Il Tempo che resta

La  guerra russo-ucraina   può fare , tra tutte,  anche  una vittima eccellente, la transizione energetica. O meglio la retorica di una transizione energetica pensata come un percorso governabile in tempi brevi. Cosa accadrà della transizione energetica dopo la guerra russo- ucraina? Il 24 febbraio 2022 è iniziato un nuovo secolo. Per quante riflessioni, analisi, dibattiti […]

La  guerra russo-ucraina   può fare , tra tutte,  anche  una vittima eccellente, la transizione energetica. O meglio la retorica di una transizione energetica pensata come un percorso governabile in tempi brevi. Cosa accadrà della transizione energetica dopo la guerra russo- ucraina?

Il 24 febbraio 2022 è iniziato un nuovo secolo. Per quante riflessioni, analisi, dibattiti e  studi si vogliano fare nell’immediato sarà la Storia che sicuramente ce ne darà la conferma. Perchè il 24 febbraio,  il giorno in cui le truppe russe sono entrate in Ucraina ,  quello che doveva essere nelle previsioni dei russi ,a cominciare da Vladimir Putin , un raid per arrivare a Kiev, sostituire i governanti ed essere accolti dalla popolazione con fiori e bandiere , si è rivelato un flop. Ma soprattutto perchè ha rivelato una sorprendente capacità di “ resistenza” non solo dell’esercito ucraino  ma anche della popolazione civile sottoposta  a quello che da più parti viene definito un massacro. Che nelle giuste dimensioni e proporzioni ( rispetto a quello che la Storia ci ha fatto vedere nel recente passato in occasione di altri conflitti locali  come  area slava, medio oriente)  lo si può ritenere tale . Anche se , come affermano alcuni analisti, al trentesimo giorno di guerra e davanti alle devastazioni di una città come Mariupol si tratta solo di un millesimo della reale potenza  per così dire “ di fuoco” dell’esercito russo.

Un nuovo secolo dunque per l’assetto  geopolitico mondiale che nascerà da questa guerra, una guerra dentro l’Europa  che da  settanta anni non aveva visto più muovere le armi nei suoi  confini  grazie al Trattato dell’Unione. Il n. 2/2022  della rivista Limes affronta questo cambiamento esaminando  appunto  da molti punti di vista le conseguenze  del conflitto. Chi vuole leggendo  i saggi e le riflessioni pubblicate in quel mensile può farsi un’idea. Voglio solo aggiungere  che è particolarmente interessante riflettere sulle prospettive future partendo dal combinato di tre fenomeni che nella storia si presentano  quasi sempre insieme, guerra, epidemia e carestia e che in fin dei conti si sommano. Uno scenario che vede infatti per primo  la pandemia da Covid  19 rincrudelire  per esempio in Cina dopo due anni di relativa tregua. A seguire la  guerra  Russia Ucraina  che tra alterne vicende e per svariate motivazioni ha nel 2014 assunto la piega che  altrettanti analisti definiscono come l’inizio dell’attuale conflitto ( la ricerca delle motivazioni a ritroso è impegnativa  ma  utile forse (?!) e che potrebbe durare per anni  con   strascichi impensati e conseguenze impensate. E infine  una carestia non solo alimentare , ma anche di  materie prime e risorse energetiche  come per esempio  la mancanza di  concimi  ( Russia e Ucraina ne sono i maggiori produttori del mondo ) per coltivare  cereali  e quindi la mancanza degli stessi  i cui raccolti stanno andando perduti. Effetti che si sommano dunque e che alimentano preoccupazioni e reali condizioni non solo di disagio ma di insicurezza  soprattutto dal punto di vista economico .Si pensi solo all’attuale inflazione o allla crescita mancata  per non dire, per quanto riguarda l’Italia ,, per esempio, della necessità di riscrivere alcuni tratti del Pnrr.

E’ iniziato un secolo nuovo  anche se   il secolo breve in realtà, il Novecento,  terminato con gli accordi di Yalta del 1945 dando un nuovo  assetto al mondo, ha visto iniziare e terminare in modo fulmineo altri secoli come  quello, in piena guerra fredda,  ( che andava avanti dal 1947) iniziato con la caduta del muro di Berlino nel 1989, la riunificazione delle due Germanie, la dissoluzione dell’Unione sovietica, accelerata dal disastro  della centrale nucleare  di Cernobyl  (26 aprile 1986 ). Secoli che hanno ridisegnato il volto del pianeta  fino a quel contraccolpo  devastante che fu l’attentato alle torri gemelle  che  determinò a catena le guerre  americane  Iraq, Afganistan  Libia, e  russe  Siria, Cecenia, Crimea. Temi sui quali si potrà tornare su queste pagine ma che non sono argomento di questa riflessione  che si occupa  di transizione ecologica.  La transizione ecologica dunque  che potrebbe diventare un problema di lunga durata in considerazione del quadro che ho cercato di delineare come introduzione. Un quadro semplificato  proprio per evidenziarne l’essenzialità   senza intenti riduttivi  nei suoi  termini costitutivi perchè ritengo comunque la complessità la via maestra per  affrontare l’analisi  su questi temi  .

Dunque,la guerra russo-ucraina può fare una vittima eccellente, la transizione energetica. O meglio la retorica di una transizione energetica pensata come un percorso governabile in tempi brevi.

La partita dell’energia va direttamente ad impattare sulle dinamiche future che le nazioni e i governi prenderanno in tema di approvvigionamenti e di investimenti strategici. Come dimostrato dalle prese di posizione del governo Draghi in Italia, la partita impatterà sull’agenda energetica delle principali economie imponendo scelte emergenziali per rendere i contesti interni più resilienti di fronte all’ipotesi di un blocco delle forniture di gas dalla Russia nel breve periodo. E nel medio periodo le economie potrebbero essere gravate da un crescente prezzo del petrolio. E’ per il lungo periodo che probabilmente occorre lavorare soprattutto in sede europea per cambiare radicalmente l’approccio a questo tema e quindi organizzare le azioni relative per concretizzare una vera transizione energetica , rispettosa  delle esigenze di  tutti i paesi  e soprattutto rispettosa delle esigenze del pianeta .

Ma a che punto eravamo  prima dell’inizio della guerra russo-ucraina?

Eravamo sicuramente a  corto di tempo. Siamo a corto di tempo e  tutto dipende da noi. Siamo ai tempi supplementari o meglio, per essere più precisi, ai rigori. Appunto nella fretta per il tempo che manca al finale di partita  c’è una grande incertezza per come reagiranno gli uomini. Incertezza che significa  scenari diversi. Opportunità e scelte diverse. A cominciare  da  scelte decisive come la messa al bando di  carbone e combustibili fossili.  Sto parlando del destino del clima terrestre e delle sue conseguenze sulla vita del pianeta e di chi lo abita. Controllo del riscaldamento non oltre 1,5° C  del livello preindustriale ; esplorazione di nuovi combustibili;basse emissioni di carbonio ; controllo della CO2  nell’atmosfera e nella stratosfera  oltre alle limitazioni  del gas serra dovuto  a combustibili fossili e deforestazione.

Dal 1990 ad oggi  l’IPCC ( Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici ) per sei volte ha valutato  lo stato del clima e proprio ai primi di agosto del 2021 ha pubblicato 3.000 pagine di rapporto  su questo tema. Ad opera di 250 autori che hanno  esaminato  e riassunto 14 mila  articoli scientifici  pubblicati negli ultimi tre anni.

Tremila pagine approvate  anche da 195 paesi  che contengono un unico messaggio: siamo ormai a corto di tempo. Lo stato del clima sta  rapidamente peggiorando   e tale peggioramento  è destinato ad accelerare se non   si prenderanno  alcune misure di contrasto. Probabilmente certi processi ormai avviati  si possono considerare già irreversibili. Le misure che gli autori del rapporto considerano  urgenti ed efficaci  sicuramente consentiranno di controllare,  per esempio,  il riscaldamento che nell’atmosfera  potrebbe essere fermato  già nei prossimi decenni a 1,5°C, cosa diversa nell’atmosfera  in cui la CO2 è più difficile da controllare. Per non arrivare alla fine del secolo  ad un potenziale rapporto dell’attuale riscaldamento  e anzi fino a 4,4°C che aprirebbe scenari dalle conseguenze imprevedibili.

Nella precedente valutazione del 2013 l’IPCC aveva affermato che gli esseri umani rappresentano  la causa dominante  del riscaldamento globale a partire  dalla metà del Novecento. Tali considerazioni nel 2015 hanno favorito gli accordi di Parigi. Ora da qui a tre mesi  ci sarà una conferenza  sul clima a Glasgow ,la Cop 26. Questa conferenza dovrà prendere atto  di quanto affermano gli scienziati ossia che l’attività umana sta cambiando  il clima della Terra. Una attività senza precedenti che  produce gas serra  anche e soprattutto  per la combustione di carbone, petrolio e gas naturale.

Un cambiamento che sta portando  ad un aumento degli eventi meteorologici estremi  che già caratterizzano  appunto la condizione della vita sulla Terra. Fino ad arrivare a livelli catastrofici  per la Terra  a causa  del riscaldamento dovuto, per esempio, allo scioglimento  del permafrost artico e il deperimento  delle foreste globali  che porterebbero entro la fine  del secolo ad un livello  pari a 4,4°C ( al di sopra del livello  preindustriale  tra il 2081 e il 2100).

Allora secondo il rapporto IPCC  la riduzione del gas serra  deve cominciare entro questo decennio, 2020-2030, per impedire il collasso del clima. Abbiamo già cambiato il nostro pianeta. Con questi cambiamenti stiamo già facendo i conti. Dobbiamo adattarci ora  a prevenire  le possibili catastrofi. Cosa non facile, dura  da accettare e difficile da sopportare.

Certo è difficile oggi, di fronte alle notizie che arrivano dal fronte dell’Ucraina alzare lo sguardo oltre  soprattutto per l’Europa ma occorre farlo. E’ decisivo  che l’Europa recuperi in questa situazione tutte le sue capacità di autonomia per  procedere a rimodulare un rapporto con la Russia, tenendo conto si  delle opinioni del suo alleato gli Stati Uniti d’America, ma indicando i suoi reali interessi che appunto  attengono anche al cambiamento ecologico.

Per quello che riguarda invece il problema clima  è inutile piangere sul latte versato. Occorre dunque chiedersi  ed è per questo che tutto dipende da noi :  quanti altri cambiamenti  irreversibili  vogliamo provocare  al nostro pianeta? Vogliamo e possiamo evitare  un percorso che ci porta sicuramente  ad un futuro insostenibile? Limitare dunque i devastanti  impatti del cambiamento climatico? Si può e si deve. Perché questo pianeta  non è nostro, è soprattutto delle generazioni  future a cui non  può essere lasciato un bilancio catastrofico. Bisogna compiere delle scelte  pra per confermare e realizzare  gli obiettivi della  della conferenza  sul clima di Parigi e quindi mitigare  il cambiamento del clima  e mettere in atto  azioni di adattamento.

Cosa fare dunque? Tre anni prima che Greta  Thumberg sollevasse il sipario  su uno scenario  veramente inaccettabile e desse il via a quelle manifestazioni  di confronto e di lotta  per la saluta del clima  sulla Terra, negli Stati Uniti un gruppo  di ragazzini citavano in tribunale  il loro paese per  chiedere giustizia   per i danni  che erano stati arrecati  al clima. Il caso si chiama   “Juliana V.United States “  ossia Kelsey Giuliana contro  gli Stati Uniti d’America. Una richiesta forte  perché solleva nel 2015  da parte di un gruppo di ragazzini  un dibattito sulle scelte  dannose  contro il clima effettuate  dall’amministrazione americana ritenendole incostituzionali  e soprattutto dannose per le future generazioni.

Nel 2015 quel gruppo  di ragazzini dunque  chiese giustizia, richiesta che oggi trova nel gruppo degli scienziati dell’IPCC i più efficaci sostenitori di quella battaglia perché a quei ragazzini  danno scientificamente ragione ,indipendentemente da quello che sarà il verdetto del tribunale.

Che fare dunque  di fronte non al cambiamento del clima ma di fronte ad un anomalo cambiamento . Il clima sulla Terra, per sua natura, è sempre cambiato. In questo momento però il riscaldamento  ha un carattere globale  che lo caratterizza. Tra l’altro si inverte la lenta e persistente tendenza  al raffreddamento  che è evidenziata appunto  dalla temperatura della superficie  terrestre che è una delle variabili del clima. Misurare la temperatura della superficie terrestre  permette di capire il cambiamento  climatico globale. Il riscaldamento in pratica  però si sta registrando  ovunque in modo uniforme rispetto ad oscillazioni  di questo indicatore  negli ultimi duemila anni. Negli ultimi 2 milioni di anni il clima  ha oscillato tra periodi  interglaciali e periodi più caldi fino ad arrivare  a 12 milioni di anni fa quando ha avuto  inizio l’Olocene,l’era così definita nella quale ci troviamo a vivere. Tra la precedente era glaciale e quella nella quale  si troviamo, la temperatura  della superficie terrestre è aumentata  complessivamente di 5 centigradi  per ogni miglisaia di anni.

Con questi dati appena riferiti  potremmo dire che  statisticamente  siamo nella norma.  L’aumento  di 1,5°C prevedibile in un  migliaio di anni  si sta verificando  nel giro  di un secolo e  potrebbe arrivare a 5 centigradi, ovvero l’aumento  ammissibile per un periodo di migliaia di anni ,ovvero  l’aumento che nel passato ha caratterizzato  ere intermedie di milioni di anni.

Tutto nella norma dunque? No per nulla. L’attuale riscaldamento  sta  invertendo una  tendenza di lungo periodo  al raffreddamento. 6.500 anni fa  c’è stato un picco in tal senso  che poi è diminuito lentamente. Poi c’è stata alternanza  tra secoli caldi e secoli freddi. Queste oscillazioni erano inferiori  rispetto all’attuale costante e notevole innalzamento delle temperature. Le oscillazioni  precedenti sono state causate da processi  naturali  verificatisi su larga scala.

Ecco allora il punto. L’uomo con la sua attività ha reso la Terra  vulnerabile e dunque vulnerabile anche la sua stessa esistenza sulla Terra. Non è mai avvenuto prima e potrebbe dar corso ad una catastrofe. Bisogna salvarsi dunque? E per salvarsi non bisogna perdere tempo? Erroneamente noi parliamo di cambiamento  climatico  sottovalutando il valore del “cambiamento” che in sé ha aspetti potenzialmente psotivi.Per rappresentare ragionevolmente  lo stato delle cose  dovremmo definire l’attuale situazione una “ catastrofe” climatica. E dunque quando arriviamo a definire ka questione “ catastrofe” il dibattito si sposta  e al centro della riflessione non c’è più solamente  la diagnosi della “crisi climatica”  ma  anche le “ ipotesi di “cure “ per salvare  il pianeta.

Parlando di proposte  di cura dobbiamo  però tener conto  di alcune variabili  tra cui principalmente  le misure di prevenzione  alcune delle quali ormai fuori tempo; le incertezze dei modelli previsionali ( ogni modello  è diverso dall’altro a secondo dei parametri che si inseriscono); la defferenze sempre più accentuate  tra scienza e tecnologia  ( ossia la fiducia nella  tecnologia oltre che nella scienza);le attitudini ad orientare  lo sviluppo da parte  delle multinazionali  dei combustibili fossili. Tutte variabili che però vanno  messe in relazione con il tempo. Quanto tempo abbiamo a disposizione?

Non è dunque uno scherzo considerare l’aspetto temporale   dello sviluppo e del controllo delle ipotesi che ho  in parte riferito e riassunto  dalle varie letture che ho fatto su questo argomento . Si parla di ipotesi di cura del pianeta . E si deve parlare di decenni. Solo  decenni , una frazione  brevissima di tempo messa  a confronto  con milioni di anni  che hanno caratterizzato e caratterizzano  alcuni processi sulla Terra. Un periodo di tempo  dunque irrilevante. Dunque urgenze. Urgenza di  cambiare modelli  di sviluppo  e di consumo. Una operazione sicuramente complessa ma estremamente necessaria. 

Probabilmente  la guerra Russia Ucrania e il nuovo assetto che Vladimir Putin chiede alle potenze del mondo per rispettare la  rinata potenza della Russia determinerà anche un cambiamento nelle strategie dell’approvvigionamento delle risorse energetiche fossili e quindi  invertirà il cammino  intrapreso.  In una situazione complessa appunto. Complessa perché deve mettere assieme  gli effetti sociali dello squilibrio  degli ecosistema  e gli sconvolgimenti climatici: favorire la crescita  di una cultura scientifica; trovare sedi e luoghi adeguate  per promuovere un dibattito  e consenso. In un  contesto in cui  fatti incerti, valori in discussione,elevati interessi  in gioco,  decisioni urgenti  da prendere compongono  lo scenario di riferimento.

Abbiamo accennato alle cure.  Nella città scozzese di Glasgow dal 1° al 12 novembre si è svolta la  26esima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite «COP26». Senza contromisure incisive a livello internazionale,( che la Conferenza dovrebbe proporre ed adottare ) stando alle Nazioni Unite il pianeta si vedrà confrontato con un aumento globale delle temperature di circa tre gradi entro la fine del nostro secolo. L’obiettivo dell’accordo di Parigi sul clima del 2015 verrebbe così disatteso. Nel quadro dell’accordo, 189 Stati e l’UE si erano impegnati a ridurre le proprie emissioni di gas serra. L’obiettivo è di ridurre globalmente l’aumento delle temperature medie a meno di 2 gradi centigradi rispetto ai valori del periodo preindustriale.

Ma come è terminata la  Conferenza? Quali risultati si sono avuti e quali misure ha adottato?Erano 4 gli obiettivi principali della COP26, individuati dalla Presidenza:

  1. Mitigazione: azzerare le emissioni nette entro il 2050 e contenere l’aumento delle temperature non oltre 1,5 gradi, accelerando l’eliminazione del carbone, riducendo la deforestazione ed incrementando l’utilizzo di energie rinnovabili
  2. Adattamento: supportare i paesi più vulnerabili per mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici, per la salvaguardia delle comunità e degli habitat naturali
  3. Finanza per il clima: mobilizzare i finanziamenti ai paesi in via di sviluppo, raggiungendo l’obiettivo di 100 miliardi USD annui
  4. Finalizzazione del “Paris Rulebook: rendere operativo l’Accordo di Parigi, con particolare riferimento a:

-trasparenza: l’insieme delle modalità per il reporting delle emissioni di gas serra ed il monitoraggio degli impegni assunti dai Paesi attraverso i contributi determinati a livello nazionale (NDC – Nationally Determined Contributions);

-meccanismi (Articolo 6 dell’Accordo di Parigi);

-Common timeframes (orizzonti temporali comuni per definizione NDC).

Per la prima volta viene riconosciuto che l’obiettivo delle politiche climatiche deve essere quello di mantenere la temperatura globale entro un aumento massimo di 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale. Aver inserito un tale riferimento implica che le politiche climatiche, messe in atto dai diversi Paesi, dovranno essere aggiornate e rinforzate, visto che con quanto previsto ad oggi l’obiettivo di 1.5°C non verrà raggiunto. Si è deciso di raddoppiare i fondi internazionali per le azioni di adattamento, soprattutto nei paesi più vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici. E’ stato inoltre approvato un programma di lavoro per definire il “Global Goal on Adaptation”, finalizzato a definire gli indicatori per monitorare le azioni di adattamento dei Paesi. L’obiettivo di raggiungere, entro il 2020, 100 miliardi di dollari annui per supportare i Paesi vulnerabili non è stato ancora raggiunto (nel 2019, si sono sfiorati gli 80 miliardi). Nell’ambito della COP26 sono stati tuttavia molteplici gli impegni da parte di diverse istituzioni finanziarie e dei Paesi per aumentare i propri contributi e far sì che tale obiettivo sia raggiunto il prima possibile. Secondo le stime dell’OCSE, si potrebbe raggiungere quota 100 miliardi annui entro il 2023, con la prospettiva di aumentare l’impegno gli anni seguenti. Per rendere pienamente operativo l’Accordo di Parigi, sono stati finalizzati i lavori su tre temi di natura tecnica: trasparenza, meccanismi (“Articolo 6”) e tempistiche comuni per gli NDC (“common timeframes”). Sono state finalmente adottate le tabelle e i formati per il reporting ai sensi del nuovo quadro di trasparenza (ETF) dell’Accordo di Parigi,che entrerà in vigore per tutti i Paesi, sviluppati e non, entro il 2024. Tra queste le tabelle comuni (CRT) da utilizzare per la rendicontazione dei dati dell’inventario delle emissioni e degli assorbimenti dei gas serra, i formati tabulari comuni (CTF) per il monitoraggio dei progressi nell’attuazione e nel raggiungimento degli NDC e gli indici di importanti rapporti di trasparenza che i Paesi dovranno redigere e trasmettere periodicamente all’UNFCCC. Per la finalizzazione di questo lavoro, è stato necessario un accordo su come tradurre all’interno delle tabelle e dei formati le specifiche opzioni di “flessibilità” a disposizione dei paesi in via di sviluppo in caso non riescano ad applicare appieno le regole stabilite in virtù di limiti di capacità nazionali. È stato raggiunto, inoltre, l’accordo sui meccanismi di mercato, relativo all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, che riconosce la possibilità per i Paesi di utilizzare il mercato del carbonio internazionale per l’attuazione degli impegni determinati a livello nazionale per la riduzione delle emissioni (NDC). Questo include l’adozione di:

  • linee guida per i cosiddetti “approcci cooperativi” che prevedano lo scambio di quote (Articolo 6.2 dell’Accordo di Parigi), incluse le informazioni da includere nell’ambito del nuovo quadro di trasparenza;
  • regole, modalità e procedure per i “meccanismi di mercato” (Articolo 6.4);
  • un programma di lavoro all’interno del quadro degli approcci “non di mercato” (Articolo 6.8), con avvio nel 2022.

Infine, è stato raggiunto un accordo per una (breve) decisione che incoraggia (dunque in maniera non vincolante) i Paesi a comunicare gli NDC su base quinquennale e con delle tempistiche comuni per la loro attuazione di 5 anni.   ( 1  )

Scrive Andrea Muratore su Il giornale  in un articolo dal titolo  “Cosa accadrà veramente della transizione energetica dopo la guerra russo ucraina “: “  Il cambio di paradigma economico accelerato dal virus continua”, fa notare il politologo Lorenzo Castellani, sottolineando che questo consterà in “più spesa pubblica nazionale e sovranazionale, più protezionismo, accorciamento delle supply chain, tentativi di reshoring”, aggingendo che “diminuirà la foga sulla transizione ecologica a causa di inflazione e problema supply chain; alcuni paesi vireranno verso una semi-autarchia (Russia, Cina), altri verso aggregazioni regionali” e questo impatterà profondamente anche sui mercati energetici, dato che cambieranno drasticamente le direttrici politico-industriali e si rafforzerà la dinamica competitiva dei Paesi nel governare la transizione energetica. Incentivando di conseguenza una svolta pragmatica che porterà a difendere la presenza d per compenetrare le ragioni di sicurezza nazionale a quelle della transizione. Si chiude dunque ogni prospettiva di dibattito sulla presenza del gas nelle risorse-ponte per la transizione previste dalla tassonomia energetica dell’Unione Europea.

Lungo periodo: questo è il vero pomo della discordia. Nella “Grande Tempesta” globale fatta da rivalità geopolitiche, pandemia e crisi ambientale il programmare politiche strategiche di ampio respiro si fa sempre più complicato. Così come si fa sempre più difficile ipotizzare scenari al 2025, 2030 o addirittura 2050 che prevedano la rottamazione di interi comparti economici e cambiamenti sistemici sul fronte geopolitico. Specie se per l’Occidente ciò vuol dire prevedere una crescente dipendenza industriale, in campo di energia rinnovabile, da Paesi ritenuti strategicamente rivali: la Russia di oggi potrebbe diventare la Cina di domani.

Il conflitto russo-ucraino è uno di quegli eventi che cambiano paradigmi e sviluppano riflessioni sulla tenuta dei sistemi odierni. Il mercato energetico, sulla scia della geopolitica contemporanea, è volatile e competitivo. Ora più che mai. Prezzi alti, tensioni sistemiche, guerre economiche colpiscono le capacità dei sistemi-Paese di investire sulla transizione. L’insicurezza geopolitica fa il resto. Siamo entrati in una fase di alta volatilità. I tempi e i costi della rivoluzione energetica dovranno essere completamente riconsiderati a seguito di un grande shock come quello oggi in atto. E come il mondo, anche il contesto della transizione uscirà da questa crisi completamente mutato.(2)

Valter Marcone

Photo: NurPhoto.com

( 1)  https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2021/11/26a-conferenza-delle-parti-sul-cambiamento-climatico)

(2)https://www.ilgiornale.it/news/transizione-energetica/quale-transizione-energetica-crisi-ucraina-2014789.html

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