Azzurri nuclearizzati umiliati sconfitti annichiliti svergognati in diretta mondiale

E’ finita! Che vergogna! Azzurri nuclearizzati, umiliati, sconfitti, annichiliti, svergognati in diretta mondiale non solo dalla squadra slovacca di giovani come il capitano Marek Hamsik al settimo cielo dopo il successo contro l’Italia che è valso alla Slovacchia la qualificazione agli ottavi dei Mondiali Fifa 2010 in Sudafrica. Quel Hamsik (l’italo-slovacco del Napoli ha fatto […]

E’ finita! Che vergogna! Azzurri nuclearizzati, umiliati, sconfitti, annichiliti, svergognati in diretta mondiale non solo dalla squadra slovacca di giovani come il capitano Marek Hamsik al settimo cielo dopo il successo contro l’Italia che è valso alla Slovacchia la qualificazione agli ottavi dei Mondiali Fifa 2010 in Sudafrica. Quel Hamsik (l’italo-slovacco del Napoli ha fatto gol a Juve, Milan e Marchetti) che avrebbe dovuto vestire la casacca azzurra, carissimi amanti del calcio vero argentino e brasiliano! Azzurri distrutti anche dalle ragioni di una sconfitta mondiale autocosciente ai Mondiali Fifa 2010 in Sudafrica. Meno male che su Alpha Centauri (distante 4 anni-luce dalla Terra) stanno per assistere alla finalissima Italia-Francia di Germania 2006, quella notte meravigliosa e incredibile della nostra vittoria (non dovranno subito sorbirsi la nostra umiliazione!) di Berlino quando il cielo si tinse d’azzurro. Scherzi a parte, tutti a rapporto dal nuovo Commissario tecnico Cesare Prandelli per la ricostruzione totale della Nazionale italiana (scene degne di Robocop!), per l’immediata rivincita sulla Slovacchia che ci ha buttato fuori (3-2) in malo modo dal Mondiale giovedì 24 giugno 2010 in una partita memorabile. Per loro un’impresa storica, per noi l’onta di una disfatta quasi militare che richiama le parole di W. Churchill su come viviamo da italiani le sconfitte calcistiche. Segnatela sui blog, sui computer, sui telefonini, perché questa è una data indelebile per il calcio italiano e per la montagna di bugie che ci hanno raccontato negli ultimi due anni: stampa, critici, esperti, giocatori, dirigenti, sanitari e tecnici compresi. E’ il giorno dell’infamia, come lo fu a Pearl Harbour quel (“benedetto” per l’Europa) 7 dicembre 1941 per gli Stati Uniti d’America che oggi sanno giocare un calcio migliore in assoluto per gli italiani. Una data da ricordare a figli, nipoti e pronipoti. Non è solo l’addio definitivo alla Coppa del Mondo. E’ un addio ai sogni di gloria di una Nazione che caccia le sue eccellenze e i suoi cervelli, annichilendo il suo Pil, eleggendo asini in Parlamento, alimentando la caccia alle streghe, annientando la sua competitività scientifica e tecnologica. Piangiamo lacrime amare non solo perché siamo la 31ma Nazionale mondiale. Peggio di noi ha fatto solo la Francia. La delusione è cocente e altisonante più di un’assordante vuvuzela sparata all’ennesima potenza, temibile arma sonica dell’Impero Zulù checché ne dicano i detrattori di questa straordinaria cultura. Per chi suona la vuvuzela? Per chi dovrà dimettersi necessariamente (www.figc.it). La selezione Nazionale di calcio italiana in questi Mondiali Fifa 2010 non ha mai funzionato, in particolare sul piano motivazionale ed atletico. Lo sapevano benissimo anche i medici della Nazionale. Perché allora i dirigenti hanno raccontato balle al Popolo italiano? Non sanno forse che gli Italiani sanno giocare a poker? Nell’anima, nella mente e nel cuore, ci hanno offeso profondamente! Volevamo essere smentiti dai fatti, ma la verità è una soltanto: abbiamo perso molto più di una partita di calcio. L’auto-affondamento programmato da un anno, lo dimostra. Per questo ho deciso a malincuore che non tiferò più la Nazionale Azzurra almeno per i prossimi due anni, fino al calcio d’inizio dell’Europeo 2012, se ci qualificheremo. Non posso tifare dei potenziali “caproni”, cavalieri del peggior calcio mondiale. E non salirò certamente sul carro del vincitore come fanno tanti altri che dicono di amare il buon calcio ed osano indicare oggi chi tifare magari per fede sportiva al club di appartenenza. Da Interista nessuno può prendermi in contropiede in questo modo. La casacca nazionale è una cosa, quella di club un’altra. Come giustamente fa notare il grande attore napoletano dott. Carlo Pedersoli (Bud Specer), autore della sua biografia:“Altrimenti mi arrabbio” (Aliberti Editore, pp. 192, maggio 2010) scritta a quattro mani con Lorenzo De Luca, dove racconta la sua filosofia di vita tutta napoletana:“Futtetenne. Perchè i problemi, quelli veri, sono pochi; solo la morte è una cosa irrimediabile, il resto si aggiusta sempre”), oggi lo sport è un’altra cosa. Anche il calcio è solo spettacolo, con tutte le premesse e le conseguenze del caso. Carlo Pedersoli, giovane e atletico campione di nuoto incontra Bud Spencer, è uno dei personaggi più amati dal pubblico italiano e mondiale. Sul bordo di una piscina parlano a lungo e si confrontano. Dall’infanzia nei quartieri di Napoli, ai primi successi legati al mondo dello sport; Bud e Carlo si svelano, ci raccontano i diversi aspetti della loro vita. E, così, Carlo Pedersoli parla degli allenamenti di nuoto, delle Olimpiadi. È un famoso campione italiano di stile libero e della staffetta, ama le donne, il cibo, il nuoto. Gira il mondo, in cerca di lavoro prima, e come campione italiano di nuoto poi. Finché diventa il grande Bud. Un viaggio dietro le quinte col gigante buono che ha recitato in moltissimi film entrati nella storia del cinema, girati insieme all’amico Terence Hill. Plurilaureato, sceneggiatore, produttore cinematografico ed ex nuotatore, Carlo Pedersoli è stato il primo italiano a infrangere il muro del minuto nei cento metri stile libero. Primo nella classifica 1999 del “Time” fra gli attori italiani più famosi al mondo, patito del volo e pilota provetto, Pedersoli ripercorre in tono scanzonato e a tratti esilarante la sua parabola di atleta olimpico patito dello studio, che si ritrova catapultato nel mondo della celluloide quasi per caso. La morale che ne deriva è lapalissiana. Le piccole Nazionali vincono e vinceranno le “grandi” come l’Italia non solo a causa del mercato dei campioni preconfezionati all’estero dai Club nostrani, ma anche per la forte domanda di spettacolo che tutti vogliono, sacrificando sull’altare del dio danaro anche i colori e i valori delle proprie Nazionali. Non eravamo preparati all’esame sudafricano. Lo sapevamo. La mezza-vuvuzela azzurra, forse ancora in edicola, era un segnale preoccupante! Le “altre” analisi sui giornali le avete lette. Io mi limito a confermare il mio personale punto di vista. La partita contro la Slovacchia si poteva vincere benissimo con un improvviso e fulmineo 4-3 per l’Italia. Gli ultimi minuti lo confermano: abbiamo assistito a tre goal italiani di stretta sequenza. Due sono stati incredibilmente annullati dall’arbitro che oggi tutti giustificano, checché ne dicano le immagini televisive che ci hanno fatto vedere e le analisi del dopo-partita che contano come il due di coppe! La pressione psicologica stava sortendo gli effetti sperati sugli Azzurri di Lippi. Allora, cos’è davvero successo? Non lo sapremo mai. A parte il non-gioco dei 75 minuti precedenti, l’Italia stava vincendo perché voleva vincere, svegliandosi dal coma farmacologico. Questa è la verità. Ma la Storia con i suoi appuntamenti e le sue “prime volte” (compresa la prossima invasione aliena, ahinoi, alla luce del trend cui stiamo assistendo dopo la rilevazione degli oltre 1300 pianeti finora scoperti grazie anche al telescopio spaziale Keplero!) ci ha inferto per l’ennesima volta la dura lezione dell’umiltà. Ecco perché il Ministro Bossi ha avuto ragione (prima delle scuse ufficiali), pur non azzeccando il risultato, con quella apparente poco felice battuta che voleva solo infondere ardore e rabbia leonina agli Azzurri, quella volontà di riscatto e di orgoglio italiani che è mancata in questi ultimi anni alla nostra amata Nazionale Azzurra, inceppata, bloccata e ingessata. Qualcosa di grosso non andava ed abbiamo ragione di credere che le cose non cambieranno affatto. Non ci dicono la verità perché sanno che la verità fa molto male alla Nazione e non solo agli Azzurri. In quattro anni, dalla stupenda vittoria di Germania 2006, il calcio italiano è precipitato in caduta libera. Allora il blocco-Iuve ci regalò la vittoria con il grande Buffon; oggi la disfatta. Perché? I giovani non amano più il sacrificio: sulle nostre spiagge, nelle nostre vie, nel nostro cinema, nella nostra cultura, non abbiamo assistito a scene di una moltitudine di “pulcini” col pallone al piede! Il pallone è sparito non solo dai vivai ma dalla mente dei genitori e dei figli. Altro che defiscalizzazioni delle società sportive indebitate. Come nella serie cinematografica “Goal”, avremmo dovuto sparare dosi industriali di cultura calcistica nelle nostre scuole dopo la vittoria mondiale di Germania 2006. Invece, nulla. Ma i giornalisti e i tecnici (viva Donadoni!) della Federazione avevano altro a cui pensare. Mentre ci indicavano altre vie obbligate per sopravvivere alla sconfitta certa dei Mondiali Fifa 2010. “Bisogna tifare qualcun altro! Bisogna tifare il buon calcio di chi ama il calcio!”. Quante volte abbiamo sentito queste preghiere balenare dalle menti di chi sapeva dove ci avrebbe condotto questa politica sportiva nefasta per il calcio italiano? Brasile ed Argentina comandano il mercato mondiale di calcio, mentre l’Italia (e forse l’intera Europa che potrà riscattare la propria dignità solo grazie a Nazionali come la Slovacchia! Duole ammetterlo, ma è così) fallisce miseramente. E non date la colpa all’immortale Internazionale, Campione d’Italia e d’Europa 2010. Piuttosto a chi ha taciuto l’altra verità altrettanto sconvolgente. A parte le colossali papere giornalistiche che il popolo italiano è costretto a sorbire ogni volta in queste assurde analisi “tattiche” del dopo-partita, sinceramente strazianti per tutti, figurarsi per i digiuni di dietrologia (ma dov’è finito il fair play giornalistico e calcistico?), qui s’impone un richiamo alle origini delle parole sacrosante su cui è fondato il calcio italiano del Popolo Azzurro: sincerità, verità, onestà, gratitudine, deferenza, stile, passione, volontà di scendere in campo da leoni, non da caproni! Ci rubano un’ora e mezza della vita davanti alla tv ed al maxi-schermo per tifare i “valori” di un’Italia tricolore (non solo azzurra) che non esiste da almeno due anni. Non solo diversa da ogni altra Nazionale, insolita e stucchevole, ma incapace di giocare il buon calcio cui eravamo abituati. Che significa cantare a squarciagola l’Inno Nazionale di Mameli, con le lacrime agli occhi e il pugno sul cuore, per assistere poi a tutto il suo contrario? E poi, sia nelle interviste sia nelle analisi sia negli articoli, scopriamo l’acqua calda. Che cioè “i campioni sono questi; che in Italia non ne abbiamo lasciati altri; che, quindi, occorre tifarli lo stesso, pena la bestemmia; che bisogna fare quadrato, che bisogna favorire la complicità in campo, che bisogna continuare a consumare Azzurro (acquistando i vari gadgets e biglietti); che bisogna continuare a scommettere con le schede prepagate; che bisogna restare incollati a milioni davanti a questa Nazionale, tanto di meglio non possiamo fare perché questo è il calcio italiano oggi”. No, basta! Questo è davvero troppo! I colori azzurri meritano ben altro. Chi deve dimettersi lo faccia immediatamente prima di ripartire per l’Italia!Di devozione di zendalo azzurro con l’immagine di Nostra Signora in campo seminato di stelle (oro). E quel colore di cielo consacrato a Maria è, per quanto a me pare, l’origine del nostro color nazionale”(Luigi Cibrario,“Origini e progressi della Monarchia di Savoia, Torino 1869, e Carlo Alberto Gerbaix De Sonnaz,“Bandiere stendardi e vessilli di Casa Savoia, dai Conti di Moriana ai Re d’Italia (1200-1861)”,Torino 1911). L’azzurro Savoia, indossato da sovrani ed ufficiali del Regno sabaudo e italiano, è da sempre il colore della maglia ufficiale da calcio della Nazionale italiana. Indossarla è un onore e un prestigio per tutti. Non solo per i calciatori, novelli gladiatori del XXI Secolo. Non solo in questo sfortunato Mondiale AD 2010 in Sudafrica, senza campioni vincenti. L’Italia non doveva qualificarsi in queste condizioni. Vale la pena ricordare com’è fatta la maglia azzurra 2010 presentata prima dell’amichevole contro il Camerun. Ha un collo a stella per ricordare i quattro simboli dei Mondiali vinti dall’Italia. Già vinti, quindi ci bastano! “Bella è bella, spero sia anche fortunata”- ricordava il capitano azzurro Fabio Cannavaro durante la presentazione ufficiale a Coverciano di qualche settimana fa, mostrando una maglia con il numero 5 e il suo nome. Sulla stessa linea il commissario tecnico già campione del mondo, Marcello Lippi. “La maglia azzurra – faceva notare l’ex Ct Lippi – è molto più che un tessuto moderno, una linea accattivante, un disegno particolare. È il coronamento di una carriera. Di maglie ne ho viste tante, speriamo sia fortunata come le altre”. Già, una carriera storica che già appartiene al passato, alle vecchie foto, ai grandiosi dvd di Germania 2006 e giammai al presente di Sudafrica 2010. Non ragionano così in Brasile, in Argentina e in generale nelle selezioni nazionali sudamericane dove ogni quattro anni si “combatte” per conquistare l’ambito trofeo fiammeggiante (la Coppa del Mondo d’oro, unica e senza imitazioni) come fosse la prima volta. Come? Giocando il calcio vero e gustoso da vivere e far vedere, anche nello spettacolo. Il grande Mazzola ha davvero ragione. “In Italia – dice il grande Sandro – i vivai giovanili di calcio sono ignorati sistematicamente da chi invece dovrebbe coltivarli con i giusti finanziamenti!”. Ma sono cose che sappiamo da decenni e la politica sportiva non cambia musica! In Italia il roboante, strillato ed accattivante calcio mercato esterofilo ha preso il sopravvento su tutto e su tutti (insieme alle scommesse legalizzate), sulle stesse partite di calcio, sugli stessi risultati, sugli stessi scommettitori e telespettatori che contano fino a un certo punto in quanto “consumatori” e certamente non in quanto “tifosi”. Sulla vita dei nostri vivai e delle nostre scuole di calcio, sulla vita della stessa Nazionale Azzurra che ormai crediamo non abbia più una ragion d’essere non solo in Italia dove ci si allena poco e male perché si sta poco insieme. Si gioca per forza e neanche per buona volontà. Dicono:“bisogna fare il Mondiale, bisogna fare l’Europeo”! Questa è la situazione che il grande Platinì ben conosce da tempo. Non sarebbe meglio, allora, organizzare un Campionato del Mondo ed Europeo di Club, ponendo la parola Fine su una competizione sportiva che non ha più una ragion d’essere per un sacco di buone ed evidenti ragioni di mercato? O, se preferite rimanere nel tragicomico contesto italiano, chi seleziona davvero i “campioni azzurri”: i senatori, i dirigenti sportivi o i commissari tecnici? La Fifa di Blatter appartiene alla storia del XX Secolo. C’è aria di cambiamento per salvare non solo il calcio europeo ma la stessa integrità morale ed etica dei nostri giovani calciatori. Ci dicano la verità una buona volta, perché altrimenti saremo autorizzati a pensare (visti gli stipendi milionari in euro, le vacanze assicurate ai nostri Azzurri, compresi quelli lasciati in spiaggia e in canonica per celebrare matrimoni!) che i “giochi mondiali” erano già scritti e fatti almeno da un anno a questa parte, ossia dalla disastrosa Confederations Cup della nostra Nazionale, disputata sempre in Sudafrica nel giugno 2009. Con il Brasile vittorioso! Quando tutti sapevano cosa e chi non funzionava nella selezione azzurra, dov’erano gli “esperti” che oggi ammettono di aver avuto sempre ragione? Non vogliamo fare nomi, per carità di Patria. Ma prendersela con chi non tifa questa Nazionale di legno, è come sparare sulla Croce Rossa. Liberissimi di essere Italiani veri nel mondo (magari scienziati e tecnici che danno l’anima in cerca di finanziamenti alle proprie ricerche, magari missionari che aiutano milioni di bambini africani segnati dall’Aids) senza la febbre per una rappresentativa azzurra predestinata al fallimento totale che, nella migliore delle ipotesi, meriterebbe un rientro anticipato non in Italia ma con un volo diretto, vista la disfatta di Caporetto, una deviazione nel deserto del Gobi. Per un anno sabbatico di penitenza! Ex dirigenti della Federazione compresi. Si dica la verità ai giovani che credono nel calcio italiano, in questo sport sano, educativo e produttivo; si dica la verità ai campioni veri che nei nostri “vivai” italiani sperano di poter indossare un giorno la maglia azzurra, anche quei nuovi connazionali che si sono sentiti dire: No! Altri “esperti” hanno pure il coraggio di affermare decisamente che questa Nazionale di Lippi era in grado di esprimere un calcio migliore dei sudamericani e di arrivare ai Quarti di finale! Ma vi rendere conto? Chi osa tanto? I tanti “profeti” di (s)ventura, magari con l’arteriosclerosi, stipendiati con i soldi pubblici che avrebbero potuto benissimo essere impiegati per coprire le dirette mondiali delle altre partite; tutta gente che siamo costretti a vedere, a leggere ed a sentire un po’ ovunque sull’orbe terracqueo e non solo in questa nostra Italia di chi tutto vuole senza sacrifici, senza allenamenti, senza preparazione atletica adeguata, senza la volontà di fare bella figura di fronte al mondo intero e, magari, di rivincere un Mondiale come fanno (perché così sono) i calciatori brasiliani ed argentini. Tutti ci superano in questo, anche la Nuova Zelanda perché siano finiti ultimi del girone eliminatorio! E’ il Mondiale delle piccole Nazionali? Benissimo, lo speriamo solo per chi lo merita. Allora, viva l’Africa se riuscirà nell’impresa di educare i propri figli sui sani valori e principi di un gioco che è in grado di esprimere non solo campioni ma anche la passione e la speranza di un futuro migliore. Viva l’Africa se riuscirà ad apprendere questa dura lezione impartita anche dai nostri calciatori Azzurri, appagati e satolli e sconfitti dalle loro stesse paure. Quindi vincolati al silenzio dell’ineluttabile. L’Europa sta fallendo in tutto, non solo nel mondo del calcio grazie all’attuale politica che prevede la moltiplicazione di procuratori sportivi che ingaggiano campioni preconfezionati. L’Europa sta fallendo non solo nell’euro-moneta senza federazione politica, che prima poi dovrà chiedere credito al Celeste Impero. Quando ad essere ferita a morte è la Verità in una diretta televisiva mondiale, a catena la reazione che cosa volete che produca? Altre menzogne, altri tradimenti, altri “errori” arbitrali, altre partite impossibili da giocare come quelle dell’Italia contro il Paraguay e contro la Nuova Zelanda, chiuse in difesa perché sapevano dove potevano colpirci. La Slovacchia dovrebbe vincere il Mondiale Fifa 2010. Per giustizia, dovrebbe vincere! La famosa frase di W. Churchill sulla filosofia calcistica e militare italiana, è vera e ce la meritiamo tutta. Questo in fondo è solo un gioco, un Mondiale di calcio, un miracolo sportivo per il mondo intero. Ma rischiamo di rimanere per sempre vittime più o meno inconsapevoli del mercato mondiale delle vacche già grasse, che sta umiliando nei nostri vivai le giovani promesse del calcio italiano, sottraendo risorse. Senza tema di smentita e senza rischi di finire davvero nel “pallone”, torniamo a lavorare e a costruire un’Italia migliore. Perché i politici non lavorano per il nostro Pil. Se non ci sono campioni in Italia, è logico affacciarsi agli stranieri. Meglio sarebbe allora naturalizzare i nuovi connazionali che lo meritano, come ha fatto la Francia: vale in ogni campo, non solo nel calcio. Il Mondiale Fifa è l’unica competizione in grado di eguagliare se non superare, almeno per numero di spettatori, le stesse Olimpiadi con i suoi valori. Certamente, da Italiani eravamo e siamo consapevoli di non poter sempre vincere la Coppa del Mondo ogni quattro primavere, cari Azzurri vicini e lontani. Ma si dica la verità sul perché questa Nazionale non ha funzionato, senza ricorrere a kafkiani “processi-spettacolo-farsa” che fanno ancora più male al cuore. Se siamo per sempre Azzurri, è perché vogliamo ardentemente vincere in ogni campo dello scibile umano e della solidarietà, non solo nel calcio. Questo ci chiedono i giovani durante le celebrazioni non solo “istituzionali” dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Di vincere la prima e più importante partita della vita, quella della “sincerità” che alimenta la speranza di un futuro migliore per tutti. E questi nostri giocatori che indossano la maglia azzurra, sono depositari volenti o nolenti di questi valori. Altrimenti farebbero bene a rinunciare all’incarico niente affatto obbligatorio. O, per dirla nel politichese più paludato, altrimenti non avremmo perso solo un Mondiale Fifa di calcio, senza avere neppure tentato di difendere la Coppa d’Oro conquistata per la quarta volta in Germania nel 2006, ma anche la faccia. E questo francamente non è giusto, non è accettabile, non è ammissibile. Ripeto, chi deve dimettersi, lo faccia al più presto prima che sia troppo tardi. E la Magistratura faccia il suo dovere fino in fondo, per spedire in gattabuia chi lo merita nel mondo del calcio: s’indaghi tra i mastodontici flussi di danaro: è impossibile che siano tutti regolari. Le regole e le leggi valgono per tutti. Anche nel mondo del calcio-spettacolo. Per chi suona la vuvuzela made in Italy? Azzardiamo un pronostico calcistico molto più probabile una previsione sismica e di un’invasione aliena: Argentina in finalissima. Lo dice la cabala ebraica. Signori e signori, in alto i calici! Il campione veste la maglia “numero dieci” della nazionale di Maradona. Dribbla da spellarsi i piedi, è il “numero uno” dei calciatori in attività. Lionel Messi, stella indiscussa del Barcellona e della Seleccion, è un fenomeno e questo tutti lo sapevano da tempo. Ma la novità è che le sue prodezze trascendono di gran lunga le note capacità atletiche. Grazie a David Skolni, cabalista israeliano di origine sudafricana, è stata scoperta la vera natura e il segreto del talento argentino. Messi non si accontenta di essere un campione: il prode Lionel sarebbe addirittura un “messaggero di Dio”, secondo alcune fonti. “Troppe coincidenze cabalistiche” – spiegato Skolni, autore di uno studio molto complicato i cui risultati sono stati pubblicati dal Jerusalem Post. Vicende familiari, carriera e analogie calcistiche con il suo allenatore Maradona (dal 1986 rinominato “la mano di Dio” per il celebre goal segnato contro i britannici). Insomma la vita di Messi (messianico anche nel cognome: nomen omen!) è tutta un numero. E quei numeri, secondo Skolni, parlano chiaro: Leo è latore di un messaggio divino e questa sua particolarità porterà lo squadrone sudamericano in finale e, molto probabilmente, alla conquista della Coppa d’Oro del Mondo.

Nicola Facciolini