
E’ sempre intrigante passare alcuni giorni a New York, o meglio a Manhattan, il suo cuore vero. Capitarvi poi d’autunno, con il tempo ancora bello, con il cielo terso, quando ottobre regala ancora scampoli d’estate, è davvero una fortuna. Ho ricevuto un invito dell’Italian Heritage & Culture Committee di New York, nell’ambito delle manifestazioni per il Mese della Cultura italiana che si tiene nella Grande Mela in ottobre. Dovrò parlare dell’Aquila e dell’Abruzzo, verrà presentato il mio ultimo libro “L’Aquila nel Mondo” (One Group Edizioni, 2010). Vi arrivo l’8 ottobre, venerdì, di primo pomeriggio. In aeroporto le operazioni sono sollecite al banco d’immigrazione. Un poliziotto ispanico provvede alla consueta foto del volto e alla schedatura delle impronte, dapprima l’intera mano destra, poi i pollici. In poco più di mezz’ora dall’arrivo si ritira il bagaglio e si va in taxi nella City, al 145 West della 55^ Strada, tra Sesta e Settima Avenue. Mi aspetta un grande aquilano, Mario Fratti, a casa sua. E’ un po’ insolito che alle quattro del pomeriggio sia in casa. Conosco le sue abitudini. A mattino scrive e cura la corrispondenza. Di primo pomeriggio esce, per rientrare a tarda sera. Frequenta incontri culturali, poi va a teatro, uno o due spettacoli a sera. A fine settimana ne fa una rassegna critica per l’edizione domenicale di America Oggi, il più diffuso quotidiano italiano negli States. Oggi sta facendo un’eccezione, per il mio arrivo, mi ospita a casa sua. Non occorre molto per descrivere quanto questo “giovane” di 83 anni, pieno d’interessi e d’entusiasmo, sia figura di rilievo nel mondo della cultura nella Grande Mela. Lo intuivo, ma ne ho conferma sin da quando suono alla sua porta, un attico al quindicesimo piano d’un palazzo primo Novecento in mezzo ai grattacieli, confinante con una bella moschea ora trasformata a teatro, e vicino del Carnegie Hall, uno dei più prestigiosi templi della musica.
Goffredo Palmerini



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