Sequenze sismiche nel mondo Ad 2010 La distruzione sismica delle metropoli

  L’Appennino italiano continua a tremare, a 60 anni dal violento terremoto di Teramo. La sequenza sismica in atto dall’8 gennaio 2010 nella Regione Marche è sotto la costante attenzione dei ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), delle università italiane e dei principali centri di ricerca di tutto il mondo. Gli strumenti Ingv, […]

  L’Appennino italiano continua a tremare, a 60 anni dal violento terremoto di Teramo. La sequenza sismica in atto dall’8 gennaio 2010 nella Regione Marche è sotto la costante attenzione dei ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), delle università italiane e dei principali centri di ricerca di tutto il mondo. Gli strumenti Ingv, solo nella giornata del 12 gennaio 2010, hanno registrato nelle Marche due scosse “moderate”, di magnitudo locale Richter comprese tra 4.0 e 4.1 e decine di minori. Nulla in confronto alla terribile catastrofe sismica che si abbattuta su Haiti (Mw=7.1°) nel pomeriggio del 12 gennaio, disintegrando città e villaggi, mietendo centinaia di migliaia di vittime (si temono 500mila) nell’Isola di Hispaniola. Mentre la macchina dei soccorsi, della generosità e della solidarietà di tutte le Nazioni ai fratelli Haitiani, scende in campo con tutto il suo potenziale, la scienza cerca ogni giorno delle risposte.

La “guerra al terremoto” è per definizione impossibile. La Natura vincerà sempre. Semmai occorre dichiarare urgentemente guerra alla disinformazione ed alle politiche che negano il valore umanitario, economico e finanziario della Prevenzione dei grandi disastri naturali in tutte le città della Terra. Salvare vite umane da questi scenari apocalittici che saranno sempre più frequenti, dovrebbe essere il primo comandamento etico e politico di ogni buon governo. Occorre un chiaro ed inequivocabile indirizzo politico internazionale, una svolta decisiva. Tutto questo mentre imperversa l’Hiroshima culturale con scenari degni del kolossal “Alba Rossa”(Red Dawn). Prima e dopo il terremoto di L’Aquila (Mw=6.3) del 6 aprile 2009, gli scienziati (www.emsc-csem.org) hanno sempre detto di non poter escludere il rischio di nuovi eventi sismici disastrosi in Italia e nel mondo.

“What is most tragic is that the collective genius of all of these experts, combined with the sensors and satellite observations and seismographic data and all the other tools of science and technology, could not send the important message at the key moment: Run. Run for your lives”(Joel Achenbach, Washington Post, 30 gennaio 2005).

Ma che cosa sta accadendo? “I due terremoti nelle Marche sono compressivi ed abbastanza vicini. Stiamo investigando più nel dettaglio. Tuttavia – fa notare il professor Warner Marzocchi, co-chairman della World Organization of Volcano Observatories, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – la zona a nord di L’Aquila è da un po’ che balla. Il primo sisma di ML=4.0 della mattina del 12 gennaio era più profondo per cui le onde sono arrivate un po’ attutite in Abruzzo: una grande differenza la fa la geologia locale e la direttività della sorgente. I terremoti più rilevanti li stiamo riportando tutti nella pagina web dell’Ingv. Le magnitudo fornite dall’INGV sono sempre locali perché più rapide da calcolare (anche in California fanno così). Le magnitudo momento Mw vengono calcolate solo per i grandi terremoti e occorre più tempo per avere una stima buona. Quindi per le emergenze tutto il mondo usa magnitudo locali”. La gente è spaventata. “E’ normale che lo sia, ma sequenze analoghe dopo il terremoto di L’Aquila – rivela Marzocchi – sono già capitate sui monti Reatini (più terremoti ma con magnitudo  minore), sui monti Nebrodi in Sicilia, a Cassino ed anche sull’Appennino tosco-emiliano”. Il ricordo del terremoto di L’Aquila del 6 aprile 2009 è ancora vivo per cui la gente è più preoccupata. “Ma non c’è certezza che nelle Marche avvenga un terremoto più forte. Allo stesso tempo quando c’è uno sciame come questo, la probabilità di eventi importanti aumenta senza però mai raggiungere valori alti di probabilità (solitamente le probabilità settimanali rimangono sotto l’1%)”. Le nuove scosse di terremoto registrate preludono al peggio? “I cittadini devono essere consci che vivono in una zona sismica – afferma Marzocchi – e che durante uno sciame tale rischio aumenta; ad ogni modo, come già detto, la maggior parte delle volte queste sequenze terminano senza grossi terremoti: ma il pericolo è certamente più alto ora che un mese fa”. Sul fronte delle previsioni dei terremoti nel mondo, il prof. Marzocchi assicura che “per l’aftershock forecast fatto dagli americani in California dopo il sisma di Mw 6.5 di alcuni giorni fa, le informazioni sono di qualità inferiore rispetto a quelle fornite dall’INGV alla Protezione civile, in quanto noi stimavamo anche la variazione spaziale delle probabilità, mentre gli americani no”.

Non solo. “La sequenza Marchigiana segue quella Abruzzese – spiega il prof. Pier Francesco Biagi dell’Università di Bari – al termine di quest’ultima è iniziata quella. E’ mia opinione che i fenomeni siano collegati, ovvero che la crisi abruzzese abbia poi innescato quella marchigiana. Spesso a terremoti in un’area ne seguono altri in un’area limitrofa, indicando connessioni sotterranee più o meno profonde. Ovviamente la possibilità che siano fenomeni indipendenti esiste. In questo caso è mia opinione che le intense piogge dell’ultimo periodo potrebbero aver destabilizzato qualche faglia in zona che era già in condizioni di quasi instabilità. Non sono del tutto sicuro che la sequenza marchigiana si estinguerà in breve tempo. Ma me lo auguro. Magnitudo 4.1 Richter significa Magnitudo momento (Mw) 4.5-4.6. E’ mia opinione che l’attività dell’Aquilano si sia spostata verso Teramo, anche agevolata dalla situazione meteo. Le forti piogge contribuiscono a destabilizzare alcune faglie. Speriamo bene”.

Per il prof. Antonio Moretti dell’Università di L’Aquila “i terremoti del 12 gennaio 2010 sono localizzati grossomodo tra Macerata ed Ascoli Piceno ad una profondità di circa 25 km, quindi è naturale che siano stati avvertiti anche a Teramo. Dal punto di vista sismotettonico si collocano all’esterno del crinale dell’Appennino in corrispondenza delle strutture legate al piegamento ed all’affondamento della piastra crostale adriatica al di sotto della penisola Italiana (vedi le curve gialle in figura). Questo tipo di terremoti si verificano lungo una fascia che va grossomodo da Reggio Emilia fino alla zona di Chieti-Vasto, e non sono direttamente connessi con quelli più superficiali tipici della dorsale appenninica (curve rosse) anche se, ovviamente, sono entrambi espressione degli stessi movimenti di deriva della Penisola verso Nord-Est”. Cioè? “In pratica, il sistema funziona così: l’Appennino si muove verso NE, formando una serie di grandi “archi” montuosi che spingono verso il basso la crosta del mare adriatico; questa si piega, e nella parte interna della piega si generano faglie e fratture che producono rilasci di energia elastica, terremoti appunto. A seguito dell’affondamento della crosta adriatica, poi, la catena appenninica trova spazio per avanzare ulteriormente verso i Balcani, ed a sua volta si frattura formando una serie di fosse tettoniche o “graben” (come quello di L’Aquila, di Colfiorito, di Rieti, di Sulmona ecc.) delimitati da sistemi di faglie più superficiali, generalmente non oltre 10 km, che sono i più pericolosi dal punto di vista sismico (come quello del 6 aprile 2009) sia perché le faglie spesso arrivano in superficie, sia perché le vallate sono spesso densamente abitate”. Che cosa ci aspetta? “Per loro natura, i terremoti “esterni” (che chiamiamo di “trust” perché legati a sovrascorrimenti di masse rocciose) sono moderatamente profondi (25-35 km) e quindi non producono danni di grande intensità, poiché distribuiscono la loro energia su aree più ampie; in genere, le faglie collegate (i trust appunto) sono a basso angolo, e non giungono direttamente in superficie; ancora, sulle aree esterne si accumulano grandi spessori (molti km) di sedimenti sabbioso-argillosi “soffici”, che trasmettono male le onde sismiche”. Quindi? “Sui versanti esterni dell’Appennino possiamo avere (ed abbiano avuto) terremoti di energia medio-alta (magnitudo anche superiore a 5, come quello del Gran Sasso del 1950, che danneggiò una vasta area tra Amatrice e Teramo) ma di intensità relativamente bassa (fino all’VIII grado Mercalli, come i terremoti del 1881 e 1882 che colpirono Chieti e Lanciano)”. Può essere più preciso? “L’Appennino settentrionale fa una specie di grande arco concavo verso il Tirreno (evidenziato anche dalle mie linee gialle e rosse) e due archi minori in corrispondenza del Gran Sasso e della Maiella. Ciascuno di questi archi “lavora” separatamente, salvo poi trasmettersi lo sforzo in profondità. In  pratica, il terremoto attuale di Ascoli Piceno va a “caricare” progressivamente le strutture di Rieti-Amatrice, così come probabilmente quello del 1950 ha “caricato” le strutture della valle aquilana, e quelli di Chieti-Lanciano del 1881-82 le strutture del Morrone-Valle Peligna”.

Quindi le zone interessate dalle scosse sismiche si trovano, dal punto di vista geologico, in posizione intermedia tra l’area più interna alla catena appenninica, caratterizzata dalla presenza di faglie attive responsabili di alcuni dei terremoti più distruttivi della storia sismica del territorio italiano (es. terremoti di Amatrice del 1639, di Norcia del 14 gennaio 1703, di L’Aquila del 2 febbraio 1703 e del 6 aprile 2009) e l’area costiera, pure caratterizzata dalla presenza di faglie potenzialmente responsabili di terremoti al di sopra della soglia del danno, anche se meno distruttivi di quelli appenninici (es. Grottammare, 1882 e, più all’interno, Offida 1943).

Secondo gli esperti, nel settore appenninico i terremoti sono dovuti all’attivazione di faglie normali, il cui movimento è responsabile nel tempo geologico della formazione dei grandi bacini intermontani come la conca di Norcia, la piana di Sulmona o la piana del Fucino. Tali bacini sono il risultato di distensione del settore crostale interessato dalle faglie. Nell’area adriatica, invece, i terremoti sono generati da faglie inverse, il cui movimento implica raccorciamento dei settori crostali interessati e, quindi, assenza di bacini come quelli menzionati. La sequenza marchigiana che si trova, per così dire, a metà strada tra i due settori, probabilmente non risulta dall’attivazione di una faglia normale appenninica o di una faglia inversa del tipo peri-adriatico. In effetti, queste faglie generano terremoti di solito più superficiali di questi ultimi il cui processo di attivazione ha un’origine apparentemente più profonda e, se si guarda ai terremoti storici che hanno interessato l’area, viene in mente l’evento di Montefortino del 1972. La causa di questi ultimi terremoti potrebbe essere legata ai processi di sottoscorrimento della placca litosferica adriatica rispetto alla catena appenninica, oppure all’attivazione di faglie profonde ancora non individuate. Eventi sismici di questo tipo possono considerarsi all’ordine del giorno in un territorio sismicamente attivo come quello italiano. Per intenderci, l’energia rilasciata nell’evento del 12 gennaio è di media potenza, assai inferiore al terremoto di L’Aquila del 2009 o dell’appennino umbro-marchigiano del 1997 (26 settembre, Magnitudo 6.0) che complessivamente hanno liberato ciascuna un’energia pari o superiore a milioni di tonnellate di tritolo. I terremoti più piccoli avvengono quotidianamente sul territorio italiano. Non si è in grado di individuare fenomeni precursori. La zona di Teramo sembra caratterizzata da terremoti storici al di sopra della soglia del danno. Un esempio è rappresentato dall’evento del 1950 che fu responsabile di danni in un’ampia area tra la costa teramana, i monti della Laga e la provincia di Rieti. I teramani sono certamente consapevoli di vivere in un territorio sismicamente attivo, per fortuna caratterizzato da eventi sismici non paragonabili a quelli che interessano le parti più interne della catena appenninica. A prescindere da quando si avrà in quest’area un evento sismico con danni, gli esperti rassicurano che non è possibile stabilire scientificamente alcun legame tra la sismicità locale e gli ultimi eventi sismici. Il fatto che la popolazione abbia avvertito la scossa in un territorio ampio è la prova, considerando la relativamente bassa energia rilasciata nelle vicine Marche, del fatto che l’evento è avvenuto ad una certa profondità. Eventi di questo tipo possono avvenire praticamente ovunque sul territorio italiano, per cui tale sequenza non desta sorpresa nella comunità dei sismologi. Cosa fare? La microzonazione del territorio può essere utile per prevenire gli effetti di un prossimo forte terremoto distruttivo. La microzonazione sismica di un territorio, poiché definisce le caratteristiche della risposta sismica locale, è uno degli strumenti più utili nell’ambito delle azioni volte alla mitigazione del rischio sismico. Anche se non è l’unico strumento con funzioni preventive nella difesa dai terremoti. Tutti sanno cosa si può fare materialmente, senza spendere tanti soldi, per mettere in sicurezza subito gli edifici pubblici e privati nelle nostre città, per evitare che i muri si abbattano sulle vie pubbliche in caso di forte sisma.

Mettere in sicurezza edifici, ad esempio edifici storici, magari monumentali, ha necessariamente dei costi elevati. Ma non credo ci siano alternative e, chiaramente, l’intervento è legato a scelte strategiche in materia di prevenzione operate dalle Regioni. I “Criteri generali per l’individuazione delle zone sismiche e per la formazione e l’aggiornamento degli elenchi delle medesime zone”, contenuti nelle Ordinanze ministeriali degli anni 2003-2006, tuttavia, pare non siano stati sufficienti a rendere noto il problema presso gli Enti locali. Solo poche Regioni hanno recepito l’Ordinanza 3519. Spesso in Italia il suggerimento del “tecnico” si scontra con le esigenze politiche, con la lentezza delle macchine governative nell’applicazione di nuove norme in materia di difesa dalle catastrofi naturali, con scelte già prese a livello di pianificazione dell’uso del territorio che assecondano esigenze non fondate sul concetto di “fattibilità”, di studio preventivo. In altri casi lo studio preventivo c’è, ma non può considerarsi solido e conclusivo. Spesso si osserva uno scollamento addirittura tra ciò che il semplice buon senso suggerirebbe e ciò che senza criterio viene realmente fatto. E questo è un importantissimo problema culturale, direi di cultura ed educazione anche del semplice cittadino, e certamente del tecnico dell’ente locale.

Per la provincia di Teramo, il pensiero oltre che al terremoto va al problema del dissesto idrogeologico, ad eventi noti del passato che potrebbero ripetersi anche più drammaticamente. E in casi come questo è giusto ricordare che possono verificarsi eventi naturali eccezionali, però le conseguenze del caso possono essere notevolmente amplificate da errati interventi sul territorio. Questa può essere la prassi nei rapporti con politici e amministratori. Ci sono casi che possono essere definiti fuori della norma. Proprio in Abruzzo, l’Ingv ha collaborato attivamente e proficuamente con la Provincia di Teramo per la redazione di documenti propedeutici alla definizione del piano di emergenza provinciale. Nella stessa misura, l’Istituto a collaborato con Regioni come l’Umbria e le Marche; sta avviando collaborazioni con altre Regioni. In questi casi i ricercatori Ingv trovano amministratori e tecnici sensibili al problema dell’uso del territorio, ai problemi ambientali, alla ricerca in materia di difesa dalle catastrofi naturali. Strategico è poi il ruolo svolto dai mass-media per informare la popolazione con rigore scientifico, serietà ed efficacia, sulle potenzialità del lavoro dei veri scienziati, dei nostri “cervelli”, per prevenire in tempo utile le catastrofi naturali, e “sociali” causate dall’ignoranza e dalla scarsa conoscenza del nostro territorio, innescate non solo dai terremoti. La cultura della difesa dalle catastrofi naturali cresce in virtù anche dell’incremento dei mezzi a disposizione per la divulgazione. Al proposito basta pensare all’offerta su internet. Il sito dell’Ingv offre pagine e pagine che danno l’opportunità – a chiunque in grado di lavorare un minimo con un computer – di arricchire la conoscenza. Il pensiero va, ovviamente, ai più giovani, ai giovanissimi. E’ in particolare a loro, ad esempio, nella speranza che un giorno possano rappresentare una classe di tecnici, amministratori e politici più consapevoli, che si indirizzano gli sforzi in materia di divulgazione dell’Ingv. Ogni anno studenti di tutte le età visitano l’Istituto, addirittura accedono alla sala sismica, il cervello elettronico che controlla tutta la sismicità del territorio nazionale ed è in grado di individuare terremoti che avvengono anche in luoghi molto lontani dall’Italia; ascoltano seminari tenuti da ricercatori che si calano nella parte di “maestri”, utilizzando un linguaggio accessibile a tutti. E questa è soltanto una delle numerose iniziative in tema di divulgazione e formazione intraprese dall’Ingv. Questi sforzi porteranno frutti, soprattutto in materia di sensibilità del cittadino del futuro verso il problema del rapporto uomo-ambiente. L’Ingv è un ente pubblico di ricerca. Come gli altri enti, ad esempio il CNR – tanto per citare la più grande istituzione di ricerca italiana – subisce gli effetti del ridotto finanziamento. E questo non è un problema di adesso. Vale a dire, non è un problema di colore dei governi che si sono succeduti. E’ legato alla cultura politica italiana, generalmente poco lungimirante, poco propensa ad appoggiare iniziative che, come la ricerca geofisica, potranno dare frutti a medio e lungo termine. Fatto sta che è inutile ripetere quanto già sappiamo: il finanziamento statale alla ricerca, solitamente espresso in termini di percentuale del PIL, è di gran lunga inferiore ai finanziamenti statali di altri Paesi che potremmo definire “moderni” quanto il nostro in Europa. I ricercatori Ingv cercano di sopperire con la loro elevata capacità progettuale, cioè con la capacità di reperire fondi da progetti legati, ad esempio, a finanziamenti europei. Però a volte risulta un po’ paradossale che il benessere di una società civile, nel nostro caso in riferimento alla difesa dalle catastrofi naturali, passi attraverso la capacità imprenditoriale e la volontà dei ricercatori di reperire i denari per fare la ricerca pubblica. Dunque, la nostra migliore difesa resta la conoscenza del fenomeno, della normativa antisismica e, quindi, la prevenzione. Con le simulazioni di massa di protezione civile come già fanno in California e Giappone. La tragedia haitiana conferma lo scenario della distruzione sismica delle metropoli “radicate” sulle grandi faglie tettoniche, come già detto in precedenti contributi. E le cose peggioreranno. La “profezia del 2012” non c’entra affatto. L’aumento della popolazione mondiale, l’ignoranza sui fenomeni geofisici, l’assenza di una memoria storica, lo sviluppo abnorme dei centri metropolitani in prossimità delle coste e delle aree a più alto rischio sismico e vulcanico, sono un “cocktail” devastante.

Lo scenario di un terremoto di magnitudo 6 è equivalente a circa mille terremoti di magnitudo 4; il disastroso sisma di Haiti (Mw= 7.1) è circa 30 volte più energetico del sisma aquilano del 6 aprile 2009 (Mw=6.3) che, ricordiamo, ha colpito di notte e non di giorno! Premesso che i numeri sono sempre numeri e che il mestiere del giornalista scientifico è quello di raccontare i fatti razionali, ossia certi, veri e distinti, lascio all’intelligenza dei Lettori ogni altra valutazione. L’opinione in uno stato di diritto, in una democrazia liberale, non va guidata ma lasciata naturalmente, sempre, ai Lettori. Ma la scienza non è la politica. Quanti sanno, ad esempio, che nel cuore del Gran Sasso, la ricerca fisica e sismologica italiana segna il passo nel quadro dei progetti internazionali Infn-Ingv per lo studio dei terremoti e dei processi deformativi nella crosta terrestre lungo la dorsale appenninica?

Gli studi dei ricercatori Infn-Ingv e delle Università italiane, dimostrano che da anni la “corsa contro il tempo” interessa soprattutto il mondo della scienza. Le tredici Raccomandazioni incise a caratteri cubitali, a L’Aquila lo scorso 2 ottobre 2009, nel Documento redatto dal G10 internazionale dei geoscienziati, devono necessariamente trovare al più presto una via protocollare e normativa di Protezione civile. “Quake forecasting” probabilistico e via deterministica sperimentale, devono armonicamente convolare a giuste “nozze” in Italia, sia per la previsione degli eventi sismici di grande magnitudo sia dei loro effetti sul territorio. Bisogna studiare le faglie superficiali e profonde, con ogni mezzo tecnologicamente disponibile, senza badare a spese. Che poi costi non sono, semmai investimenti finalizzati alla ricerca per la totale messa in sicurezza di tutti gli edifici pubblici e privati nelle nostre città. La Regione Abruzzo è oggi responsabile di fronte ai cittadini, dal punto di vista istituzionale e politico, sul fronte della divulgazione del rischio sismico e della fondazione del Servizio geologico-sismico che recepisca il quadro normativo europeo e nazionale nonché l’urgente necessità di redigere ed applicare a livello comunale gli studi di microzonazione sismica eseguiti su commissione della Protezione Civile. La comunità scientifica internazionale ci osserva.

Un vivo, cordiale e caloroso ringraziamento al Capo della Protezione civile italiana, il dott. Guido Bertolaso, che in questi anni ha saputo, come universalmente riconosciuto, coniugare il suo ruolo istituzionale a quello di responsabile in primissima persona di un settore strategico dello Stato attraverso scelte operative di grande efficacia, inaugurando una nuova stagione “europea” nel rapporto tra ricerca scientifica, prevenzione delle calamità naturali e organizzazione delle risorse umane e dei soccorsi sul territorio.

Nicola Facciolini

Una risposta a “Sequenze sismiche nel mondo Ad 2010 La distruzione sismica delle metropoli”

  1. patrizia scaglioni ha detto:

    non potreste mettere con cosa sono costruiti gli edifici antisismici e la procedura con cui sono costruiti???
    mi servirebbero da mettere nella tesina d’esame!!!
    grazie di cuore
    Patty

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