Pasqua Ebraica e Cristiana: i Valori di una Festa Universale

“La Passione di Gesù dura fino alla fine del mondo, perché è una storia di condivisione con le sofferenze di tutta l’umanità e una permanente presenza nelle vicende della vita personale di ognuno di noi. Con quanto amore ci guarda Gesù! Con quanto amore guarisce il nostro cuore peccatore! Mai si spaventa dei nostri peccati” […]

“La Passione di Gesù dura fino alla fine del mondo, perché è una storia di condivisione con le sofferenze di tutta l’umanità e una permanente presenza nelle vicende della vita personale di ognuno di noi. Con quanto amore ci guarda Gesù! Con quanto amore guarisce il nostro cuore peccatore! Mai si spaventa dei nostri peccati” (Papa Francesco).

“Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7). Hag Pèsach Sameach! Felice Pesach! Happy Passover! Buona Pasqua di Resurrezione Santa! Holy Easter! Misericordia di Dio e Santa Pasqua sono intimamente legate a un chiaro comportamento divino sulla Terra e nei Cieli. “Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Jesu Christi confisus et in spiritu penitentiae accepto”. Misericordiosi come il Padre. Nella Udienza generale del Mercoledì Santo, il Santo Padre parla del Triduo pasquale nel Giubileo della Misericordia. “Vivremo il Giovedì, il Venerdì e il Sabato Santi come momenti forti che ci permettono di entrare sempre più nel grande mistero della nostra fede: la Resurrezione del nostro Signore Gesù Cristo. Tutto, in questi tre giorni – osserva Papa Bergoglio – parla di misericordia, perché rende visibile fino a dove può giungere l’amore di Dio. Ascolteremo il racconto degli ultimi giorni di vita di Gesù. L’evangelista Giovanni ci offre la chiave per comprenderne il senso profondo: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). L’amore di Dio non ha limiti. Come ripeteva spesso sant’Agostino, è un amore che va “fino alla fine senza fine”. Dio si offre veramente tutto per ciascuno di noi e non si risparmia in nulla. Il Mistero che adoriamo in questa Settimana Santa è una grande storia d’amore che non conosce ostacoli. La Passione di Gesù dura fino alla fine del mondo, perché è una storia di condivisione con le sofferenze di tutta l’umanità e una permanente presenza nelle vicende della vita personale di ognuno di noi. Insomma, il Triduo Pasquale è memoriale di un dramma d’amore che ci dona la certezza che non saremo mai abbandonati nelle prove della vita. Il Giovedì santo Gesù istituisce l’Eucaristia, anticipando nel banchetto pasquale il suo sacrificio sul Golgota. Per far comprendere ai discepoli l’amore che lo anima, lava loro i piedi, offrendo ancora una volta l’esempio in prima persona di come loro stessi dovranno agire. L’Eucaristia è l’amore che si fa servizio. È la presenza sublime di Cristo che desidera sfamare ogni uomo, soprattutto i più deboli, per renderli capaci di un cammino di testimonianza tra le difficoltà del mondo. Non solo. Nel darsi a noi come cibo, Gesù attesta che dobbiamo imparare a spezzare con altri questo nutrimento perché diventi una vera comunione di vita con quanti sono nel bisogno. Lui si dona a noi e ci chiede di rimanere in Lui per fare altrettanto. Il Venerdì santo è il momento culminante dell’amore. La morte di Gesù, che sulla croce si abbandona al Padre per offrire la salvezza al mondo intero, esprime l’amore donato sino alla fine, senza fine. Un amore che intende abbracciare tutti, nessuno escluso. Un amore che si estende ad ogni tempo e ad ogni luogo: una sorgente inesauribile di salvezza a cui ognuno di noi, peccatori, può attingere. Se Dio ci ha dimostrato il Suo amore supremo nella morte di Gesù, allora anche noi, rigenerati dallo Spirito Santo, possiamo e dobbiamo amarci gli uni gli altri. E, infine, il Sabato santo è il giorno del silenzio di Dio. Deve essere un giorno di silenzio, e noi dobbiamo fare di tutto perché per noi sia proprio una giornata di silenzio, come è stato in quel tempo: il giorno del silenzio di Dio. Gesù deposto nel sepolcro condivide con tutta l’umanità il dramma della morte. È un silenzio che parla ed esprime l’amore come solidarietà con gli abbandonati da sempre, che il Figlio di Dio raggiunge colmando il vuoto che solo la misericordia infinita del Padre Dio può riempire. Dio tace, ma per amore. In questo giorno l’amore, quell’amore silenzioso, diventa attesa della vita nella Resurrezione. Pensiamo, il Sabato Santo: ci farà bene pensare al silenzio della Madonna, “la Credente”, che in silenzio era in attesa della Resurrezione. La Madonna dovrà essere l’icona, per noi, di quel Sabato Santo. Pensare tanto come la Madonna ha vissuto quel Sabato Santo; in attesa. È l’amore che non dubita, ma che spera nella parola del Signore, perché diventi manifesta e splendente il giorno di Pasqua. È tutto un grande mistero d’amore e di misericordia. Le nostre parole sono povere e insufficienti per esprimerlo in pienezza. Ci può venire in aiuto l’esperienza di una ragazza, non molto conosciuta, che ha scritto pagine sublimi sull’amore di Cristo. Si chiamava Giuliana di Norwich; era analfabeta, questa ragazza che ebbe delle visioni della passione di Gesù e che poi, divenuta una reclusa, ha descritto, con linguaggio semplice, ma profondo ed intenso, il senso dell’amore misericordioso. Diceva così: «Allora il nostro buon Signore mi domandò: “Sei contenta che io abbia sofferto per te?” Io dissi: “Sì, buon Signore, e ti ringrazio moltissimo; sì, buon Signore, che Tu sia benedetto”. Allora Gesù, il nostro buon Signore, disse: “Se tu sei contenta, anch’io lo sono. L’aver sofferto la passione per te è per me una gioia, una felicità, un gaudio eterno; e se potessi soffrire di più lo farei”». Questo è il nostro Gesù, che a ognuno di noi dice: “Se potessi soffrire di più per te, lo farei”. Come sono belle queste parole! Ci permettono di capire davvero l’amore immenso e senza confini che il Signore ha per ognuno di noi. Lasciamoci avvolgere da questa misericordia che ci viene incontro; e in questi giorni, mentre teniamo fisso lo sguardo sulla passione e la morte del Signore, accogliamo nel nostro cuore la grandezza del suo amore e, come la Madonna il Sabato, in silenzio, nell’attesa della Resurrezione”. Si legge nei «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo: “Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza. Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere. Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale, per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell’ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia. Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”. Al tramonto del 14 di Nissan, Venerdì sera 22 Aprile 2016, inizia la Pèsach, otto giorni di festa in cui si ricorda e si celebra la Liberazione del Popolo eletto dalla schiavitù d’Egitto. Il 15 Nissan dell’anno 5776 è il periodo in cui in Israele maturano i primi cereali. Pèsach è anche nota col nome Hag hamatzot, cioè Festa delle azzime. In Terra Santa (Israele, Palestina) dura sette giorni mentre nella Diaspora otto giorni: i primi due e gli ultimi due sono di festa solenne (Moed). Quest’anno il primo Seder ebraico viene celebrato la sera del 22 Aprile. Pèsach termina il 30 Aprile alle ore 20:30. Quando furono liberati dall’Egitto, gli Ebrei non ebbero il tempo di far lievitare il pane e in ricordo dell’evento, durante gli otto giorni è vietato cibarsi di qualsiasi alimento lievitato. Al suo posto si mangia il pane azzimo, la matzà. Nel celebrare il Seder si legge l’Haggadah che racconta la Storia degli Ebrei, dalla schiavitù egiziana alla liberazione grazie al Patriarca Mosè. Si consumano vino, azzime ed erbe amare in ricordo dei dolori e delle gioie degli Ebrei. La “Settimana Santa” ebraica non coincide quest’anno con quella cristiana. Papa Francesco rivolge il suo “cordiale augurio di pace” alla Comunità Ebraica in occasione della Pèsach, la Pasqua degli Ebrei, che inizia al tramonto. Il Santo Padre auspica che “la memoria della liberazione dall’oppressione per mezzo del braccio potente del Signore” possa ispirare “pensieri di misericordia, di riconciliazione e di fraterna vicinanza a tutti coloro che soffrono sotto il peso di nuove schiavitù. L’Onnipotente, che ha liberato il Suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto per guidarlo alla Terra Promessa, continui a liberarvi da ogni male e ad accompagnarvi con la sua benedizione. Vi chiedo di pregare per me, mentre io assicuro la mia preghiera per voi, confidando di poter approfondire i legami di stima e di amicizia reciproca”. La Luna Piena pasquale di Mercoledì Santo 23 Marzo 2016 alle ore 13 italiane (con relativa eclisse penombrale lunare di 4 ore e 15 minuti) ricorda che il calendario civile religioso a volte è imperfetto. “Beati sarete voi quando vi oltraggeranno e perseguiteranno, e falsamente diranno di voi ogni male per causa mia. Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 5,11). Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam. La Santa Pasqua è una festività intimamente religiosa, la più importante dell’anno anche se il commercio elettronico sembra ignorarla, che assume un significato di forte impatto culturale e spirituale sulla Terra e nei Cieli. In ogni Regione d’Italia e del Mondo si conservano antiche tradizioni che perpetuano il senso religioso pasquale nell’intimo legame dell’Onnipotente con i terrestri. “Ma nishtannà ha laila ha zè miccol ha lelot?” – chiedono i bambini ebrei la notte di Pasqua, cioè: “In che cosa è diversa questa sera dalle altre sere?”. Il rabbino rav Jonathan Sacks risponde: “Uno dei più potenti messaggi dell’ebraismo è che il riscatto sia di questo mondo. Ogni volta che aiutiamo il povero a sfuggire la povertà, offriamo una casa al senzatetto, ascoltiamo coloro che non hanno voce, avviciniamo di un passo il Regno di Dio. Il modo migliore per non dimenticare questo messaggio è mangiare ogni anno il pane dell’afflizione, e le erbe amare, per non dimenticare cosa significa non essere liberi”. Che gli auguri di Pasqua non siano formali, ma autentici e sinceri, di serenità, di libertà e di pace. Per la conquista del rispetto e della dignità di ogni essere umano. In questo mondo, sempre più piccolo e interconnesso, i nostri destini e le nostre sorti saranno sempre più, inevitabilmente, intrecciati e condivisi. È questo il senso affettuoso di Pèsach kasher vesameach. Pèsach (la radice ‘psch’, Pasqua, esprime l’idea del “saltellare” del gregge, ma come vedremo il “salto” e il “passare oltre”, Passover, alludono a un chiaro comportamento divino!) è il giorno più difficile dell’anno ebraico e cristiano. Il momento in cui sorge il dovere di costruire e di conquistare la libertà, la vita, la speranza che illumina la notte dei tempi oscuri. Lo è anche per il mondo cristiano perseguitato soprattutto oggi sulla Terra, come ricorda Papa Francesco. Giorni unici per densità di appuntamenti e intensità spirituale. È ciò che alla vigilia della Pasqua i cristiani vivono nel momento in cui l’anno liturgico li invita a immergersi nella Settimana Santa e in particolare nel Triduo pasquale. Un periodo, questo, segnato dalla riflessione del Papa sul Giubileo della Misericordia, che Francesco apre con la Messa in Coena Domini il pomeriggio del Giovedì Santo 24 Marzo 2016 in San Pietro. Misericordia. L’anima e la carne del Triduo pasquale sono strettamente orientate da questo valore sul quale Francesco intende incardinare la Chiesa universale per un intero anno. La Domenica delle Palme mostra già l’impronta giubilare impressa da Papa Bergoglio alla Settimana Santa: i singoli supplizi della Passione di Cristo vengono sublimati dall’amore abissale di Gesù che tutto perdona e ricopre della Sua misericordia anche nel momento in cui ad essere abissale è il dolore. “Del resto – osserva Francesco – la Settimana Santa è il racconto di un Dio che per amore dell’uomo sceglie di annientarsi. Il momento culmine in cui la spogliazione di Gesù sembra sovrapporsi e fondersi quasi con quella del suo Vicario sulla Terra, è quando, il Giovedì Santo, Francesco (fin dall’inizio del suo Pontificato) si china a lavare e a baciare i piedi dei socialmente, economicamente e politicamente scartati. Gli ultimi. Pensando al Giubileo non può non tornare alla memoria l’umiltà delle sue parole dello scorso anno ai detenuti di Rebibbia, poco prima di inginocchiarsi davanti a loro: “Ma anche io ho bisogno di essere lavato dal Signore e per questo pregate durante questa Messa perché il Signore lavi anche le mie sporcizie, perché io diventi più schiavo di voi, più schiavo nel servizio della gente, com’è stato Gesù”. Una schiavitù che per “l’indifferenza delle autorità – ricorda Francesco – diventa crudele spettacolo sul Golgota”. È ciò che la Chiesa medita lungo le ore del Venerdì Santo, con il Papa in Basilica vaticana alle ore 17 per la celebrazione della Passione del Signore, rivissuta qualche ora dopo, alle 21:15, nella notte della Via Crucis al Colosseo. Ma c’è anche l’altra notte, quella del Sabato Santo, la “Madre di tutte le Veglie”, che anticipa, con i riti di benedizione dell’acqua e del fuoco in tutto il mondo, la vita nuova della Resurrezione di Gesù Cristo, la Verità del Cristianesimo, con Francesco a presiedere la celebrazione in San Pietro dalle 20.30. Domenica 27 Marzo 2016 è la Pasqua di Resurrezione, con la Messa del giorno in Piazza San Pietro alle ore 10 suggellata a mezzogiorno dalla benedizione “Urbi et Orbi” di Papa Bergoglio, impartita dalla loggia centrale della Basilica vaticana. L’inizio della Settimana Santa è la porta d’ingresso di un mistero che, tra il Cenacolo e il sepolcro, chiede a ciascuno di noi e alla nostra fede di essere fuoco e non acqua stagnante. “Prendiamo sul serio il nostro essere cristiani, e impegniamoci a vivere da credenti”, scrive Francesco in un “tweet”. Il perché lo spiegava l’anno scorso durante la Veglia: “Entrare nel mistero significa andare oltre le proprie comode sicurezze, oltre la pigrizia e l’indifferenza che ci frenano, e mettersi alla ricerca della verità, della bellezza e dell’amore, cercare un senso non scontato, una risposta non banale alle domande che mettono in crisi la nostra fede, la nostra fedeltà e la nostra ragione”. Nell’immagine di Gesù, al quale durante la Passione “viene negata ogni giustizia” e che “prova sulla sua pelle anche l’indifferenza”, Papa Francesco vede riflessa quella di “tanta gente, tanti emarginati, tanti profughi, tanti rifugiati, del cui destino molti non vogliono assumersi la responsabilità”. Lo confida durante la celebrazione della Domenica delle Palme, presieduta la mattina del 20 Marzo 2016 in piazza San Pietro, in occasione della 31.ma Giornata della Gioventù celebrata a livello diocesano, alla presenza di una folla immensa di fedeli, tra i quali tantissimi giovani ai quali il Santo Padre ricorda l’appuntamento estivo per la Giornata Mondiale in programma a Cracovia (Polonia) dal 26 al 31 Luglio 2016. Nei pressi dell’obelisco egizio il Papa benedice le palme e gli ulivi. Al termine della processione, raggiunge il sagrato della Basilica vaticana e celebra la santa messa. All’omelia Francesco commenta il racconto della Passione del Signore secondo Luca, invitando, in questi giorni della Settimana Santa, a “guardare spesso il crocifisso che è la cattedra di Dio, per imparare l’amore umile, per rinunciare all’egoismo, alla ricerca del potere e della fama”. L’allestimento floreale che orna l’altare e la piazza è stato offerto quest’anno dall’Azienda speciale della Camera di Commercio di Imperia, “Riviera dei Fiori”, che ha utilizzato circa 10mila piantine aromatiche, 7mila steli di fiori e 30mila ramoscelli di ulivo distribuiti ai fedeli. Secondo una tradizione ormai consolidata anche in questa occasione il Consorzio “Il Cammino” ha fornito circa 2.300 palme intrecciate, i tradizionali “parmureli” provenienti da Sanremo e Bordighera, secondo l’antica tradizione del ponente ligure. Il “parmurelu” riservato a Papa Francesco è intrecciato con tre foglie di palma unite, a simboleggiare la Santissima Trinità. Il Pontefice utilizza un pastorale in legno intarsiato. “Benedetto colui che viene nel nome del Signore (Lc 19,38) gridava festante la folla di Gerusalemme accogliendo Gesù. Abbiamo fatto nostro quell’entusiasmo – rileva Papa Bergoglio nell’omelia – agitando le palme e i rami di ulivo abbiamo espresso la lode e la gioia, il desiderio di ricevere Gesù che viene a noi. Sì, come è entrato a Gerusalemme, Egli desidera entrare nelle nostre città e nelle nostre vite. Come fece nel Vangelo, cavalcando un asino, viene a noi umilmente, ma viene «nel nome del Signore»: con la potenza del Suo amore divino perdona i nostri peccati e ci riconcilia col Padre e con noi stessi. Gesù è contento della manifestazione popolare di affetto della gente, e quando i farisei lo invitano a far tacere i bambini e gli altri che lo acclamano risponde: «Se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40). Niente poté fermare l’entusiasmo per l’ingresso di Gesù; niente ci impedisca di trovare in Lui la fonte della nostra gioia, la gioia vera, che rimane e dà la pace; perché solo Gesù ci salva dai lacci del peccato, della morte, della paura e della tristezza. Ma la Liturgia di oggi ci insegna che il Signore non ci ha salvati con un ingresso trionfale o mediante potenti miracoli. L’apostolo Paolo, nella seconda Lettura, sintetizza con due verbi il percorso della redenzione: «svuotò» e «umiliò» sé stesso (Fil 2,7.8). Questi due verbi ci dicono fino a quale estremo è giunto l’amore di Dio per noi. Gesù svuotò sé stesso: rinunciò alla gloria di Figlio di Dio e divenne Figlio dell’uomo, per essere in tutto solidale con noi peccatori, Lui che è senza peccato. Non solo: ha vissuto tra noi in una «condizione di servo» (v. 7): non di re, né di principe, ma di servo. Quindi si è umiliato, e l’abisso della Sua umiliazione, che la Settimana Santa ci mostra, sembra non avere fondo. Il primo gesto di questo amore «sino alla fine» (Gv 13,1) – ricorda il Vescovo di Roma – è la lavanda dei piedi. «Il Signore e il Maestro» (Gv 13,14) si abbassa fino ai piedi dei discepoli, come solo i servi facevano. Ci ha mostrato con l’esempio che noi abbiamo bisogno di essere raggiunti dal Suo amore, che si china su di noi; non possiamo farne a meno, non possiamo amare senza farci prima amare da Lui, senza sperimentare la Sua sorprendente tenerezza e senza accettare che l’amore vero consiste nel servizio concreto. Ma questo è solo l’inizio. L’umiliazione che Gesù subisce si fa estrema nella Passione: viene venduto per trenta denari e tradito con un bacio da un discepolo che aveva scelto e chiamato amico. Quasi tutti gli altri fuggono e Lo abbandonano; Pietro Lo rinnega tre volte nel cortile del tempio. Umiliato nell’animo con scherni, insulti e sputi, patisce nel corpo violenze atroci: le percosse, i flagelli e la corona di spine rendono il Suo aspetto irriconoscibile. Subisce anche l’infamia e la condanna iniqua delle autorità, religiose e politiche: è fatto peccato e riconosciuto ingiusto. Pilato, poi, Lo invia da Erode e questi Lo rimanda dal governatore romano: mentre Gli viene negata ogni giustizia – spiega Papa Bergoglio – Gesù prova sulla Sua pelle anche l’indifferenza, perché nessuno vuole assumersi la responsabilità del Suo destino. E penso a tanta gente, a tanti emarginati, a tanti profughi, a tanti rifugiati, a coloro dei quali molti non vogliono assumersi la responsabilità del loro destino. La folla, che poco prima Lo aveva acclamato, trasforma le lodi in un grido di accusa, preferendo persino che al Suo posto venga liberato un omicida. Giunge così alla morte di croce, quella più dolorosa e infamante, riservata ai traditori, agli schiavi, ai peggiori criminali (la “mors turpissima” secondo Cicerone, NdA). La solitudine, la diffamazione e il dolore non sono ancora il culmine della Sua spogliazione. Per essere in tutto solidale con noi, sulla croce sperimenta anche il misterioso abbandono del Padre. Nell’abbandono, però, prega e si affida: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Appeso al patibolo, oltre alla derisione, affronta l’ultima tentazione: la provocazione a scendere dalla croce, a vincere il male con la forza e a mostrare il volto di un dio potente e invincibile. Gesù invece, proprio qui, all’apice dell’annientamento, rivela il volto vero di Dio, che è Misericordia. Perdona i Suoi crocifissori, apre le porte del Paradiso al ladrone pentito e tocca il cuore del centurione. Se è abissale il mistero del male, infinita è la realtà dell’Amore che lo ha attraversato, giungendo fino al sepolcro e agli inferi, assumendo tutto il nostro dolore per redimerlo, portando luce nelle tenebre, vita nella morte, amore nell’odio. Può sembrarci tanto distante il modo di agire di Dio, che si è annientato per noi – rivela Francesco – mentre a noi pare difficile persino dimenticarci un poco di noi. Egli viene a salvarci; siamo chiamati a scegliere la sua via: la via del servizio, del dono, della dimenticanza di sé. Possiamo incamminarci su questa via soffermandoci in questi giorni a guardare il Crocifisso, è la “cattedra di Dio”. Vi invito in questa Settimana a guardare spesso questa “cattedra di Dio”, per imparare l’amore umile, che salva e dà la vita, per rinunciare all’egoismo, alla ricerca del potere e della fama. Con la Sua umiliazione, Gesù ci invita a camminare sulla Sua strada. Rivolgiamo lo sguardo a Lui, chiediamo la grazia di capire almeno qualcosa di questo mistero del Suo annientamento per noi; e così, in silenzio, contempliamo il mistero di questa Settimana”. Che possiamo leggere nel Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 22,14-71.23,1-56: “ Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E preso un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e distribuitelo tra voi,
poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio
». Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi». «Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell’uomo dal quale è tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò. Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele. Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi». Poi disse: «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una.
Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli rispose: «Basta!». Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione». Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccandogli l’orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che gli erano venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre». Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di loro!». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito, pianse amaramente. Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: «Indovina: chi ti ha colpito?». E molti altri insulti dicevano contro di lui. Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, diccelo». Gesù rispose: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete.
Ma da questo momento starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio». Allora tutti esclamarono: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli disse loro: «Lo dite voi stessi: io lo sono». Risposero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca». Tutta l’assemblea si alzò, lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re». Pilato lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest’uomo». Ma essi insistevano: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. C’erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro. Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: «Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; e neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «A morte costui! Dacci libero Barabba!». Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà. Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?». Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati. Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Era verso mezzogiorno, quando il Sole si eclissò e si fece buio su tutta la Terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò. Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: «Veramente quest’uomo era giusto». Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti. C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della parascève e già splendevano le luci del sabato.
Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento”. Papa Francesco all’Angelus ricorda che “la 31.ma Giornata Mondiale della Gioventù avrà il suo culmine alla fine di Luglio nel grande Incontro mondiale a Cracovia. Il tema è «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Il mio saluto speciale va ai giovani qui presenti, e si estende a tutti i giovani del mondo. Spero che potrete venire numerosi a Cracovia, patria di san Giovanni Paolo II, iniziatore delle Giornate Mondiali della Gioventù. Alla sua intercessione affidiamo gli ultimi mesi di preparazione di questo pellegrinaggio che, nel quadro dell’Anno Santo della Misericordia, sarà il Giubileo dei giovani a livello della Chiesa universale. Sono qui con noi molti giovani volontari di Cracovia. Tornando in Polonia, porteranno ai responsabili della Nazione i rami di ulivo raccolti a Gerusalemme, Assisi e Montecassino e benedetti oggi in questa piazza, come invito a coltivare propositi di pace, di riconciliazione e di fraternità. Grazie per questa bella iniziativa; andate avanti con coraggio!”. I martiri cristiani donano la vita e non la tolgono! “Perché mi uccidete?”, sono le ultime parole di padre Vincent Machozi, sacerdote assunzionista ucciso, la notte di Domenica scorsa, nel villaggio di Vitungwe-Isale, a 15 km da Butembo nel Territorio di Beni (Provincia del Nord Kivu nell’est della Repubblica Democratica del Congo). Secondo quanto riferito a “la Croix” da padre Emmanuel Kahindo, vicario generale della Congregazione degli Assunzionisti (Agostiniani dell’Assunzione), egli stesso di nazionalità congolese, “alcuni militari sono arrivati su dei veicoli verso mezzanotte, hanno abbattuto la porte e l’hanno ucciso sul posto”. Gli assassini sarebbero militari delle forze armate congolesi. Le testimonianze raccolte da padre Kahindo e dal sito “benilubero.com” concordano sul fatto che gli assassini sarebbero militari delle forze armate congolesi (Fardc). In particolare “benilubero.com” riferisce che “una decina di soldati in uniforme delle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo, pesantemente armati, che viaggiavano in jeep, hanno fatto irruzione nel perimetro del centro sociale Mon Beau Village, dove si erano riuniti i capi tradizionali Nande per prendere parte ad una riflessione sulla pace convocata da Mwami Abdul Kalemire III”, capo della comunità di Basho, in missione nella zona e ospite dello stesso convento. I soldati volevano colpire il capo Kalemire e padre Vincent. Nonostante il tentativo degli astanti di nascondere la presenza delle due persone prese di mira, riporta l’agenzia Fides, i militari hanno scoperto padre Vincent che si trovava all’aperto, nel cortile, e stava lavorando al suo computer portatile. Si è sentita una raffica di arma automatica mentre padre Vincent gridava: “Perché mi uccidete?”. Kalemire III si è salvato solo perché aveva appena lasciato padre Vincent per andare a riposarsi. Padre Vincent era già stato minacciato di morte, tanto è vero che nel 2003 era stato costretto all’esilio negli Stati Uniti d’America. Questo non gli aveva impedito di diventare Capo Redattore di “benilubero.com”. Dopo il suo ritorno nella Rdc era sfuggito a sette attentati. Si era battuto contro i gruppi armati dediti allo sfruttamento del Coltan. Padre Vincent aveva denunciato più volte le sofferenze della popolazione Nande causate dalla presenza nel Territorio di Beni di diversi gruppi armati dediti allo sfruttamento illegale del Coltan (minerale usato nella fabbricazione di componenti elettronici per cellulari, tablet e pad), spesso con la connivenza dell’esercito regolare. Il religioso era nato nel 1965. A 17 anni era entrato nella Congregazione degli Assunzionisti. Dopo aver completato gli studi in Francia fu ordinato ad Angers nel 1994. Ha insegnato al seminario di Kinshasa conseguendo un dottorato all’Università di Boston in risoluzione dei conflitti. Sempre Domenica scorsa, un sacerdote dell’Ordine dei Chierici Regolari Minori (Padri Caracciolini) è stato ferito gravemente in un agguato stradale a Katwiguru, 30 km da Rutshuru. La Domenica delle Palme. Nel Messaggio per la XXX Giornata Mondiale Della Gioventù, Papa Francesco aveva scritto: “Cari giovani, continuiamo il nostro pellegrinaggio spirituale verso Cracovia, dove nel Luglio 2016 si terrà la prossima edizione internazionale della Giornata Mondiale della Gioventù. Come guida del nostro cammino abbiamo scelto le Beatitudini evangeliche. L’anno scorso abbiamo riflettuto sulla Beatitudine dei poveri in spirito, inserita nel contesto più ampio del “discorso della montagna”. Abbiamo scoperto insieme il significato rivoluzionario delle Beatitudini e il forte richiamo di Gesù a lanciarci con coraggio nell’avventura della ricerca della felicità. Quest’anno rifletteremo sulla sesta Beatitudine: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). La parola beati, ossia felici, compare nove volte in questa che è la prima grande predica di Gesù (Mt 5,1-12). È come un ritornello che ci ricorda la chiamata del Signore a percorrere insieme a Lui una strada che, nonostante tutte le sfide, è la via della vera felicità. Sì, cari giovani, la ricerca della felicità è comune a tutte le persone di tutti i tempi e di tutte le età. Dio ha deposto nel cuore di ogni uomo e di ogni donna un desiderio irreprimibile di felicità, di pienezza. Non avvertite che i vostri cuori sono inquieti e in continua ricerca di un bene che possa saziare la loro sete d’infinito? I primi capitoli del Libro della Genesi ci presentano la splendida beatitudine alla quale siamo chiamati e che consiste in comunione perfetta con Dio, con gli altri, con la natura, con noi stessi. Il libero accesso a Dio, alla sua intimità e visione era presente nel progetto di Dio per l’umanità dalle sue origini e faceva sì che la luce divina permeasse di verità e trasparenza tutte le relazioni umane. In questo stato di purezza originale non esistevano “maschere”, sotterfugi, motivi per nascondersi gli uni agli altri. Tutto era limpido e chiaro”. È questa l’Umanità Perfetta in Dio. “Quando l’uomo e la donna cedono alla tentazione e rompono la relazione di fiduciosa comunione con Dio – osserva Papa Bergoglio – il peccato entra nella storia umana (Genesi 3). Le conseguenze si fanno subito notare anche nelle loro relazioni con sé stessi, l’uno con l’altro, con la natura. E sono drammatiche! La purezza delle origini è come inquinata. Da quel momento in poi l’accesso diretto alla presenza di Dio non è più possibile. Subentra la tendenza a nascondersi, l’uomo e la donna devono coprire la propria nudità. Privi della luce che proviene dalla visione del Signore, guardano la realtà che li circonda in modo distorto, miope. La “bussola” interiore che li guidava nella ricerca della felicità perde il suo punto di riferimento e i richiami del potere, del possesso e della brama del piacere a tutti i costi li portano nel baratro della tristezza e dell’angoscia”. Ecco perché esistono sulla Terra il peccato e la morte. “Nei Salmi troviamo il grido che l’umanità rivolge a Dio dal profondo dell’anima: «Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?» (Sal 4,7). Il Padre, nella Sua infinita bontà, risponde a questa supplica inviando il Suo Figlio. In Gesù, Dio assume un volto umano. Con la Sua incarnazione, vita, morte e Resurrezione Egli ci redime dal peccato e ci apre orizzonti nuovi, finora impensabili. E così, in Cristo, cari giovani, si trova il pieno compimento dei vostri sogni di bontà e felicità. Lui solo può soddisfare le vostre attese tante volte deluse dalle false promesse mondane. Come disse San Giovanni Paolo II: «è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande» (Veglia di preghiera a Tor Vergata, 19 Agosto 2000: Insegnamenti XXIII/2, [2000], 212). Adesso cerchiamo di approfondire come questa beatitudine passi attraverso la purezza del cuore. Prima di tutto dobbiamo capire il significato biblico della parola cuore. Per la cultura ebraica – rivela Papa Francesco – il cuore è il centro dei sentimenti, dei pensieri e delle intenzioni della persona umana. Se la Bibbia ci insegna che Dio non vede le apparenze, ma il cuore (1 Sam 16,7) possiamo dire anche che è a partire dal nostro cuore che possiamo vedere Dio. Questo perché il cuore riassume l’essere umano nella sua totalità e unità di corpo e anima, nella sua capacità di amare ed essere amato. Per quanto riguarda invece la definizione di “puro”, la parola greca utilizzata dall’evangelista Matteo è katharos e significa fondamentalmente pulito, limpido, libero da sostanze contaminanti. Nel Vangelo vediamo Gesù scardinare una certa concezione della purezza rituale legata all’esteriorità, che vietava ogni contatto con cose e persone (tra cui i lebbrosi e gli stranieri) considerati impuri. Ai farisei che, come tanti giudei di quel tempo, non mangiavano senza aver fatto le abluzioni e osservavano numerose tradizioni legate al lavaggio di oggetti, Gesù dice in modo categorico: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Mc 7,15.21-22). In che consiste dunque la felicità che scaturisce da un cuore puro? A partire dall’elenco dei mali che rendono l’uomo impuro, enumerati da Gesù, vediamo che la questione tocca soprattutto il campo delle nostre relazioni. Ognuno di noi deve imparare a discernere ciò che può “inquinare” il suo cuore, formarsi una coscienza retta e sensibile, capace di «discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Se è necessaria una sana attenzione per la custodia del creato, per la purezza dell’aria, dell’acqua e del cibo, tanto più dobbiamo custodire la purezza di ciò che abbiamo di più prezioso: i nostri cuori e le nostre relazioni. Questa “ecologia umana” ci aiuterà a respirare l’aria pura che proviene dalle cose belle, dall’amore vero, dalla santità. Una volta vi ho posto la domanda: Dov’è il vostro tesoro? Su quale tesoro riposa il vostro cuore? (Intervista con alcuni giovani del Belgio, 31 Marzo 2014). Sì, i nostri cuori possono attaccarsi a veri o falsi tesori, possono trovare un riposo autentico oppure addormentarsi, diventando pigri e intorpiditi. Il bene più prezioso che possiamo avere nella vita è la nostra relazione con Dio. Ne siete convinti? Siete consapevoli del valore inestimabile che avete agli occhi di Dio? Sapete di essere amati e accolti da Lui in modo incondizionato, così come siete? Quando questa percezione viene meno, l’essere umano diventa un enigma incomprensibile, perché proprio il sapere di essere amati da Dio incondizionatamente dà senso alla nostra vita. Ricordate il colloquio di Gesù con il giovane ricco (Mc 10,17-22)? L’evangelista Marco nota che il Signore fissò lo sguardo su di lui e lo amò (v. 21), invitandolo poi a seguirlo per trovare il vero tesoro. Vi auguro, cari giovani, che questo sguardo di Cristo, pieno di amore, vi accompagni per tutta la vostra vita. Il periodo della giovinezza è quello in cui sboccia la grande ricchezza affettiva presente nei vostri cuori, il desiderio profondo di un amore vero, bello e grande. Quanta forza c’è in questa capacità di amare ed essere amati! Non permettete che questo valore prezioso sia falsato, distrutto o deturpato. Questo succede quando nelle nostre relazioni subentra la strumentalizzazione del prossimo per i propri fini egoistici, talvolta come puro oggetto di piacere. Il cuore rimane ferito e triste in seguito a queste esperienze negative. Vi prego: non abbiate paura di un amore vero, quello che ci insegna Gesù e che San Paolo delinea così: «La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (1 Cor 13, 4-8). Nell’invitarvi a riscoprire la bellezza della vocazione umana all’amore, vi esorto anche a ribellarvi contro la diffusa tendenza a banalizzare l’amore, soprattutto quando si cerca di ridurlo solamente all’aspetto sessuale, svincolandolo così dalle sue essenziali caratteristiche di bellezza, comunione, fedeltà e responsabilità. Cari giovani, «nella cultura del provvisorio, del relativo, molti predicano che l’importante è “godere” il momento, che non vale la pena di impegnarsi per tutta la vita, di fare scelte definitive, “per sempre”, perché non si sa cosa riserva il domani. Io, invece, vi chiedo di essere rivoluzionari, vi chiedo di andare controcorrente; sì, in questo vi chiedo di ribellarvi a questa cultura del provvisorio, che, in fondo, crede che voi non siate in grado di assumervi responsabilità, crede che voi non siate capaci di amare veramente. Io ho fiducia in voi giovani e prego per voi. Abbiate il coraggio di andare controcorrente. E abbiate il coraggio anche di essere felici» (Incontro con i volontari alla GMG di Rio, 28 Luglio 2013). Voi giovani siete dei bravi esploratori! Se vi lanciate alla scoperta del ricco insegnamento della Chiesa in questo campo, scoprirete che il cristianesimo non consiste in una serie di divieti che soffocano i nostri desideri di felicità, ma in un progetto di vita capace di affascinare i nostri cuori! Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna risuona continuamente l’invito del Signore: «Cercate il mio volto!» (Sal 27,8). Allo stesso tempo ci dobbiamo sempre confrontare con la nostra povera condizione di peccatori. È quanto leggiamo per esempio nel Libro dei Salmi: «Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro» (Sal 24,3-4). Ma non dobbiamo avere paura né scoraggiarci: nella Bibbia e nella storia di ognuno di noi vediamo che è sempre Dio che fa il primo passo. È Lui che ci purifica affinché possiamo essere ammessi alla Sua presenza. Il profeta Isaia, quando ricevette la chiamata del Signore a parlare nel Suo nome, si spaventò e disse: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono» (Is 6,5). Eppure il Signore lo purificò, inviandogli un angelo che toccò la sua bocca e gli disse: «È scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato» (v. 7). Nel Nuovo Testamento, quando sul lago di Gennèsaret Gesù chiamò i suoi primi discepoli e compì il prodigio della pesca miracolosa, Simon Pietro cadde ai suoi piedi dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8). La risposta non si fece aspettare: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (v. 10). E quando uno dei discepoli di Gesù gli chiese: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», il Maestro rispose: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,8-9). L’invito del Signore a incontrarlo è rivolto perciò ad ognuno di voi, in qualsiasi luogo e situazione si trovi. Basta «prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 3). Siamo tutti peccatori, bisognosi di essere purificati dal Signore. Ma basta fare un piccolo passo verso Gesù per scoprire che Lui ci aspetta sempre con le braccia aperte, in particolare nel Sacramento della Riconciliazione, occasione privilegiata di incontro con la Misericordia divina che purifica e ricrea i nostri cuori. Sì, cari giovani, il Signore vuole incontrarci, lasciarsi “vedere” da noi. “E come?” – mi potrete domandare. Anche Santa Teresa d’Avila, nata in Spagna proprio 500 anni fa, già da piccola diceva ai suoi genitori: «Voglio vedere Dio». Poi ha scoperto la via della preghiera come «un intimo rapporto di amicizia con Colui dal quale ci sentiamo amati» (Libro della vita 8,5). Per questo vi domando: voi pregate? Sapete che potete parlare con Gesù, con il Padre, con lo Spirito Santo, come si parla con un amico? E non un amico qualsiasi, ma il vostro migliore e più fidato amico! Provate a farlo, con semplicità. Scoprirete quello che un contadino di Ars diceva al Santo Curato del suo paese: quando sono in preghiera davanti al Tabernacolo, «io lo guardo e lui mi guarda» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2715). Ancora una volta vi invito a incontrare il Signore leggendo frequentemente la Sacra Scrittura. Se non avete ancora l’abitudine, iniziate dai Vangeli. Leggete ogni giorno un brano. Lasciate che la Parola di Dio parli ai vostri cuori, illumini i vostri passi (Sal 119,105). Scoprirete che si può “vedere” Dio anche nel volto dei fratelli, specialmente quelli più dimenticati: i poveri, gli affamati, gli assetati, gli stranieri, gli ammalati, i carcerati (Mt 25,31-46). Ne avete mai fatto esperienza? Cari giovani, per entrare nella logica del Regno di Dio bisogna riconoscersi poveri con i poveri. Un cuore puro è necessariamente anche un cuore spogliato, che sa abbassarsi e condividere la propria vita con i più bisognosi. L’incontro con Dio nella preghiera, attraverso la lettura della Bibbia e nella vita fraterna vi aiuterà a conoscere meglio il Signore e voi stessi. Come accadde ai discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), la voce di Gesù farà ardere i vostri cuori e si apriranno i vostri occhi per riconoscere la Sua presenza nella vostra storia, scoprendo così il progetto d’amore che Lui ha per la vostra vita. Alcuni di voi sentono o sentiranno la chiamata del Signore al Matrimonio, a formare una famiglia. Molti oggi pensano che questa vocazione sia “fuori moda”, ma non è vero! Proprio per questo motivo, l’intera Comunità ecclesiale sta vivendo un periodo speciale di riflessione sulla vocazione e la missione della Famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Inoltre, vi invito a considerare la chiamata alla vita consacrata o al sacerdozio. Quanto è bello vedere giovani che abbracciano la vocazione di donarsi pienamente a Cristo e al servizio della sua Chiesa! Interrogatevi con animo puro e non abbiate paura di quello che Dio vi chiede! A partire dal vostro “sì” alla chiamata del Signore diventerete nuovi semi di speranza nella Chiesa e nella società. Non dimenticate: la volontà di Dio è la nostra felicità! «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Cari giovani, come vedete, questa Beatitudine tocca molto da vicino la vostra esistenza ed è una garanzia della vostra felicità. Perciò vi ripeto ancora una volta: abbiate il coraggio di essere felici! La Giornata Mondiale della Gioventù di quest’anno conduce all’ultima tappa del cammino di preparazione verso il prossimo grande appuntamento mondiale dei giovani a Cracovia, nel 2016. Proprio trent’anni fa San Giovanni Paolo II istituì nella Chiesa le Giornate Mondiali della Gioventù. Questo pellegrinaggio giovanile attraverso i continenti sotto la guida del Successore di Pietro è stata veramente un’iniziativa provvidenziale e profetica. Ringraziamo insieme il Signore per i preziosi frutti che essa ha portato nella vita di tanti giovani in tutto il pianeta! Quante scoperte importanti, soprattutto quella di Cristo Via, Verità e Vita, e della Chiesa come una grande e accogliente famiglia! Quanti cambiamenti di vita, quante scelte vocazionali sono scaturiti da questi raduni! Il santo Pontefice, Patrono delle GMG, interceda per il nostro pellegrinaggio verso la sua Cracovia. E lo sguardo materno della Beata Vergine Maria, la piena di grazia, tutta bella e tutta pura, ci accompagni in questo cammino”. Nel Messaggio per la 31.ma Giornata Mondiale della Gioventù, scrive Papa Francesco: “Carissimi giovani, siamo giunti all’ultima tappa del nostro pellegrinaggio a Cracovia, nel mese di Luglio, celebreremo insieme la XXXI Giornata Mondiale della Gioventù. Nel nostro lungo e impegnativo cammino siamo guidati dalle parole di Gesù tratte dal “discorso della montagna”. Abbiamo iniziato questo percorso nel 2014, meditando insieme sulla prima Beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli» (Mt 5,3). Per il 2015 il tema è stato «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Nell’anno che ci sta davanti vogliamo lasciarci ispirare dalle parole: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Con questo tema la GMG di Cracovia 2016 si inserisce nell’Anno Santo della Misericordia, diventando un vero e proprio Giubileo dei Giovani a livello mondiale. Non è la prima volta che un raduno internazionale dei giovani coincide con un Anno giubilare. Infatti, fu durante l’Anno Santo della Redenzione (1983/1984) che san Giovanni Paolo II convocò per la prima volta i giovani di tutto il mondo per la Domenica delle Palme. Fu poi durante il Grande Giubileo del 2000 che più di due milioni di giovani di circa 165 Paesi si riunirono a Roma per la XV Giornata Mondiale della Gioventù. Come avvenne in questi due casi precedenti, sono sicuro che il Giubileo dei Giovani a Cracovia sarà uno dei momenti forti di questo Anno Santo! Forse alcuni di voi si domandano: che cos’è questo Anno giubilare celebrato nella Chiesa? Il testo biblico di Levitico 25 ci aiuta a capire che cosa significava un “giubileo” per il popolo d’Israele: ogni cinquant’anni gli ebrei sentivano risuonare la tromba (jobel) che li convocava (jobil) a celebrare un anno santo, come tempo di riconciliazione (jobal) per tutti. In questo periodo si doveva recuperare una buona relazione con Dio, con il prossimo e con il creato, basata sulla gratuità. Perciò, tra le altre cose, si promuoveva il condono dei debiti, un particolare aiuto per chi era caduto in miseria, il miglioramento delle relazioni tra le persone e la liberazione degli schiavi. Gesù Cristo è venuto ad annunciare e realizzare il tempo perenne della grazia del Signore, portando ai poveri il lieto annuncio, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi e la libertà agli oppressi (Lc 4,18-19). In Lui, specialmente nel suo Mistero Pasquale, il senso più profondo del giubileo trova pieno compimento. Quando in nome di Cristo la Chiesa convoca un giubileo, siamo tutti invitati a vivere uno straordinario tempo di grazia. La Chiesa stessa è chiamata ad offrire in abbondanza segni della presenza e della vicinanza di Dio, a risvegliare nei cuori la capacità di guardare all’essenziale. In particolare, questo Anno Santo della Misericordia «è il tempo per la Chiesa di ritrovare il senso della missione che il Signore le ha affidato il giorno di Pasqua: essere strumento della misericordia del Padre» (Omelia nei Primi Vespri della Domenica della Divina Misericordia, 11 aprile 2015). Il motto di questo Giubileo straordinario è: «Misericordiosi come il Padre» (Misericordiae Vultus, 13), e con esso si intona il tema della prossima GMG. Cerchiamo perciò di comprendere meglio che cosa significa la misericordia divina. L’Antico Testamento – spiega Papa Bergoglio – per parlare di misericordia usa vari termini, i più significativi dei quali sono “hesed” e “rahamim”. Il primo, applicato a Dio, esprime la sua instancabile fedeltà all’Alleanza con il suo popolo, che Egli ama e perdona in eterno. Il secondo, rahamim, può essere tradotto come “viscere”, richiamando in particolare il grembo materno e facendoci comprendere l’amore di Dio per il suo popolo come quello di una madre per il suo figlio. Così ce lo presenta il profeta Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Un amore di questo tipo implica fare spazio all’altro dentro di sé, sentire, patire e gioire con il prossimo. Nel concetto biblico di misericordia è inclusa anche la concretezza di un amore che è fedele, gratuito e sa perdonare. In questo brano di Osea abbiamo un bellissimo esempio dell’amore di Dio, paragonato a quello di un padre nei confronti di suo figlio: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me. A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-4). Nonostante l’atteggiamento sbagliato del figlio, che meriterebbe una punizione, l’amore del padre è fedele e perdona sempre un figlio pentito. Come vediamo, nella misericordia è sempre incluso il perdono; essa «non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il Suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. […] Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono» (Misericordiae Vultus, 6). Il Nuovo Testamento ci parla della Divina Misericordia (Eleos) come sintesi dell’opera che Gesù è venuto a compiere nel mondo nel nome del Padre (Mt 9,13). La misericordia del nostro Signore si manifesta soprattutto quando Egli si piega sulla miseria umana e dimostra la sua compassione verso chi ha bisogno di comprensione, guarigione e perdono. Tutto in Gesù parla di misericordia. Anzi, Egli stesso è la misericordia. Nel capitolo 15 del Vangelo di Luca possiamo trovare le tre parabole della misericordia: quella della pecora smarrita, quella della moneta perduta e quella conosciuta come la parabola “del figlio prodigo”. In queste tre parabole ci colpisce la gioia di Dio, la gioia che Egli prova quando ritrova un peccatore e lo perdona. Sì, la gioia di Dio è perdonare! Qui c’è la sintesi di tutto il Vangelo. «Ognuno di noi è quella pecora smarrita, quella moneta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto. Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. E’ un padre paziente, ci aspetta sempre! Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele. E quando ritorniamo a Lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore. E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. E’ in festa perché è gioia. Dio ha questa gioia, quando uno di noi peccatore va da Lui e chiede il suo perdono» (Angelus, 15 settembre 2013). La misericordia di Dio è molto concreta e tutti siamo chiamati a farne esperienza in prima persona. Quando avevo diciassette anni, un giorno in cui dovevo uscire con i miei amici, ho deciso di passare prima in chiesa. Lì ho trovato un sacerdote che mi ha ispirato una particolare fiducia e ho sentito il desiderio di aprire il mio cuore nella Confessione. Quell’incontro mi ha cambiato la vita! Ho scoperto che quando apriamo il cuore con umiltà e trasparenza, possiamo contemplare in modo molto concreto la misericordia di Dio. Ho avuto la certezza che nella persona di quel sacerdote Dio mi stava già aspettando, prima che io facessi il primo passo per andare in chiesa. Noi lo cerchiamo, ma Lui ci anticipa sempre, ci cerca da sempre, e ci trova per primo. Forse qualcuno di voi ha un peso nel suo cuore e pensa: Ho fatto questo, ho fatto quello. Non temete! Lui vi aspetta! Lui è padre: ci aspetta sempre! Com’è bello incontrare nel sacramento della Riconciliazione l’abbraccio misericordioso del Padre, scoprire il confessionale come il luogo della Misericordia, lasciarci toccare da questo amore misericordioso del Signore che ci perdona sempre! E tu, caro giovane, cara giovane, hai mai sentito posare su di te questo sguardo d’amore infinito, che al di là di tutti i tuoi peccati, limiti, fallimenti, continua a fidarsi di te e guardare la tua esistenza con speranza? Sei consapevole del valore che hai al cospetto di un Dio che per amore ti ha dato tutto? Come ci insegna san Paolo, «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Ma capiamo davvero la forza di queste parole? So quanto è cara a tutti voi la croce delle GMG – dono di san Giovanni Paolo II – che fin dal 1984 accompagna tutti i vostri Incontri mondiali. Quanti cambiamenti, quante conversioni vere e proprie sono scaturite nella vita di tanti giovani dall’incontro con questa croce spoglia! Forse vi siete posti la domanda: da dove viene questa forza straordinaria della croce? Ecco dunque la risposta: la croce è il segno più eloquente della misericordia di Dio! Essa ci attesta che la misura dell’amore di Dio nei confronti dell’umanità è amare senza misura! Nella croce possiamo toccare la misericordia di Dio e lasciarci toccare dalla sua stessa misericordia! Qui vorrei ricordare l’episodio dei due malfattori crocifissi accanto a Gesù: uno di essi è presuntuoso, non si riconosce peccatore, deride il Signore. L’altro invece riconosce di aver sbagliato, si rivolge al Signore e gli dice: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gesù lo guarda con misericordia infinita e gli risponde: «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,32.39-43). Con quale dei due ci identifichiamo? Con colui che è presuntuoso e non riconosce i propri sbagli? Oppure con l’altro, che si riconosce bisognoso della misericordia divina e la implora con tutto il cuore? Nel Signore, che ha dato la sua vita per noi sulla croce, troveremo sempre l’amore incondizionato che riconosce la nostra vita come un bene e ci dà sempre la possibilità di ricominciare. La Parola di Dio ci insegna che «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35). Proprio per questo motivo la quinta Beatitudine dichiara felici i misericordiosi. Sappiamo che il Signore ci ha amati per primo. Ma saremo veramente beati, felici, soltanto se entreremo nella logica divina del dono, dell’amore gratuito, se scopriremo che Dio ci ha amati infinitamente per renderci capaci di amare come Lui, senza misura. Come dice san Giovanni: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1 Gv 4,7-11). Dopo avervi spiegato in modo molto riassuntivo come il Signore esercita la sua misericordia nei nostri confronti, vorrei suggerirvi come concretamente possiamo essere strumenti di questa stessa misericordia verso il nostro prossimo. Mi viene in mente l’esempio del beato Piergiorgio Frassati. Lui diceva: «Gesù mi fa visita ogni mattina nella Comunione, io la restituisco nel misero modo che posso, visitando i poveri». Piergiorgio era un giovane che aveva capito che cosa vuol dire avere un cuore misericordioso, sensibile ai più bisognosi. A loro dava molto più che cose materiali; dava sé stesso, spendeva tempo, parole, capacità di ascolto. Serviva i poveri con grande discrezione, non mettendosi mai in mostra. Viveva realmente il Vangelo che dice: «Mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto» (Mt 6,3-4). Pensate che un giorno prima della sua morte, gravemente ammalato, dava disposizioni su come aiutare i suoi amici disagiati. Ai suoi funerali, i famigliari e gli amici rimasero sbalorditi per la presenza di tanti poveri a loro sconosciuti, che erano stati seguiti e aiutati dal giovane Piergiorgio. A me piace sempre associare le Beatitudini evangeliche al capitolo 25 di M

tteo, quando Gesù ci presenta le opere di misericordia e dice che in base ad esse saremo giudicati. Vi invito perciò a riscoprire le opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. E non dimentichiamo le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Come vedete, la misericordia non è “buonismo”, né mero sentimentalismo. Qui c’è la verifica dell’autenticità del nostro essere discepoli di Gesù, della nostra credibilità in quanto cristiani nel mondo di oggi. A voi giovani, che siete molto concreti, vorrei proporre per i primi sette mesi del 2016 di scegliere un’opera di misericordia corporale e una spirituale da mettere in pratica ogni mese. Fatevi ispirare dalla preghiera di santa Faustina, umile apostola della Divina Misericordia nei nostri tempi: «Aiutami, o Signore, a far sì che i miei occhi siano misericordiosi, in modo che io non nutra mai sospetti e non giudichi sulla base di apparenze esteriori, ma sappia scorgere ciò che c’è di bello nell’anima del mio prossimo e gli sia di aiuto, il mio udito sia misericordioso, che mi chini sulle necessità del mio prossimo, che le mie orecchie non siano indifferenti ai dolori ed ai gemiti del mio prossimo, la mia lingua sia misericordiosa e non parli mai sfavorevolmente del prossimo, ma abbia per ognuno una parola di conforto e di perdono, le mie mani siano misericordiose e piene di buone azioni, i miei piedi siano misericordiosi, in modo che io accorra sempre in aiuto del prossimo, vincendo la mia indolenza e la mia stanchezza, il mio cuore sia misericordioso, in modo che partecipi a tutte le sofferenze del prossimo» (Diario, 163). Il messaggio della Divina Misericordia – ricorda Papa Francesco – costituisce dunque un programma di vita molto concreto ed esigente perché implica delle opere. E una delle opere di misericordia più evidenti, ma forse tra le più difficili da mettere in pratica, è quella di perdonare chi ci ha offeso, chi ci ha fatto del male, coloro che consideriamo come nemici. «Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore. Lasciar cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici» (Misericordiae Vultus, 9). Incontro tanti giovani che dicono di essere stanchi di questo mondo così diviso, in cui si scontrano sostenitori di fazioni diverse, ci sono tante guerre e c’è addirittura chi usa la propria religione come giustificazione per la violenza. Dobbiamo supplicare il Signore di donarci la grazia di essere misericordiosi con chi ci fa del male. Come Gesù che sulla croce pregava per coloro che lo avevano crocifisso: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). L’unica via per vincere il male è la misericordia. La giustizia è necessaria, eccome, ma da sola non basta. Giustizia e misericordia devono camminare insieme. Quanto vorrei che ci unissimo tutti in una preghiera corale, dal profondo dei nostri cuori, implorando che il Signore abbia misericordia di noi e del mondo intero! Cracovia ci aspetta! Mancano pochi mesi al nostro incontro in Polonia. Cracovia, la città di san Giovanni Paolo II e di santa Faustina Kowalska, ci aspetta con le braccia e il cuore aperti. Credo che la Divina Provvidenza ci abbia guidato a celebrare il Giubileo dei Giovani proprio lì, dove hanno vissuto questi due grandi apostoli della misericordia dei nostri tempi. Giovanni Paolo II ha intuito che questo era il tempo della misericordia. All’inizio del suo pontificato ha scritto l’Enciclica Dives in misericordia. Nell’Anno Santo del 2000 ha canonizzato suor Faustina, istituendo anche la Festa della Divina Misericordia, nella seconda Domenica di Pasqua. E nel 2002 ha inaugurato personalmente a Cracovia il Santuario di Gesù Misericordioso, affidando il mondo alla Divina Misericordia e auspicando che questo messaggio giungesse a tutti gli abitanti della terra e ne riempisse i cuori di speranza: «Bisogna accendere questa scintilla della grazia di Dio. Bisogna trasmettere al mondo questo fuoco della misericordia. Nella misericordia di Dio il mondo troverà la pace, e l’uomo la felicità!» (Omelia per la Dedicazione del Santuario della Divina Misericordia a Cracovia, 17 agosto 2002). Carissimi giovani, Gesù misericordioso, ritratto nell’effigie venerata dal popolo di Dio nel santuario di Cracovia a Lui dedicato, vi aspetta. Lui si fida di voi e conta su di voi! Ha tante cose importanti da dire a ciascuno e a ciascuna di voi. Non abbiate paura di fissare i suoi occhi colmi di amore infinito nei vostri confronti e lasciatevi raggiungere dal suo sguardo misericordioso, pronto a perdonare ogni vostro peccato, uno sguardo capace di cambiare la vostra vita e di guarire le ferite delle vostre anime, uno sguardo che sazia la sete profonda che dimora nei vostri giovani cuori: sete di amore, di pace, di gioia, e di felicità vera. Venite a Lui e non abbiate paura! Venite per dirgli dal profondo dei vostri cuori: “Gesù confido in Te!”. Lasciatevi toccare dalla sua misericordia senza limiti per diventare a vostra volta apostoli della misericordia mediante le opere, le parole e la preghiera, nel nostro mondo ferito dall’egoismo, dall’odio, e da tanta disperazione. Portate la fiamma dell’amore misericordioso di Cristo, di cui ha parlato san Giovanni Paolo II, negli ambienti della vostra vita quotidiana e sino ai confini della terra. In questa missione, io vi accompagno con i miei auguri e le mie preghiere, vi affido tutti a Maria Vergine, Madre della Misericordia, in quest’ultimo tratto del cammino di preparazione spirituale alla prossima GMG di Cracovia, e vi benedico tutti di cuore”. Inizia così la Settimana Santa A.D. 2016 e non servono troppe analisi teologiche. Sulle scale del sagrato di Piazza San Pietro, l’Icona mariana della Salus Populi Romani veglia sui giovani di Cracovia, la città polacca nella quale i giovani della Polonia e della Russia saranno chiamati a perdonarsi. Il sorriso sul viso del Papa ritorna al termine della cerimonia, quando si intrattiene a lungo girando in auto, e spesso fermandosi per un bacio ai bambini e agli anziani, tra la folla accalcata sulle transenne e in particolare quando si concede, quasi venendone travolto, a un saluto a distanza ravvicinata con i ragazzi di Cracovia che tentano di avere con lui l’ormai irrinunciabile foto ricordo. Circa 20mila fedeli hanno partecipato a Gerusalemme alla processione della Domenica delle Palme. Il corteo festoso si è snodato dal Santuario di Betfage fino alla Chiesa di Sant’Anna, all’ingresso della Città Vecchia. Prima mera coincidenza della Settimana Santa ebraica e cristiana. Iniziata per i cristiani cattolici Domenica delle Palme 20 Marzo 2016 con la solenne celebrazione di Papa Francesco e di tutti i sacerdoti e religiosi di Cristo in Terra. Venerdì 22 Aprile 2016 (prima sera di Pèsach) gli Ebrei in Italia e nel mondo al tramonto del Sole celebrano il Seder (“ordine”), la cena pasquale, festa della durata di otto giorni fino al 30 Aprile 2016, che ricorda l’uscita degli Israeliti dalla schiavitù d’Egitto guidati da Mosè, la fine del faraone, l’attraversamento miracoloso del mar Rosso e l’inizio della lunga marcia ebraica (40 anni) verso la Terra promessa (“Le pietre del tempo, il popolo ebraico e le sue feste” di Clara ed Elia Kopciowski, edizione Ancora, 2001). Una cena consumata in fretta, prima che il pane avesse tempo di lievitare (Esodo 12, 1-20). Agli Ebrei in Egitto fu ordinato di prendere un agnello o capretto per ogni famiglia, da sacrificare alla vigilia di Pèsach (nel senso originario di sacrificio pasquale) simbolo della liberazione dall’Egitto. “In ogni generazione ciascuno deve considerarsi come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto”, leggono gli Ebrei durante il Seder nell’Haggadà shel Pèsach (Narrazione della Pasqua). Il giorno prima di Pèsach è tradizione che i maschi primogeniti facciano digiuno in ricordo di quando il Signore mandò l’Angelo della morte che uccise tutti i primogeniti d’Egitto risparmiando gli Ebrei. Il precetto di raccontare ai figli dell’uscita dall’Egitto precede nell’Esodo l’uscita stessa, aprendo una porta sul futuro degli Ebrei e dei Cristiani nel mondo. “E quando i vostri discendenti vi chiederanno: che cosa significa per noi questo rito? Voi risponderete: Questo è il sacrificio pasquale in onore del Signore, il quale passò oltre le case dei figli d’Israele, quando percosse l’Egitto e preservò le nostre dimore”. Il sacrificio pasquale dell’Antica Alleanza deriva, infatti, dal verbo “passare oltre”. L’ebraico “Pasoah” si riferisce all’episodio terrificante in cui l’Angelo della morte, durante la notte della decima piaga, si fermò nelle case degli Egiziani colpendone tutti i primogeniti. Ma “Pasach”, passò oltre le case degli Ebrei sugli stipiti delle quali, in segno di riconoscimento, era stato spruzzato del sangue dell’agnello sacrificale. Verso il VI Secolo avanti Cristo, in tutto il mondo mediorientale si diffuse una nuova lingua, l’aramaico. Molti fra gli stessi Ebrei adottarono l’aramaico come lingua corrente. E in aramaico il termine “Pèsach” è tradotto con “Pascha”. L’attinenza fra le due parole, “Pascha” e Pasqua, è evidente. Il 14 di Nissan veniva offerto il sacrificio pasquale al Tempio di Gerusalemme. Solo la sera, che per la tradizione ebraica è già il 15 di Nissan, inizia la festa vera e propria con una cerimonia speciale chiamata Seder. In Israele la Pèsach dura sette giorni, fuori di Israele otto. Ciò è dovuto al fatto che anticamente, nella Diaspora, non era facile far pervenire tempestivamente l’esatta data delle ricorrenze. Quindi, per evitare errori, le si faceva durare un giorno in più. L’uso è stato mantenuto, nonostante oggi non manchi la possibilità di comunicare tempestivamente la data di inizio della festa, grazie a Internet, per sottolineare la differenza tra coloro che vivono in Israele e coloro che ne vivono fuori. Il calendario ebraico è basato sui cicli della Luna e non permette di fissare per le feste una data precisa nel calendario solare. Le Sacre Scritture specificano che il sacrificio deve essere mangiato “con azzime ed erbe amare, con la cintura ai lombi, con i sandali ai piedi, con il bastone in mano”. L’azzima è in ricordo del pane che di lì a poco non farà in tempo a lievitare e l’erba amara serve per ricordare come cosa passata (anche se per gli Ebrei di Mosè è ancora presente) l’amarezza della schiavitù. La festa ha inizio al tramonto del 14 di Nissan, che corrisponde circa al mese tra Marzo e Aprile. Pèsach, il momento in cui il popolo dei figli di Israele diviene il popolo libero, rappresenta per gli Ebrei il simbolo della libertà. Libertà è una parola difficile, anche per i Cristiani, che si presta a molteplici interpretazioni ed anche a più di un abuso. La libertà può riguardare il singolo individuo o interi popoli. Può riguardare lo spirito o il corpo. Esiste anche un concetto assai individualistico di libertà, intesa come possibilità di fare tutto quel che si vuole senza regole né limiti, indipendentemente dai diritti e dalla libertà degli altri. In che modo ognuno di noi è responsabile della propria e dell’altrui libertà? Fino a che punto e con quali modalità siamo tenuti a batterci per la nostra o per l’altrui libertà, senza lasciarci prendere da un assurdo senso di orgoglio che può trasformarci in arroganti arbitri del comportamento altrui, o da un senso di opaca rassegnazione che, rimandando a Dio ogni responsabilità sul comportamento umano, ci consente di lasciare le cose come stanno senza partecipare personalmente alla liberazione di chi è schiavo e oppresso? Schiavo o oppresso da chi o da che cosa? Esiste una libertà morale che coinvolge la nostra coscienza di essere creati “a immagine di Dio” e ci impone un totale rispetto verso noi stessi e verso gli altri. Ma esiste anche una libertà materiale, libertà dalla miseria e dal bisogno, che prevede il diritto a una vita decorosa e dignitosa quale patrimonio indispensabile perché ogni essere creato possa mantenere intatto il rispetto verso se stesso e, di conseguenza, verso il Creato e verso il prossimo. Ed è questo l’insegnamento base che gli Ebrei trovano nella Torah la cui “consegna” segue immediatamente l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto proprio perché l’improvvisa libertà non degeneri in abuso o sopruso. Dunque, la libertà del corpo e la libertà dello spirito. La prima, se si affida unicamente all’istinto non illuminato dalla ragione e dall’insegnamento, e qui ci si riferisce proprio all’insegnamento della Torah, è paragonabile alla libertà degli animali non illuminati dal “discernimento fra il bene e il male”, e che seguono quindi soltanto il proprio istinto e i loro appetiti. Ma è purtroppo propria anche di tanti uomini, donne, stati, governi e multinazionali che hanno fatto della forza bruta, della menzogna, dell’imposizione indiscriminata della propria volontà su quella degli altri, la loro libertà potente e prepotente. La vera libertà è la seconda, quella spirituale. L’Uomo, o il Popolo, che l’abbia fatta propria, cioè resa parte integrante di sé stesso, è libero in eterno e nessuno, mai, potrà più renderlo schiavo. A Pasqua gli Ebrei bevono quattro bicchieri di vino, ascoltano il più piccolo tra i presenti che intona il “Mah Nishatanah”, discutono, si scambiano le ricette del charoset e dei biscotti, cantano filastrocche. Tra le tante ricette di Pèsach, una tra le più dolci e famose è quella delle pizzarelle con il miele, dolcetti preparati con matzot, uova, cacao, zucchero, pinoli e uvetta, poi fritte in olio bollente ed infine cosparse di miele. Un dolce semplice ma molto buono la cui ricetta è tipica della cucina ebraico-romana di Pèsach. Gli Ebrei pensano a chi festeggia allegramente, a Ester e Mordechai che digiunano, ai cinque rabbini di Benè Berak che discutono tutta la notte e forse tramano la rivolta contro gli antichi Romani, a tutti gli Ebrei che molte volte nel corso dei secoli avrebbero festeggiato la libertà chiusi nei ghetti, nascosti o in fuga, agli Ebrei dell’Olocausto e della rivolta nel ghetto di Varsavia. Pensate, quelli di Pèsach furono i riti di Gesù, di Maria Santissima, di Sant’Anna, San Gioacchino e San Giuseppe. Ancora oggi facciamo fatica a immaginare la Sacra Famiglia di Nazareth che recita il Rituale della Rimembranza, festeggiando la Pasqua ebraica. Se siamo Cristiani siamo anche Ebrei, in quanto condividiamo il retaggio dei figli d’Israele, il Popolo dell’Altissimo che rispetta la Sua Alleanza, l’Antica e la Nuova. Non possiamo negare la Verità. Per i Cristiani la Pasqua del Signore Gesù Cristo non è la festa del pacifismo, della commemorazione passiva, del buonismo, della resa incondizionata alla cultura atea dominante del relativismo etico, dell’ipocrisia e delle forze maligne che agiscono nella Storia. Ce lo ricorda Papa Francesco nell’Omelia della Domenica delle Palme del 24 Marzo 2013. “Gesù entra in Gerusalemme. La folla dei discepoli lo accompagna in festa – ricorda Papa Bergoglio – i mantelli sono stesi davanti a Lui, si parla di prodigi che ha compiuto, un grido di lode si leva: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli” (Lc 19,38). Folla, festa, lode, benedizione, pace: è un clima di gioia quello che si respira. Gesù ha risvegliato nel cuore tante speranze soprattutto tra la gente umile, semplice, povera, dimenticata, quella che non conta agli occhi del mondo. Lui ha saputo comprendere le miserie umane, ha mostrato il volto di misericordia di Dio e si è chinato per guarire il corpo e l’anima. Questo è Gesù. Questo è il Suo cuore che guarda tutti noi, che guarda le nostre malattie, i nostri peccati. È grande l’amore di Gesù. E così entra in Gerusalemme con questo amore, e guarda tutti noi. È una scena bella: piena di luce – la luce dell’amore di Gesù, quello del Suo cuore – di gioia, di festa. All’inizio della Messa l’abbiamo ripetuta anche noi. Abbiamo agitato le nostre palme. Anche noi abbiamo accolto Gesù; anche noi abbiamo espresso la gioia di accompagnarlo, di saperlo vicino, presente in noi e in mezzo a noi, come un amico, come un fratello, anche come re, cioè come faro luminoso della nostra vita. Gesù è Dio, ma si è abbassato a camminare con noi. È il nostro amico, il nostro fratello. Qui ci illumina nel cammino. E così oggi lo abbiamo accolto. E questa è la prima parola che vorrei dirvi: gioia! Non siate mai uomini e donne tristi: un cristiano non può mai esserlo! Non lasciatevi prendere mai dallo scoraggiamento! La nostra non è una gioia che nasce dal possedere tante cose, ma nasce dall’aver incontrato una Persona: Gesù, che è in mezzo a noi; nasce dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili, e ce ne sono tanti! E in questo momento viene il nemico, viene il diavolo, mascherato da angelo tante volte, e insidiosamente ci dice la sua parola. Non ascoltatelo! Seguiamo Gesù! Noi accompagniamo, seguiamo Gesù, ma soprattutto sappiamo che Lui ci accompagna e ci carica sulle sue spalle: qui sta la nostra gioia, la speranza che dobbiamo portare in questo nostro mondo. E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciate rubare la speranza! Quella che ci dà Gesù. Seconda parola. Perché Gesù entra in Gerusalemme, o forse meglio: come entra Gesù in Gerusalemme? La folla lo acclama come Re. E Lui non si oppone, non la fa tacere (Lc 19,39-40). Ma che tipo di Re è Gesù? Guardiamolo: cavalca un puledro, non ha una corte che lo segue, non è circondato da un esercito simbolo di forza. Chi lo accoglie è gente umile, semplice, che ha il senso di guardare in Gesù qualcosa di più; ha quel senso della fede, che dice: Questo è il Salvatore. Gesù non entra nella Città Santa per ricevere gli onori riservati ai re terreni, a chi ha potere, a chi domina; entra per essere flagellato, insultato e oltraggiato, come preannuncia Isaia nella Prima Lettura (Is 50,6); entra per ricevere una corona di spine, un bastone, un mantello di porpora, la Sua regalità sarà oggetto di derisione; entra per salire il Calvario carico di un legno. E allora ecco la seconda parola: Croce. Gesù entra a Gerusalemme per morire sulla Croce. Ed è proprio qui che splende il suo essere Re secondo Dio: il Suo trono regale è il legno della Croce! Penso a quello che Benedetto XVI diceva ai Cardinali: Voi siete principi, ma di un Re crocifisso. Quello è il trono di Gesù. Gesù prende su di sé… Perché la Croce? Perché Gesù prende su di sé il male, la sporcizia, il peccato del mondo, anche il nostro peccato, di tutti noi, e lo lava, lo lava con il Suo sangue, con la misericordia, con l’amore di Dio. Guardiamoci intorno: quante ferite il male infligge all’umanità! Guerre, violenze, conflitti economici che colpiscono chi è più debole, sete di denaro, che poi nessuno può portare con sé, deve lasciarlo. Mia nonna diceva a noi bambini: il sudario non ha tasche. Amore al denaro, potere, corruzione, divisioni, crimini contro la vita umana e contro il Creato! E anche – ciascuno di noi lo sa e lo conosce – i nostri peccati personali: le mancanze di amore e di rispetto verso Dio, verso il prossimo e verso l’intera Creazione. E Gesù sulla Croce sente tutto il peso del male e con la forza dell’amore di Dio lo vince, lo sconfigge nella sua Resurrezione. Questo è il bene che Gesù fa a tutti noi sul trono della Croce. La Croce di Cristo abbracciata con amore mai porta alla tristezza, ma alla gioia, alla gioia di essere salvati e di fare un pochettino quello che ha fatto Lui quel giorno della Sua morte. Oggi in questa Piazza ci sono tanti giovani: da 28 anni la Domenica delle Palme è la Giornata della Gioventù! Ecco la terza parola: giovani! Cari giovani, vi ho visto nella processione, quando entravate; vi immagino a fare festa intorno a Gesù, agitando i rami d’ulivo; vi immagino mentre gridate il Suo nome ed esprimete la vostra gioia di essere con Lui! Voi avete una parte importante nella festa della fede! Voi ci portate la gioia della fede e ci dite che dobbiamo vivere la fede con un cuore giovane, sempre: un cuore giovane, anche a settanta, ottant’anni! Cuore giovane! Con Cristo il cuore non invecchia mai! Però tutti noi lo sappiamo e voi lo sapete bene che il Re che seguiamo e che ci accompagna è molto speciale: è un Re che ama fino alla Croce e che ci insegna a servire, ad amare. E voi non avete vergogna della sua Croce! Anzi, la abbracciate, perché avete capito che è nel dono di sé, nell’uscire da se stessi, che si ha la vera gioia e che con l’amore di Dio Lui ha vinto il male. Voi portate la Croce pellegrina attraverso tutti i continenti, per le strade del mondo! La portate rispondendo all’invito di Gesù: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19) che è il tema della Giornata della Gioventù di quest’anno. La portate per dire a tutti che sulla croce Gesù ha abbattuto il muro dell’inimicizia, che separa gli uomini e i popoli, e ha portato la riconciliazione e la pace. Cari amici, anch’io mi metto in cammino con voi, da oggi, sulle orme del beato Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ormai siamo vicini alla prossima tappa di questo grande pellegrinaggio della Croce. Guardo con gioia al prossimo Luglio, a Rio de Janeiro! Vi do appuntamento in quella grande città del Brasile! Preparatevi bene, soprattutto spiritualmente nelle vostre comunità, perché quell’Incontro sia un segno di fede per il mondo intero. I giovani devono dire al mondo: è buono seguire Gesù; è buono andare con Gesù; è buono il messaggio di Gesù; è buono uscire da se stessi, alle periferie del mondo e dell’esistenza per portare Gesù! Tre parole: gioia, croce, giovani. Chiediamo l’intercessione della Vergine Maria. Lei ci insegna la gioia dell’incontro con Cristo, l’amore con cui lo dobbiamo guardare sotto la croce, l’entusiasmo del cuore giovane con cui lo dobbiamo seguire in questa Settimana Santa e in tutta la nostra vita. Così sia”. Vale sia per gli Ebrei sia per i Cristiani che un giorno Dio riunirà in un solo Popolo sulla Terra e nei Cieli. La schiavitù del peccato è davvero vinta? Le catene del maligno sono state spezzate? Siamo liberi o schiavi? Hanno tentato di sradicarci dal nostro presente, dalla nostra identità oggi incerta. Così è d’obbligo digiunare. Hanno provato a sterminarci, ci siamo salvati, mangiamo insieme la Pasqua del Signore, anche se in feste diverse. Mangiare e digiunare costituiscono molto più di una prassi comunitaria. La Pace è un dono di Dio, non degli uomini. È bene ricordarlo in questa Pasqua AD 2016 (i Cristiani ortodossi la celebrano quest’anno Domenica 1° Maggio) che è la festa della Liberazione dalla schiavitù del peccato, la festa del Passaggio dalla morte alla vita eterna. Per tutti i Cristiani è soprattutto la festa della Resurrezione della carne, a cominciare dalla Primizia che è Gesù Cristo, Figlio del Dio Vivente, il Messia, il Risorto, il Signore dell’Universo, vero Dio e vero Uomo, fonte della Vita nuova e vera, Colui che ha donato la Sua vita in riscatto dell’Umanità intera, facendo nuove tutte le cose. Questa è la nostra Fede che, come ci ricorda San Paolo Apostolo, altrimenti sarebbe vana! La Vita Eterna che scaturisce dal Costato di Cristo è una verità di Fede, forse dimenticata, ma viva come rivela la magnifica storia di San Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla il Grande. Siamo davvero in preparazione febbrile della Santa Pasqua, momento fondante della nostra Storia e della nostra nuova Umanità assunta in Cristo Risorto venuto sulla Terra per fare nuove tutte le cose? Attenzione alle modalità con cui viviamo la Pasqua del Signore. In questa turbolenta Settimana Santa il rischio è di affogare in un bagno mediatico autoreferenziale, in un manifesto di sani principi che si occupi più dei nuovi presunti diritti “animali”, della difesa della cultura consumistica occidentale nell’ex “fortezza Europa”, ovviamente della propria vita religiosa, magari in una visione di scambio e incontro con le nuove realtà della nostra società globalizzata, sacrificando il significato autentico della Pasqua del Signore in ciascuno di noi. Certo, i bisogni dei più deboli sono importantissimi. Dobbiamo preoccuparci dei più poveri, degli ultimi, ma è essenziale la conservazione e la trasmissione del Messaggio Pasquale (che non è un uovo, una colomba, un agnellino e un coniglietto di cioccolato!) attraverso i nostri Riti per formare la coscienza e la sensibilità religiosa laicale verso questi problemi. Il Male esiste e perdura sulla Terra, invisibile e visibile, come ricorda Papa Bergoglio. “Non dobbiamo credere al Maligno che dice che non possiamo fare nulla contro la violenza, l’ingiustizia, il peccato”, scrive Papa Francesco su twitter. Il Nemico, che il Romano Pontefice e Vescovo di Roma, ricorda per l’ennesima volta dall’inizio del suo Pontificato (13 Marzo 2013), agisce nella Storia con il suo corollario di povertà, miserie, malattie, ignoranza, ingiustizie, menzogne, fame, assurdità, delitti, atrocità, guerre, aborti, espianti violenti di organi da giovani e bambini uccisi. Per liberarsi del diavolo è necessaria la sollecitudine e la minuziosa attenzione angelica di tutti. La battaglia per la Vita prosegue. Guai a disperare. Il mistero più grande della venuta e del sacrificio del Figlio di Dio nella Storia per fare nuove tutte le cose, non è stato ancora compreso da tutti. Sembra ancora oggi un fatto squisitamente religioso clericale! La cultura e l’economia ignorano Cristo Dio. Eppure il Concilio Vaticano II ha chiarito che la Chiesa siamo noi tutti, laici e religiosi, il Popolo di Dio. In Italia e in Europa, quale deve essere, allora, la scala di priorità per un Ebreo e un Cristiano oggi, nel rispetto delle proprie identità? I giovani sono consapevoli di queste problematiche o fanno confusione con le uova, gli agnellini, i conigli, le colombe di cioccolato e le pizze pasquali? Domande che attendono una risposta, soprattutto dal territorio, “l’anello debole di tutta la cordata necessaria per salire da Gerico a Gerusalemme fino a Dio – ricorda Benedetto XVI, il Papa emerito – per vincere la forza di gravità del peccato, per entrare nel campo gravitazionale del Paradiso e lasciarci attrarre da Dio e dai Santi”. E si comincia dalla nostra Storia e Memoria comuni, di Ebrei e Cristiani perché Gesù sulla Terra era Ebreo e per più di trent’anni della Sua vita terrena ha celebrato la Pasqua ebraica con i Suoi cari, nel Suo e Nostro Popolo. Inizia, dunque, la Pasqua ebraica. In tutte le case dei nostri “fratelli maggiori”, dopo il vino, l’haroset, le erbe amare, i salmi e le storie, alla fine della sera, gli Ebrei dicono le tre parole decisive che danno al Seder una presa sull’attualità che non è mai cessata da quando i saggi hanno fissato l’Haggadà. Gli Ebrei dicono, come tutti gli anni, “Leshanà habbà beJerushalaim” che significa: l’anno prossimo a Gerusalemme; “Ha shatà hakhà ‘avdè leshanà ha bahà be ar’aha de Israel benè chorin”, cioè: “Quest’anno qui schiavi l’anno prossimo nella terra di Israele figli della libertà”. Per secoli questa è stata solo una promessa spirituale, una speranza che non moriva per il popolo ebraico. Una preghiera. Poi, gradualmente, da 156 anni, la clausola è diventata concreta, il senso è cambiato in un invito a salire davvero in Israele. Una proposta, una richiesta. Poi, nel Giugno di 69 anni fa, a Gerusalemme gli Ebrei si sono insediati davvero nella loro Patria, nella loro Capitale. Dal senso della frase non è sparito l’invito, ma si è aggiunta la gioia di una realizzazione storico-giuridica. Era diventata un segno di festa. Magari fra mille problemi, Gerusalemme era comunque tornata al Popolo ebraico, dopo centinaia, migliaia di instancabili ripetizioni di quella formula. Eppure, Israele oggi è in pericolo, sia come Stato sia come Popolo. Lo sarebbe comunque, anche se Gerusalemme fosse divisa in due Capitali, magari separate da un nuovo muro! Perché non è affatto detto che l’anno prossimo gli Ebrei saranno ancora a Jerushalaim. Se le cose andassero come sembrano volere non solo i Palestinesi e il mondo arabo-islamico, ma anche l’Europa, l’Italia e l’America, nel 2017 di Gerusalemme potrebbe restare solo la periferia occidentale! Sempre che la “Atomica” turco-saudita non ponga prima fine a tutti ed a tutto su questa povera Terra. Il 14 del mese di Nissan è caratterizzato dalla festa di Pèsach, dai preparativi alla festa di Pasqua e da un’atmosfera di gioia. Anche nelle famiglie cristiane fervono i preparativi, a cominciare dalle tradizionali pulizie primaverili prima del Triduo Pasquale cristiano cattolico della Settimana Santa. Pèsach dell’anno ebraico 5776 (23-30 Aprile 2015) e la Santa Pasqua del Signore (27 Marzo 2016) sono feste completamente diverse ma intimamente connesse alle realtà celesti. Un giorno, Ebrei (Popolo eletto dell’Antica Alleanza) e Cristiani (Popolo redento dalla grazia di Cristo nella Nuova Alleanza) come annuncia l’Apostolo San Paolo nella Lettera ai Romani, saranno una Famiglia unita in Dio già sulla Terra. Un fatto storico, dunque, preannunciato quasi duemila anni fa. E sarà davvero un giorno felicissimo e glorioso. La nostra comune radice religiosa in Dio è fissata intimamente alle realtà ultraterrestri che i saggi Autori della Sacra Bibbia e della Tradizione orale, ispirati da Dio, nel corso dei millenni hanno impresso nella pergamena e dei cuori. Si collegano in questo modo due elementi fondamentali della nostra fede: la Creazione del mondo e il costante Intervento divino liberatore nella Storia dell’Umanità. Per i Cristiani è la Persona di Cristo Risorto che ha vinto la morte, distruggendo i nostri peccati. Per gli Ebrei rimane l’obbligo di non rinunciare a fare la loro parte che a Pèsach è quella di mantenere e trasmettere la Memoria di eventi fondamentali che hanno segnato la loro condizione più di tre millenni fa. Lo fanno osservando scrupolosamente antiche regole che riguardano la casa, gli alimenti speciali e il racconto ai più giovani, tra la Memoria della redenzione passata e l’Attesa di quella futura. Allora, Pesach kasher wesameach a tutti. Durante tutto il mese di Nissan, la Legge prescrive che non si recita il Tachannun e Zidqatekhà nella preghiera pomeridiana di Shabbat. Inoltre non vengono decretati digiuni pubblici ed in generale è vietato digiunare, ad esclusione del Ta’anit Chalom, il digiuno che viene osservato qualora si sia fatto un sogno sconvolgente. Durante Nissan non si fa l’hesped (orazione funebre) se non per commemorare personalità di grande rilievo. Si va al cimitero solo per sepolture, ricorrenze (settimo, mese, fine anno) ed anniversari. L’uso prevalente è di non mangiare pane azzimo fino all’inizio di Pèsach per apprezzare la “novità” della matzà la sera del Seder. Secondo la Toràh il nome di Pèsach è legato ad un’espressione che compare in occasione dell’ultima piaga, l’uccisione dei primogeniti egiziani. La Torà (Shemot 12:13) dice: “e il sangue sarà come segno sulle case in cui vi trovate, e passerò (ufasachtì) sopra la porta…”. Rashì porta due possibili spiegazioni del verbo ufasachtì: può significare “avrò misericordia” oppure “passerò oltre, salterò”. Passando sopra le case, Dio sarebbe passato da una casa egiziana all’altra, tralasciando quelle degli Ebrei. Naturalmente questa espressione non può essere intesa in senso letterale, poiché Dio è in ogni luogo contemporaneamente, ma va intesa dal punto di vista degli effetti della piaga che di fatto colpì solamente gli egiziani. Questa immagine del “salto” non può però essere intesa nel solo senso stretto materiale, secondo i rabbini. È come se, in senso spirituale, lo stesso Signore abbia fatto un “salto”, andando oltre al Suo consueto modo di procedere nei confronti dell’Umanità, con un atto di salvezza verso coloro che accettavano di seguirLo. Il midrash dice che il Signore chiede agli uomini di aprire entro di sé un’apertura grande quanto la punta di uno spillo per la teshuvàh, ed Egli farà il resto. L’Uomo è comunque tenuto a fare il primo passo, affinché vi sia l’intervento divino. I maestri della Chassidut spiegano che l’apertura umana deve essere completa, ed attraversare l’Uomo, per così dire, da parte a parte. In Egitto il Popolo ebraico fece solamente l’inizio del lavoro, e nonostante ciò ottenne la salvezza, grazie al “salto” divino. Ma il “salto” lo devono fare tutti gli esseri umani. Che tipo di Ebrei erano quelli che furono liberati dall’Egitto? Erano schiavi del tutto assimilati o avevano una forte identità ebraica? Dal racconto biblico si evidenzia solo qualche indizio, il resto è legato a quanto racconta la tradizione rabbinica che, su questo argomento, sembra divisa. Secondo una linea interpretativa gli Ebrei avevano mantenuto la loro identità rimanendo fedeli ad alcuni modelli culturali essenziali, come la lingua e i nomi e non perdendo la speranza nella liberazione. Secondo un’altra linea erano completamente sprofondati nelle “49 porte dell’impurità” egiziana e mancava un soffio alla loro completa perdita. Fu solo l’intervento divino a salvare la situazione facendo uscire (“goi mikerev goi”) un popolo da dentro a un popolo, senza alcuna differenza tra i due. È evidente che le domande e le risposte non riguardano solo gli antenati ma nascondono per gli Ebrei un problema più grande e sempre attuale: che tipo di Ebreo bisogna essere per sopravvivere e qual è il ruolo degli Uomini rispetto a quello divino riguardo ai processi di liberazione? Se non facciamo niente per noi che speranze abbiamo di essere liberati? Che bello sarebbe poter trascorrere insieme la Pasqua, Ebrei e Cristiani insieme a Roma, sul territorio, in Israele, in Palestina e nei paesi mussulmani! Dio ci chiede il primo passo. Poi, Lui farà il resto. Pasqua ebraica e Pasqua cristiana: chi stabilisce la data, la festa e la sua libertà? Per il calcolo della data mobile della Pasqua occorre sapere che tutto fu deciso nel 325 dopo Cristo, quando il Concilio di Nicea stabilì che la solennità della Pasqua cristiana sarebbe stata celebrata “nella Domenica seguente il primo plenilunio dopo l’Equinozio di Primavera”. L’Equinozio di Primavera è intorno al 21 Marzo e la data di Pasqua è quindi sempre compresa tra il 22 Marzo e il 25 Aprile inclusi, poiché il ciclo lunare è di 29 giorni. Il metodo per calcolare il giorno di Pasqua richiede conoscenza e pazienza. Esistono su Internet piccoli programmi in grado di elaborare velocemente la data. La festa di Pèsach ha sempre destato, per vari motivi, l’opposizione di molti governi, sotto cui si sono trovati gli Ebrei. Per il periodo adrianeo leggiamo la Mechilta derabbì Ishmael. Rabbi Natan dice: “Per quelli che amano i Miei Comandamenti…si riferisce agli Ebrei che vivono in Terra d’Israele e che rischiano la loro vita per i Comandamenti…Perchè mai vai ad essere crocifisso? – Perchè ho mangiato il pane azzimo”. In questo caso il divieto delle matzot fa parte di una serie di divieti di osservanza delle mitzvot da parte dell’autorità Romana. La problematica cambia nell’Impero romano cristiano. Se per gli Ebrei la festa di Pasqua ricorre ogni anno il 14-15 del mese di Nissan per celebrare l’uscita dall’Egitto, la Pasqua cristiana commemora invece la Passione, la Morte e la Resurrezione di Gesù Cristo, che secondo la tradizione cristiana ebbe luogo proprio durante la Pasqua ebraica di 1986 anni fa, secondo il calcolo più corretto (cf. libro “La Passione”, di Andrea Tornielli) ossia nella prima settimana di Aprile dell’Anno Domini 30. E non nel 33. Per questo motivo la Chiesa delle origini trovava perfettamente naturale fissare la data della Pasqua secondo quella ebraica. In tale epoca gli Ebrei non avevano però un calendario lunare fisso, come oggi. Ogni volta si fissava l’inizio del mese a seconda dell’apparizione della Luna Nuova. I testimoni e alcuni padri della Chiesa trovarono ben presto insopportabile che si dovesse aspettare che i Rabbini avessero fissato la data del nuovo mese per poter essi stessi fissare la data della loro Pasqua. Quando la festa fu introdotta a Roma la celebrarono la Domenica dopo la Pasqua ebraica, come ad Alessandria. Dopo numerose discussioni fra la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente, la questione fu portata al Concilio di Nicea che minacciò punizioni per quei cristiani che celebrassero la loro Pasqua nello stesso tempo della Pasqua ebraica. Il problema fu affrontato in altri Concili della Chiesa ma era evidentemente di difficile soluzione e sembra essere ancora attuale al tempo di Giustiniano tanto che “l’onnipotente Imperatore” volle porvi fine una volta per tutte. Nell’Anno Domini 543 egli decretò, stando almeno a Procopio, che gli Ebrei non potessero celebrare la loro Pasqua altro che dopo la Pasqua cristiana, per evitare così che i Cristiani partecipassero al Seder degli Ebrei. “E non permetteva neppure di fare la loro offerta a Dio né il compimento di ogni cerimonia, secondo i loro propri costumi. E molti di loro sono stati perseguitati dalle autorità per aver mangiato carne d’agnello, con lorde ammende, sotto il pretesto di violazione delle leggi dello Stato. Abbiamo qui senza dubbio una grave offesa alla libertà delle feste ebraiche: oramai si tratta di un’osservanza tollerata, sottoposta sempre all’arbitrio di questo o quell’Imperatore”. Tuttavia, “l’Ultima Cena di Gesù non fu la Pasqua ebraica”, scrive Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Resurrezione”. Il Papa emerito spiega che “Giovanni bada con premura a non presentare l’Ultima Cena come cena pasquale. Al contrario: le autorità giudaiche che portano Gesù davanti al tribunale di Pilato evitano di entrare nel pretorio «per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua» (18,28). La Pasqua comincia quindi solo alla sera; durante il processo si ha la cena pasquale ancora davanti; processo e crocifissione avvengono nel giorno prima della Pasqua, nella «Parascève», non nella festa stessa. La Pasqua in quell’anno si estende dunque dalla sera del Venerdì fino alla sera del Sabato e non dalla sera del Giovedì fino alla sera del Venerdì. Per il resto, lo svolgimento degli eventi rimane lo stesso. Giovedì sera l’Ultima Cena di Gesù con i discepoli, che però non è una cena pasquale; Venerdì (vigilia della festa e non la festa stessa): il processo e l’esecuzione capitale; Sabato: il riposo del sepolcro; Domenica: la Resurrezione. Con questa cronologia, Gesù muore nel momento in cui nel Tempio vengono immolati gli agnelli pasquali. Egli muore come l’Agnello vero che negli agnelli era solo preannunciato. Questa coincidenza teologicamente importante, che Gesù muoia contemporaneamente con l’immolazione degli agnelli pasquali, ha indotto molti studiosi a liquidare la versione giovannea come cronologia teologica. Giovanni avrebbe cambiato la cronologia per creare questa connessione teologica che, tuttavia, nel Vangelo non viene manifestata esplicitamente. Oggi, però, si vede sempre più chiaramente che la cronologia giovannea è storicamente più probabile di quella sinottica. Poiché – come s’è detto – processo ed esecuzione capitale nel giorno di festa sembrano poco immaginabili. D’altra parte, l’Ultima Cena di Gesù appare così strettamente legata alla tradizione della Pasqua che la negazione del suo carattere pasquale risulta problematica. Per questo già da sempre sono stati fatti dei tentativi di conciliare le due cronologie tra loro. Il tentativo più importante – e in molti particolari affascinante – di giungere ad una compatibilità tra le due tradizioni proviene dalla studiosa francese Annie Jaubert, che fin dal 1953 ha sviluppato la sua tesi in una serie di pubblicazioni. Non dobbiamo qui entrare nei dettagli di tale proposta; limitiamoci all’essenziale. In questo modo la tradizione sinottica e quella giovannea appaiono ugualmente giuste sulla base della differenza tra due calendari diversi. La studiosa francese fa notare che le cronologie tramandate (nei sinottici e in Giovanni) devono mettere insieme una serie di avvenimenti nello spazio stretto di poche ore: l’interrogatorio davanti al sinedrio, il trasferimento davanti a Pilato, il sogno della moglie di Pilato, l’invio ad Erode, il ritorno da Pilato, la flagellazione, la condanna a morte, la via crucis e la crocifissione. Collocare tutto questo nell’ambito di poche ore sembra – secondo Jaubert – quasi impossibile. Rispetto a ciò la sua soluzione offre uno spazio temporale che va dalla notte tra Martedì e Mercoledì fino al mattino del Venerdì. In quel contesto la studiosa mostra che in Marco per i giorni «Domenica delle palme», Lunedì e Martedì c’è una precisa sequenza degli avvenimenti, ma che poi egli salta direttamente alla cena pasquale. Secondo la datazione tramandata resterebbero quindi due giorni su cui non viene riferito nulla. Infine Jaubert ricorda che in questo modo il progetto delle autorità giudaiche, di uccidere Gesù puntualmente ancora prima della festa, avrebbe potuto funzionare. Pilato, tuttavia, con la sua titubanza avrebbe poi rimandato la crocifissione fino al Venerdì. Contro il cambio della data dell’Ultima Cena dal Giovedì al Martedì parla, però, l’antica tradizione del Giovedì, che comunque incontriamo chiaramente già nel II Secolo. Ma a ciò la signora Jaubert obietta citando il secondo testo su cui si basa la sua tesi: si tratta della cosiddetta Didascalia degli Apostoli, uno scritto dell’inizio del III Secolo, che fissa la data della cena di Gesù al Martedì. La studiosa cerca di dimostrare che quel libro avrebbe accolto una vecchia tradizione, le cui tracce sarebbero ritrovabili anche in altri testi. A questo bisogna, però, rispondere che le tracce della tradizione, manifestate in questo modo, sono troppo deboli per poter convincere. L’altra difficoltà consiste nel fatto che l’uso da parte di Gesù di un calendario diffuso principalmente in Qumran è poco verosimile. Per le grandi feste, Gesù si recava al Tempio. Anche se ne ha predetto la fine e l’ha confermata con un drammatico atto simbolico, Egli ha seguito il calendario giudaico delle festività, come dimostra soprattutto il Vangelo di Giovanni. Certo, si potrà consentire con la studiosa francese sul fatto che il Calendario dei Giubilei non era strettamente limitato a Qumran e agli Esseni. Ma ciò non basta per poterlo far valere per la Pasqua di Gesù. Così si spiega perché la tesi di Annie Jaubert, a prima vista affascinante, dalla maggioranza degli esegeti venga rifiutata. Io l’ho illustrata in modo così particolareggiato, perché essa lascia immaginare qualcosa della molteplicità e complessità del mondo giudaico al tempo di Gesù – un mondo che noi, nonostante tutto l’ampliamento delle nostre conoscenze delle fonti, possiamo ricostruire solo in modo insufficiente. Non disconoscerei, quindi, a questa tesi ogni probabilità, benché in considerazione dei suoi problemi non sia possibile semplicemente accoglierla”. Che cosa dobbiamo dunque dire? “La valutazione più accurata di tutte le soluzioni finora escogitate l’ho trovata nel libro su Gesù di John P. Meier, che alla fine del suo primo volume ha esposto un ampio studio sulla cronologia della vita di Gesù. Egli giunge al risultato che bisogna scegliere tra la cronologia sinottica e quella giovannea e dimostra, in base all’insieme delle fonti, che la decisione deve essere in favore di Giovanni. Giovanni ha ragione: al momento del processo di Gesù davanti a Pilato, le autorità giudaiche non avevano ancora mangiato la Pasqua e per questo dovevano mantenersi ancora cultualmente pure. Egli ha ragione: la crocifissione non è avvenuta nel giorno della festa, ma nella sua vigilia. Ciò significa che Gesù è morto nell’ora in cui nel Tempio venivano immolati gli agnelli pasquali. Che i cristiani in ciò vedessero in seguito più di un puro caso, che riconoscessero Gesù come il vero Agnello, che proprio così trovassero il rito degli agnelli portato al suo vero significato – tutto ciò è poi solo normale”. Ma perché allora i sinottici hanno parlato di una cena pasquale? Su che cosa si basa questa linea della tradizione? “Una risposta veramente convincente a questa domanda non la può dare neppure Meier. Ne fa tuttavia il tentativo – come molti altri esegeti – per mezzo della critica redazionale e letteraria. Cerca di dimostrare che i brani di Marco, 14, 1a e 14, 12-16 (gli unici passi in cui presso Marco si parla della Pasqua) sarebbero stati inseriti successivamente. Nel racconto vero e proprio dell’Ultima Cena non si menzionerebbe la Pasqua. Questa operazione – per quanto molti nomi importanti la sostengano – è artificiale. Rimane però giusta l’indicazione di Meier che cioè, nella narrazione della cena stessa presso i sinottici, il rituale pasquale appare tanto poco quanto presso Giovanni. Così, pur con qualche riserva, si potrà aderire all’affermazione: «L’intera tradizione giovannea (…) concorda pienamente con quella originaria dei sinottici per quanto riguarda il carattere della cena come non appartenente alla Pasqua» (A Marginal Jew, i, p. 398)”. Ma allora, che cosa è stata veramente l’Ultima Cena di Gesù? E come si è giunti alla concezione sicuramente molto antica del suo carattere pasquale? “La risposta di Meier è sorprendentemente semplice e sotto molti aspetti convincente. Gesù era consapevole della Sua morte imminente. Egli sapeva che non avrebbe più potuto mangiare la Pasqua. In questa chiara consapevolezza invitò i suoi ad un’Ultima Cena di carattere molto particolare, una Cena che non apparteneva a nessun determinato rito giudaico, ma era il Suo congedo, in cui Egli dava qualcosa di nuovo, donava se stesso come il vero Agnello, istituendo così la sua Pasqua. In tutti i Vangeli sinottici fanno parte di questa Cena la profezia di Gesù sulla Sua morte e quella sulla Sua Resurrezione. In Luca essa ha una forma particolarmente solenne e misteriosa: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio» (22,15s). La parola rimane equivoca: può significare che Gesù, per un’ultima volta, mangia l’abituale Pasqua con i suoi. Ma può anche significare che non la mangia più, ma s’incammina verso la Pasqua nuova. Una cosa è evidente nell’intera tradizione: l’essenziale di questa Cena di congedo non è stata l’antica Pasqua, ma la novità che Gesù ha realizzato in questo contesto. Anche se questo convivio di Gesù con i Dodici non è stata una cena pasquale secondo le prescrizioni rituali del giudaismo, in retrospettiva si è resa evidente la connessione interiore dell’insieme con la morte e Resurrezione di Gesù: era la Pasqua di Gesù. E in questo senso Egli ha celebrato la Pasqua e non l’ha celebrata: i riti antichi non potevano essere praticati; quando venne il loro momento, Gesù era già morto. Ma Egli aveva donato sé stesso e così aveva celebrato con essi veramente la Pasqua. In questo modo l’antico non era stato negato, ma solo così portato al suo senso pieno. La prima testimonianza di questa visione unificante del nuovo e dell’antico, che realizza la nuova interpretazione della cena di Gesù in rapporto alla Pasqua nel contesto della Sua morte e Resurrezione, si trova in Paolo 1 Corinzi 5,7: «Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!» (cfr. Meier A Marginal Jew, p. 429 ss). Come in Marco 14,1 si susseguono qui il primo giorno degli Azzimi e la Pasqua, ma il senso rituale di allora è trasformato in un significato cristologico ed esistenziale. Gli «azzimi» devono ora essere costituiti dai Cristiani stessi, liberati dal lievito del peccato. L’Agnello immolato, però, è Cristo. In ciò Paolo concorda perfettamente con la descrizione giovannea degli avvenimenti. Per lui, morte e Resurrezione di Cristo sono diventate così la Pasqua che perdura. In base a ciò si può capire come l’Ultima Cena di Gesù, che non era solo un preannuncio, ma nei Doni eucaristici comprendeva anche un’anticipazione di croce e Resurrezione, ben presto venisse considerata come Pasqua – come la sua Pasqua. E lo era veramente”. A Pasqua non bisogna dimenticarsi dei poveri e di coloro che abbiamo trattato male, pena l’inutilità dei Riti e di tutto il resto. Bisogna riconciliarsi con tutti, l’un l’altro, senza ipocrisie. Siamo talmente presi dai preparativi che talvolta possiamo dimenticare l’essenziale. “Senz’altro è molto importante preparare tutto perché la nostra casa sia pulita di ogni chametz – fanno notare i nostri “fratelli maggiori” – senz’altro è molto importante preparare tutto perché la nostra tavola sia pronta per il Seder, con le sue matzot, con i suoi quattro bicchieri di vino, con le Hagadot e così via. Ebbene Rabbì Moshé Isserles, conosciuto come l’Haremà (1525ca.-1572) inizia le regole di Pèsach con questa osservazione-mizvà: “È minhag (consuetudine) comperare grani da dividere ai poveri per Pesach…”(Shulchan Aruch, art. 429:1) ed il Chafetz Chaim, nella sua Mishnà Berurà  aggiunge: “Si tratta di un minhag antico del tempo della Ghemarà  (Talmud) e questo si trova ricordato nel Talmud Jerushalmì…e nei nostri posti il minhag è di dare loro farina perché possano preparare le matzot e bisogna dare quanto hanno bisogno per tutti i giorni di Pèsach e se si tratta di persone molto povere si deve pagare loro anche per la cottura delle matzot”. Oggi l’uso generale è di fare offerte in denaro per permettere alle persone bisognose di poter festeggiare la Pasqua come si deve (kimcha depischa). Questi Chachamim vogliono significare che non possiamo assolutamente mettere il nostro cuore in pace con l’invito fatto nella Haggadà a chi ha fame di venire a mangiare da noi; sappiamo bene che ai nostri giorni questo invito rimane molto spesso puramente teorico e sappiamo bene anche che molti sono i bisognosi di aiuto, famiglie che avrebbero piacere di stare assieme e non divise ognuno in un altro tavolo, sia pure ospitale; essi ci dicono che non possiamo sentirci degni di iniziare la nostra Pasqua se non abbiamo fatto quanto ci è possibile per aiutare chi ha bisogno, nella nostra Comunità prima di tutto, in Eretz Israel ed ovunque vi sia bisogno, a poter festeggiare almeno Pèsach come persone libere. Sono cose che sappiamo bene, che ci sembrano ovvie ma che forse proprio per questo rischiano di essere dimenticate e che allora è bene tenerle presenti fin dall’inizio”. Molti leggono e vivono Pèsach e la Pasqua cristiana pensando alla difesa della propria cultura e identità, tra un immondo show politico e l’altro, magari “a spasso” nel Mar Mediterraneo, tra un traffico di esseri umani e l’altro, magari sia a favore sia contro Israele e la Santa Madre Russia cristiana che ha disarmato la Siria dal suo micidiale arsenale chimico, smascherando apertamente la responsabilità degli Usa e dell’Unione Europea sia nel massacro dei bambini siriani da parte dei “ribelli” terroristi islamisti (moderati o meno) sia nell’avanzata trionfale dei tagliagole e tagliatesta del famigerato presunto Stato Islamico che sarà annientato dalla potenza della Santa Russia. Un parallelo improprio alla luce della carneficina belga, turca, parigina, libica, tunisina e nigeriana, senza contare la tragedia del Donbass (Ucraina Russa) in piena Europa? “La liberazione dalla schiavitù non è un atto che indica un progetto – osserva David Bidussa, storico sociale delle idee – al più sancisce che non si è disposti più a vivere come si è vissuti fino a ieri e che si vuol vivere meglio. A differenza dell’uscita dall’Egitto, la scelta sionista non pensava di eliminare la condizione di inferiorità o di persecuzione e dunque non era la risposta all’antisemitismo. Quella scelta nasceva dalla convinzione che qualunque fosse stato il futuro, non si era disposti a investire solo sul miglioramento delle condizioni materiali della propria vita. La scommessa era sulla volontà di decidere da soli del proprio destino e di provare a se stessi, prima ancora che a chiunque altro, che non solo si era maturi per una condizione di autonomia, ma anche per una di responsabilità. La verifica sul senso di quella scelta e sullo stato di salute di ciò che da quella scelta è scaturito, alcune generazioni dopo, non è se l’antisemitismo sia cresciuto o diminuito, ma se ciò che è nato da quella scelta e attraverso quell’esperienza abbia fatto maturare, o meno, la capacità politica di affrontare le difficoltà del proprio presente”. Gli Ebrei e il loro Stato hanno tutta la loro forza militare ed economica, la creatività, la combattività, l’ostinazione che Israele mostra già uscendo dall’Egitto. Il Popolo ebraico ha il suo destino storico, la fede che lo ha portato per tre millenni a ripetere il Seder e la sua formula finale in terre lontane. Ma oggi, forse, guardando la sedia che lasceranno vuota per Gilad Shalit, dovranno interpretare di nuovo la formula millenaria come una preghiera e magari aggiungere sottovoce un’altra parolina: (gam) leshanà habbà biJerushalaim: anche l’anno prossimo a Gerusalemme. Come si svolge la Pasqua ebraica? Sulla tavola della sera di Pasqua, entro un vassoio, troviamo tre azzime sovrapposte, una zampa arrostita di pollo o tacchino, in ricordo dell’agnello pasquale offerto in sacrificio nel Tempio, un uovo sodo, erbe amare, sedano e un composto di mele, frutta secca, miele e cannella. Nel corso della cena pasquale ebraica si bevono in successione quattro calici, a cui vengono attribuiti precisi significati simbolici. Un quinto calice si versa ma non si beve, poiché è considerato un segno escatologico: la speranza del prossimo Avvento dei tempi messianici. Ogni padre di famiglia a Pasqua è il protagonista della liberazione dall’Egitto in quanto, come Mosè, racconta la vicenda al proprio figlio trasmettendone la perenne attualità. Al termine dei molti riti previsti dal Seder, è uso trattenersi ancora a tavola cantando inni e filastrocche popolari. La più famosa (chag gadja, “un capretto”) paragona la storia d’Israele a quella di un capretto che dopo le persecuzioni (rappresentate da un gatto, da un cane e da un bastone) incontra la redenzione compiuta di persona dal Santo, “benedetto Egli sia”, l’Altissimo. Il rabbino Alberto Moshe Somekh ha raccolto norme, regole, tradizioni e riflessioni sulla festività di Pèsach in un articolo di cui proponiamo un breve estratto. “Il Seder (Leylè Pessach; lett. “ordine [delle sere di Pessach]”) costituisce l’insieme di atti e letture seguito nelle case ebraiche la prima (fuori d’Israele anche la seconda) sera di Pèsach. Gli scopi del Seder sono essenzialmente due: ricordare la liberazione dalla schiavitù egiziana e trasmetterne il messaggio alle nuove generazioni, destando particolarmente l’attenzione dei bambini. Finché il Bet ha-Miqdash (Tempio di Gerusalemme) è esistito, l’atto principale consisteva nell’offerta e nella consumazione del Qorban Pessach (Sacrificio Pasquale, consistente in un agnello arrostito allo spiedo) insieme alla matzah (pane azzimo) e al maròr (erba amara), cui prendeva parte tutta la famiglia, secondo la prescrizione della Torah (Shemot 12)”. Dopo la distruzione del Tempio (70 d.C.) non è più stato possibile compiere il sacrificio. La bibliografia in proposito è vastissima. Preparazione dei cibi e accensione dei lumi nei giorni festivi di Shabbat. “A differenza dei giorni di Yom Tov (festa solenne) è proibito trasportare oggetti, accendere il fuoco in qualsiasi modo e cucinare. Durante il 1°, 2°, 7° e 8° giorno di Pessach (sempre che non cadano di Shabbat) invece è permesso trasportare oggetti fuori casa, cucinare ed accendere il gas a questo scopo, purché da una fiamma già accesa da prima della festa. È però proibito spegnere il gas dopo averlo acceso. I fornelli elettrici possono essere usati solo se tenuti accesi anch’essi da prima dell’inizio della festa, ma ciò è sconsigliabile. Nei giorni di Yom Tov si può cucinare e preparare solo per il giorno stesso (ma non per l’indomani; per giorno stesso si intende dal tramonto all’uscita delle prime tre stelle la sera successiva: in tutto circa 25 ore). Perciò i cibi per il secondo Seder debbono essere stati cucinati dalla vigilia o scaldati dopo lo spuntare delle stelle della seconda sera: anche la tavola per la cena va apparecchiata dopo quest’ora o tramite non Ebrei. Così pure la hadlaqat neròt (accensione dei lumi festivi) la seconda sera va eseguita con una fiamma già accesa da prima della festa. Se non è Venerdì sera, si accende il fiammifero e si recita la Berakhah relativa, prima di portare la fiamma ai lumi, in quanto se anche dicessimo che la Berakhah costituisce accettazione di Yom Tov, accendere un lume da un lume già acceso rimane permesso. È perciò preferibile attenersi alla regola generale di recitare la Berakhah su una Mitzwah prima di compiere l’atto cui si riferisce (‘ovèr la-‘asiyatan). Occorre porre attenzione a non spegnere il fiammifero dopo l’uso: lo si appoggerà lasciando che si spenga da solo. Alcuni usano aggiungere la Berakhah She-he-cheyyanu. Le Mitzwòt del Seder. Quattro specifiche Mitzwòt (precetti) si osservano nel Seder anche dopo la distruzione del Bet ha-Miqdash. Due sono di origine biblica: la consumazione della Matzah, assumendo una postura particolare in segno di libertà, detta hassebah; il racconto dell’Uscita dall’Egitto tramite la lettura della Haggadah; e altre due sono di istituzione rabbinica: la consumazione del Maròr: esso è comandato nella Torah solo in relazione al Qorban Pesach, ma i Maestri hanno voluto che si continuasse ad osservarlo in ricordo del Bet ha-Miqdash distrutto; l’assunzione di quattro bicchieri di vino, in momenti particolari e assumendo la hassebah. A queste ultime se ne aggiunge un’altra: la recitazione del Hallèl, che Pèsach ha in comune con altri giorni festivi. Ma il Seder è l’unica occasione annuale in cui il Hallèl viene recitato di sera e a tavola. Accanto alle Mitzwòt propriamente dette, i Maestri hanno istituito diversi Minhaghim (usi) per mantenere il ricordo del Bet ha-Miqdash distrutto e per tener desta l’attenzione dei più piccoli. Pur trattandosi di Mitzwòt ‘Asseh she-ha-zemàn gheramàn (obblighi legati ad un lasso di tempo determinato) le donne sono obbligate al pari degli uomini. Lo si evince dal fatto che: 1) l’obbligo della Matzah è presentato nella Torah in connessione con il divieto di mangiare Chamètz (cibo lievitato), per cui i Maestri deducono che “chi ha il divieto di mangiare Chamètz ha l’obbligo di mangiare Matzah” e, per estensione, tutti gli altri obblighi del Seder; 2) anche le donne hanno beneficiato del miracolo della liberazione. Ne consegue che anche le donne sono obbligate alla lettura della Haggadah, ma è opportuno che gli uomini non si basino sulla loro lettura per uscire d’obbligo. Esse sono parimenti tenute a recitare il Hallèl. Fa eccezione per alcuni, come vedremo, solo la hassebah. Una persona in lutto è parimenti tenuta a tutte le Mitzwòt, Hallèl compreso, ma non è opportuno che conduca il Seder, se vi sono altri in grado di farlo al suo posto. I bambini vanno progressivamente educati in base all’età e alla maturazione a partecipare al Seder e alle sue Mitzwòt. Coloro che si sono convertiti all’Ebraismo osservano tutte le Mitzwòt del Seder e leggono la Haggadah, nonostante i numerosi riferimenti ai “nostri padri”. Anche i non vedenti sono parimenti tenuti a recitare la Haggadah ovvero ad ascoltarla, sebbene non vedano la Matzah e il Maròr; pertanto essi possono fare uscire d’obbligo altri anche se l’handicap li ha colpiti dalla nascita. Mentre per alcune Mitzwòt (Matzah e Maròr) è prescritta la recitazione di una Berakhah particolare, per altre non è stata istituita: sia i quattro bicchieri di vino che la lettura della Haggadah sono infatti Mitzwòt che non si esauriscono in un unico atto consecutivo, ma subiscono interruzioni e per questi casi i Maestri non hanno previsto la recitazione di una Berakhah. Per la stessa ragione non viene recitata durante il Seder la consueta Berakhah prima del Hallèl. Scrive il versetto: “E mangeranno la carne (dell’agnello pasquale) durante questa notte”. Se ne evince che non solo il sacrificio pasquale, ma per estensione tutte le Mitzwòt del Seder vanno eseguite dopo l’uscita delle prime tre stelle. Se il Venerdì sera e nelle altre sere festive è lecito recitare il Qiddush anche prima della notte, durante il Seder non è lecito anticipare per il fatto che il bicchiere di vino che si beve per il Qiddush è a tutti gli effetti il primo dei quattro bicchieri prescritti ed è parte integrante delle Mitzwòt della notte di Pèsach. Peraltro,“la tavola deve già essere apparecchiata dalla vigilia, in modo che il Seder possa cominciare appena è buio. Anche chi sta studiando al Bet Midrash deve predisporsi ad uscire presto, perché è Mitzwah cominciare non appena possibile per evitare che i bambini si addormentino”. In linea di principio l’intero Seder deve essere portato a termine nel medesimo luogo in cui lo si è cominciato, in analogia con le regole relative al Qorban Pesach che non consentivano di consumarlo in due gruppi di persone differenti. La Qe’arah. Prima di iniziare il Seder è necessario aver predisposto su un apposito vassoio (qe’arah) l’occorrente per le Mitzwòt del Seder. Lo scopo della qe’arah non è soltanto di avere a disposizione gli assaggi quando si rende necessario consumarli, ma anche assolvere al dovere di testimoniare, vedendoli, il significato che ciascuno di essi ha. È infatti scritto nella Torah: “L’Altissimo ha agito a favor mio in Egitto per questo (scopo)” e i Maestri della Haggadah hanno interpretato che si riferisce “all’ora in cui la Matzah e il Maròr sono disposti davanti a te”. Per questa ragione è opportuno che i cibi della qe’arah rimangano sulla tavola fino al termine del Seder. Peraltro, non è necessario che ogni commensale abbia la sua qe’arah, ma è sufficiente che se ne trovi una di fronte a chi guida il Seder. È opportuno, come norma generale, preparare tutti i cibi prima che inizi la festa: ciò diventa un obbligo tassativo se Pèsach cade di Shabbat, in quanto in tal giorno non è lecito cucinare del tutto. Ciò che serve per il Sabato sera, infine, deve essere tutto pronto fin dal Venerdì. I cibi sono i seguenti: Tre Matzòt sovrapposte: il numero si spiega con il fatto che nelle sere festive è necessario recitare la Berakhah su due pani interi in memoria della doppia razione di manna nel deserto. Dal momento che, come si vedrà, durante il Seder uno dei pani deve essere spezzato prima della Berakhah, è necessario prevederne tre. Si deve fare in modo che le Matzòt siano shemuròt (dette anche semplicemente shimmurim) ovvero impastate con farina proveniente da grano controllato fin dal momento della mietitura (mi-sh’at qetzirah) e cotte a mano le-shem Matzat Mitzwah, in base al versetto “e sorveglierete le Matzòt”. Durante lo svolgimento del Seder le Matzòt rimangono scoperte, perché sono chiamate nella Torah lechem ‘oni, interpretato dai Maestri come “pane sul quale si danno molte risposte”. Solo nei momenti in cui si solleva il bicchiere di vino devono essere coperte per preservarne la dignità, in quanto come alimento il pane è considerato più importante del vino. Alcuni hanno l’uso di separare fra loro le tre Matzòt con tovaglioli e/o di collocarle fuori dalla qe’arah. Se delle tre Matzòt una si spezza inavvertitamente prima dell’apparecchiatura, la si collochi come Matzah mediana che è destinata comunque a essere spezzata molto prima delle altre.
Maròr: foglie di insalata. L’uso più generale, seguito anche in Italia, è di adoperare le foglie di lattuga romana, dopo averne accuratamente controllato eventuali infestazioni. Ai tempi del Bet ha-Miqdash si metteva in tavola anche la carne del Qorban Pesach. Per la precisione, dopo la distruzione i Maestri hanno prescritto che si collocassero sulla qe’arah “due cibi cucinati”. Nell’attuale cena pasquale ebraica non si mangia l’agnello. Zeroa’: zampa. Per il primo cibo, in ricordo dell’agnello pasquale, si usa una zampa di bovino, ovino o pollame arrostita direttamente sul fuoco, così come veniva arrostito l’agnello: essa ricorda il “braccio disteso” con cui l’Altissimo ci ha redento dall’Egitto. In mancanza può essere adoperata altra parte dell’animale, preferibilmente dotata di osso. La zampa non viene mai sollevata dal vassoio durante il Seder, per non dare l’impressione di aver offerto il Qorban Pesach fuori dal Bet ha-Miqdash: l’uso è di mangiarla la mattina successiva al secondo Seder, quando non serve più. Betzah: uovo. Il secondo cibo, in ricordo del Qorban Chaghigah (sacrificio festivo) che veniva offerto ogni Yom Tov, è un uovo sodo: esso è simbolo del lutto per la distruzione del Tempio. È preferibile che l’uovo sodo sia lasciato nel guscio. Karpàs: verdura. L’uso più comune è di adoperare gambi di sedano che sono più facili da pulire da eventuali infestazioni rispetto alle foglie. Devono essere crudi. A lato si deve preparare un contenitore di aceto di vino o soluzione di acqua e sale nella quale intingere il karpàs. L’acqua salata deve essere preparata prima di Yom Tov. Charosset: impasto di frutta in ricordo della malta (in ebraico: cheres o tit) adoperata dagli schiavi Ebrei i

Egitto per confezionare i mattoni. Viene preparata con i frutti ai quali viene paragonato il Popolo d’Israele nello Shir ha-Shirim (la Meghillah che viene letta durante Pèsach; in toto o in parte: mela, melagrana, fico, dattero, noce e mandorla). Il tutto è cosparso di cannella e cinnamomo, in ricordo della paglia. Secondo un’altra opinione ricorda il sangue versato dagli Ebrei nel corso della schiavitù e pertanto si usa annaffiarlo di vino. Il Charòsset si adopera durante il Seder per intingervi il Maròr. La qe’arah in quanto tale non è mai menzionata nel Talmud e vi sono usi diversi in merito alla disposizione dei cibi su di essa.  In mancanza di un determinato uso nella propria famiglia o nella propria Comunità ci si può attenere al principio per cui quanto prima un assaggio si rende necessario durante il Seder tanto più vicino lo si colloca alla persona, per evitare che questa si trovi a dovere “scavalcare le Mitzwòt”: nell’ordine 1) karpàs con acqua salata alla sua sinistra; 2)  Matzòt; 3) Maròr con Charòsset alla sua sinistra; 4) Zeroa’ a destra e Betzah alla sua sinistra. Vi sono abitudini diverse in merito alla domanda se prelevare i cibi dalla qe’arah, quando si richiede di mangiarli, o predisporne a parte lasciando intatto il vassoio. Vanno tenuti presenti due principi: 1) il vassoio va tenuto sulla tavola completo con una rappresentanza di ciascun assaggio fino al termine del Seder; 2) della Matzah e del Maròr si richiede che ciascuno dei commensali mangi almeno un ke-zayit più volte nel corso del Seder. È perciò difficile, soprattutto in presenza di molti ospiti, che il relativo quantitativo possa essere interamente contenuto nella qe’arah e dovrà essere conservato da parte”. La hassebah. “Persino un bambino deve stare reclinato mentre mangia”. Come segno di libertà, i Maestri hanno stabilito che nel corso del Seder si deve stare in posizione reclinata, ovvero appoggiati con il braccio sinistro (hassebat semòl), preferibilmente su un cuscino: identica regola vale anche per i mancini. Nei tempi antichi si banchettava semi-coricati sui triclini e tale era la consueta postura di rilassamento. Con il passare dei secoli sono mutate le abitudini, tanto che già alcuni Decisori medioevali hanno ritenuto che l’obbligo della hassebah non fosse più in vigore, ma la maggioranza ha stabilito la norma in senso rigoroso. I più ritengono anzi che la hassebah rientri oggi proprio in quei gesti inusuali che dovrebbero spingere i bambini a porre domande: non sarà un caso che fra le domande del Mah Nishtannah quella sulla hassebah sia stata introdotta più tardi, allorché si era persa l’abitudine. Vi sono regole che vincolano reciprocamente i commensali a questo proposito. Il figlio osserva la hassebah anche a tavola con il padre, perché ciò non è considerato mancanza di rispetto nei suoi confronti, anche se il padre è contemporaneamente il suo principale Maestro di Torah (rabbò muvhaq). Ma normalmente il discepolo non osserva la hassebah a tavola con il suo principale Maestro di Torah se questi non è suo padre, a meno che il Maestro non gliene dia il permesso. Se è presente un Maestro di Torah di importanza straordinaria (muflàg be-dorò) tutti i commensali devono considerarsi come suoi discepoli. Le donne sefaradite usano osservare la hassebah a priori, mentre quelle ashkenazite no. La persona nel primo anno di lutto non è esente dalla hassebah. La hassebah non va in realtà osservata per tutta la durata del Seder. Le parti di lettura (Magghid, Barèkh, Hallèl) esigono infatti una concentrazione particolare e per i bocconi non di Mitzwah (karpàs), ovvero quelli “amari” (Maròr e, secondo un’opinione minoritaria, anche Korèkh) non è richiesta. In pratica, a priori si deve osservare la hassebah sette volte durante il Seder: quando si beve ciascuno dei quattro bicchieri di vino e ognuna delle tre volte in cui si mangia la Matzah di Mitzwah (Motzì Matzah, Korèkh secondo la maggioranza delle opinioni e Tzafùn). In caso di dimenticanza l’opinione più facilitante ritiene che sia necessario ripetere l’atto di mangiare reclinati solo in occasione di Motzì Matzah (senza ripetere le Berakhot) in quanto è questa l’unica occasione in cui la hassebah accompagna un’azione comandata dalla Torah secondo tutte le opinioni.  Lo stesso criterio può essere adottato anche a priori in situazioni di grave disagio. Gli Arbà’ Kossòt. “Gli versano (il vino)”. Dal linguaggio della Mishnah impariamo che colui che conduce il Seder si fa versare il vino da altri, in segno di libertà. È oggi uso comune estendere questa abitudine a tutti i commensali. Mentre in tutte le altre occasioni solo a colui che recita il Qiddush si richiede di tenere in mano il bicchiere con il vino e di berne, durante il Seder tutti i commensali sono egualmente soggetti a questo precetto e anche se escono d’obbligo dalla recitazione del Qiddush con quella effettuata dal capofamiglia sono tenuti a bere il vino “in proprio” secondo le modalità che verranno spiegate in seguito. La stessa regola vale anche per i bicchieri successivi. I Maestri hanno infatti reso obbligatorio per tutti, durante il Seder, bere quattro bicchieri di vino. Fra le numerose ragioni indicate nel Talmud la più famosa è il riferimento alle “quattro promesse di redenzione” con cui l’Altissimo ha annunciato a Mosheh il suo intervento in Egitto: wekotzetì (vi farò uscire) – wehitzaltì (vi salverò) – wegaaltì (vi redimerò) – welaqachtì (vi prenderò). I quattro bicchieri vanno assunti secondo l’ordine stabilito dai Maestri nella Haggadah: il primo al termine del Qiddush (Qaddesh), il secondo al termine del Magghid, il terzo al termine della Birkat ha-Mazòn (Barèkh) e il quarto al termine del Hallèl. Colui che beve i quattro bicchieri uno dopo l’altro esce d’obbligo solo per un bicchiere. Il vino deve essere di preferenza rosso, in quanto questo era il suo colore ai tempi biblici, come dice il versetto: “non osservare il vino mentre rosseggia”; inoltre esso ricorda il sangue delle piaghe e dell’agnello pasquale che, sugli stipiti delle porte in Egitto, permise la nostra liberazione. Ma se si trova un vino bianco più pregiato, questo ha la precedenza. Non è opportuno diluire il vino nell’acqua. Dal momento che con il vino si assolve anche il precetto della gioia festiva (simchat Yom Tov) è necessario a priori che esso abbia potere inebriante, ma non è necessaria una gradazione alcolica elevata: chi è particolarmente sensibile dovrà tenerne conto allo scopo di riuscire a portare a termine il Seder. Gli astemi, coloro cui il vino fa male, e così pure i bambini, potranno sostituirlo con succo d’uva. Se la persona non tollera neppure il succo d’uva, potrà uscire d’obbligo ascoltando il Qiddush da colui che conduce il Seder e uscire d’obbligo con la bevuta di quest’ultimo. Il bicchiere deve essere sufficientemente grande da contenere un revi’it (quarto di log, pari al volume di un uovo e mezzo): sull’identificazione  di questa misura oggi vi sono due opinioni. Secondo R. Chayim Naeh sono 86 cc, mentre per il Chazòn Ish sono richiesti almeno 125 cc. L’uso è di essere più rigorosi di Venerdì sera, allorché l’obbligo del Qiddush è di origine biblica, mentre se il Seder ha luogo in una sera differente è sufficiente basarsi sull’opinione più facilitante, perché l’obbligo del Qiddush di Yom Tov è solo per estensione rabbinica. Sebbene in tutte le altre occasioni è sufficiente a priori che chi recita il Qiddush beva la maggior parte del revi’it, nel caso del Seder è necessario che ciascuno si sforzi di bere il revi’it per intero. Solo a posteriori si è usciti d’obbligo avendo bevuto la maggior parte del revi’it. In ogni caso, è opportuno non adottare bicchieri più grandi della misura necessaria per non entrare in discussione sul quantitativo minimale da bere. La Mishnah stabilisce che non si possono intercalare altri bicchieri fra il terzo e il quarto, per il timore di ubriacarsi e di non essere più in grado di terminare il Hallèl. La discussione dei Maestri verte se analoga motivazione si applica anche al vino bevuto “a stomaco vuoto” prima del pasto e dunque nell’intervallo fra i primi due bicchieri. Lo Shulchan ‘Arukh, pur non vietando di aggiungerne altri, codifica che durante la recitazione del Magghid “è opportuno astenersene…se non per grave necessità”. Solo durante il pasto è lecito bere a volontà. Il bicchiere dovrà essere dignitoso e integro: è assai preferibile evitare il materiale monouso. Esso dovrà essere perfettamente pulito e illibato all’inizio del Seder per il Qiddush, ma in linea di principio non è necessario risciacquarlo in vista delle bevute successive. Sarà sufficiente tornare a riempirlo ogni volta, a meno che nel frattempo non vi siano entrati altri liquidi o briciole di cibo. Per questa ragione è consuetudine rilavarlo o sostituirlo prima del “terzo bicchiere”, sul quale si recita la Birkat ha-Mazòn subito dopo il pasto”. Questa è la Pasqua ebraica che siamo tenuti a ricordare. Pesach kasher vesameach. Capita abbastanza spesso che la Pasqua cristiana cada assai vicino o addirittura sia inclusa nel periodo della festa ebraica di Pèsach. Ciò non fa meraviglia. L’andamento passionale delle due feste è simile: da una situazione di angoscia e di dolore si giunge al trionfo finale grazia all’Altissimo Vittorioso che agisce nella Storia umana. La Pasqua cristiana è però, nel suo svolgimento, non un funerale, ma la celebrazione della Vittima Innocente che risorge dai morti. In Pèsach l’accento è posto sulla liberazione di un Popolo dalla schiavitù, non sul passato di oppressione. Nel testo dell’Haggadà, il rituale della cena pasquale ebraica, si ricorda l’aspetto doloroso di quella schiavitù, la persecuzione e l’afflizione che ne vennero. E si dice che “in ogni generazione” c’è chi “si leva contro di noi per distruggerci”. Mentre il fuoco della “passione ebraica” è tutto focalizzato sulla gratitudine e sulla gioia per la libertà riconquistata, nella Pasqua cristiana, al dolore per la Passione e morte di Gesù in croce segue la gioia della Sua Resurrezione quando le pie donne, per prime, trovano la tomba di Gesù vuota! Segue la loro gioia pasquale e l’annuncio ai discepoli, alcuni dei quali ancora increduli. Dunque nel confronto fra le due feste di Pasqua (Mosè è quasi assente nella versione del racconto contenuta nell’Haggadà) si nota una scelta di tempi, emozioni e di punti di vista assai diversi: l’accento ebraico è messo sulla festa della libertà e non sulla sofferenza dell’oppressione; i miracoli (le piaghe) sono moltiplicati dall’esegesi rabbinica fino a quasi normalizzarli. La Pasqua cristiana è la celebrazione della Pasqua di Gesù, vittima per i nostri peccati e primizia con la Sua Resurrezione della vita eterna per tutti i Suoi. Nella Pasqua i cristiani riconoscono in Gesù Risorto molto più di un normale miracolo. La Pèsach non si fonda affatto sulla condizione di vittima, ridotta a un elemento fra i tanti. La Pasqua ebraica non valorizza affatto l’aspetto di “vittime innocenti” del Popolo ebraico, soprattutto dopo la Shoah. La Pasqua ebraica non commemora né rimpiange “l’innocente sopportazione” degli Ebrei chassidici distrutti dalla Shoah, il “nuovo Golgota” secondo le parole di San Giovanni Paolo II. Anche se non mancano eminenti pensatori, come Joshua Leibowitz, che sostengono l’aspetto positivo dell’essere “portati al macello come pecore”. Il tema del sacrificio e del “porgere l’altra guancia” non è un tema ebraico pasquale. Lo è semmai l’amare il prossimo come se stesso. Pèsach e nessun’altra festa ebraica sono la celebrazione dello statuto di vittime: nè Channukkà né Purim che ricordano vittorie sul genocidio sempre mettendo in rilievo il miracolo della sopravvivenza. Neppure le ricorrenze più tristi come Kippur o Tishà beAv (in cui si ricorda la distruzione di Gerusalemme) hanno al centro una condizione passiva di vittime. Sono semmai la lucida e razionale analisi degli errori e dei peccati commessi che giustificano la punizione divina. Dunque, la Pasqua ebraica non commemora né celebra vittime e martiri. Se al centro della festa cristiana Gesù, il Figlio del Dio Vivente, muore sulla croce, nel racconto ebraico è importante che Isacco non perisca ma sia salvato prima di essere immolato. La storia sacra ebraica celebra il superamento di prove e l’arrivo alla Terra promessa, e insegna l’obbligo di mantenere la purezza religiosa. Quando nella Bibbia i profeti minacciano spesso dolori e parlano di Israele come del “servo sofferente”, per gli Ebrei lo fanno in vista di una restaurazione messianica del regno di Israele che dovrà avvenire nel tempo e nel mondo (qui sulla Terra) e non in una condizione trascendente o su un altro esopianeta. Nella Storia ebraica la prima forte menzione di martiri, cioè di giovani fedeli che muoiono per non rinnegare la fede, compare nel Secondo Libro dei Maccabei, risalente al I-II Secolo avanti Cristo. Nella Storia ebraica i martiri (i caduti per la “santificazione del Nome”) non vengono celebrati da “santi”. Gli Ebrei non hanno agiografie e martirologi, e preferiscono ricordarli per le loro altre virtù. Com’è la storia di Rabbi Akivà, ucciso atrocemente dai Romani, ma che è importante nel mondo ebraico soprattutto per il suo sapere e la sua autorità rabbinica. Dunque, se non vi è affatto nell’Ebraismo una vocazione vittimaria, ha altrettanto poco senso parlare di “religione olocaustica”, sgradita espressione dei negazionisti oggi puniti anche dalla Legge italiana. La Pasqua ebraica è fortemente legata all’idea positiva del realizzarsi dell’Uomo nella vita e indica come modello non la sofferenza per la fede, non l’ascetismo o il martirio, ma la gioia della vita buona e piena di senso vissuta secondo le sue regole naturali. D’altra parte Ebrei asceti e martiri insieme a santi Cristiani interessati ad annunciare il Vangelo di Gesù affermando con l’esempio i loro ideali nel mondo, laicamente, sono sempre esistiti. Ma, nonostante la parentela d’origine, l’orientamento antropologico fondamentale delle due religioni, a Pasqua come in tutte le altre feste, è assai diverso: ricordarselo è la base indispensabile di ogni dialogo costruttivo. Per i cristiani, le laudi della Passione di Gesù, la Messa In Coena Domini, la pietà popolare con la processione mattutina del Cristo Morto e della Madonna alla ricerca del Figlio, e il Sabato della Madre nel Triduo della Settimana Santa, introducono l’Evento focale per l’Umanità intera: la Domenica di Resurrezione del Signore, la Pasqua di Gesù che distrugge la morte per sempre. La tomba è vuota. Perché cercate tra i morti il Vivente? Nel ricordo sempiterno delle 312 vittime del terremoto (Mw 6.3) di L’Aquila si rinnova in Abruzzo, per i cristiani di rito cattolico, il Triduo pasquale di celebrazioni che precedono la solenne Grande Veglia del Sabato Santo (la madre di tutte le veglie) e la festività della Santa Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. In Abruzzo, il Giovedì Santo, dopo la solenne Messa Crismale della mattina celebrata dal Vescovo in Cattedrale, l’unica Messa consentita è quella della sera, In Coena Domini, giorno della istituzione della Eucarestia e del Sacerdozio. In queste ore si meditano le parole di Gesù nell’Ultima Cena (Gv 13-17), si adora il Santissimo Sacramento e si visitano le chiese cittadine fino alle ore 24. Il Venerdì Santo, In Passione Domini, per antichissima tradizione la Chiesa Cattolica non celebra la Messa. Dopo la Via Crucis, si fa soltanto la Commemorazione della Passione del Signore, nel contesto della quale soltanto è possibile ricevere la Comunione. Neanche il Sabato Santo la Chiesa Cattolica celebra la Messa. Solo nelle ore notturne si celebra la Grande Veglia Pasquale, con il rinnovo delle Promesse Battesimali, il Santo Battesimo dei neonati, l’accoglienza dei Catecumeni (i Nuovi Cristiani che ricevono il Battesimo, la Comunione e la Cresima), agli orari stabiliti da ogni singola Chiesa. Il Sabato Santo è possibile celebrare l’Ora della Madre, rito di origini orientali che contempla la fede di Maria Santissima in attesa della Resurrezione di Gesù. Nelle ore mattutine del Venerdì Santo si svolge la tradizionale processione della “Desolata”, la devota rappresentazione paraliturgica della Madre che va alla ricerca angosciosa del Figlio condannato a morte. La processione si avvia con la sola statua dell’Addolorata per il giro delle Sette Chiese. Inizia dalla Cattedrale Aprutina e termina all’Annunziata dove trova il Cristo Morto giacente su un’artistica bara. È una commovente plurisecolare manifestazione di religiosità popolare abruzzese. Con gli uomini che indossano la tunica nera e recano la croce, mentre le donne velate e in gramaglie trasportano la statua della Madonna. Nella processione serale del Cristo Morto sono presenti molti Simboli di Passione, sia statuari sia viventi. Quelli statuari, oltre al Cristo e all’Addolorata, rappresentano la Fede, il Calvario, la Corona, l’Angelo, la Colonna, la Croce e S. Michele Arcangelo; quelli viventi sono: La Veronica e la Maddalena, le sette Addoloratine che raffigurano le “sette spade” della Madonna, un gruppo numeroso di Pie Donne e di “Cantarine” che intonano i canti popolari, detti “lamentele”. Tutto ha inizio nella notte tra Giovedì e Venerdì Santo. Le Arciconfraternite dei Cinturati e di S.S. Annunziata guidano rispettivamente le solenni processioni della Madonna Addolorata e del Cristo Morto. La prima, come vuole la tradizione da 754 anni a questa parte, detta anche “Penitenziale”, è guidata dall’Arciconfraternita dei Cinturati istituita nel 1260. La statua della Madonna, portata a spalla da sole donne, effettua un percorso di 5,5 km tra le vie della città aprutina con “soste” nelle sette chiese cittadine in ricordo del dolore di Maria Santissima nella ricerca del Figlio Gesù tra le vie di Gerusalemme (cf. film The Passion di Mel Gibson, Usa 2004). La processione, alla quale partecipano i rappresentanti delle istituzioni laiche e il popolo dei fedeli, parte alle ore 4 del mattino di Venerdì Santo per concludersi alle ore 7 con la solenne benedizione del Vescovo. Venerdì Santo, nel pomeriggio, si svolge la solenne processione del Cristo Morto, guidata dall’Arciconfraternita di S.S. Annunziata fin dal 1852, anno in cui la signora Bonolis donò il manto della bara per il baldacchino del Cristo. La processione del popolo cristiano aprutino con i simboli della passione e morte di Gesù, è accompagnata dalle musiche di una banda musicale (in esecuzione per le vie cittadine fin dalle ore 16) e dal Coro della Cattedrale Aprutina. La processione del Cristo Morto, il cui baldacchino è portato a spalla dagli artigiani, ha inizio alle ore 18:30 e si snoda per le vie cittadine in un percorso di circa 4 Km fino al rientro nella chiesa della S.S. Annunziata con la solenne benedizione del Vescovo. In queste processioni, soprattutto nella Via Crucis, l’interazione tra elementi tradizionali e moderni, nella suggestione delle scenografie, dei costumi e delle colonne sonore, intendono proporre una rilettura originale della Passione di Gesù in 14 scene. I primi “quadri” fanno rivivere alcuni momenti della vita pubblica di Gesù: dal Battesimo di Giovanni Battista ai Suoi miracoli ed insegnamenti. Le scene successive fanno ripercorrere il complotto dei Sommi Sacerdoti del Sinedrio, l’Ultima Cena e la cattura nell’orto degli ulivi, per poi passare ai “processi” davanti a Caifa, Erode e Pilato. Di grande impatto scenografico ed emotivo sono le ultime scene che segnano il dolore, dal Calvario al Rimorso di Giuda, dalla Morte in Croce di Gesù fino alla Deposizione tra le braccia della Madonna. La processione del Cristo Morto che si svolge a Chieti, il Venerdì Santo, è una delle più suggestive e famose della Regione Abruzzo. Curata dall’antica Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, vive da secoli con la stessa sacra e solenne drammaticità. All’imbrunire, per le vie cittadine illuminate dalla fiamma di alti tripodi e dai ceri di migliaia di fedeli, avanzano distanziati in mezzo al corteo i Simboli della Passione, artistiche statue lignee realizzate nel 1855 (il gallo, l’Angelo, la scala, le tenaglie, le lance, la borsa e la Croce appena sbozzata). Gli appartenenti alle diverse Confraternite indossano l’abito del proprio sodalizio e procedono incappucciati a passo cadenzato. Dai balconi e dalle finestre che si aprono lungo il percorso della processione pendono coperte di seta (in tutta Italia) con il crocifisso. Il Cristo Morto (opera d’arte del Seicento) coperto da un preziosissimo velo bianco, giace su una bara avvolta da un drappo di velluto nero finemente ricamato in oro. È portato a spalla dagli “incappucciati” dell’Arciconfraternita della Buona Morte. Segue l’artistica e molto espressiva statua dell’Addolorata, con abito di seta nera ricamato a fili d’oro. Un fremito di commozione vibra nell’anima di ognuno al canto grave e solenne del “Miserere” composto dal Maestro teatino Saverio Selecchy vissuto tra il XVIII e il XIX Secolo. Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam: è una struggente melodia cantata soltanto da centinaia di voci maschili, sorretta dal suono di centocinquanta violini. La potenza corale e la dolcezza melodica creano un’atmosfera di profonda mestizia. Anche a Lanciano la Processione del Cristo Morto si svolge in due tempi. Alcune caratteristiche mostrano la sopravvivenza di elementi scenografici tipici della drammaturgia sacra medievale. La sera del Giovedì Santo inizia una processione notturna che sosta nelle chiese in cui sono stati allestiti i “sepolcri”. Vi partecipano incappucciati e vestiti con la tunica nera, su cui spicca il collare d’oro, i confratelli dell’Arciconfraternita della Morte e dell’Orazione. Nella processione serale del Venerdì Santo, come altrove, compaiono i simboli o misteri, e non mancano i canti corali, le marce funebri e il Miserere. La statua del Cristo Morto, che secondo una leggenda è stata scolpita da una monaca clarissa durante una visione mistica, viene portata a spalla da dodici confratelli dell’Oratorio di S. Filippo Neri, incappucciati e inguantati. Di rilevante singolarità è la figura del Cireneo, tradizionalmente impersonato da un membro dell’Arciconfraternita, il cui nome è noto solo al Priore, il quale incappucciato e a piedi scalzi porta a spalla per tutto il percorso una grande e pesante croce di legno. Dopo una lunga interruzione, nel 1954 è stata ripristinata a L’Aquila, con linguaggio artistico contemporaneo cui ha contribuito anche il pittore Remo Brindisi, l’antica tradizione della Processione di Cristo Morto. La scenografia è resa grandiosa da centinaia di personaggi in costume che sfilano con i simulacri, i trofei, le statue, le torce e i lampioni, mentre il canto del Miserere eseguito da un gruppo corale accompagnato da un’orchestra di archi dona una drammatica solennità alla sacra rievocazione. In provincia di Pescara meritano di essere ricordate la processione di Moscufo per il pregio e la quantità dei gruppi statuari conservati nell’apposita chiesa della Pietà, e quella di Penne istituita nel 1570 che, oltre ad esibire una preziosa coperta ricamata del 1860 sulla quale giace il Cristo Morto, si caratterizza sia per i simboli tradizionali, riuniti in corpo unico detto “Statua della Passione”, sia per il tamburo, in uso in tutta la zona vestina. Detto “Lu tamorre scurdate” perché privo della corda vibrante. Al calar del Sole il corteo, preceduto dal suonatore del tamburo, avanza, lineare e composto, con passo scandito dal ritmo dei battiti lenti e sordi che creano un’atmosfera di lutto. Odori d’incenso, canti corali e preghiere che si diffondono per le antiche pittoresche vie cittadine, illuminate dai ceri dei fedeli, conferiscono solennità al sacro rito. A Villa Badessa, una frazione del comune di Rosciano, nel Pescarese, vi è insediata dalla prima metà del XVIII Secolo una piccola colonia italo-albanese. Ancora oggi gli Albanesi di Villa Badessa conservano incorrotto il loro idioma e continuano a seguire la liturgia di rito greco-bizantino. Nelle funzioni e nelle processioni della Settimana Santa, non compaiono statue e altri simboli ricorrenti nelle celebrazioni cristiane cattoliche, ma sono presenti antiche sacre Icone venerate dai cristiani ortodossi. Le cerimonie hanno inizio con gli “Enkomia”, il pianto delle donne durante la veglia notturna sulla Icona della deposizione di Cristo. Nelle ore antelucane della Domenica di Pasqua, il Papas, che reca l’Icona della Resurrezione, esce in processione fuori della chiesa, seguito dai fedeli che illuminano con candele le ultime ore della notte. In grande silenzio, tutti insieme si volgono verso Oriente in attesa dell’alba. Al sorgere del Sole, il Papas canta il primo verso del Vangelo di Gesù secondo Giovanni e, intonando canti di gioia, rientra in corteo nella piccola chiesa. Sulmona, l’antica capitale dei Peligni, dà vita, durante la Settimana Santa e nella Domenica di Pasqua, a sacre celebrazioni che rappresentano con coinvolgente impatto emotivo il dramma della morte e la gioia della Resurrezione di Gesù. I costumi indossati dalle Confraternite della Trinità e di Santa Maria di Loreto, i portatori di lampioni che procedono con passo strisciante, i cantori del Miserere che invece avanzano gomito a gomito con andatura oscillante lateralmente (“la ‘nnazzecarelle”) e tutto lo spettacolare apparato coreografico, conferiscono al rituale drammatico della processione del Cristo Morto una solenne grandiosità. La rappresentazione più importante per i Sulmonesi e i forestieri che vi assistono numerosi, è quella nota come “La Madonna che corre in piazza” che si svolge la Domenica di Pasqua. Dall’antica chiesa medievale di Santa Maria della Tomba esce la processione con le statue di Cristo risorto, di S. Giovanni e di S. Pietro, portate dai confratelli del sodalizio della Madonna di Loreto, che indossano il caratteristico mantello verde su tunica bianca. La statua del Cristo Risorto si ferma sotto l’arco centrale dell’antico acquedotto romano, al limite della bella e luminosa piazza Garibaldi. Le statue di S. Giovanni e di S. Pietro proseguono lentamente e, separatamente, si dirigono verso la chiesa di S. Filippo Neri, dove si trova chiusa la statua della Madonna vestita a lutto, straziata dal dolore per la perdita del Figlio diletto. Prima l’uno, poi l’altro, i due Santi bussano per annunciare alla Madonna che Cristo è risorto. Il portale non si apre. Al terzo tentativo fatto da S. Giovanni, la porta si spalanca ed appare la Madre vestita di nero che stringe un fazzoletto bianco nella mano destra. Esitante e quasi incredula, come chi teme di andare incontro ad una delusione, si avvia pian piano, seguita dalle altre due statue, lungo la piazza. A circa metà percorso, i portatori sollevano la statua della Madonna, a significare il tentativo di chi si protende sulla punta dei piedi per meglio vedere. Ormai convinta di aver visto il Figlio risorto, si lancia verso di Lui in una corsa frenetica, lascia cadere il mantello nero e il fazzoletto bianco, per subito apparire splendidamente vestita di verde, mentre nella mano destra ora regge una rosa rossa. Allo stesso istante da sotto il piedistallo si alzano in volo dodici colombi bianchi. Le campane suonano a festa e intanto si ricompone il corteo con in testa le statue del Redentore e della Madonna appaiate, seguite da quelle di S. Giovanni e di S. Pietro. La figura della Madre, in abito verde che corre gioiosa verso il Figlio trionfante sulla morte, è senza dubbio un’evidente allegoria della Speranza, la piccola “sorella” della Carità e della Fede. Non è azzardato il paragone con la famosa e celebre statua della “Macarena”, la Nostra Signora della Speranza, che si venera a Siviglia, dove tra una folla di penitenti, sfila durante la Settimana Santa, vissuta anche lì in Spagna con grande fervore e devota animazione. Meno celebri, ma non meno suggestive per religiosità e per carica emotiva, sono le sacre rappresentazioni dell’incontro della Madonna con il Figlio risorto, che si svolgono a Lanciano, nel Chietino, a Corropoli in provincia di Teramo, rispettivamente nel giorno di Pasqua e nel Martedì di Pasqua, “Il Bongiorno”, un’antica tradizione non religiosa in uso nel paese di Pianella, in provincia di Pescara. È l’usanza che trae origine dall’omaggio che i signorotti Longobardi pretendevano dai propri vassalli. Per tutta la giornata di Pasqua e durante la notte che precede il Lunedì dell’Angelo, un’allegra brigata di cantori accompagnati da suonatori di trombe, tamburi e piatti, gira per le vie del paese, portando il saluto del “Buongiorno” sotto le finestre dei cittadini, a cominciare da quelli più importanti, come il sindaco ed altre autorità. I canti, che sono spesso improvvisati ed adatti al personaggio a cui è rivolto il saluto, possono essere elogiativi e bene auguranti, ma anche scherzosi e ironici, comunque tutti accettano le burle con molta disinvoltura, anzi sono lieti di offrire dolci e bevande. Nelle ultime edizioni, con i cantori e i suonatori in costume medievale, la manifestazione viene proposta come momento di rievocazione storica ed è considerata a buon diritto un’autentica espressione di cultura popolare. La tradizione abruzzese e i riti della Settimana Santa, tra fede e devozione popolare, sono densi di significati. Ogni Domenica è Pasqua di Resurrezione, per cui questi riti e queste tradizioni pasquali richiamano alla memoria non una semplice commemorazione di un fatto storico accaduto a Gerusalemme 1985 anni fa, ma la sconfitta di ogni male, del gossip, del chiacchiericcio, della morte, dell’inciucio, del malaffare, della crisi economica e l’inizio della Vita Nuova in Cristo Risorto, Primizia della Fede e della Resurrezione della carne in ciascuno di noi. Ecco perché è importante essere Cristiani. Beato chi non si scandalizza della Croce di Nostro Signore! Questa è la Fede del Popolo cristiano cristallizzata nel Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 640, 1096, 731, 1443, 1225, 1449, 1164, 1170, 1169, 1340, 1362-66, 1363, 1680-83, 677, 793). Scrive Sant’Andrea di Creta, vescovo: “Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo. Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. È disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù. Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e nella spettacolarità, “Non contenderà”, dice, “né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce” (Mt 12,19). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà. Egli salì verso oriente sopra i cieli dei cieli (Sal 67, 34) cioè al culmine della gloria e del Suo trionfo divino, come principio e anticipazione della nostra condizione futura. Tuttavia non abbandona il genere umano perché lo ama, perché vuole sublimare con sé la natura umana, innalzandola dalle bassezze della terra verso la gloria. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della Sua grazia, o meglio, di tutto Lui stesso poiché quanti siamo stati battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo (Gal 3,27) e prostriamoci ai Suoi piedi come tuniche distese. Per il peccato eravamo prima rossi come scarlatto, poi in virtù del lavacro battesimale della salvezza, siamo arrivati al candore della lana per poter offrire al Vincitore della morte non più semplici rami di palma, ma trofei di vittoria. Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”. Gli Ebrei uscirono dall’Egitto senza aver meriti propri. I meriti li acquisiranno 50 giorni dopo, quando riceveranno la Torah sul Monte Sinai. Nonostante ciò, prima dell’uscita dall’Egitto, vengono comandate al Popolo ebraico alcune mitzvot. Come mai? “I Chakhamìm, basandosi su un verso dello Shir Hashirìm, dicono che in quel momento il popolo era nudo e aveva bisogno di coprirsi con le mitzvot. Si tratta di un insegnamento importante. Senza mitzvot si è ebraicamente nudi”, insegnano i rabbini. Se poi ci si lamenta perché vengono “barbaramente uccisi” in piena crisi economica quattro milioni di agnellini pasquali ogni anno, minacciando sanzioni, bisogna anche ricordare gli aborti di esseri umani (6 milioni solo in Italia negli ultimi 40 anni) altrettanto spaventosi, insieme ai vari mercimoni di organi umani. Decine di milioni ogni anno sulla Terra, che gridano Giustizia all’Altissimo insieme alle 6,5 milioni di persone vittime delle “guerre umanitarie” e dei “sacrifici massonici” dell’ex Occidente! Nell’undicesimo anniversario della morte di San Giovanni Paolo II, il 2 Aprile 2005, alla vigilia della Domenica della Divina Misericordia a lui tanto cara, Papa Francesco lo ricorda “come grande Testimone di Cristo sofferente, morto e risorto, e gli chiediamo di intercedere per noi, per le famiglie, per la Chiesa, affinché la luce della Resurrezione risplenda su tutte le ombre della nostra vita e ci riempia di gioia e di pace”. Leshanà habbà beJerushalaim, anche grazie alla Santa Russia. Buona Pasqua di Resurrezione Santa!

© Nicola Facciolini