Educare a ‘essere umani’

Sabato 7 maggio dalle 11.00 alle 18.00 al Centro di Nonviolenza Attiva, in via Mazzali 5 a Milano,  si terrà il seminario ‘Educare ad essere Umani’. Il Seminario sarà tenuto da Olivier Turquet, autore del libro ‘I grandi non capiscono mai niente da soli. Per una educazione umanista e nonviolenta’. Ai molti dibattiti sulle discriminazioni, […]

Sabato 7 maggio dalle 11.00 alle 18.00 al Centro di Nonviolenza Attiva, in via Mazzali 5 a Milano,  si terrà il seminario ‘Educare ad essere Umani’. Il Seminario sarà tenuto da Olivier Turquet, autore del libro ‘I grandi non capiscono mai niente da soli. Per una educazione umanista e nonviolenta’.

Ai molti dibattiti sulle discriminazioni, sugli stereotipi sessisti impartiti nelle scuole e in famiglia, desideriamo aggiungere un altro punto di vista che affonda le basi in una radice profonda e che prevede un cambiamento profondo per ridurre e prevenire la violenza in ogni forma.

Nessuno nasce aperto al ‘diverso’: l’essere umano nutre diffidenza per il diverso. A causa di un forte istinto alla sopravvivenza ha una reazione di difesa per ciò che è diverso, per ciò che non conosce, perché può nuocere.

Inoltre l’intolleranza per le diversità è sempre in evoluzione e può nascondersi in ogni momento spaziale o temporale, in ogni momento in cui ci sia una nuova paura perché si palesa una nuova diversità.

Questa diffidenza per il diverso spesso si trasforma in paura, personale o collettiva, manipolata dagli interessi economici o governativi. La paura e la sensazione di pericolo sono causa di violenza, interna ed esterna.

Gli stereotipi sessisti, le disparità di genere e ogni tipo di manifestazione discriminante sancisce la supremazia di un essere su un altro; questo genera violenza in chi subisce ma anche in chi agisce.

Ogni tipo di discriminazione ha come radice la violenza.

Inoltre sperimentiamo che ogni azione che si oppone all’espressione sincera e profonda di se stessi genera sofferenza e quindi violenza interna, da cui scaturisce la violenza esterna. In quest’ottica le espressioni della violenza sono tantissime.

Ma questo non è immutabile, anzi, il desiderio di conoscere e quello di superare le proprie paure e la propria sofferenza sono evidenti in molte manifestazioni dell’essere umano e hanno tracciato la sua storia evolutiva.

In ogni caso non possiamo darlo per scontato: è certamente necessario un percorso di educazione.

Come facciamo a stabilire qual è la strada giusta da intraprendere come educatore, come genitore, come direzione di vita? E che cosa è giusto? In un mondo intriso di modelli culturali violenti e discriminatori è difficile stabilire cosa sia giusto e cosa sbagliato, cosa violento e cosa no. Quello che in un’epoca è considerata verità nell’epoca successiva è considerata credenza. È ormai chiaro che le verità non hanno un valore universale, sono limitate al momento storico, alla cultura del luogo, luogo oggi sempre più ampio, ma non per questo più valido.

Per rispondere a questa domanda nel Centro di Nonviolenza Attiva partiamo da due importanti questioni:

1) Chi è l’oggetto della mia educazione?

2) Dove cerco i riferimenti per educare, dal momento che non posso fidarmi di un mondo intriso di violenza?

1) Chi è l’oggetto della mia educazione?

Questo argomento è per noi alla base dell’educazione e della nostra attività. Chi abbiamo di fronte? Chi è l’oggetto della mia educazione? Chi sto considerando davanti a me? Quale è il mio sguardo? Che cosa vedo? Una futura lavoratrice o lavoratore? Un costruttore o costruttrice di famiglia? Un ingranaggio di una società basata essenzialmente sull’economia?

Leggiamo di grandi teorie su come insegnare affinché i nostri ragazzi e ragazze corrispondano alle richieste delle aziende. È questo il nostro punto di vista?

Vogliamo che le donne siano astronaute o scienziate anziché solo maestre o casalinghe, ma qual è il nostro reale interesse? È quello di entrare in un meccanismo di competizione dove possano vincere o primeggiare anche le donne?

Secondo noi, chi abbiamo di fronte non corrisponde a nessuno di questi embrioni lanciati verso un mondo che noi stessi conosciamo come distruttivo. Desideriamo portare l’ipotesi che “l’educando” sia un essere umano e come tale sia profondamente uguale a chi educa.

Qui è necessario stabilire cosa crediamo sia l’essere umano. Se lo riteniamo violento per natura, un animale sociale, una tabula rasa alla nascita o un inamovibile soggetto intriso di innatismo.

Noi adottiamo la visione del Nuovo Umanesimo Universalista, secondo cui l’essere umano è l’unico essere vivente che trasforma la propria natura costruendo il mondo che lo circonda e che da questo si fa influenzare, senza soluzione di continuità.

Consideriamo l’essere umano come essere evolutivo che cerca di superare la sofferenza in ogni suo atto vegetativo, mentale, emotivo e motorio.

Pensiamo che gli esseri umani siano davvero tutti profondamente uguali; nel riconoscere le nostre apparenti differenze bisogna riconoscere la nostra appartenenza a un unico genere, quello umano.

Riconosciamo che abbiamo tutti le stesse necessità, la stessa vitalità, la stessa spinta verso il futuro, lo stesso profondo desiderio di evoluzione, che abbiamo la stessa forza umanizzatrice di superare la naturalità, la stessa capacità di trasformare la nostra natura.

Con queste premesse sull’essere umano si evince che la violenza è l’esatto opposto dell’umanità. La nostra educazione alla nonviolenza vuole esaltare tutte le caratteristiche, le azioni e le forme che rendono una persona finalmente libera di esprimere se stessa.

Con questo sguardo il nostro progetto di educare assume un altro aspetto: non mi trovo di fronte dei ‘vuoti’ da riempire, uomini o donne da far diventare lavoratori o lavoratrici, anzi! Sono al cospetto di un essere umano che esattamente come me e come tutti gli altri essere umani vuole solo superare la sofferenza ed essere felice.

Se questo fosse il punto di vista comune, converremmo che tutto il resto avrebbe un significato diverso e i pregiudizi di ogni genere sarebbero spazzati via.

Le molte sacrosante battaglie sulla discriminazione di genere, razza, religione, status economico perderebbero di senso, perché con un’unica forte conquista avremmo affrontato le tante sofferenze e violenze che si perpetuano tutti i giorni in famiglia, a scuola, al lavoro.

2) Dove cerco i riferimenti?

Il riferimento lo cerco in me, come essere umano. E come faccio a sapere che appoggiandomi sulla mia umanità la strada sia quella corretta?

Se riteniamo che l’essere umano stia sempre cercando di superare la sofferenza in sé e negli altri, possiamo assumere che ciò che mi fa soffrire o fa soffrire altri è un evidente segnale che quella è la direzione sbagliata.

DUNQUE COSA VUOL DIRE EDUCARE A ESSERE UMANO?

Ribaltare completamente il modello culturale violento della supremazia di un essere umano su un altro, far sentire concretamente l’emozione che si prova nel riconoscere nell’altro la propria umanità, nell’esprimere l’atteggiamento che ci rende più felici, nel prendere la direzione che supera la sofferenza e la violenza in ogni forma.

Questa ricerca di sentirsi umani si appoggia a dei ‘registri’, dei vissuti che noi abbiamo e che sono un segnale, un indicatore di essere sulla strada evolutiva.

Parliamo di uno stile di vita nonviolento e non di azioni isolate. Certo qui l’aspetto informativo relativamente alle discriminazioni e gli stereotipi è decisamente scomparso, per far posto a un aspetto educativo di base.

Ma è la radice che bisogna cambiare: non possiamo chiedere miele a un rovo di spine.

Ecco qualche esempio concreto, tra le varie proposte che portiamo ai genitori e agli insegnanti, nei percorsi educativi del Centro di Nonviolenza:

Non dirò a un bambino di non picchiare le sue compagne; educherò un bambino a non imporsi su un altro essere umano.

Non dirò che uomini e donne possono andare sulla luna allo stesso modo; dirò che gli esseri umani amano la conoscenza e vogliono superare i propri limiti.

Non dirò che anche le donne possono raggiungere luoghi di potere; dirò che la collaborazione tra le persone è più importante di qualsiasi competizione anche nel campo lavorativo.

Non dirò che va bene se sei ‘diverso’, ma che gli essere umani possono trasformare la propria natura perché è ciò che li distingue da tutte le altre specie viventi.

Se facciamo capire e sperimentare ai nostri figli e figlie che ogni cosa che procura sofferenza è violenza e viceversa, che ogni risposta la si può cercare dentro di sé, che se si pone la domanda con sincerità e con profondità, arriverà una risposta sincera e vera, capirete bene che non avremo molto altro da insegnare…

Educare questi piccoli esseri umani  a diventare adulti con queste profonde verità, sentirsi uguali indipendentemente dalle diversità naturali e culturali, sapere di poter trasformare la propria natura, la propria condizione di origine, sapere di avere davvero pari opportunità, condurrà a porre le basi per una trasformazione radicale, aiuterà a superare le piccole e grandi sofferenze che accompagnano quotidianamente la vita di ogni individuo di ogni età, rendendoci davvero liberi di essere e diventare ciò che desideriamo.

Quando abbiamo fiducia nella nostra umanità e in quella degli altri riusciamo a trovare la nostra direzione di vita, l’espressione di noi stessi senza provocare sofferenza in noi e in chi ci circonda. Da lì il passo per non avere paura della diversità è semplice, anzi solo da lì è possibile apprezzare ed esaltare la bellezza e la ricchezza delle nostre differenze.

Questo intendiamo quando parliamo di educare a essere umani.

Annabella Coiro, referente dei progetti di educazione del Centro di Nonviolenza Attiva di Milano.

Tratto dall’intervento al Convegno “Foto di gruppo a colori – per un’educazione al rispetto e alla pluralità.” Casa delle donne di Milano

 Niente al di sopra di un essere umano, nessun essere umano al di sopra di un altro. Silo

Una risposta a “Educare a ‘essere umani’”

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