Migranti, Fabrizio Di Nucci fotoreporter NurPhoto racconta l’arresto in Macedonia

Riportiamo integralmente il racconto del fotoreporter italiano Fabrizio Di Nucci, collaboratore dell’Agenzia NurPhoto, che è stato arrestato in Macedonia e in un commissariato di Gevgelija ha trascorso molte ore. Di Nucci è stato accusato di aver “attraversato illegalmente il confine”, al seguito dei profughi partiti dal campo greco di Idomeni. Per essere liberato ha dovuto […]

Riportiamo integralmente il racconto del fotoreporter italiano Fabrizio Di Nucci, collaboratore dell’Agenzia NurPhoto, che è stato arrestato in Macedonia e in un commissariato di Gevgelija ha trascorso molte ore. Di Nucci è stato accusato di aver “attraversato illegalmente il confine”, al seguito dei profughi partiti dal campo greco di Idomeni. Per essere liberato ha dovuto pagare una multa di 260 euro, venendo bandito per sei mesi dalla Macedonia.

 

“Il 14 marzo 2016 è stato il giorno in cui facendo il mio lavoro, mi sono trovato per la prima volta ad essere arrestato in un territorio straniero, la Macedonia.

Stavo seguendo insieme a molti colleghi da tutta l’Europa, quello che io ho definito un mini esodo. Dal campo di Idomeni in Grecia ci spostavamo verso il confine macedone. Eravamo tanti, per molti chilometri in strade che chiamare strade è un offesa alle strade vere. Salite, fango e montagne, questo il nostro percorso. Eravamo circondati da migliaia di rifugiati, che dentro molti zaini avevano chiuso le loro intere “case”. Chi a piedi, chi con due piedi e un bastone e chi con quattro rotelle. Abbiamo camminato tanto, fin quando abbiamo raggiunto il fiume Konska al confine tra Grecia e Macedonia. Attraversarlo non è stato facile, quello che doveva essere un “#safepassage” era in realtà una delle sfide più dure. Un fiume in piena che aveva la forza di cento uomini che ti spingono per farti cadere. Noi fotografi e giornalisti, dovevamo attraversarlo portando addosso solamente la nostra attrezzatura, un paio di chili al massimo ma lì c’erano famiglie intere che trasportavano le loro case, uomini con i loro bastoni e uomini con sedie a rotelle. I cento uomini non avevano pietà neanche di loro. E’ stato difficoltoso, ma ce l’abbiamo fatta tutti o quasi, so di 3 persone che hanno ceduto ai quei cento uomini.

Superato il fiume, il nostro scenario è cambiato, quello che fino a poco fa era solo un terreno marrone di fango, si era trasformato in un pianura verde e armoniosa, come se ci stesse dicendo che stavamo facendo bene e di continuare. E abbiamo continuato. Un chilometro ancora. Camminavamo e sulla destra c’era ad accompagnarci il muro, quel muro che divide per molti chilometri due intere nazioni, filo spinato e altezze. Poi, è sparito lui ma sono apparsi loro, militari dell’esercito macedone. Quella linea immaginaria l’avevamo passata, ma nessuno ci aveva avvisato, niente ce lo aveva mostrato e per loro eravamo illegalmente dentro il territorio. Presi, bloccati e spogliati delle nostre attrezzature. Il tempo di capire cosa avessimo sbagliato che già eravamo in stato di fermo, bloccati a solo 10 metri dalla Grecia e dall’Europa che ci lasciava la libertà di muoverci. Bagnati e infreddoliti, uomini e donne, giornalisti e volontari. “Fermi qui, non chiamate, non scrivete, non fate nulla se non respirare!” “ Scusate ma perché? Non volevamo entrare illegalmente!” “Parla con lui non con me!” e indicava il suo fucile, spingendolo in avanti, magari non l’avessimo capito. 10 minuti, poi mezz’ora, poi un’ora, poi finalmente hanno deciso di spostarci in una zona diversa. Mentre camminavamo abbiamo rincontrato tutti quei rifugiati che avevamo accompagnato in quella avventura. Erano seduti a terra, bloccati, non potevano far nulla. Ci scambiavamo sguardi, noi chiedevamo scusa perché non sapevamo che sarebbe andata a finire così, loro ci chiedevano aiuto. Neanche la possibilità di potergli lasciare dell’acqua che siamo stati allontanati da quegli uomini in mimetica con la bandiera di un sole splendente. Allontanati e portati alla stazione di polizia di Gevgelija su mezzi militari, neanche fossimo pericolosi criminali. Erano le 16.00. Nella stazione di polizia eravamo tanti, già molti erano stati portati lì e tanti altri ne sono arrivati. Consegniamo i passaporti, li rivedremo solo a tarda serata. Divisi in gruppi di 4/5 persone, incominciano a dirci di dover pagare questa multa di 15685 Dinari, più o meno 260€, per essere entrati illegalmente nel territorio. Sorge un altro problema, chi di noi gira con 260€ in tasca, come faremo a pagare?! La soluzione arriva direttamente dalla polizia macedone. Non c’è problema – ci dicono – Vi accompagniamo al bancomat, prelevate e pagate la multa. E così abbiamo fatto. Preleviamo e ci portano alla Western Union vicino la dogana, l’unica aperta alle 23 di sera e paghiamo. Torniamo nella stazione di polizia, ci fanno firmare un foglio scritto in macedone in cui confermavamo il nostro “reato” e ci rilasciano il foglio di via. In 24h dobbiamo lasciare il paese e per i prossimi 6 mesi non possiamo più tornare. Ora siamo liberi di andare.

In tutta questa storia credo che qualche diritto sia stato calpestato, qualcuno abbia fatto più di quello che poteva, ma ormai è inutile dirlo. Come disse Giulio Cesare attraversando il Rubicone “ Il dado è tratto” .

Questa la storia del 14 marzo, che non ha fatto certo cambiare le nostre idee di giornalismo, vogliamo raccontare e vogliamo continuarlo a fare nonostante le nostre tasche siano più leggere. La passione che ci spinge è più forte di quei cento uomini, la determinazione è più forte di un ariete che sfonda porte. Lavorando da freelance se non hai passione e determinazione, sei finito. Non si lavora per diventare ricchi. Ricchi ci si diventa se gratti il giusto Gratta e Vinci. Si fa per dare voce a quelle migliaia di persone che hanno perso la voce a forza di urlare i loro diritti al mondo, ma il mondo sta diventando sordo. Le foto, le riprese e gli articoli sono la loro voce. Più foto, riprese e articoli ci sono e più si sta urlando e bisogna urlare se vogliamo che tutto il mondo ascolti.

migranti bimbi

Domani è già tempo di ripartire, dobbiamo continuare ad urlare.

Fabrizio Di Nucci