Gaza: evoluzione del conflitto dal 7 ottobre 2023 all’intesa sul piano di pace USA

Sin dalla mattina del 7 ottobre 2023, quando Hamas ha inaugurato l’operazione “Alluvione Al Aqsa” facendo irruzione in Israele e lanciando oltre 5mila razzi, la Striscia di Gaza è rimasta il principale teatro di un conflitto che ha già superato i due anni. Quel primo attacco, sferrato da circa tremila miliziani, ha causato oltre 1.200 […]

Sin dalla mattina del 7 ottobre 2023, quando Hamas ha inaugurato l’operazione “Alluvione Al Aqsa” facendo irruzione in Israele e lanciando oltre 5mila razzi, la Striscia di Gaza è rimasta il principale teatro di un conflitto che ha già superato i due anni. Quel primo attacco, sferrato da circa tremila miliziani, ha causato oltre 1.200 vittime israeliane, 251 ostaggi e la dichiarazione di stato di guerra del premier Benjamin Netanyahu. Subito è scattata la controffensiva israeliana, ribattezzata “Spade di ferro”, con 300mila riservisti richiamati e bombardamenti aerei su Gaza, seguiti da incursioni di terra nel nord della Striscia.

In quelle fasi iniziali il presidente americano Joe Biden ha compiuto una visita lampo a Tel Aviv, reiterando il sostegno statunitense e ammonendo Israele a «non commettere gli stessi errori» commessi dagli Usa dopo l’11 settembre. Il conflitto ha attraversato almeno due tregue umanitarie (novembre 2023 e gennaio 2025), ciascuna mediata da Qatar, Egitto e Stati Uniti e accompagnata da scambi di prigionieri: complessivamente oltre cento ostaggi liberati in cambio di circa 240 detenuti palestinesi.

A infliggere un’ulteriore escalation hanno contribuito le ostilità tra Israele e Hezbollah in Libano e gli attacchi dei ribelli Houthi nello Yemen alle navi battenti bandiera israeliana. Nel giugno 2025 si è consumata la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Israele e Iran, con bombardamenti reciproci su impianti militari e nucleari e l’impiego di droni e missili balistici.

Parallelamente, l’esercito israeliano ha realizzato numerose operazioni mirate che hanno portato all’uccisione di figure di spicco: Saleh Arouri in Libano, Marwan Issa e Mohammed Deif nella Striscia di Gaza, Hassan Nasrallah a Beirut e infine Yahya Sinwar a Rafah. A Damasco e a Doha sono stati colpiti rispettivamente il consolato iraniano e presunti centri di comando di Hamas.

Sul fronte legale, il Sudafrica ha adito la Corte internazionale di giustizia per chiedere lo stop alle operazioni a Gaza con l’accusa di genocidio, mentre la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti di Netanyahu, dell’ex ministro della Difesa Joav Gallant e di vertici di Hamas, definendo “crimini di guerra e contro l’umanità” gli attacchi contro i civili nella Striscia.

Il bilancio umanitario è drammatico: secondo il ministero della Salute di Gaza controllato da Hamas, i morti palestinesi hanno superato i 40 mila, con oltre 92 mila feriti e migliaia di sfollati costretti a vivere in condizioni di grave indigente.

Ora, al 734esimo giorno del conflitto, l’ex presidente statunitense Donald Trump ha proposto un piano di pace in 20 punti che prevede tre fasi — cessate il fuoco, rilascio graduale degli ostaggi e ricostruzione di Gaza — con l’obiettivo di porre fine alla guerra. Il progetto è stato salutato con favore dalla leadership israeliana, che auspica di «riportare tutti a casa», ma incontra il netto rifiuto di Hamas, che lo ha definito «razzista» e ha respinto l’idea dello spostamento della popolazione di Gaza in Egitto e Giordania. Per la prima volta dopo due anni, questo piano potrebbe rappresentare il tentativo più concreto di un accordo duraturo.