Ore concitate per Berlusconi (e il governo) e per l’attaco USA alla Siria, ore disperate che tengono col fiato sospeso gli italiani ed il mondo, per le possibili conseguenze certo di portata diversa, ma egualmente cruciali.
Il New York Times capeggia la linea di giornali esteri (soprattutto americani e inglesi) che auspicano la fine del Cavaliere, mentre Fox News ed altre testate appiaono più abbottonate e prudenti.
A poche ore dalla riunione della Giunta che alle 15 avvierà il confronto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, Angelino Alfano preferisce non alimentare tensioni evitando di rispondere a una domanda sulla possibile caduta del governo, mentre è di pochi minuti fa la notazia, secondo che non sarebbe stato Assam ad usare armi chimiche, convinzione dell’insegnante e scrittore belga Pierre Piccinin al suo compagno di prigionia Domenico Quirico, giornalista de La Stampa, rilasciate alla radio Bel RTL, subito dopo la loro liberazione avvenuta domenica.
Sul versante siriano, secondo quanto raccontato a Rtl dallo scrittore belga, autore di vari libri sulla Siria, lui e Quirico hanno cercato per due volte di scappare dai loro sequestratori.
Inoltre il cronista è stato vittima anche di “due finte esecuzioni”, ha raccontato a ‘Le Soir’ lo scrittore arrivato a Bruxelles questa mattina ed aggiunto: “una volta siamo riusciti ad andare abbastanza lontano.
Abbiamo approfittato della preghiera – ha raccontato Piccinin – ci siamo impadroniti di due kalashnikov e abbiamo lasciato l’edificio. Per due giorni abbiamo corso nella campagna prima di venir ricatturati e venir puniti molto seriamente per questo tentativo di evasione”.
Domenica, dopo la liberazione dei due, il nunzio apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari, raggiunto telefonicamente da Aki-Adnkronos International, ha parlato di ”una buona notizia” ma “su Padre Paolo Dall’Oglio non c’è purtroppo nulla di nuovo, niente di concreto”.
Se la diplomazia internazionale non sembra fare grandi passi avanti, la situazione per Obama è ancora più complicata sul fronte interno. Nonostante un’attività di lobbying che non ha probabilmente precedenti nei cinque anni della sua presidenza, Obama non è riuscito a vincere le resistenze di deputati e senatori. Un esempio dell’atteggiamento a questo punto prevalente è venuto da Jim McGovern, un deputato democratico del Massachusetts, che in un’intervista a CNN ha detto di avere “grande ammirazione” per il presidente e di averlo appoggiato quasi sempre. “Ma talvolta gli amici non sono d’accordo”, ha spiegato McGovern, che ha aggiunto che “questa non è una questione di partito, è una questione di libertà di coscienza, e devono esserci altre opzioni oltre a quelle di non fare nulla oppure bombardare la Siria”. Preoccupazioni simili sono state espresse da un altro deputato, il repubblicano del Texas Mike McCaul, secondo cui “guerre piccole diventano guerre grosse e dobbiamo essere molto prudenti”.
Inanto continua il tour tv e la “moral suasion” di Obama e del suo staff, col segretario di Stato John Kerry a Parigi e Londra, il chief of staff Denis McDonough ospite dei cinque principali show della domenica mattina, Joe Biden impegnato in decine di telefonate e contatti con membri del Congresso. E, ancora, lop stesso Obama che oggi registra sei interviste televisive e che domani sarà ancora in televisione per un discorso alla nazione in prime time.
Nell’ambito di questa campagna per vincere l’autorizzazione del Congresso e il consenso delle opinioni pubbliche americana e internazionali, l’amministrazione Usa sta anche distribuendo una serie di video che mostrano gli effetti dell’uso di armi chimiche, ma che non dicono davvero chi le ha usate.
La maggioranza del Congresso resta tiepida sul raid in Siria e anche la popolazione è molto perplessa, anche se tutta la Casa Bianca si adepera nel dire che non si tratterà di operazioni analoghe a quelle in Iraq, Afganistan e Libia.
I massimi responsabili dell’amministrazione americana hanno moltiplicato gli appelli ai parlamentari nel tentativo di convincerli; oggi devono di nuovo incontrarsi a Capitol Hill , mentr ieri sera Obama ha raggiunto la residenza del vice presidente Joe Biden per parlare con i senatori repubblicani.
In Senato, il dibattito sulla risoluzione che autorizza l’uso della forza, già adottato in commissione, non inizierà formalmente che domani. Un primo voto potrebbe esserci già mercoledì. Attualmente, la risoluzione prevede una durata limitata a sessanta giorni (prorogabili a novanta) e l’interdizione delle truppe di terra per operazioni di combattimento. La Camera dei Rappresentanti non ha annunciato invece un calendario preciso, limitandosi a prevedere “un voto entro due settimane”.
Come scrive il Corriere, anche la ricorrenza dell’11 settembre potrebbe giocare un ruolo emotivamebnte cruciale. Dopo aver invocato la democrazia del voto, ora Obama chiede ai deputati di appoggiarlo anche contro il parere degli elettori richiamando il precedente della Seconda guerra mondiale, quando l’America non aveva voglia di intervenire anche con Londra bombardata da Hitler.
Cosìfacendo mette i parlamentari davanti a un dilemma: commettere un suicidio elettorale o distruggere la credibilità del loro presidente.
Sa di rischiare molto Obama, che non vorrà certo parlare dal podio dell’assemblea annuale delle Nazioni Unite, la settimana dal 23 al 26 settembre, con la Siria in fiamme per i bombardamenti. Ci sarebbe la settimana prima, ma per quei giorni la Camera, quasi certamente, non si sarà ancora espressa.
Il Senato, che ha già una risoluzione approvata dalla Commissione Esteri, potrebbe votare già domani o mercoledì, ma la Camera non ha ancora nemmeno elaborato un testo e le prospettive, nonostante l’impegno dei leader democratici (Nancy Pelosi) e repubblicani (John Boehner ed Eric Cantor) a sostegno dell’attacco militare, sono assai cupe per Obama.
Naturalmente, invece, il mondo tutto si attende una rinuncia a tale decisione ed una soluzione di tipo diplomatico e politico, soprattutto dopo l’ampia adesione e non solo cristiana alla giornata di preghiera e digiuno lanciata da Papa Francesco per la pace in Siria, ma con la paura dell’appoggio ottenuto da Obama dai francesi e, con riserve, da Inghilterra, Australia, Canada, Francia, Italia, Spagna, Giappone, Corea del Sud, Arabia saudita, Turchia, mentre altri tradizionali alleati (Germania, Messico e Unione Europea) non hanno firmato e la Russia, che mette in dubbio le responsabilità della Siria sull’uso delle armi chimiche, rimane contraria all’attacco militare, potendo contare sull’appoggio di Cina, India, Indonesia, Argentina, Brasile, Sudafrica e Italia, anche qui, tanto per non smentire tutta la doppiezza di una politica incapace di decidere da quale parte stare.
Ambiguio, ricoastruisce La Stampa, anche l’atteggiamento di Epifani e di Letta su Berlusconi, con una facciata dura e irriducibile, ma la convinzione che, dipendesse da loro, la firmerebbero di corsa la domanda di grazia.
Intanto la difesa di Berlusconi fa la sua mossa e deoposita alla Giunta per le elezioni del Senato il ricorso a inoltrato a Strasburgo, un documento, di 33 pagine, che fa riferimento, tra l’altro, all’articolo 7 della Convenzione europea (“Nulla poena sine lege”, ovvero il principio di “irretroattività” secondo cui non ci può essere una pena in assenza di una legge che identifichi un reato) spiegando che la legge Severino non può essere applicata in modo retroattivo. Incandidabilità e decadenza parlamentare, viene argomentato nel testo, sono sanzioni di natura penale, alla luce dei cosiddetti “criteri Engel” utilizzati dalla Corte Europea e, pertanto, a legge Severino non è applicabile a Berlusconi per il divieto di retroattività delle sanzioni penali.
Va qui detto, per aumentare la doppiezza e la confusione, che è noto che la Corte di Strasburgo non è un’istituzione della Ue e non va confusa con la Corte di giustizia dell’Unione Europea del Lussemburgo, perché nata in seguito alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, vi aderiscono tutti i 47 membri del Consiglio d’Europa, si può pronunciarer solo sui ricorsi individuali o statali che riguardano presunte violazioni dei diritti civili e politici stabiliti dalla stessa Convenzione.
Enrico Letta sparge ottimismo nel giorno della prima riunione della Giunta per le Elezioni sul caso decadenza di Berlusconi, attraverso una intervista alla Bbc, a margine del forum di Cernobbio mentre il suo vice Alfano torna a parlare di una sinistra desiderosa solo di uccidere politicamente l’avversario di sempre.
Inoltre, oltre alla Cavalieri che intefviene di nuovo in favore del Cavaliere, anche Luciano Violante, ex presidente della Camera, sempre ipergarantista, sembra fornire un assist, definendo il lavoro della Giunta per Immunità del Senato come se fosse quello di un “tribunale”: di fatto investendo di una funzione di giudizio che i 23 senatori non hanno, perché, dice Violante, la legge Severino prevede che la Giunta prenda atto della decadenza di un parlamentare condannato in via definitiva e il regolamento contempla una discussione, la possibilità di difesa del senatore e infine il voto che poi dovrà essere in qualche modo ratificato dall’Aula, per cui, secondo uno dei saggi di Napolitano, non si pone nemmeno il problerma della retroattività.
Mentre l’ex magistrato parla con i giornalisti un uomo sui 40 anni gli ha versato addosso il contenuto di una bottiglietta d’acqua, gesto folle ma chiaro, in un contesto in cui la chiarezza dei contenuti e dei ruoli sembra davvero scomparsa.
Comunque, la seduta di oggi inizierà alle 15, con la relazione sul caso da parte di Augello, relatore incaricato ed è sul suo testo e sulla sua proposta che la giunta voterà. Poi i membri della giunta discuteranno il calendario ed è certo che i senatori del PdL chiederanno una sospensione o comunque una dilatazione dei tempi e che lo stesso relatore probabilmente la proporrà.
Siamo in Italia ed è quasi certo immaginare che la Giunta voterà a favore della relazione di Augello in cui si chiedera tempi supplementari; oppure, per paura che il voto riempia di vergogna il Pd, bocciata la relazione, Augello decadrebbe dal suo ruolo e sarebbe nominato un nuovo relatore, con nuova relazione e nuovo voto e, naturalmente, tempi dilatati a dismisura ed in attesa di un salvacondotto che possa mettere tutti tranquilli.
“Ore disperate” è un capolavoro del 1990 di Michael Cimino, rifacimento di un omonimo film di William Wyler del 1955, in cui si dimostra che chiunche cerci di ribellarsi a regole ambigue e confuse e cerchi risposte semplici e dirette è destinato, in questo mondo attuale, a perdersi nell’isolamente e nel rifiuto, come capitava agli eroi interpretati da Humphrey Bogart e nei gangster film dell’esordio, firmati da Mervyn LeRoy e William Wyler, appunto.
Carlo Di Stanislao