La Recessione delle idee

Che sia giunto il tempo delle dieci piaghe dell’Occidente? Non bastavano i segnali delle alluvioni, dei terremoti e degli altri scatenamenti della natura a trasmetterci il senso della nostra impotenza e precarietà; era necessaria anche la recessione! Ogni giorno i notiziari, come proclami di guerra, si abbattono sulle nostre esistenze e ci precipitano in agghiaccianti […]

Che sia giunto il tempo delle dieci piaghe dell’Occidente? Non bastavano i segnali delle alluvioni, dei terremoti e degli altri scatenamenti della natura a trasmetterci il senso della nostra impotenza e precarietà; era necessaria anche la recessione! Ogni giorno i notiziari, come proclami di guerra, si abbattono sulle nostre esistenze e ci precipitano in agghiaccianti scenari che, in maniera sempre più evidente, evocano quella che Marcello Veneziani definisce “la sconfitta delle idee”. Che il deserto delle idee sia lo spettacolo dominante dell’Italia, dell’Abruzzo e della nostra città, sembra un’osservazione scontata, unanime. Ma l’osservazione panoramica di questa carenza, di questo vuoto non giustifica la nostra indignazione di cittadini europei, italiani, aquilani. L’indignazione non genera un consenso duraturo, non raccoglie energie positive intorno ad un progetto. Né possiamo subordinare di volta in volta la nostra linea e le nostre idee alle posizioni assunte dai nostri governi – centrali e locali – ora no global, ora new global. L’unica opportunità di superare i limiti di questo spirito dominante della nostra epoca, non è quella di contrapporre un agire ad un altro, ma di recuperare la capacità di capire le cause di questo cambiamento da cui ci sentiamo vessati, di interpretare criticamente questi eventi calamitosi – naturali e culturali – oltre che viverli e subirli. Più ci allontaniamo dalle cause del cambiamento, più accettiamo il ruolo di viverlo come automi, diventando non soggetti ma oggetti delle circostanze. Le idee, dicevamo! Distinguere le idee dai fatti è l’indispensabile premessa per rendere possibile la fecondità del loro rapporto. La forza delle idee non è – come è percepito da molti – quella di sciogliersi nell’azione e di rendersi solubile, ma di trascendere l’azione per orientarla, per comprendere criticamente i suoi effetti. Per Hillman le idee sono l’unico preziosissimo miracolo dell’esistenza umana, il segno della nostra possibilità di decidere se accettiamo o no una situazione e le sue conseguenze, proprio perché ci consentono di prevedere esiti diversi, perché allargano l’orizzonte delle alternative, liberandoci dal “carcere della realtà dell’oggi” e dal suo supposto determinismo. Ma le idee, se non producono conseguenze nella nostra vita reale, se non animano e fecondano la nostra esistenza personale e comunitaria, sono solo fantasmi della mente. Esse non sono chiamate a produrre l’esperienza, né tantomeno a sostituirla, ma a darle una visione, un orizzonte. La differenza tra una vita passiva ed una attiva sta nel fatto che la prima si esaurisce in una serie incoerente di episodi inspiegabili, mentre la seconda è in grado di pensare la propria continuità e indirizzarla verso un progetto personale e comunitario: qualunque sia la situazione. L’incapacità di orientare la vita e di darle un senso complessivo e compiuto, è la conseguenza più insopportabile che scaturisce dalla perdita delle idee e dall’indebolimento del pensiero, che rendono informe e polimorfa la vita. Evocando la forza inventiva, le idee consentono di uscire dalle crisi, dagli eventi calamitosi, dalle recessioni. Bisogna guardarsi dal ristagno delle idee, rappresentato dai pregiudizi, che ci possiedono e ci fanno agire come automi. Il “capitale intellettuale” e la gestione della conoscenza oggi costituiscono i temi scottanti non solo in riferimento allo sviluppo sociale, ma anche allo sviluppo degli affari e ai processi produttivi delle grandi aziende. E’ necessario rendersi conto che la conoscenza è diventata il più vitale fattore produttivo dell’economia moderna, la più importante delle nostre materie prime. Le idee non sono dunque solo il nutrimento necessario per l’azione politica, che dà senso e orientamento alle comunità naturali, civili e culturali; esse sostengono anche quelle attività che sembrano più ostili ad accoglierle, e più portate ad obbedire alle imposizioni della tecnica. Le idee! Ma esistono dei “sentieri” che dalla quotidiana esperienza di vita – comunque questa si configuri – consentono di risalire a loro? Nonostante il processo di liberazione globale ci abbia liberati dalle catene della tradizione, della famiglia, dell’autorità, dei tabù, oggi ci sentiamo oppressi dall’impossibilità di trascendere la nostra situazione critica, di vivere in condizioni diverse da quella presente, di conoscere situazioni, tempi e luoghi a cui far riferimento per riscattare i nostri paesaggi umani, economici, urbani. Tutto è qui! Non ci sembra che ci sia altro fuori di qui. L’avventura vitale dell’oggi, non sembra rimandare ad altro se non a se stessa, alla fruizione di se stessa. Viviamo in una società di individui che avvertono di essere espropriati di qualcosa, che dolorosamente vivono il divario tra la realtà e il desiderio, tra la condizione reale e quella immaginata attraverso il sogno delle fiction, dei modelli imperanti. Il confronto tra la vita reale e il sogno dei modelli irraggiungibili produce un clima di tormento e sfiducia, da cui è assente quel processo di rielaborazione della nostra condizione umana e delle nostre risorse vitali, noto come “sublimazione”. Eppure ogni civiltà, nelle sue espressioni più significative è il prodotto di questo processo di sublimazione, della possibilità di rivolgere altrove energie altrimenti disperse nella istintiva vitalità. Tutte le vigorie frenate, o semplicemente rimosse e inconfessate nella sfera biologica, vengono immagazzinate altrove, narrate sui livelli della creatività: il pensiero, la ricerca, la prospettiva comunitaria, il culto della bellezza, il senso del sacro. Le grandi imprese e le grandi opere sono il prodotto della sublimazione. Quante astinenze sono state all’origine delle conquiste umane? Non si tratta di contrapporre la cultura alla natura. E’ il caso invece di domandarsi se non sia naturale nell’uomo, insito nel suo DNA, anche il desiderio di trascendenza, il bisogno di innalzarsi e di perpetuarsi: qualcosa di più nobile e di meno aggressivo della volontà di potenza. La sublimazione rivolge verso l’alto un potenziale di energie che diversamente si dissolverebbero evaporando in effluvi grossolani. E’ questo “il sentiero” che sale dalle esperienze alle idee, il processo ascendente, privo del quale siamo in balìa della barbarie dei desideri momentanei, degli stimoli elementari che oggi, si svelano nelle forme e nei modi di cui abbiamo fatto cenno all’inizio. Tutte le volte che rinunciamo a sublimare gli istinti vitali e i desideri occasionali nel nome della liberazione, produciamo una recessione delle idee, un imbarbarimento della vita individuale e sociale.

Giancarlo De Amicis 


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