Fondi dall’Europa e giovanilistiche comparsate

Per conoscere nel dettaglio le norme del “Milleproroghe” bisognerà attendere la pubblicazione del testo in Gazzetta all’inizio della prossima settimana, ma la conferenza stampa che ha seguito il Consiglio dei ministri è stata di fatto incentrata sull’illustrazione delle misure per la riallocazione di 6,2 mld di fondi europei con i quali il governo finanzierà il […]

lettaPer conoscere nel dettaglio le norme del “Milleproroghe” bisognerà attendere la pubblicazione del testo in Gazzetta all’inizio della prossima settimana, ma la conferenza stampa che ha seguito il Consiglio dei ministri è stata di fatto incentrata sull’illustrazione delle misure per la riallocazione di 6,2 mld di fondi europei con i quali il governo finanzierà il sostegno alle imprese, misure in favore dell’occupazione, il contrasto alla povertà e le economie locali (si legga il comunicato su: http://www.quotidianosanita.it/allegati/create_pdf.php?all=8227016.pdf.)

In riferimento ai fondi Ue Letta ha spiegato come: “Buttiamo via soldi europei perché non siamo in grado di usarli e perché scade il tempo, sono tanti soldi. Per il periodo 2007-2013 alcuni soldi erano andati su grandi progetti che hanno vissuto dei ritardi, i ministri Carlo Trigilia e Maurizio Lupi hanno verificato che quei fondi si sarebbero persi e, grazie a un lavoro sottotraccia, oggi presentiamo un complesso di interventi per salvare i fondi dell’Italia che altrimenti andrebbero a Paesi che sono più bravi di noi nell’utilizzarli”. Letta ha aggiunto che il governo ha disposto un “intervento diviso per capitoli con fondi che potranno e dovranno essere utilizzati nel 2014-2015 e che si sarebbero persi, per riallocarli dove possono essere spesi”.

In particolare i capitoli ai quali verranno destinati i fondi sono: “sostegno alle imprese con 2,2 miliardi, 700 mln per misure per favorire il sostegno al lavoro e all’occupazione (assunzione donne e over 50), 330 milioni per il contrasto alla povertà e 3 miliardi a sostegno delle economie locali. In più per favorire il credito alle imprese viene inoltre stanziato 1,2 miliardi”.
Quanto al pasticcio del salva Roma, con lo stop imposto alla vigilia di Natale dal capo dello Stato al governo, ha spostato l’attenzione dell’esecutivo su questo provvedimento, con il premier che a fine riunione ha detto che il governo ha deciso: “di non portarlo in Parlamento per l’eterogeneità che era venuta fuori”, sicché le norme principali relative a materia fiscale, che ha che fare con i bilanci del comune e gli affitti d’oro, sono confluiti nel “Milleproroghe”.
Il ritiro della norma sulla Capitale, che era diventata di fatto un omnibus, è stato deciso dopo un incontro tra il premier e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: il capo dello Stato aveva espresso forti perplessità, ribadite anche oggi in una lettera allo stesso Letta, alla Camera e al Senato, su come il testo del decreto risultasse molto diverso da quello iniziale da lui firmato a causa dell’accoglimento di ripetuti emendamenti. La decisione ha quindi comportato un travaso di norme urgenti nell’altro decreto di fine anno chiamato a recuperare le situazioni indifferibili.
Come ha chiosato la Redazione di “Perché la Sinistra”, la gestione dei quarantenni rampanti, la nuova generazione che “non può fallire” come ha dichiarato lo scorso 23 dicembre il presidente del Consiglio Enrico Letta, è incappata in una ennesima brutta figura che sarebbe comica se non se inquadrasse nella tragedia del disastro economico – sociale dell’Italia, quale dimostrazione evidente di sperperi e malversazioni.
Il cosiddetto decreto salva Roma è stato ritirato impietosamente da un dimesso Franceschini, perc hè dentro c’era finito di tutto, dal finanziamento a Padre Pio, ai chioschi per le spiagge ma soprattutto la conferma del grande affare degli affitti dei palazzi di servizio per Camera e Senato.
Un affare che dura da tempo e che favorisce essenzialmente grandi palazzinari romani che hanno alle spalle i nomi più eccellenti dell’antica nobiltà nera, in una logica di allargamento che davvero trova poca giustificazione: Palazzo Marini, Palazzo Raggi, Vicolo Valdina, Piazza San Silvestro, Via di Santa Chiara, ex-Hotel Bologna, tanti luoghi, uffici, sale per riunioni in una misura eccessiva di cui adesso, a carte scoperte, si sono comprese le ragioni di acquisizione a uso dei due rami del Parlamento.
Ora, senza alcuna venatura qualunquistica, anzi da difensori dell’istituto parlamentare, non si può rimarcare come questo tipo di situazione suoni come un vero e proprio schiaffo in faccia alle condizioni di vita, drammaticamente peggiorate negli ultimi tempi, per la maggior parte dei cittadini italiani presi in giro, fra l’altro, con i 14 euro al mese di cuneo fiscale e menati per il naso con la storia dell’IMU, tanto per citare soltanto due casi.
Ritirato il decreto, sul quale naturalmente era stata posta la fiducia i provvedimenti “da salvare” sono naturalmente nel democristianissimo decreto di fine anno: il “Milleproroghe”, dove però di cassa integrazione, ad esempio, non si parla affatto.
Come ha osservato il segretario confederale della Cgil Elena Lattuada, i dati del ricorso alla cassa integrazione in deroga ci dicono che i primi undici mesi si è sfiorata la quota di un miliardo di ore, attestandosi a 990 milioni con poco meno di 520 mila lavoratori a zero ore che hanno subito un taglio del reddito di 3,8 miliardi di euro, ovvero 7.300 euro in meno per ogni singolo lavoratore.
Eppure, aggiunge la dirigente sindacale, “come dimostra una legge di Stabilità che non mette in campo misure per invertire la tendenza, una discussione sulla riforma degli ammortizzatori sociali mossa solo da una logica di taglio delle risorse, l’assoluta assenza di misure di contrasto alla crisi, non si ha contezza alcuna dello stato di profonda sofferenza in cui versa la gran parte del Paese”.
Tra le altre misure importanti inserite nel Milleproroghe, sfratti sospesi per sei mesi, ma non per tutti – solo per chi ha reddito familiare sotto i 21.000 euro, malati, anziani o disabili in famiglia – e poi il rinvio della web tax, la norma introdotta nella legge di Stabilità che non è ancora entrata in vigore ed è stata già posticipata al primo luglio. A Roma vengono assegnati 115 milioni per i debiti precedenti al 2008 e 20 milioni per la raccolta differenziata, mentre è stata prorogata la norma antitrust che vieta la partecipazione nelle imprese editrici di giornali quotidiani a chi esercita l’attività televisiva in ambito nazionale, che altrimenti sarebbe scaduta il 31 dicembre.
Inoltre, da quanto si legge nel comunicato stampa finale del Cdm, dovrebbe esserci la proroga dell’entrata in vigore del nuovo sistema di remunerazione delle farmacie e, sempre per la sanità, prevista anche la proroga dell’invio telematico del certificato di gravidanza.
Ben poca cosa per un governo di quarantenni che non vogliono fallire; sicché lo scetticismo, la depressione, la sfiducia e il distacco dalla politica continuano a dominare anche questo Natale di crisi nera, per nulla intaccata dai provvedimenti del governo e del Parlamento, che promette di soldi solo ipoteticamente recuperati dall’Europa, tutela i grandi interessi e non mostra coraggio nelle scelte relative a lavoro, innovazione e cultura.
E non solo. Con la sua ormai celebre affermazione, scambiando lucciole per lanterne, Letta dimentica grossolanamente che oggi l’unica personalità politica accettata (spesso con entusiasmo) è il quasi 90enne Giorgio Napolitano ed ancora le peggiori dimostrazioni di nullità, di incapacità e di malcostume politico, di populismo che vengono proprio da questo parlamento zeppo di “nuovi” e di “giovani” (per primi quelli del M5S), senza dimenticare le ciliegine sulla torta di Trota Bossi jr, della Minetti e dei “giovani” amministratori dei partiti, a dir poco intrallazzatori, quanto non apertamente truffatori, con un elenco lungo almeno quanto quello dei parlamentari eletti col Porcellum, che tutti dicono di voler cambiare, ma fanno di tutto per conservare intatto.
Scrive Massimo Gianni su Repubblica: “ Il cambio di generazione c’è stato, ed è nei fatti. Ma da solo non basta. Leadership innovative e forti, finalmente libere dalle catene dei micro-notabili di cui parla Mauro Calise, sono fondamentali. Partiti contendibili e “secolarizzati”, finalmente liberi dal retaggio degli avi di cui parla Hans Kelsen, sono altrettanto necessari.
Ma perché la “svolta anagrafica” diventi anche “rivoluzione politica” serve un’assunzione di responsabilità che vada oltre gli enunciati, le conferenze di fine d’anno o le comparsate da Bruno Vespa e da Fabio Fazio.
Letta dimentica che non sempre il ricambio affidato esclusivamente alla carta d’identità produce, specie in politica, gli effetti desiderati, con svolte reali che incidono nella vita di una nazione e in quella quotidiana dei suoi cittadini.
A proposito di giovanilismo come soluzione, paradigmatico è il caso Renzi, che in apparenza sembra essere il trascinatore di un Palazzo d’Inverno a lungo occupato dai postbolscevici, colui che finalmente può dire conclusa, dopo venticinque anni dalla caduta del muro di Berlino, l’agonia del comunismo italiano; ma che, a ben vedere, usa molta teoria e poca pratica, più jovanottismo che novità, una cultura fatta di culto della memoria recente vagamente orbo di quella passata, con un buonismo un po’ scoutista che pensa si possa risolvere tutto con una spruzzata di buoni sentimenti e un quanto basta di pacche sulle spalle.
Poco pragmatismo e molta teoria, appunto, con un’arte benedettina nell’indorare il racconto dei fatti che verranno e poca perizia da maniscalco nell’edificarli.
Sicché ho paura che dietro Renzi si nasconda la cultura dell’auto al bando e si va solo con la bicicletta targata No oil, del km zero anche se dietro casa hai una discarica abusiva, con la supremazia anagrafica perché giovane è sempre meglio e la sostituzione, al massimo, di De Gregori e Fossati con Jovanotti ed i Negrita.
Molti altri prima di Renzi hanno perorato, come valore politico in sé, la gioventù e la Storia ci ha detto, che non hanno reso un buon servizio al Paese. A parte l’estetismo dannunziano che riprese l’arditismo, all’inizio del secolo scorso i futuristi lanciarono una rivoluzione generazionale; nel Manifesto di fondazione si legge: “I più vecchi di noi hanno 30 anni…”. Il giovanilismo fu la loro bandiera, che si fuse con le istanze politiche del nazionalismo e del corporativismo autoritario. Volevano dare l’assalto al cielo, distruggere città d’arte perché considerate “vecchie” come Roma, Venezia e Firenze, animati dalla pura retorica giovanilista e inneggiavano al coraggio, affermando di non temere nemmeno la morte. Si sa come è andata a finire: si accontentarono tristemente di qualche prebenda del fascismo.
Il fascismo, appunto, con l’inno delle camicie nere: “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza!”, e il motto di mussoliniana memoria “me ne frego”, che sembra riecheggiare nei comizi dell’ex comico Grillo.
Attenzione, signori, al giovanilismo, che, a destra, Berlusconi pone alla base dell’organizzazione della nuova Forza Italia, puntando sulle “Camicie azzurre” di giovani neoyuppie”, come il “leone” sconfitto della Lega, Umberto Bossi, puntava sulla “Guardia Padana”, perché il giovanilismo inteso come valore a sé, richiama il romanzo di Pirandello “I vecchi e i giovani” ambientato nella Sicilia delle grandi lotte sociali e popolari dei Fasci Siciliani di fine ‘800, che sembra un affresco dei giorni nostri, con l’arrivismo, il piccolo cabotaggio della politica, fatto di meschine trame, la corruzione, il malgoverno, l’incapacità delle classi dirigenti, sia di destra che di sinistra, le mafie, i gruppi di pressione, l’affarismo, il potere economico che condiziona pesantemente quello politico, il parassitismo: “dei vecchi che non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e si trovano a essere responsabili degli scandali, della corruzione e del malgoverno dei giovani”.
Tornando all’oggi, siamo tutti stretti dentro ad una morsa illogica e spietata, risultato d’un assurdo sistema politico avvitato intorno a se stesso, espressione di un assetto anti-democratico in cui il cittadino non esprime davvero la sua preferenza ed è stretto in un nodo scorsoio che lo soffoca coglie la maggioranza dei voti, non importa se non si tratta di maggioranza assoluta. Questo avete udito bene, lettrici, lettori: il nostro è assetto anti-democratico. Dovrebbe governare chi ha il nodo scorsoio che ci soffoca, lo paralizza, lo opprime, con tasse, imposte ed altri balzelli, che servono solo a garantire politici e burocrazia, oltre la lucrosissima attività di manager pubblici e manager privati, di personalità dello Spettacolo, della tv; di banchieri, speculatori, proprietari di immobili; di ristoratori di prestigio, “chef” di prestigio, continuamente in video come se il nostro unico problema sia quello di saper fare a perfezione una Chateaubriand; mentre il resto è desolazione, sconforto, mortificazione, precarietà e paura.

Carlo Di Stanislao