Un abbraccio lungo 6000 anni: gli Amanti di Valdaro

Stretti in un tenero abbraccio, le gambe raccolte e incrociate l’uno con l’altra, le braccia di lui sul collo di lei, quelle di lei sulle spalle di lui, uniti da oltre 6000 anni in una pace d’abbandono che forse è stata amore. Sono gli «Amanti di Valdaro», due scheletri risalenti al Neolitico ritrovati vicino a […]

Amanti di Valdaro
Stretti in un tenero abbraccio, le gambe raccolte e incrociate l’uno con l’altra, le braccia di lui sul collo di lei, quelle di lei sulle spalle di lui, uniti da oltre 6000 anni in una pace d’abbandono che forse è stata amore. Sono gli «Amanti di Valdaro», due scheletri risalenti al Neolitico ritrovati vicino a Mantova in una necropoli scoperta nel 2007. Finora nessuno aveva potuto gettare uno sguardo su quelle ossa innamorate, se non in fotografia.

Un’associazione nata tutta per loro che si è battezzata «Amanti a Mantova» è riuscita ed esporli un mese fa per qualche giorno nell’ingresso del Museo Archeologico, ancora in fase di ristrutturazione.

 L’obiettivo è che i due possano avere, come avrebbe detto Virginia Woolf, una stanza tutta per sé, e magari anche un adeguato arredamento tecnologico per illustrarne la vicenda. Che è straordinaria, come un romanzo di cui possediamo alcuni capitoli, una narrazione al tempo stesso frammentaria e appassionante, una storia eterna. I due scheletri sono stati ovviamente studiati a lungo. Ora sappiamo che sono appartenuti a due giovani, un uomo e una donna, fra i diciotto e i venti anni. A sinistra il maschio, a destra la femmina, vissuti intorno a 6000 anni fa.

Rappresentano qualcosa di unico al mondo, sia per l’antichità sia per la posizione in cui sono stati trovati. E recano con sé una componente di mistero, perché sul significato del loro abbraccio mortale ed eterno (o quasi, dipende dai punti di vista e dal futuro dei musei) non si possono che formulare ipotesi.

Sembrerebbe molto più verosimile pensare che i due corpi siano stati composti in quella posizione da mani pietose, che forse volevano lanciare un messaggio, magari non a noi posteri curiosi, ma certamente agli spiriti dell’aldilà, chiudere in un tenero abbraccio quello che era stato un amore (coniugale, probabilmente: è verisimile che a quel tempo ci si «sposasse» assai presto), consegnarlo tale e quale, incorrotto, al lungo viaggio della morte. A quell’epoca i drammi e le commedie dell’umanità odierna erano ancora di certo un tabù.

E’ la storia e la ricerca archeologica a illuminarci sul più nobile dei sentimenti che non va calpestato in quanto i nostri avi ci dimostrano che l’amore è un dono e, come tale, va preservato.

Francesca Ranieri

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