La 76 esima edizione del Premio Strega 2022. Storie  di confronto con  i padri  e l’universo maschile  (Seconda  parte )

Nella prima parte il racconto della storia del Premio Strega    e la cronaca della scelta della Giuria  con l’annuncio delle dodici storie finaliste  il 31 marzo 2022  . Opere scritte o terminate durante  il lockdown  per la pandemia da covid 19, nell’esilio forzato e  nella solitudine. Storie  di confronto con i padri  e qualche volta […]

Nella prima parte il racconto della storia del Premio Strega    e la cronaca della scelta della Giuria  con l’annuncio delle dodici storie finaliste  il 31 marzo 2022  . Opere scritte o terminate durante  il lockdown  per la pandemia da covid 19, nell’esilio forzato e  nella solitudine. Storie  di confronto con i padri  e qualche volta con i nonni che in questa seconda parte illustriamo  con le parole  dei presentatori  “Amici dello Strega”

I dodici candidati scelti dal Comitato direttivo del Premio presieduto da Melania Mazzucco, tra il  record di 74 libri proposti dalla giuria degli ‘Amici della domenica’, erano tutti presenti il 31 marzo 2022  nella Sala del Tempio di Adriano a Roma dove hanno presentato le loro opere  scritte e terminate  durante la pandemia da Covid 19 che ha costretto all’isolamento  intere comunità. 

La scrittrice ucraina Katja Petrowskaja,  collegata in remoto , vincitrice dello Strega europeo 2015, intervenendo  dalla Germania dove vive è stata dura: “È troppo tardi, non possiamo rimanere seduti a parlare di letteratura, è tempo di pensare a cosa fare concretamente. Putin ha usato le parole per la propaganda, ora è il momento di agire”.

Andranno in  semifinale  Mario Desiati con Spatriati (“un romanzo di persone irregolari che scelgono di non adeguarsi”, così ha sintetizzato l’autore) e Veronica Raimo con Niente di vero, ritratto ironico di una famiglia come tante,entra,bi pubblicati da Einaudi  che non vince dal l 2017, l’anno di Paolo Cognetti,

Abbiamo  nella puntata precedente  riferito l’elenco  dei finalisti scelti dalla giuria . Qui di seguito ne illustriamo le trame e i temi  con le parole dei  presentatori  del gruppo Amci dello Strega

Il 31 marzo sono stati annunciati anche i cinque finalisti dello Strega Europeo: Elin Cullhed (Euforia, Mondadori); Sara Mesa (Un amore, La Nuova Frontiera); Megan Nolan (Atti di sottomissione, NN Editore); Amélie Nothomb (Primo sangue, Voland); Mikhail Shishkin (Punto di fuga, 21lettere). Il  bulgaro Georgi Gospodinov, presente sul palco  tra l’altro ha affermato : “Avremo bisogno di nuove narrazioni perché Putin ci ha venduto una versione artificiosa del passato”.

Escluse invece Viola Ardone con Oliva Denaro (Einaudi) e Michela Marzano con Stirpe e vergogna (Rizzoli), libri che affrontano temi importanti come la violenza sulle donne e la memoria privata del fascismo. Fuori anche Neri Pozza con Un uomo sottile di Pierpaolo Vettori e Antonio Pascale (La foglia di fico, Einaudi)

Ecco  in breve il racconto della presentazione delle opere finaliste  che abbiamo estratto dal sito della Fondazione Premio Strega .

Marco Amerighi, Randagi (Bollati Boringhieri), presentato da Silvia Ballestra

Romanzo sulla giovinezza e l’amicizia. Giovani del nuovo millennio, girovaghi e incasinati ma in grado di accendersi quando vogliono. Da Pisa a Madrid. “La generazione dei randagi è quella cresciuta tra gli anni ’79 e ’90 che non ha dovuto reinventarsi, diventando raminga – ha detto l’autore – Giovani che non hanno visto davanti a sè la luce verde dell speranza del grande Gatsby”. Scrive  Silvia Blestra che lo ha presentato  : “ È il racconto di una generazione che diventa grande secondo i riti classici – studio, passioni, promesse, delusioni, amicizia, amore, sesso, lutti, scandali, dolore – e fatica a fare i conti con padri, quando non gaglioffi, sicuramente inadeguati. Vale per il protagonista Pietro Benati, giovane uomo quieto e perbene (ma anche per il fratello maggiore Tommaso) e per i due incasinati coetanei, Dora e Laurent, che diventeranno compagni del suo girovagare tra Pisa e Madrid. Sullo sfondo, la cronaca, appena accennata ma incombente nella sua violenza e perenne minaccia, racchiusa tra le botte ai ragazzi che hanno aperto gli anni Duemila e i terribili attentati terroristici nelle città. Randagi è, in questo, davvero una storia in grado di cogliere l’essenza di un tempo e dei giovani che, impotenti e spaesati, lo hanno abitato. Personaggi memorabili e una lingua bella e tornita, quella di Amerighi, che con misura e sapienza ci regala echi luminosi e ironici di toscanità anche classica. Un romanzo importante, libero, vitale, caratterizzato da un’affabulazione felice e trascinante, ricca e compiuta.”

Fabio Bacà, Nova (Adelphi), presentato da Diego De Silva

Un neurochirurgo alle prese con i rumori della vita e del suo cervello, nell’impresa di capirsi e controllare la rabbia. Perfetto mix di scienza e umorismo. Ambientato nella Lucca suburbana. Fabio Bacà ha spiegato: “E’ una storia sulla violenza, un tema che da sempre mi ossessiona. Protagonista un neurochirurgo. Un intreccio che si dipana in modi spesso inusuali”.Diego De Silva aggiunge : “«Fabio Bacà è l’ex esordiente più anomalo che conosca. Alla terza pagina del suo primo romanzo, Benevolenza cosmica, ero già fuorviato dalla maturità di una scrittura in cui non c’era ombra di acerbo, di veniale. Come un musicista giovanissimo che suona lo strumento perfettamente, e per di più inventa soluzioni armoniche mai sentite.
A conquistarmi del tutto fu il senso dell’umorismo, una dote di cui pochi autori dispongono.
Poi esce Nova, un libro diverso, letterario nel senso più seducente del termine, che racconta a scopo di riflessione. Parla di violenza e di vigliaccheria. A queste due categorie inflazionate dall’etica restituisce un senso culturale molto più autentico e comunemente sottostimato.
La scrittura ha una puntualità e un’esattezza che mi hanno confermato il valore di un autore che oggi trovo ancora più forte di quando l’ho conosciuto.
Presentarlo allo Strega è un vero motivo di orgoglio. Perché su Bacà avrei scommesso fin da subito.»

Alessandro Bertante, Mordi e fuggi (Baldini+Castoldi), presentato da Luca Doninelli

Ambientato nella Milano violenta nel 1969, l’anno di piazza Fontana. Il protagonista deluso dal movimento studentesco si unisce alle Br. Gli anni di piombo in un intreccio di fiction e cronaca. “Ho raccontato le Br al di là di polemiche e strumentalizzazioni successive”, dice Bertante. Luca Doninelli dice di questo romanzo: Gli anni di piombo costituiscono, per l’Italia e per il mondo, una ferita ancora aperta. Parlare di quell’epoca, mettere insieme i pezzi di un puzzle così complicato (dalla Resistenza ai Servizi segreti, dalla passione ideologica alla delinquenza comune) è difficile per uno storico, e ancor più lo è per quei pochi, coraggiosi narratori che, a questi elementi generali, hanno voluto aggiungere quel fattore umano indispensabile per non ridurre la Storia a semplice teorema. (…)l primo pregio del romanzo di Bertante è quello di ricostruire il clima umano di quel tempo, inserire i discorsi, gli slogan, le priorità di quel tempo e di quel mondo nelle giornate e nei pensieri di un giovane di quel tempo: l’ideologia intesa non solo come passione politica ma anche come fattore unificante per biografie che la vita borghese concepiva come sempre più frammentate (famiglia, lavoro, interessi, hobby ecc.) “

Alessandra Carati, E poi saremo salvi (Mondadori), presentato da Andrea Vitali

Storia di Aida, profuga bosniaca arrivata da bambina in Italia e della sua crescita in una famiglia che è fuggita dalla guerra. La sua ricerca di una casa richiede coraggio. “Ho raccontato una famiglia in fuga dalla ex Jugoslavia ma è come se in questo libro ci fossero dietro le migliaia di profughi che stanno fuggendo dall’Ucraina”, ha detto l’autrice. Andrea Vitali aggiunge :” È anche (la storia ) di un padre a volte padrone e a volte bambino, di una madre che comprime il profondo e a tratti disperato amore per i figli al punto di dare talvolta l’impressione di essere assente. E infine è anche la storia di due schizofrenie entrambe vere: quella che ha lacerato i Balcani e l’altra, quella che affligge Ibro, il fratello di Aida, un crudo quadro di realtà che in alcuni passaggi diventa un commosso inno alle fragilità dell’essere umano. A ciò si aggiunge il pregio della scrittura di Alessandra Carati che non si concede al di più, non ha tempo da perdere. La storia che narra è una catena priva di anelli deboli o se si preferisce un rosario laico dove ciascun grano va tenuto tra le dita il tempo necessario per meditare ciò che gli spazi bianchi lasciano intendere. “

Mario Desiati, Spatriati (Einaudi), presentato da Alessandro Piperno

Due amici,  il sud, la voglia di altro, la fuga a Berlino e la scoperta della trasgressione. Un romanzo sul desiderio e sul sesso libero di una generazione “europea” e già fluida alla quale la vita di provincia va stretta. “Spatriati – ha detto lo scrittore – è stato scritto tra il 2014-2019 periodo nel quale ho vissuto a Berlino e parla di persone irregolari che scelgono di espatriare e di non adeguarsi alle regole. Sono persone che non hanno frontiere”. Alessandro Piperno scrive: “ Ecco, a mio giudizio, Spatriati è il suo libro migliore, il fiore della maturità, quello in cui i temi, le atmosfere e lo stile raggiungono una sintonia incantevole. C’è qualcosa allo stesso tempo di magico e sinistro nel pezzo di Puglia dove nascono, vivono e soffrono i personaggi di Desiati quasi tutti provenienti dalla piccola borghesia rurale. Rivelano un’inquietudine fatta di slanci romantici e appetiti sessuali, da un amore complicato per la terra d’origine e un desiderio altrettanto complesso di fuggire verso metropoli violente e inospitali. La sua prosa è un crocevia di registri deliberatamente antitetici: lirismo e causticità, sentimentalismo e ferocia. Per ottenere questi effetti, Desiati mescola con mano sempre più salda forbitezza letteraria e inflessioni colloquiali, talvolta persino dialettali ma senza mai inciampare nel pittoresco. Occorre sottolineare che questo impasto linguistico consente a Desiati di scrivere scene di sesso straordinariamente plausibili, e per questo persuasive e mai ridicole.
Chi sono gli spatriati? Mi verrebbe da dire che sono i “marinai scordati su un’isola” della famosa poesia di Baudelaire, quindi tutti noi.”

Veronica Galletta, Nina sull’argine (minimum fax), presentato da Gianluca Lioni

Una donna ingegnera va a lavorare dalla Sicilia in un cantiere della pianura padana. Il lavoro in un contesto maschile diventa, dentro mille dubbi e difficoltà, un percorso di conoscenza (Galletta col romanzo di esordio, Le isole di Norman, aveva vinto il Campiello Opera Prima). “Ho dedicato all’ingegneria idraulica grandissima parte della mia vita. Volevo raccontare la storia di un cantiere e il lavoro. E accogliere la sfida di utilizzare in un romanzo il linguaggio tecnico. Volevo raccontare un personaggio un po’ sfigato, come sono spesso anche io”. Gianluca Lioni lo ha presentato così _ “Ingegnere alla sua prima grande opera di costruzione, emigrata dalla Sicilia in un immaginario paese del profondo nord, Caterina, detta “Nina”, è chiamata a dirigere i lavori sull’argine di Spina.  Si ritrova catapultata dal nitore della teoria alle contraddizioni e all’imperfezione della pratica: il cantiere è fatica, polvere, fango, compromessi e imprevisti. Un microcosmo maschile di geometri, assessori, operai, capicantiere, gru, e scavi, che dipinge con un realismo insieme tecnico e magico. (…)La costruzione di un argine si rivela quindi una metafora del nostro tempo, del senso di smarrimento e vulnerabilità individuale e collettivo che attraversa la nostra società. Galletta intreccia gli opposti per riportarli  sulla pagina con un talento già dimostrato nel suo romanzo d’esordio,  vincitore del Premio Campiello Opera Prima, ma qui ancora più a fuoco, ancora più palpabile e originale: fra le pieghe di un’umanità fatta  di politiche contrastanti, ruoli da mantenere, tematiche spinose e abitudini da scardinare, la sua Nina scava e riemerge, distrugge e assembla, cercando quell’equilibrio indispensabile per portare a termine un progetto, nel lavoro come nella vita.”

Jana Karšaiová, Divorzio di velluto (Feltrinelli), presentato da Gad Lerner

Scrive Gad Lerner : “Un’adolescenza vissuta nel grigiore socialista della Cecoslovacchia che il 1° gennaio 1993 si spezzerà in due, dopo aver visto cadere la cortina di ferro che da noi la separava. Non solo questo è il Divorzio di velluto. È la separazione dolorosa ma necessaria dalle proprie radici, la scelta di una libertà di esistere, di amare, di parlare anche in modo diverso rispetto a quanto sembra sancito dai confini della propria nascita. Le belle protagoniste, Katarìna, Viera, Dora, nel loro passaggio alla gioventù, nelle trame sentimentali, nei conflitti generazionali, saranno per chi legge una rivelazione.
Carpa e sushi, palacinky e discoteche, in un quadrilatero romanzesco che rende vicinissime Bratislava e Praga con Verona e Bologna. Mentre sullo sfondo restano, almeno per ora, Londra e Washington. Vicenda d’Europa al femminile che la lingua italiana superbamente acquisita, e a tratti rivitalizzata, da Jana Karšaiová rende intima, universale, sorprendente.» Una storia di strappi e voglia di rinascita (romanzo d’esordio della scrittrice nata a Bratislava nel 1978). “Sullo sfondo storico del mio Paese, la separazione della Cecoslovacchia, ho raccontato la storia di una coppia. Volevo raccontare una storia di strappi. Mentre lo scrivevo non avevo capito quanto il tema fosse attuale”.

Marino Magliani, Il cannocchiale del tenente Dumont (L’Orma), presentato da Giuseppe Conte

Romanzo storico. Estate 1800. Tre soldati napoleonici stanchi della guerra scoprono le piccole gioie della vita, il sole, gli amori e l’hascisc (scrittore italiano che vive sulle coste olandesi). “Credo di aver scritto un romanzo storico anomalo” ha spiegato Magliani. “Il romanzo di Magliani, scrove Giuseppe Conte ,  si configura come romanzo storico, narra infatti le vicende di tre disertori dell’armata napoleonica durante la campagna d’Egitto e il loro avventuroso ritorno in patria, con attenzione ai personaggi e alle vicende che si svolgono su diversi piani e con diversi linguaggi narrativi. Ma è anche un romanzo di paesaggi, e in particolare quelli liguri sono descritti magistralmente con un linguaggio che conserva echi boiniani e biamontiani, di grande suggestione.»

Davide Orecchio, Storia aperta (Bompiani), presentato da Martina Testa

Il mistero di un padre sconosciuto che ha attraversato il Novecento, il fascismo, la Resistenza, la militanza. Un uomo del Novecento attraverso il quale rivive la storia collettiva del nostro Paese. “La vicenda ispirata a mio padre – ha spiegato Orecchio -è stata anche un tentativo di prendere commiato dalle sue parole”. Martina testa presentando il romanzo scrive : “Racconta la storia di un uomo del Novecento, Pietro Migliorisi, scrittore e giornalista, che dopo la giovanile militanza nel fascismo ha un’autentica conversione alla causa comunista, fede che lo accompagnerà per il resto della sua vita. Intorno a questa parabola politica si disegna quella umana, intima del personaggio, con i suoi affetti, le sue ossessioni, le sue paure, mentre sullo sfondo – o a volte in primo piano – scorre quasi un secolo di storia italiana.
A tenere insieme il tutto c’è una scrittura di grandissima sapienza: il libro nasce da un minuzioso lavoro di archivio e sceglie di inserire esplicitamente nel testo le proprie fonti, in vario modo virgolettate; ma la voce che cuce insieme questi materiali è, nella sua esuberanza lessicale e ritmica, nella sua capacità immaginifica, una fenomenale voce letteraria. Il risultato è una sorta di sinfonia per grande orchestra punteggiata da campionamenti, un’operazione anticonvenzionale e riuscita che già in sé rappresenta un motivo di enorme interesse. “

Claudio Piersanti, Quel maledetto Vronskij (Rizzoli), presentato da Renata Colorni

Un coppia piccolo borghese, lui tipografo rimasto senza lavoro, lei segretaria appassionata di giardinaggio. La tenerezza di gesti quotidiani e poi la scomparsa improvvisa della moglie e lo spaesamento che ne segue. Titolo ludico per amanti di passioni alla Anna Karenina. “E’ la storia di un tipografo e di sua moglie. È un libro di una semplicità disarmante”, ha spiegato Piersanti. Infatti Renata Colorni  afferma: “ Claudio Piersanti dà senso e spazio al mistero del silenzio e della solitudine, dimensioni fondative dei rapporti umani. Tutto questo grazie alla raffinatezza del suo intuito psicologico e alle risorse stilistiche innate della sua scrittura, che derivano da una lingua che ha la limpidezza del cristallo e da una straordinaria naturalezza e versatilità espressiva.(…) «Non desta stupore che la pubblicazione presso Rizzoli dell’ultimo romanzo di Claudio Piersanti  sia stata salutata con unanime consenso da parte  della critica e del pubblico più avvertito, che  hanno  subito sottolineato con calore  le indubitabili e già ben note qualità letterarie di uno degli autori più importanti della nostra narrativa, voce tanto schiva e inapparente – che rammenta la nobile ricerca letteraria di Romano Bilenchi – quanto autorevole e originale fin da quando, nel 1997, il suo libro Luisa e il silenzio, ottenne l’ambito Premio Viareggio.

Veronica Raimo, Niente di vero (Einaudi), presentato da Domenico Procacci

Ironico e antiretorico dipinge una famiglia italiana come tante. Difettosa e affettuosa, dove crescere è fare i conti con l’energia e la personalità del proprio clan di sangue. “Non considero questo libro una mia autobiografia ma un romanzo sui rapporti familiari”, ha spiegato la scrittrice.

Dice Domenico Procacci  :”Veronica Raimo ha un talento prezioso, scrive di cose serie, profonde, talvolta sconcertanti, con uno stile ironico e brillante. Niente di vero è uno spaccato tagliente di una famiglia italiana che ci somiglia, in cui la voce narrante smonta continuamente gli aspetti più canonici dello stare insieme per diritto di sangue, così come demolisce ogni retorica consolatoria, con una scrittura libera, spudorata e irresistibile. I personaggi del romanzo si muovono in un contesto in continua mutazione, come l’appartamento in cui vivono dove nascono pareti e stanze dove non ci sarebbe spazio neanche per un mobile. Sono caratteri forti, ben delineati, capaci di rimanerti addosso per molto tempo dopo la fine della lettura. Ne seguiamo le vicende come fossero i nostri vicini di casa, amici di una vita, ma anche personaggi temibili che siamo felici di poter osservare divertiti a distanza. “Quando in una famiglia nasce uno scrittore” dice Veronica Raimo all’inizio del libro, non sarà la famiglia bensì lo scrittore a “fare una brutta fine nel tentativo di uccidere madri, padri e fratelli, per poi ritrovarseli inesorabilmente vivi”. Non possiamo che essere d’accordo con lei. Veronica Raimo è una scrittrice formidabile, capace di costruire un romanzo moderno, caldo e da cui non riesci a staccarti fino all’ultima pagina. Un libro dove non c’è Niente di vero ma tutto è sorprendentemente autentico.”

Daniela Ranieri, Stradario aggiornato di tutti i miei baci (Ponte alle Grazie), presentato da Loredana Lipperini

Una donna e il suo rapporto con l’amore, il corpo, le proprie ipocondrie e nevrosi. Ma è l’amore protagonista, tra flirt, convivenze sbagliate e sentimenti puri. Daniela Ranieri ha citato Italo Svevo in una lettera a Montale: “E’ una biografia ma non è la mia” Loredana Lipperini ne parla così : «Un libro come Stradario aggiornato di tutti i miei baci di Daniela Ranieri (Ponte alle Grazie) è uno dei testi più importanti letti negli ultimi tempi. Esito a definirlo romanzo perché è un libro che prescinde dalla forma, senza definizione possibile se non quella che hanno avuto i concupiscenti illusionismi di Manganelli (anche se il modello dichiarato di Ranieri è Gadda). È un libro coltissimo ma insieme innervato di passioni, amore morte preghiera. È un inganno (non è un memoir) ed è sincero come può esserlo la letteratura. È un labirinto di carne e parole (e profumi) dove ci si smarrisce, ci si ferma, si torna a leggere. La sua levatura letteraria lo rende più che degno di concorrere per l’assegnazione del Premio Strega.”

Valter Marcone

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