Usain Bolt: Lui è leggenda (noi molto meno)

Sino a quattro anni fa era un perfetto semi-sconosciuto. Poi, a Pechino, si materializza il “Fulmine”: oro e record del mondo su 100, 200 e 4X100, una tripletta da urlo, ottenuta senza nemmeno troppo sforzo. E ieri, Usain Bolt, il ragazzone colorato di Trelawny, Giamaica,  commenta la sua storica doppietta alle Olimpiadi di Londra con […]

Sino a quattro anni fa era un perfetto semi-sconosciuto. Poi, a Pechino, si materializza il “Fulmine”: oro e record del mondo su 100, 200 e 4X100, una tripletta da urlo, ottenuta senza nemmeno troppo sforzo.

E ieri, Usain Bolt, il ragazzone colorato di Trelawny, Giamaica,  commenta la sua storica doppietta alle Olimpiadi di Londra con un secco: “sono il più grande atleta vivente”.

Dalle ore 20, 55 minuti, 19 secondi e 32 centesimi (del fuso orario di Londra), Usain Bolt è ufficialmente l’unico uomo della storia che mai sia riuscito a vincere i 100 e i 200 metri in due Olimpiadi consecutive, un uomo che correndo così veloce, la leggenda l’ha raggiunta davvero.

Un atleta che, da quando è sulla scena, non ha mai fallito un grande appuntamento (tranne lo scorso anni, tradito dalla folla, alla partenza dei 100).

Domenica ha dominato sui 100, stabilendo il nuovo record olimpico:  9″63,  ed eguagliando la doppietta di Carl Lewis tra Los Angeles ’84 e Seul ’88, frantumando la concorrenza di Powell, Blake, Gay e Gatlin.

E, ieri sera, si è preso anche i 200 e la rivincita sull’amico Yohan, che aveva osato batterlo sulle due distanze ai trials, facendo parlare (a vanvera, evidentemente) di problemi fisici gravi ed insormontabili e di un inesorabile avvio sul viale del tramonto.

“Ci sono sempre quelli che mettono in discussione un campione, ma io sono qui per questo, per consolidare il mio status di leggenda”, aveva detto ieri, dopo aver vinto la semifinale in 20″18, quasi passeggiando negli ultimi 80 metri.

E la profezia, puntualmente, si e’ avverata, all’Olympic Stadium di Londra, con una finale condotta come una sinfonia rossiniana. Anche Blake, che sulla distanza deteneva il secondo miglior crono di sempre (19″26 a Bruxelles lo scorso anno) e che nel 2012 e’ stato il più veloce in assoluto (19″80), deve arrendersi.

Per lui, come nei 100, c’e’ solo l’argento nonostante un ottimo 19″44, con Warren Weir terzo a completare una tripletta tutta giamaicana.

Era entusiasta alla fine Blot ed ha detto, commosso: “Sono sullo stesso piano di Michael Johnson, un mito per me, sono cresciuto vedendolo battere record su record”.

Nessuno era mai riuscito a firmare una doppietta olimpica sui 200. Meno che mai, qualcuno si era messo al collo il doppio oro 100-200 per due edizioni dei Giochi consecutivi.

Ma nessuno ha mai avuto, assieme, la potenza e la leggerezza di Blot,  per travolgere la storia e spostarne gli umani confini.

E’ partito bene (anche se per il tempo di reazione è stato solo quinto) e dopo pochi passi in curva aveva già annullato il décalage che lo separava dal connazionale Weir.

Poi, ai 150 metri, l’altro giamaicano Yohan Blake, l’erede che per il momento resta tale, ha iniziato ad avvicinarsi pericolosamente, ma anche inutilmente.

Mentre era ancora agli ultimi metri, Bolt ha portato l’indice alla bocca nel gesto di zittire tutti e, alla fine, (come non ricordare Abebe Bikila ai Giochi di Roma del 1960), dopo il traguardo,  senza nemmeno riprendere fiato, qualche flessione di scherzoso decalage, per poi cingersi le spalle con la bandiera della sua Nazione ed è andare verso i supporter in visibilio.

Il presidente del Cio Jacques Rogge,  nel pomeriggio,  commentando l’autoincoronazione di Bolt ha detto: “Anche se vincesse i 200 Bolt non può ancora considerarsi una leggenda, la sua carriera andrà valutata quando si ritirerà. Carl Lewis ha partecipato a 4 edizioni dei Giochi consecutive. Di sicuro Bolt è già un’icona, ma lasciate che stia bene e conservi le motivazioni per partecipare a 3 o 4 edizioni dei Giochi, poi si potrà dire una leggenda”.

Già a Pechino, dopo lo show del giamaicano per la vittoria nei 100, Rogge aveva commentato caustico: “Non è questo il modo di essere un campione. Dopo il traguardo bisogna essere più rispettosi degli avversari, stringere loro la mano, dargli una pacca sulla spalle e non fare tutte quelle scene”.

Sarà anche vero ma, a giudicare dalla folla sugli spalti, ieri sera a Londra, c’era un intero stadio olimpico che non la pensava così.

Lo avesse visto Pindaro il tebano, avrebbe cambiato i suoi versi immortali e scritto: “ Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Blot, mettendo in ombra tutti gli altri”.

E Bacchilide, con distici perfetti avrebbe aggiunto:

Balza, o Fama che doni la gloria,

verso la sacra gara, recando

la notizia grata

che nella lotta delle mani audaci

Blot riportò la vittoria.

Di imprese belle ha suscitato il ricordo,

quante nel glorioso collo dell’Istmo

lasciata l’isola divina

Usain, noi mostrammo

con settanta corone.

La Musa indigena evoca

uno strepito dolce di flauti,

onorando con epinici

il caro figlio di Giamaica”.

Nel giorno di Blot si oscurano  anche il bronzo di Fabrizio Donato, campione d’Europa e primatista italiano, conquistato nel salto triplo, al quarto tentativo, dietro agli statunitensi Christian Taylor, e Will Claye e quello di Martina Grimaldi, 23 anni, bolognese, nella maratona di nuoto, nel bacino di Hyde Park.

A Serpentine Lake le “iron-women” hanno dovuto percorrere per sei volte un circuito di 1,6 kilometri ed alla fine la nostra atleta è riuscita a salire sul podio, regalando all’Italia la prima medaglia olimpica nella specialità, entrata nel programma a Pechino 2008.

E oggi tocca agli uomini e le nostre speranze sono tutte per Valerio Cleri, campione del mondo e quarto a Pechino.

Facendo a questo punto un bilancio parziale, come Nazione, a Londra, abbiamo ceduto una parte delle nostra medaglie: quella del ciclismo che sta cambiando geografia ed agiografia e molte relative al nuoto.

Per fortuna, abbiamo super confermato quella della scherma e ritrovato in pieno quella del tiro, dove le nostre storie, quelle pacate, ispirate ad una ragionieristica efficienza, degli arcieri, così come quella egualmente serena ma personalissimamente intensa della stupefacente Jessica Rossi, la ragazzina con la carabina che vince e stravince anche per i terremotati della sua terra. Anche qui, ai Giochi di Londra,  le nostre storie sono sempre legate ad uno spirito da strapaese, ad una scommessa con gli amici prima ancora che con la vita.

La delusione maggiore nel nuoto, dove non abbiamo preso neanche una medaglia, come non accadeva dal 1984.

Ma, con il resto, abbiamo mostrato al mondo intero, che il nostro sport vive di belle microstorie che sanno di famiglia: come in fondo vive e sopravvive il Paese, che fra l’altro non ha ancora una politica sportiva autentica e  uno sport vero nella scuola. Un sopravvivere simpatico, poco professionale, non esaltante, in fondo, davvero tutto nostrano e stapaesano.

Un modo di fare che ha posti tanto seducenti e scintillanti quanto pericolosi, a volte, come quell’universo oscuro che si chiama football, dove facciamo cose importanti che però ci disfano di tanti principi morali, portandoci a frequentare una crapula da basso impero.

E allora, invece di  contare le medaglie, vinte o perse, questi di Londra  siano per noi i giorni buoni per fare certi calcoli, dentro noi stessi.

E potremmo riflettere, come oggi fa Famiglia Cristiana, proprio sul caso Usain Blot, che non è vero che è stato spinto e avvolto, come mai nessun atleta, da una attesa così grande (si pensi a Owens a Berlino nel 1936 o a Lewis a Los Angeles nel 1984); mentre è vero che mai una così piccola porzione di mondo, quale è la sua Giamaica, ha bloccato tutto il resto del pianeta intorno alle gesta non solo di un suo uomo, ma di tutto un movimento come quello dello sprint, maschile e femminile.

In una Londra piena di giamaicani fattisi inglesi anzi britannici per fame, Boil è il riscatto e il suo vasto repertorio mimico, il modo per dire ai suoi che possono farcela, in ogni casi, se continuano a credere in loro stessi.

Tornando a noi, ciò che dispiace (tanto che mi tacerò da qui fino alla fine dei Giochi), non è tanto leggere che l’operazione Londra per noi è fallimentare, che utopistico appare il raggiungimento di quota 30, molto difficile anche assestarsi sulle 25 medaglie indicate come obiettivo minimo dal Coni alla vigilia e che, insomma, il rischio tangibile è quello di un triste ritorno indietro nel tempo, per la precisione alle Olimpiadi di Barcellona 1992, quando l’Italia vinse appena 19 medaglie.

Triste è vederci privi di orgoglio di fronte alla vittoria limpida di Jessica Rossi o alla lacrime trattenute della Cagnotto.

Triste è scoprire, anche in questo caso, che è vago il sentimento nazionale e l’idea stessa di Nazione.

La storia di Tania Cagnotto, in lizza fino alla fine, che si abbraccia al padre allenatore e che dice, comunque, di essere soddisfatta perché ha dato tutto fino alla fine, dovrebbero essere la storia di questa nostra Nazione,  se non vuole continuare ad essere espressione geografica senza una radicata identità.

Lo scorso anno, per i Centocinquanta anni della nostra Unità, è stato un fiorire di libri, una autentica foresta che ci ha raccontato che gli italiani in verità né ci sono né, forse, ci sono mai stati.

Fra le molte iniziative, la mia preferita, quella di scena a Torino, dal 12 al 16 maggio: “L’Italia dei libri”, nel palazzo olimpico dell’Oval, connesso alle strutture del Lingotto, curata dal bibliofilo Gian Arturo Ferrari, che ha inteso raccontare l’Italia a attraverso i libri: 150 opere fra cui La morte civile di Paolo Giacometti (a molti non dirà nulla, ma si tratta di una pièce teatrale importante, un divorzio all’italiana dove un uomo si uccide per non distruggere la vita della moglie e alla figlia) al Leopardi di Citati, con, in mezzo, Fosca di Tarchetti e I Malavoglia di Verga e La scienza in cucina di Artusi, i Canti orfici di Campana, Il mondo magico di De Martino, Il male oscuro di Berto.

In quella mostra e selezione, l’evidenza è stata che non solo è difficile raccontare di una Italia unita, ma l’impresa è solo virtuale, perché una unità nello spirito, questa Terra,  ancora non la possiede.

Invece la Jamaica di Blot, non solo nasce dai martiri della ribellione di Morant Bay, ma si basa su una costituzione che è decisa a portare avanti la rivoluzione vittoriosa di Kingston, Hanover, Manchester, St. Mary, Clarendon e Portland, basata sulla più stretta unità di tutte le forze rivoluzionarie e del popolo, che conquistata la piena indipendenza, stabilì il potere rivoluzionario, realizzò le trasformazioni democratiche e iniziò la costruzione dell’ anarchismo democratico che prosegue tutt’or, a con l’obbiettivo finale di edificare una società anarchica, ma rispettosa di valori condivisi.

Carlo Di Stanislao