Ritorni di speranza

Riprendo i contatti col mondo,  dopo 10 giorni di voluta interruzione: niente radio, né televisione, né giornali o internet, per un riposo vero, fisico e mentale. E dall’etere, la radio dell’auto infuocata mi riporta al presente,  sotto un sole disperante, su un’autostrada deserta, gracchiandomi in faccia la triste verità: non muta nulla,  anche se spegniamo […]

Riprendo i contatti col mondo,  dopo 10 giorni di voluta interruzione: niente radio, né televisione, né giornali o internet, per un riposo vero, fisico e mentale.

E dall’etere, la radio dell’auto infuocata mi riporta al presente,  sotto un sole disperante, su un’autostrada deserta, gracchiandomi in faccia la triste verità: non muta nulla,  anche se spegniamo i segnali, poiché il nostro vaso di Pandora è totalmente vuoto, avendo perso, dal fondo, anche la speranza.

Nella storia dell’uomo numerosi vasi di Pandora furono aperti; semivuoti e richiusi contenevano solamente la Speranza. Dall’affezione negativa di contenitori di ogni male si trasformano così nell’urna della speranza,la sua casa infrangibile. Il Vaso di Pandora diventò un monumento all’uomo che pur essendo afflitto da ogni male dentro di se conserva gelosamente l’antidoto ad essi:la Speranza.

Ricordate la descrizione di Esiodo  in “Le opere e i giorni”?

Così disse ed essi obbedirono a Zeus signore, figlio di Crono.  E subito l’inclito Ambidestro, per volere di Zeus, plasmò dalla terra una figura simile a una vergine casta; Atena occhio di mare, le diede un cinto e l’adornò; e le Grazie divine e Persuasione veneranda intorno al suo corpo condussero aurei monili; le Ore dalla splendida chioma, l’incoronarono con fiori di primavera; e Pallade Atena adattò alle membra ornamenti di ogni genere. Infine il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l’araldo divino, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti dell’Olimpo l’avevano donata in dono, sciagura agli uomini laboriosi. Poi, quando compì l’arduo inganno, senza rimedio, il Padre nabdò a Epimeteo l’inclito Argifonte portatore del dono, veloce araldo degli dèi; né Epimeteo pensò alle parole che Prometeo gli aveva rivolto: mai accettare un dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, perché non divenisse un male per i mortali. Lo accolse e possedeva il male, pria di riconoscerlo. Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte; (rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono.) Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi”.

Ma ora anche la Speranza, ultima dea, è fuggita, lasciandoci deserti, cupi e feroci.

 

Nel primo giorno di Eid al-Fitr, al termine del mese sacro islamico dedicato al digiuno e alla preghiera, quattro autobombe a Tripoli chiudono il Ramadan piu’ insanguinato degli ultimi anni, con 107 morti in Iraq e decine di vittime in Afganistan, mentre in Siria, nel giorno sacro per lo spirito della fratellanza, cresce il bilancio delle vittime in una guerra dai sempre piu’ sinistri risvolti geo-politici, con varie collusioni (e responsabilità) internazionali.

E a Houston, nel Texas, in un’ America sempre piu’ folle, un uomo armato di fucile d’assalto, apre il fuoco su un poliziotto che gli porta un ordine di sfratto, lo uccide e viene ucciso, causando anche la morte di un ignaro passante. Segno di tempi disperati,  in cui si uccide e si viene uccisi, come se questa fosse l’unica possibile risposta.

Nella stessa America della disperazione, un regista di successo, una domenica pomeriggio, si lancia nel vuoto da un ponte di Los Angeles, perché la solitudine che si vive in una Nazione in cui ogni rapporto è falso e difficile, lo ha convinto che è questa l’unica cosa da fare.

Aveva 68 anni Tony Scott ed un tumore al cervello, per cui ha preferito uccidersi subito, piuttosto che morire di morte lenta, in un Paese che non perdona nessuna carenza e non copre nessun ritardo.

Travolto dalla morte del fratello, Ridley  ha  interrotto le riprese di  The Counselor, il film con Bradd Pitt a cui sta lavorando e, scrive Variety, dato una pausa di 7 giorni alle riprese: il massimo consentito in una Nazione in cui uno, anche se solo si invecchia, è meglio che spararsi in bocca un colpo di fucile (ricordate Hemingway?).

E non va meglio in Italia, dove un operaio di 54 anni, muore per ustioni, dopo un’atroce agonia di otto giorni, dopo essersi dato fuoco e lanciato contro il Quirinale, per protestare con l’unica cosa che aveva, la vita, contro una esistenza di continuo precariato, lasciando una lettera all’unico figlio e nominandolo erede di tutto ciò che possedeva: 160 euro in totale.

Ritorno disperato a giorni disperati, mentre la rabbia cresce, ma senza farsi palingenesi, mentre i potenti c’invitano a proseguire in rinunzie, mentre i nostri figli hanno orizzonti sempre piu’ spezzati e noi accumuliamo debiti per pagare debiti, in una odissea kafkiana, senza vie d’uscita.

Giungo a casa ed il maledetto jet leg mi tiene con gli occhi spalancati al soffitto, sprofondandomi in una angoscia disperante.

Mi collego in rete per stordirmi e dormire ed altre brutte notizie mi corrano incontro.

Gli osservatori dell’ONU che lasciano la Siria, le tensioni crescenti fra Egitto e Palestina, un marocchino brutalmente malmenato in Italia, dove continua l’eterno balletto, dal palcoscenico di CL, fra Monti ed i partiti, fra blandizie e minacce, in una pantomimica inutile e disperante, che ricorda i toni dell’arte di Moliere, con qualche torvo accento di O’Neal e Pirandello.

Come meravigliarsi, allora, se un piccolo film francese vince “a sorpresa” Locarno e batte tutti perché, in un difficile rapporto fra un vecchio e una giovane, circa di rintracciare l’ultima virtù perduta: la speranza?

E come non comprendere che il filo rosso che lega i cinque finalisti dello Strega e gli ultimi romanzi di Ammaniti è proprio la disperazione e la ricerca di un anelito di speranza, in vite che appaiono come sospese in  un inferno tetro di disperazione?

Come si fa a non pensare che non dalla politica o dalla economia potranno venire risposte e, se ne saranno, saranno artisti e poeti a darcele, ammesso che sappiano ritrovare il bandolo di quella matassa che abbiamo annodato ormai da molti anni ed in modo così intrigato e stretto da disperare in un suo dipanamento?

Allo spuntare del giorno sono uno straccio. Dormo qualche ora, un sonno buio ed agitato. Mi sveglio che assomiglio a uno zombie, ma debbo prepararmi per andare a Vasto dove al Film Festival locale, si tratta di presentare la copia in 35mm, perfettamente restaurata, di “Alfredo, Alfredo”, a nome e per conto dell’Istituto Lanterna Magica de L’Aquila, nella serata dedicata a Stefania Sandrelli.

Per strada parlo con l’amico Giovanni Chinante di cinema e di letteratura e cerco di non pensare al presente e di distrarmi.

Ma lui è giovane e mi racconta la disperata angoscia di una generazione a cui la mia non ha lasciato nulla.

Mi viene in mente Elias Canetti, a quando, ne “La tortura delle mosche” diceva che: “la disperazione è l’unica forma disinteressata di esistenza”, perché: “solo uno spirito disperato può raggiungere la serenità, e per essere disperati bisogna aver molto vissuto e amare ancora il mondo”.

Ma non lo dico al giovane che giuda e non serve a rasserenarmi.

Neanche la visione della Sandrelli, un mito che ora vedo da vicino, che è ancora una “rosa sfiorita e bellissima”, mi rasserena.

Vengo chiamato sul palco e di fronte a 600 persone mi sfugge di gola che il cinema è lo specchio della realtà e che quello di oggi è uno specchio sempre piu’ opaco e meno rutilante. La gente ammutolisce, pochi applaudono, ma la Sandrelli a mio fianco annuisce e, in prima fila, Giovanni Soldati, sensibile e dimenticato autore de “L’attenzione” mi guarda assorto.

Quando mi siedo mi viene vicono e a bassa voce dice di capirmi e mi chiede se ho visto “Io e te”, l’ultimo lavoro di Bertolucci e mi suggerisce che è lì che si trova la risposta.

Faccio mente locale e concludo che ha ragione: se non usciamo dalle cantine del nostro isolato egoismo,  non sapremo mai rintracciare la speranza. Non serve chiudersi al mondo per cambiarlo e sperare che cambi. Restando come Lorenzo, il quattordicenne del film di Bertolucci, resteremo eternamente dei bambini angosciati, schiacciati da ego grandiosi, dei narciso, insomma, che non sentono  nemmeno il bisogno di entrare in contatto con gli altri e che vedono il mondo come un universo di angosce disperanti e minacciose.

Qualunque cosa si pensi della trama di Ammanniti (ancora lui) e della rilettura di Bertolucci,  un ammonimento per cambiarla questa nera disperazione, perché se non cambiamo come singoli, come sperare di cambiare in quanto comunità?

Di speranza e di fiducia e della differenza fra le due, parlò Monicelli in una delle sue ultime interveste, andata a tarda notte sulla Rai. E’ disse che la speranza è una trappola se è incosciente, ma è un sollievo se assume forma di coscienza  responsabile,  che ti permette di occupare il tuo posto nel mondo, lottando attivamente e non subendo passivamente quello che accade.  La speranza di ricevere lo stipendio guardando la tv e prendersela solo con il governo, senza partecipare e delegando solo agli altri è una frode;  ma immaginare un nuovo mondo e lottare per esso è del tutto diverso.

Ritrovo una lettera di Franco Moranti al Corriere, datata 13 novembre 2011. Ricordo che parlava di speranza. La rileggo da cima a fondo e mi trovo ancora una volta d’accordo.

Così come Drive-in aveva portato in televisione una ventata di aria fresca, rispetto alla Rai di Non è mai troppo tardi , si pensava, in politica, con Berlusconi (e per un poco lo pensò anche Bocca)  che il “nuovo” potesse soddisfare la richiesta di cambiamento, che era emersa perentoria durante la campagna elettorale politica del 1994, quando Occhetto sembrava invece voler portare indietro l’ orologio della storia, a dispetto della caduta del muro di Berlino. Col passare del tempo quella speranza è stata progressivamente delusa e la crisi ha accentuato lo sconforto. In fondo sembra il destino di tutte le cosiddette rivoluzioni italiane, dove il nuovo è sempre vecchio e falso e non vuole mai davvero recuperare il senso autentico della quella speranza, ma solo rinviarlo.

In un suo saggio del 1970, pubblicato su “Politecnico” e poi in un Libro (“La speranza progettuale”), della Einaudi, del 1992, Tomàs Maldonato, parlando di degradazione del nostro ambiente fisico, cioè dell’atroce maltrattamento che si continua a perpetrare contro i tre componenti basilari del nostro sistema biotico: l’acqua, l’aria, il suolo, concludeva dicendo che in ogni tentativo di agire contro le cause e gli effetti della nostra situazione ambientale,  si deve sempre incominciare col recuperare la speranza progettuale, cioè col “ricostruire su nuove basi la nostra fiducia nella funzione rivoluzionaria della razionalità applicata”.

E quello che ci insegna la Merini quando scrive i suoi versi immortali, intitolandoli “La grande speranza:

“È così diseguale la mia vita

da quello che vorrei sapere.

Eppure al di là di ogni immondizia

e sutura, c’è la grande speranza

che il tempo redima i folli

e l’amore spazzi via ogni cosa

e lasci inaspettatamente viva

una rima baciata”. 

“Osare la speranza” è un concetto espresso da Don Gallo, il sentimento che anima chi riesce ad esprimere le pratiche migliori in questi tempi bui.

E in un articolo pubblicato sulla rivista “Buddismo e Società” (n. 104 di maggio-giugno 2004), il fondatore della comunità di San Benedetto al Porto, scrive: “Tutti scopriamo che un tempo pieno come il nostro, al punto da apparire insufficiente, può essere generatore di paranoie. Un tempo apparentemente vuoto, ma occupato da una relazione profonda, è pieno di senso. In fondo, l’amore, è la sola cosa che riempia, è la sola realtà. Il coraggio parte dall’amore e sconfigge la paura”.

Ha ragione lui e ragione piena: riempire il tempo di cose, lasciandolo vuoto di relazione è condannarsi alla paura, alla noia, alla disperazione, all’angoscia e alla non speranza.

“Finché c’è vita c’è speranza”. Il detto è molto antico ma vero solo per metà. Non basta essere vivi, per sperare: bisogna anche credere nella giustizia e impegnarsi a costruirla. Non è sufficiente indignarsi, riempire le piazze, esibire mani pulite, un profilo morale trasparente. L’etica individuale è la base di tutto, la premessa per non perdere la stima di sé. Ma per fermare il mercato delle “false” speranze bisogna trasformare la denuncia dell’ingiustizia in impegno per costruire giustizia. Questi i grandi temi che scandiscono i capitoli del libro “La speranza non è in vendita, nel quale ancora Don Luigi Ciotti invita a scommettere sulle ragioni dell’impegno: Diseguaglianze, Migranti, Solidarietà e Diritti, Democrazia, Costituzione, Mafie e Chiese che “interferiscono”, Legalità, Educazione e Responsabilità e, infine, Speranza.

Mi ricordo di aver sentito una canzone di Laura Pausini che ci dice questo, che canta la speranza e che si chiama “Speranza”. La trovo, la scarico, l’ascolto e la trascrivo:

“Lui che qui arrivò che ritornerà
e porterà un sogno porterà realtà
cuore di u uomo immenso
che non sa se troverà
quel coraggio quell’avventura
Lui che qui arrivò e che resterà
lui lungo il cammino forse incontrerà
occhi che come i suoi
chiedono di felicità
ricercando la vita
vita, vite e speranza
e sogno, sogno, sogni e speranza
pace, pace, pace e speranza
occhi che come i suoi
chiedono di felicità
ricercando la vita
vita, vite e speranza
e sogno, sogno, sogni e speranza
pace, pace, pace e speranza
oh….
pace
vita, sogni e speranza
pace, pace
lui che qui arrivò che tornerà”.
 

E finalmente dormo, incurante del caldo e del fuso orario.

Carlo Di Stanislao