Infanzia: Save the Children, 58 milioni di bambini non vanno a scuola

Ancora oggi nel mondo 58 milioni di bambini non vanno a scuola, senza possibilità di costruirsi un futuro. Quasi 6 milioni muoiono ogni anno per malattie facilmente curabili e prevenibili prima di aver compiuto 5 anni. Quattrocento milioni di bambini nel mondo discriminati a causa della loro etnia o religione, lo stesso numero di quelli […]

Ancora oggi nel mondo 58 milioni di bambini non vanno a scuola, senza possibilità di costruirsi un futuro. Quasi 6 milioni muoiono ogni anno per malattie facilmente curabili e prevenibili prima di aver compiuto 5 anni. Quattrocento milioni di bambini nel mondo discriminati a causa della loro etnia o religione, lo stesso numero di quelli che vivono in povertà estrema sotto i 13 anni. Un bambino sfollato o rifugiato su due non frequenta la scuola primaria e un bambino su 10 vive in un Paese colpito da un conflitto. È la fotografia che emerge dall’inedito rapporto “Every last child. The children the world decided to forget” lanciato oggi a livello internazionale da Save the Children, l’organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare i bambini in pericolo e promuoverne i diritti, per dare il via alla nuova campagna globale intrapresa dell’Organizzazione, con l’obiettivo di garantire che ogni bambino, a prescindere da chi sia e da dove viva, abbia uguali opportunità di sopravvivere e di accedere alle cure sanitarie, all’educazione e alla nutrizione.

Secondo Save the Children, nonostante i traguardi importanti raggiunti negli ultimi decenni, uno su tutti il dimezzamento della mortalità infantile dal 1990 a oggi, milioni di bambini continuano ad essere esclusi da questi progressi.

“Per Save the Children è inaccettabile che, ancora oggi, nascere nel posto sbagliato significhi perdere alla lotteria della vita. Non possiamo continuare a tollerare che siano condizioni arbitrarie come il luogo di nascita, l’appartenenza a un’etnia o religione, la situazione economica della famiglia o addirittura l’essere maschio o femmina, a determinare se un bambino sopravvivrà o meno, influenzando la qualità della sua vita. Non possiamo più vivere in un mondo in cui i corpi inermi dei bambini in fuga dalla guerra vengono trascinati a riva sulle coste europee, un mondo dove a milioni di bambini e bambine è precluso quel futuro migliore che la scuola permetterebbe loro di costruirsi”, afferma Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia.

“Save the Children farà di tutto per eliminare la discriminazione e le barriere per l’accesso di milioni di bambini vulnerabili alle cure sanitarie e all’educazione. Non ci arrenderemo finché non avremo raggiunto fino all’ultimo bambino. Chiediamo ai leader mondiali e ai decisori a tutti i livelli, da quello famigliare e locale, fino a quello nazionale e internazionale, di unirsi a noi per far sì che ogni bambino possa accedere a servizi di base vitali”.

Chi sono i bambini più vulnerabili

“I bambini più vulnerabili sono gli invisibili e i dimenticati. Quelli che nascono e vivono in Paesi in guerra o semplicemente nelle regioni più remote o svantaggiate. Sono i più poveri tra i poveri; le bambine, i migranti e i rifugiati, i disabili o quelli appartenenti a minoranze etniche e religiose. Quelli che non hanno le cose che ogni bambino dovrebbe avere: cibo adeguato, acqua, un dottore, medicine, la scuola”, spiega Neri.

La vita di questi bambini, dal concepimento all’età adulta, è una vera e propria corsa a ostacoli, scandita da sfide molto più gravose rispetto ai loro pari, con un effetto domino sulla loro crescita. Sfide che, se non vengono vinte in tempo, ricadranno a catena sui loro figli, in un circolo vizioso difficile da spezzare. “Ogni bambino ha diritto a un fair start, una partenza giusta nella sua vita che lo metta nelle condizioni di vivere e crescere vedendo soddisfatti i suoi diritti e bisogni primari,” continua Neri.

Le disparità aumentano

I dati del rapporto di Save the Children evidenziano come più della metà dei Paesi per cui sono disponibili dati hanno visto aumentare le disuguaglianze nelle possibilità di vita tra i gruppi etnici e religiosi all’interno del Paese dal 2000 a oggi. Due terzi delle famiglie in povertà che hanno difficoltà ad accedere ai servizi di salute, al cibo e all’educazione fanno parte di una minoranza etnica.

Molti dei Paesi che hanno vissuto una forte crescita economica negli ultimi anni non hanno saputo tradurre questa crescita in condizioni di vita più eque per i bambini e in molti casi le disparità si sono addirittura acuite. Come in Nigeria, dove nonostante il reddito pro-capite sia quintuplicato negli ultimi anni, i bambini affrontano crescenti disuguaglianze per quanto riguarda l’accesso alla salute e all’educazione, soprattutto nelle zone più svantaggiate del Paese.

Il costo della loro esclusione non ricade solo sui bambini dimenticati e le loro famiglie, con conseguenze spesso fatali, ma su tutta la società. Oltre a generare perdite economiche in termini di produttività, è provato che l’esclusione di gruppi etnici o religiosi e le forti disparità sociali generino anche maggiori tensioni sociali e scontento, creando terreno fertile per lo scoppio di conflitti violenti e insurrezioni.

Mai così tanti bambini rifugiati e sfollati nel mondo. E metà di loro non va a scuola.

All’origine delle accresciute disuguaglianze ci sono anche i numerosi conflitti in corso, che hanno generato un numero di rifugiati senza precedenti e la conseguente crisi migratoria. Il 2014 ha visto il numero più alto di sfollati mai registrato: quasi 60 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le loro case, la metà dei quali sono bambini. Secondo i dati diffusi da Save the Children, oggi sono più di 145 milioni i bambini rifugiati nel mondo; solo uno su due di loro frequenta la scuola primaria e il tasso scende a uno su quattro per la scuola secondaria. Questi bambini affrontano ostacoli enormi nell’accesso alle cure sanitarie e al cibo di cui hanno bisogno, sono esposti a maggiori rischi di contrarre malattie infettive e trasmissibili e hanno livelli nutrizionali inferiori alla norma.

Bambine escluse: sono loro a essere lasciate indietro nei contesti più vulnerabili

Sebbene siano stati compiuti progressi significativi nella riduzione delle disuguaglianze di genere, la discriminazione persiste in molte aree del nostro pianeta e a esserne vittime sono soprattutto le ragazze adolescenti più povere. In Afghanistan, ad esempio solo il 4% delle bambine in contesti famigliari di povertà completa l’educazione primaria. La violenza di genere e le gravidanze precoci non solo contribuiscono a innalzare il tasso di mortalità materna e infantile, ma limitano anche le opportunità di apprendimento delle ragazze. In Sierra Leone, uno dei Paesi con il più alto tasso di morti materne, le ragazze adolescenti costituiscono il 40% di questi decessi. Le bambine e ragazze povere sono anche maggiormente esposte a pratiche culturali ingiuste come il matrimonio precoce. Secondo le stime, nei Paesi in via di sviluppo, una ragzza su tre si sposa prima dei 18 anni e una su nove si sposa prima dei 15. In Tanzania, il 61% delle ragazze che non riceve un’istruzione si sposa prima dei 18 anni, mentre il tasso scende al 5% tra coloro che hanno completato gli studi secondari o superiori.

Disabilità ed esclusione

Si stima che 150 milioni di bambini vivano con una disabilità al mondo. Questi bambini sono tra i soggetti più vulnerabili e svantaggiati. Il rischio subire violenza e abusi fisici e sessuali o di venire abbandonati e trascurati è da tre a quattro volte superiore rispetto ai loro pari. Tra i gruppi vulnerabili, sono quello con il tasso più alto di abbandono scolastico e molti di coloro che vanno a scuola si trovano esclusi dall’apprendimento a causa di curriculum non adattati, insegnanti non formati ai loro bisogni e mancanza di strumenti di supporto adeguati.

Bambini invisibili: quando i dati non ci sono

Una delle sfide principali per combattere il fenomeno dell’esclusione rimane la mancanza di dati disaggregati sui gruppi esclusi. I bambini “invisibili” sono ad esempio quelli che vengono rinchiusi in casa o negli istituti perché disabili, che vivono in strada o sono in fuga dalle guerre, oppure quelli che, non avendo documenti, rimangono impercettibili alle amministrazioni e non hanno accesso ai servizi di base come scuola e sanità.

“Molti Paesi evitano deliberatamente di raccogliere dati sulla condizione di questi bambini e ciò rende più difficile avere un quadro completo dei loro bisogni. Eppure la nostra esperienza in 120 Paesi del mondo parla chiaro: la discriminazione è in crescita e costituisce la principale minaccia per i bambini in povertà”, spiega Neri.

Disuguaglianza nei Paesi ad alto reddito

Ma l’esclusione non è un fenomeno che riguarda esclusivamente i Paesi economicamente più svantaggiati.  Le disparità tra diversi gruppi etnici o religiosi, zone geografiche e di genere colpiscono anche i Paesi più ricchi e con i sistemi assistenziali più avanzati. Nel Regno Unito, più della metà dei bambini di origine pakistana o bengalese cresce in povertà, ma il tasso scende a uno su cinque nella maggioranza bianca britannica. Anche l’orientamento sessuale dei bambini e ragazzi costituisce una fonte di forti pregiudizi e discriminazione: negli Stati Uniti, il 40% dei giovani senzatetto si identifica come LGBT[1] e in Europa il 61% degli intervistati ha subito esperienze negative a scuola in relazione alla loro vera o percepita appartenenza all’orientamento LGBT.  In Italia, protagonista della disparità è la povertà economica che va ad incrementare l’annoso problema della povertà educativa: la percentuale dei ragazzi che non raggiungono le competenze minime in matematica e lettura è circa 4 volte più alto tra coloro che vivono in famiglie con un basso livello socio-economico rispetto a coloro che provengono da famiglie agiate.

Cosa chiede Save the Children: le tre garanzie per tutti i bambini

“Se non verrà permesso ai bambini più vulnerabili al mondo di avere accesso alle cure sanitarie, al cibo e all’educazione di cui hanno bisogno, il mondo non raggiungerà gli obiettivi delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, che si prefiggono di non lasciare nessuno indietro entro il 2030,” aggiunge Neri.

Per questo Save the Children chiede ai leader mondiali di impegnarsi a raggiungere tre garanzie per tutti i bambini. Queste includono una finanza equa che permetta a tutti di accedere ai servizi di base, un trattamento equo verso tutti i bambini e la trasparenza su quanti aiuti e fondi e su come vengono impiegati a favore dei bambini più vulnerabili.