata, i rapporti tra UE e Russia si sono deteriorati, la guerra civile in Ucraina, i conflitti nel Medio Oriente si aggravano, la migrazione è al collasso”(http://government.ru/en/news/21767/). Occorre denunciare il piano di sterminio planetario ordito dai warlords, dei quali si conoscono già i nomi e i cognomi. “Prima di venire alla Conferenza ho incontrato il Presidente Putin – rimarca Dmitry Medvedev – abbiamo discusso della sua presenza qui, a Monaco, nel 2007. Allora lui disse che gli stereotipi ideologici, i doppi standard nei rapporti internazionali non aiutano a ridurre la tensione nei rapporti internazionali, ma la rafforzano, e alla comunità mondiale restano sempre meno possibilità di prendere decisioni politiche significative”. Medvedev si è chiesto se allora non fossero state troppo caricate le tinte e se le valutazioni fossero state eccessivamente pessimistiche. “Purtroppo – osserva Dmitry Medvedev – devo constatare che il quadro oggi è perfino più grave. Lo sviluppo degli eventi dal 2007 è risultato molto più drammatico. La grande Europa unita non c’è e non c’è mai stata, le nostre ecomomie, tutte le economie crescono lentamente. I conflitti in Medio Oriente e nel Nord Africa si sono insapriti. La migrazione è al collasso. I rapporti tra EU e Russia si sono deteriorati e in Ucraina è in corso una guerra civile”. Dichiara Dmitry Medvedev: “The Munich Conference is, first and foremost, a platform for discussion. I am going to Munich to outline Russia’s position on the main issues of European security. And because today this concept includes many aspects – military, political, economic, humanitarian, ecological – I shall touch upon them all. Generally speaking, most people are aware of the main issues, you just have to turn on the news to hear about them. Almost every day there are terrorist attacks on the news. Following economic globalization, from which many countries benefited, came the globalization of terrorism. There are no safe havens left, while the word “security” has become more of a wish rather than a reality. In some countries, terrorists have gone so far as practically replace the government. Their ideology is suppression of the people. Their methods are mass shootings and terrorist acts. Because they believe this to be necessary and right. So our first and main common goal is countering international terrorism. To do these, we need to end the Syrian conflict, help the local people fight criminals, rebuild the economy and establish a peaceful state. We must also make efforts to resolve the Ukrainian crisis. The Minsk package, which Kiev is not in a rush to implement, is the basis for this. The issue of refugees and migrants, which are literally washing over Europe in waves, is among the other challenges we face. In fact, all the issues I have listed converge into one – ensuring security. And here it is important to not only assess the current situation in the area of Euro-Atlantic security, but first of all to try to analyse its reasons deeply and without prejudice. Not to look to assign guilt and endlessly trade blame, but to understand what the real threats are and how to improve the situation. To offer our, Russian, perspective on all these issues is the main purpose of our participation in the conference. After all, our participation isn’t limited to my speech. I shall hold a whole range of meetings with colleagues from other countries – Finnish President Sauli Niinisto, Slovenian President Borut Pahor, French Prime Minister Manuel Valls and Federal Foreign Minister of Germany, currently presiding over the OSCE [Organization for Security and Co-operation in Europe], Frank-Walter Steinmeier. Also there are meetings planned with Bavarian Prime Minister Horst Seehofer and with representatives of Russian and German business. We see that despite the political conjuncture, business circles are not losing interest in developing mutually beneficial cooperation [with Russia]. Undoubtedly, such spirit has to be supported in every way. Entrepreneurs have always been more pragmatic than politicians. I hope nobody is left indifferent. The issues we shall be touching upon are extremely sensitive and painful for many. I presume that many may not like our position. That is normal. What’s most important is that we have one. Unfortunately, our western colleagues cannot get used to this, and instead of building relations with Russia like an equal partner with its own, quite justified for a large country geopolitical and economic interests, they are trying to present us as a “second-rate country,” or a “regional” power at best. This is a rather pointless and useful term. Having said that, we are not trying to play the role of the head of the world in any way. We got over that condition during the Soviet era when the whole world shuddered from the thundering of our tanks on Red Square. But Russia must occupy its rightful place in the world order and have equal relations with other countries. This has been predetermined by our history, and our size, and our participation in large global organizations, primarily being one of the five permanent members of the UN Security Council. And simply because we are a large military and the largest nuclear power. This gives us considerable rights but also lays considerable responsibilities on us. But no country, neither Russia nor the United States of America, can lay the weight of global problems is solely on its shoulders. If, after the speeches given by the Russian delegates, the actual words we used are discussed and commented on, and not what many would like to hear from an “aggressive” and “unpredictable” Russia, well such a reaction would be wise. As [former UK Prime Minister] Winston Churchill once noted, one does not need to rearm to continue military actions, but we must rearm for negotiations. And if we just all begin to move in that direction, I think our aim in Munich will be fulfilled. I am pleased that Mr Ischinger has openly called for Russian-Western relations to become partner-like again, as they were several years ago. And we appreciate this. However, such decisions are not made at conferences, but within the framework of different formats – the ones you just named – whether it is the Russia-NATO Council, or the Russia-European Union. If our partners want to speak openly and substantively about bilateral relations, it is not necessary to wait a whole year until everyone comes to Munich. Dialogue is a 24-hour and a year-round concept. At least we are always open to discussing of the most pressing matters. I am sure that Russia and our partners in NATO and the European Union are not only able to but are quite simply obliged to resume the former formats of cooperation. On the condition that it would be built on mutual respect of each other’s interests. We never rejected such partnerships, which cannot be said about our colleagues from the European Union and NATO. They were the ones who consciously curtailed the contact, put political considerations before our joint goal which lies in ensuring stability and security. As a result, we have a world that is more unpredictable and carries a multitude of threats, than several years ago. Instead of progress, instead of organic development and movement forward we witness a reverse process. After all, those formats of cooperation between Russia and the European Union and the North-Atlantic Alliance were created to eliminate incipient conflicts in a timely fashion. And now, when such forms of communication are most needed, our partners reject them. In my opinion, our western colleagues from NATO simply derive political gain from confrontation. It is easier to demonise Russia and attribute the current issues to it, than to acknowledge the serious problems, which exist within the system of European security. And also to acknowledge its own share of the responsibility for today’s crises. Remember NATO’s decisions in recent years. The expansion of the alliance eastward. The placement of global missile defence systems in Europe. And each time the organization refused to take into account our concerns over our own security. Let alone the recent statements by the bloc’s leadership. It appears that there is no greater threat to the world than Russia. We were once compared to ISIL [Islamic State, IS] militants. But in 2010 at the Russia-NATO summit in Lisbon we were able to reach a serious compromise. It is enough to remember the joint statement made at the end of the summit. In it we confirmed that we did not view each other as adversaries. But then our partners returned to the reasoning of confrontation. Now it is necessary to find compromises, not compare ambitions. To re-establish trust and return to joint initiatives that have been frozen. To joint forces in the fight against international terrorism, which is spreading in the world like plague. I’ll put it harshly, but that’s exactly how I see things. The immigration policy of the EU has failed, It is one of the biggest mistakes the European Union has made. Europe no longer has control over the flow of refugees. It may sound harsh, but a humanitarian catastrophe is the only way to describe it. An average European who got used to everything in his world being secure and constant – coffee, walking their dog, work, while shootings only take place on television – is scared today. And it is understandable. Large numbers of often aggressively-spirited people. Of a different faith. Of a different culture. With a clear unwillingness to accept the way of life in the country to which they arrive. Cases like the ones in Cologne make Europeans feel out of place in their own country. They have been robbed of their sense of security and faith in the state. And, of course, intolerance and xenophobia are growing in Europe. The European Union opened its doors to a force it cannot handle. It invited, if not called over, everyone willing to come. And there are many people in the Middle East willing to answer this call. More than the European Union can process. And you can understand those people too. They are fleeing war and insecurity. They are arriving for social benefits which they could not even dream about in their own countries. But that is only the half of it. Why did the European authorities not think, before inviting the refugees, about the fact that militants could arrive along them – in entire disguised units? Later spreading all over Europe, waiting on an order to act? Today he is peacefully sweeping his yard and provoking tender emotions from his neighbours, while tomorrow he will come to kill those same neighbours. And it is impossible to spot this. Who could imagine this only a year ago? The most scary part is that we cannot imagine all the consequences of the current situation. What will such migration policies turn out to be for the European community in a year, in 10 or 50 years? What will happen to the jobs market? Will the Schengen zone stay in place? How will this affect neighboring countries? The EU states don’t have a coordinated position on measures that could stop these snowballing migration problems. But such a position must be worked out as soon as possible. Otherwise we shall see examples of decisive unilateral actions to secure national borders. What will this mean? An end to the common European area. In my opinion, the EU countries should show firm political will and introduce strict controls over migrant flows. Yes, this is easier said than done. But illegal entry to the European Union should not result in a guarantee of asylum. Only in this case, maybe, people aiming to reach Europe would in time understand that it is pointless to risk their lives to do so. Now, on the other hand, potential immigrants would be sure of their chances of successful migration. Of course, ideally, it would not be necessary to start wars on foreign soil to install your own standards of statehood or to oust disliked authorities. But if this has already happened, then don’t weaken the efforts to find a political resolution, as, for example, in Syria and other countries of the Middle East. Russia also accepts refugees. It is enough to remember that over a million people fled Ukraine and came to Russia. We have a lot of experience of accepting migrants. And we can share it with the European Union. We have made a corresponding proposition to the European Union. As an adjacent country we are interested in stopping the refugee flows, including through Russia. In March, there will be another expert meeting of the Russia-EU dialogue on migration. And I hope that approaches to solving this issue will be worked out there. It is clear that in order to completely defeat terrorists, airstrikes alone are not enough. The Syrian government forces are fighting against them on the ground. But before making a decision on the deployment of ground forces on Syrian soil as part of the international coalition led by the United States, it is necessary to ascertain whether the Syrian people need this. If this is not the case, the operation could complicate the already complex situation in the country, lead to more casualties and destroy the remaining conditions for a political settlement of the Syrian conflict. We believe that the fight against terrorism should be based on international law and a decision by the UN Security Council. At the same time, it is necessary to respect the sovereignty of every state that is within a conflict zone. Why am I talking about the importance of [international] law? Because if we pretend today that there is no such fundamental institution in the lives of people and nations, tomorrow we will get a world drowning in chaos and anarchy. The Russian Aerospace Defense Forces are in Syria at the request of the legal authorities of the country. Our goal is to help the Syrian people rid their country of ISIS [Islamic State] militants, not create a new war there. Iran, with which we are coordinating, is also helping Syria at the request of its government. And that’s the kind of coordination we are offering everyone who is ready to stand up against ISIS, including the patriotic opposition, the Free Syrian Army. By the way, Russia has been calling for all differences to be put aside and to unite against ISIS since the very start of the Syrian crisis, but this [effort] has been hampered by the ambitions of the US and its allies, and, most importantly, the idea of dividing terrorists into bad ones and not so bad ones. Now the Syrians are paying for that. And the Europeans, who have accepted over a million of migrants into their countries. More and more countries of the Middle East are being pulled into the conflict and it must be stopped. We are not going to start talks on the conditions for lifting the sanctions. We did not initiate them, so those who imposed them should be the first to cancel them. Sanctions are not on the agenda of the Munich conference, which deals with general security issues, as a separate issue. On the other hand, this problem will come up one way or another during talks with our colleagues and especially with business representatives. The businesses that are losing money are the ones that understand very well that the sanctions do nothing but economic damage. They have been imposed against our country about ten times. And nothing. That’s going to be the case this time as well. But the consequences will be grave for those of our partners that are losing their positions in the Russian market. Already today we hear unofficial statements from our European colleagues: lift certain restrictions in this or that sector. They are especially concerned about their farmers, by the way. But in Russia, we hear the position of our farmers as well: please keep this [sanctions] regime, give us a chance to stand on our feet, justify the investments. And as the head of the government I must take these considerations into account. Of course, not only Russian manufacturers are filling the vacant niches on our market. The share of Asian, Latin American and other suppliers has increased. And if our EU partners want to lecture and ignore our legitimate interests, which was the case with the EU-Ukraine association [agreement] issue, please go ahead, lecture! It will be other partners that will conduct business in our market, in the joint market of the Eurasian Economic Union. Nothing personal here, as they say. But nonetheless we expect that common sense will prevail, that economic logic, the logic of mutual benefit will return to our relations with the European Union. No special talks on the subject of Ukraine’s state debt are planned to be held in Munich. There is actually nothing to discuss here, debts have to be paid back. In December 2013, the government of Russia placed part of the money from the National Welfare Fund in Ukrainian securities, to the amount of $3 billion. That’s a substantial sum and we strongly disagree with the position of the Kiev authorities who are offering to restructure this debt on the same basis as commercial holders of Eurobonds. I have said this multiple times and I am going to repeat that the loan to Ukraine is not private, it is a state debt, one country’s sovereign debt to another. The status of the state debt has been recognized by the International Monetary Fund. And that’s a medical fact, as they say. As you’re probably aware, the debt repayment deadline fell two years later, that is, in December 2015. But we did not get the money. The new Ukrainian leadership took the responsibility to govern the country, so it should accept all the financial obligations to foreign creditors, including Russia. This is a position of a mature and responsible state that Ukraine aspires to be. You remember that after the collapse of the Soviet Union Russia accepted the debt obligations of all the republics, as a legal successor, including those of Ukraine. And everyone agreed on that. But whatever our relations with Ukraine may be, we can never forget that the people who live there are close to us and they are in a difficult situation. And as neighbors and countries united by a common history we compromised and offered that Kiev pay the debt back in installments – $1 billion [annually] over three years (2016-2018). And that would be under the guarantees of the United States or the European Union, or a large international bank, because such substantial concessions on the part of Russia mean additional risks for us. But what do we see? An official denial came from the American government. The European Union and the International Monetary Fund (IMF) ignored our proposals. Nonetheless, the IMF canceled its policy that prohibited lending to bankrupt countries specifically for Ukraine. Despite the fact that the Fund had actively used this rule with respect to such debtors as Greece and Ireland for example. Is it not clear that such an unprecedented double standard policy could open Pandora’s box and inflict tremendous damage on world finances, damaging the credibility of the international financial institutions. From a legal perspective, Ukraine is in a state of default, which means that Russia could seek the return of overdue loans through court. All the necessary documents are being prepared, a corresponding claim is being drawn up and our chances of winning in court are very high. But I still hope that the Ukrainian authorities will resolve the state debt problem outside of court. So far, this is unfortunately not happening. The proposals that we recently received from Ukraine via Germany are absolutely unacceptable. First of all, we cannot hold talks because the official status of the debt has not been recognized; second, the conditions proposed by Kiev are worse than those for commercial creditors. Who would put oneself in a loss-making position? At the same time, we are grateful to our German partners for their initiative that testifies to the seriousness of our arguments on this issue”. Demonizzare la Santa Russia che sta combattendo da sola in Siria la guerra contro Daesh, è un crimine contro la giustizia e l’umanità. Kirill e Francesco sono fratelli cristiani padri della unica Chiesa di Cristo. La Santa Russia e Roma sono già unite sotto il manto di Maria Santissima. La Madonna Guadalupana faccia il Miracolo della Riunificazione di Tutte le Chiese Cristiane di Oriente e Occidente.

                                                                                                 © Nicola Facciolini