Il 6 luglio a McLeod Ganj, in India, migliaia di fedeli si sono radunati nel monastero di Dharamshala per celebrare il 90° compleanno del Dalai Lama, guida spirituale del popolo tibetano in esilio. Accompagnati da tamburi e corni, i devoti hanno preso parte alle preghiere indirizzate al leader, vestito con la tunica bordeaux e lo scialle giallo. Nel corso della cerimonia, Tenzin Gyatso ha espresso il desiderio di vivere “altri 30 o 40 anni” per continuare a “servire il Dharma (gli insegnamenti) del Buddha e gli esseri senzienti”. Aggiungendo: “Finora ho fatto del mio meglio” e “e spero di vivere più di 130 anni”, ha manifestato la volontà di proseguire la propria missione spirituale.
Nato il 6 luglio 1935 in un villaggio di contadini nell’Amdo, nel Tibet nord-orientale, Tenzin Gyatso fu riconosciuto a due anni come reincarnazione del XIII Dalai Lama. Salito al potere politico a 15 anni, in seguito all’invasione cinese del 1950, fu costretto alla fuga in India dopo la repressione scoppiata nel 1959. Da allora Dharamshala ospita il governo tibetano in esilio e simboleggia la resistenza culturale e religiosa della comunità tibetana.
Le celebrazioni hanno riacceso il dibattito sulla scelta del successore, tema che alimenta tensioni con Pechino. Il Dalai Lama ha ribadito che tale decisione spetta al Gaden Phodrang Trust, l’istituzione da lui fondata in India, sottolineando che il futuro leader nascerà al di fuori della Cina. La Repubblica Popolare, che considera la guida spirituale un separatista, rivendica invece il diritto esclusivo di individuare la sua reincarnazione.
Anche sul piano internazionale la ricorrenza ha richiamato l’attenzione sulla libertà religiosa e culturale in Tibet. Il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha dichiarato: “Gli Usa sono fermamente impegnati a promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei tibetani, inclusa la loro capacità di scegliere e venerare liberamente i propri leader religiosi senza interferenze”. Di simile avviso il ministro indiano Kiren Rijiju: “Nessuno ha il diritto di interferire o decidere chi sarà il successore di Sua Santità il Dalai Lama. Solo lui o la sua istituzione hanno l’autorità per prendere questa decisione”.
In Tibet risiedono circa sei milioni di tibetani, mentre all’estero ne vivono circa 128.000, di cui oltre 94.000 in India. Dalla fine degli anni ’70 il Dalai Lama ha abbandonato l’obiettivo dell’indipendenza totale, privilegiando una “via di mezzo” che chieda autonomia significativa e tutela della cultura buddhista sotto il controllo cinese.
Premio Nobel per la pace nel 1989 per la sua lotta nonviolenta, il leader tibetano ha infine ribadito il proprio messaggio universale: “Il desiderio comune condiviso da tutti, compreso il popolo tibetano, è quello di evitare la sofferenza e di provare felicità”.